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"Come avere cura della città". A proposito del libro di Gianni Verga

La città del fare

Christiane Apprieux

Gianni Verga, ingegnere, urbanista, politico, "legge" le città d’Italia.

(10.05.2010)

Il libro di Gianni Verga, Come avere cura della città (Spirali, 2002, pp.166, € 20,00) nasce dal laboratorio editoriale diretto da Armando Verdiglione: l’autore è intervenuto in un master dell’Università del secondo rinascimento, alla Villa San Carlo Borromeo, a Senago (Milano), dove sono emerse domande, questioni, sogni, progetti intorno alla città e a come averne cura.

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Hiko Yoshitaka, "La narrazione", 2002, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Gianni Verga, ingegnere, urbanista, politico, "legge" le città d’Italia, in particolare Milano, la città dove è nato e dove risiede. Esplora le ideologie che hanno spazializzato la città, rendendola un dormitorio, senza dispositivi culturali, senza sogno né progetto di vita. La città dove la piazza non è più un luogo d’incontro, ma purtroppo di scontro.

Territorio del terrore, della paura di vivere. Città composta di un dentro e di un fuori, di un centro e di una o più periferie. Questa città non è attraversata dal tempo: per questo il "territorio" non è la terra su cui fondare la città.

Analizzando le ideologie che tentano di fondare la città del segreto e del mistero, non sulla mano intellettuale ma su quella della presa sulla città, Gianni Verga s’imbatte nella memoria senza memorialismo, nella tradizione senza più tradizionalismo e antitradizionalismo. È questione della reinvenzione della città e della sua cura artistica, culturale e scientifica.

Gianni Verga trova come l’ideologia che ha stabilito i metri quadrati delle case, dei giardini, delle piazze per abitante comporti una città fatta di numeri ordinali, senza sogno. La città senza infinito. La "città standarizzata".

La città di tutti o di uno, di pochi o di molti, non è la città dell’artimetica, che non sa di quote d’immigrazione. La città del tempo è la città dell’ospite; mentre il dibattito sull’immigrazione vede doppio e cerca l’ospite gradito per escludere quello sgradito.

Gianni Verga nota l’importanza per Milano dell’incontro tra due vescovi stranieri: Ambrogio e Agostino. Milano procede da nord sud come modo dell’apertura, lasciando la noia come l’elemento più pericoloso in una società interamente spazializzata.
È la città del tempo a dare il suo statuto alle città, e non il contrario.

Gianni Verga legge le ideologie che hanno compromesso la città, ossia che ne hanno cercato il controllo. Effettivamente, il sistema dei partiti è più interessato al monopolio della città, al controllo del territorio, alla città intesa come spazio, che alla città del tempo.

Monopolio in cui dal centro e alla periferia ognuno fa da sé, senza che altri se ne accorga, quasi il fare potesse prescindere dai dispositivi della città del tempo. E la città per tutti diviene paradossalmente la città per nessuno. Infatti non c’è più da credere che la città di tutti risolva il problema della città controllata da uno solo, tiranno o despota.

Questa città algebrica, anche dei numeri dello spazio abitabile e del verde per abitante, elude la questione della qualità. La città della qualità abita nel fare, non si rappresenta in lotti, e nemmeno nel cerchio alimentatore di tangenti. Ironico è il ritrovamento di zone periferiche nel centro storico.

Armando Verdiglione definisce la città come aritmetica, come città del fare con i suoi dispositivi e con il suo ritmo. La città sta nel viaggio ed è costituita dal cammino artistico e dal percorso culturale. La questione è come per ciascuno l’arte e la cultura intervengono a reinventare la città. Mentre quando la città è definita dal territorio ci sono solo sopravvissuti.

Per Verga, Milano è emblema della città moderna, è città dello scambio e dell’integrazione; non è la città stretta nei confini amministrativi. Quello che conta è il filo dell’itinerario intellettuale di ciascuno, il filo della vita, quel filo che non si lascia ingarbugliare dall’isolamento o dalla compagnia, e che non si tinge più né di rosso né di bianco.

Avere cura della città? Non più lottizzarla, non più controllarla. Non più ideologie contro la cura intellettuale della città. Quale città? La città dell’integrazione e non della segregazione dei bambini e degli anziani, non della disintegrazione dell’ospite.
Gianni Verga promuove la "città degli indirizzi e degli incentivi", e sfata la mitologia della "città dei divieti e dei vincoli".

Scritto in collaborazione con Giancarlo Calciolari.


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19.05.2017