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Louise Brooks, uno sguardo libero

Antonio Pianigiani
(15.10.2008)

Tutto attorno è un gran frastuono di trombe, sassofoni e contrabbassi, mentre i camerieri fanno fatica a portare l’ennesimo whiskey della serata tra il fumo e la calca generale; al centro della sala alcune ballerine si stanno esibendo, e una di esse colpisce subito l’attenzione: giovanissima, sorriso accattivante ed un caschetto nero lucente che non passa inosservato.
Questa è la scena che si presentò agli occhi dei talent scouts della Paramount, durante uno spettacolo di Broadway, nel 1925, “Le Ziegfeld Follies”, prima che a Louise Brooks venisse offerto un contratto quinquennale, che le avrebbe aperto le porte di Hollywood.

Louise era nata nel 1906, in una piccola cittadina del Kansas, Cherryvale, dove aveva iniziato a danzare all’età di quattro anni, incoraggiata dalla madre Myra, che era una musicista autodidatta e molto colta; trasmise alla figlia la passione per le arti e la lettura. Fu proprio la madre che, volendo migliorare l’aspetto della bambina sulla scena, le fece tagliare le lunghe trecce nere, creando quel caschetto nero, corto, con la frangia che sfiorava le sopracciglia, che diverrà il suo segno di riconoscimento.
A quindici anni la passione per il ballo l’aveva portata a lasciare la sua città natale per trasferirsi a New York, per studiare in una delle migliori scuole di danza moderna, la compagnia “Denishawn”.

La disciplina rigida era all’ordine del giorno e in poco tempo diventò una ballerina modello, specializzandosi in numerosi stili. Ma fu con l’entrata nella compagnia “Ziegfeld Follies” che Louise venne a contatto con il mondo dello spettacolo, fatto di feroce competizione e ipocrisia, da cui venne fuori grazie alla personalità forte e decisa, che la fece scontrare più volte con gli insegnanti. Per soldi, e solamente per soldi, accettò di firmare il contratto per la Paramount.
Nel 1925, all’epoca del debutto nel cinema, ha diciannove anni ed è subito travolta da un enorme successo, diventando un fenomeno di costume: simbolo della gioventù emancipata e anticonformista, in netta contrapposizione con le donne vittoriane virginali e stereotipate, protagoniste solo pochi anni prima dei film di D. W. Griffith, Louise aveva il taglio, il capriccio, la disinibizione e la spontaneità, sia nel cinema che nella vita, che incantava il pubblico. Incarnava, insomma, quell’ideale di flapper (il termine deriva dallo sventolio delle galoche delle scarpe che le ragazze alla moda lasciavano slacciate durante il ballo) che lo scrittore Scott Fitzgerald aveva descritto nei suoi romanzi. Il suo sguardo racchiudeva quella frenesia e spensieratezza tipici degli anni ruggenti, un cocktail effimero di soldi, sesso e potere, che la crisi del ‘29 avrebbe spazzato via insieme ai capitali immensi, che si dissolsero in quell’anno fatale, come la nebbia al sole.

Se nei primi film, “It’s the Old Army Game”, “The Show Off”, è la bellezza che spicca, nei successivi, soprattutto con “Beggars of Life” di Wellmann, viene fuori la Louise attrice. E’ una prova eccezionale, la sua, nel ruolo di una ragazza che, per fuggire da un omicidio (il patrigno aveva cercato di violentarla), si traveste da giovane vagabondo.
Con la notorietà aumentava anche l’odio per Hollywood e la riluttanza a recitare; durante le fasi di lavorazione del film si isolava dal resto della troupe, leggendo assiduamente Schopenhauer e Proust. Fu proprio questa passione a renderla, come lei stessa disse, “l’idiota più erudita del mondo”. Annoiata dal set, si trovava a suo agio durante i servizi fotografici: gli occhi e capelli neri, la sua pelle bianchissima, si prestarono agli scatti di Richee e Steichen, che furono solo alcuni dei grandi fotografi che crearono attorno a lei un alone di mito ed aumentarono notevolmente la sua visibilità sui giornali. Lo spirito libero di Louise segnò in molte occasioni la sua carriera, dalla fuga dal set di “The Canary Murder Case”, preferendo una vacanza con il suo amante del momento, all’uscita dalla Paramount, tra lo stupore di tutti, per accettare la parte di una prostituta nel film del regista tedesco Pabst, di cui non aveva mai sentito parlare. Unica motivazione? I soldi certo, ma anche l’idea di un bel viaggio in Europa!

Nel film del regista tedesco “Il vaso di Pandora” ispirato al dramma di Frank Wedekind, interpreta il ruolo più importante della sua carriera, Lulù, togliendo la parte a Marlene Dietrich: la sua è una presenza magica, la ventiduenne Louise non aveva bisogno di essere diretta, essendo lei stessa l’incarnazione della protagonista. Il film venne stroncato dalla critica e subì forti censure, in America venne addirittura cambiato il finale.
Il periodo più felice della sua vita è probabilmente quello passato a Parigi, dove gira “Prix de Beauté” sotto la direzione del regista italiano Augusto Genina. Il suo volto freddo che osserva gli amici divertiti e la folla gioiosa della fiera, è tremendo e reale allo stesso tempo e lo spettatore rivive immediatamente il suo disagio; si rende conto in un attimo della realtà che sta vivendo; non è noia ma vergogna per la gente che le è attorno. Abbozza dei sorrisi di circostanza e il volto si fa pallido quando il suo ragazzo l’abbraccia, dopo aver vinto una inutile e patetica gara di forza.
Grazie alla sua semplicità e naturalezza, la ventitreenne Louise ci ha lasciato una delle migliori interpretazioni in questo che sarà il suo ultimo film da protagonista.

È il 1929: avrebbe potuto continuare a lavorare a Parigi o Berlino, come lo stesso Pabst le aveva consigliato, ma ecco che, ancora una volta, prende una decisione inaspettata e torna in America. Purtroppo, per ironia della sorte, quell’Europa dove aveva girato i film migliori, le aveva fatto perdere fama e credibilità nel suo paese; tutti ormai avevano interesse solo per i film sonori e lei aveva perso l’occasione per far conoscere la sua bellissima voce.
Dopo qualche parte in film di basso costo, nel 1940 torna in Kansas e abbandona definitivamente Hollywood. Apre una scuola di danza e sembra scomparire nell’anonimato. In questo periodo di apparente tristezza e solitudine perfeziona quello sarebbe diventato il suo futuro, la scrittura.

Gli anni passano e finalmente negli anni 50 un grande studioso di cinema, James Card, si interessa ai suoi film e inizia una fitta corrispondenza con l’ex diva. I due avranno una storia d’amore che sarà importantissima per Louise, aumentando la sua fiducia in sé stessa e togliendola dalla solitudine. Henry Langlois, direttore della Cineteca Nazionale Francese, organizza a Parigi una grande mostra dove è protagonista; a chi gli chiedeva perché avesse scelto la Brooks, lui rispose che era l’attrice moderna per eccellenza, perché come le statue dell’antichità era fuori dal tempo.
Anche se tardivamente, i suoi film vengono rivalutati, facendola scoprire come vero e proprio personaggio cult. Iniziano intanto ad uscire i suoi primi saggi cinematografici, su W.C.Fields, Buster Keaton, Bogart, Pabst e in particolare “Gish and Garbo: The executive war on the stars” , nel quale condanna e documenta il comportamento dei produttori hollywoodiani capaci di “creare” e “distruggere” le carriere degli artisti, facendo emergere il lato più oscuro di Hollywood.

Col tempo diventa sempre più schiva e si chiude in un ostinato isolamento, anche se mantiene stretta corrispondenza con varie personalità, tra cui il disegnatore italiano Guido Crepax, che si ispira a lei per il personaggio di Valentina; Louise arriverà a dire che era l’unica persona, insieme a Pabst, che l’avesse capita, nonostante i due non si fossero mai visti. Si arrabbiò moltissimo quando scoprì che le lettere che arrivavano dall’Italia erano scritte da Crepax in collaborazione con la moglie. A quanti si chiedono perché avesse sempre rifuggito il successo, va ricordato che il mondo di Hollywood non le apparteneva: il suo sogno era quello di diventare una grande ballerina. Ed è forse questa quasi totale indifferenza per la telecamera che l’ha portata ad essere, più naturale, più viva, e ad incarnare, anche nella vita reale, il suo personaggio più celebre: Lulù.





1 marzo 2008


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