Transfinito edizioni

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"Contratiempo", rivista di Buenos Aires

Giancarlo Calciolari
(11.03.2007)

“Contratiempo” è una rivista internazionale di Buenos Aires in cui l’architettura è indagata in ciascun risvolto intellettuale e sociale. E chiedersi qual è lo statuto intellettuale della città vale a porsi ciascuna questione radicale dell’esperienza.
Zenda Liendivit, la fondatrice e direttrice della rivista, architetta di formazione, nel primo numero della rivista su supporto cartaceo – dopo essere attiva come sito interne dal 2000 – si propone e propone di entrare nella città attraverso più punti, senza mappa, come se fossimo stranieri; poiché tanta è la consuetudine, l’abitudine e l’appartenenza a un canone di lettura della vita che i molti non sono più in condizioni di leggere nemmeno i vangeli teisti e ateisti diffusi dalla cultura dominante planetaria.
Nessuna fisica né metafisica della città, bensì teoria in atto della città: in altri termini, nella rivista “Contratiempo”, il lettore può imbattersi in novità, in perle dell’esperienza che mai prima ha avuto l’occasione di leggere nel modo in cui è proposto nella rivista.
Per Nicolás Fraterelli l’architetto carismatico è diventato un disegnatore di moda e uno stilista d’ingegno. “L’apparenza ha preso il posto della sostanza”.
Zenda Liendivit annota in Arte, pensamento y ciudad che dalla sua origine la città industriale si è legata all’idea del male, e più ancora si dovrebbe parlare di “controcittà” fondata per il male. Quindi sta compiendo un’analisi delle gnosi architettoniche, delle ideologie che hanno cercato e cercano di mettere le mani sulla città; analisi delle idee per l’azione e non della politica come arte della città.
Conta non l’uomo seriale per la controcittà, ma l’uomo singolare come eccezione.
Chiaramente si intende che la rivista “Contratiempo” e il sito dello stesso nome è una singolarità non qualunque nel panorama argentino; e non solo, anche nel panorama occidentale.

L’indagine porta su “architettura e/o rivoluzione?”. E il laboratorio linguistico della rivista, ossia la sua redazione, analizza le intricate aporie del discorso dell’epoca, come “due pesi due misure”: cultura alta e cultura di massa, centro e periferia, lingua ufficiale e lingua degradata, comunicatori e scomunicati.

L’architettura poetica si avvale della citazione di Benjamin, Proust, Kafka, Heidegger, Baudelaire, Estrada, Rella…

E l’Argentina è indagata come metafora del pianeta, come Sciascia faceva con la Sicilia.
“Una maniera di leggere la storia argentina fondata sin dall’inizio sul concetto di maschera, di successione di finzioni [termine caro a Borges], che sempre terminano in catastrofe”.

La scommessa è anche quella di “elaborare, pensare nuove forme di abitare e di costruire altre città”. Ipotesi abduttiva di estremo interesse: l’altra città è quella che non è contenuta nelle premesse logiche delle teorie canoniche della città. Infatti i fondamentalismi, non solo quelli religiosi ma anche quelli ateisti, hanno già un’idea di città e tentano la mera esecuzione. La “finzione” di Babele indica quale sia ogni risultato delle ideologie per l’azione.
In tal senso, l’ipotesi abduttiva non è “dentro”, non è interna al presunto sistema: “Il nuovo che indeflettibilmente verrà da fuori”.

Se Le Courbusier definiva Buenos Aires come una città senza speranza, l’auspicio è quello dell’altra città, della reinvenzione della città, che non risparmi la capitale argentina, simbolo di ciascuna capitale, da Parigi a Tokyo, da Pechino e Atene, da Islamabad a il Cairo.

Maestri di architettura, e non solo, Zenda Liendivit e i suoi collaboratori, ci offrono l’analisi del cemento del nuovo ordine planetario, senza più prendere per verità l’antinomia civiltà-barbarie, amico-nemico, Dio mondano e Dio messianico.

sito di "Contratiempo"


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19.05.2017