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Giuseppe Chiari. Per una festa di compleanno, 26 settembre 2006

Lara-Vinca Masini
(26.09.2006)

Vittoria Chiari mi ha chiesto di scrivere un breve profilo di Giuseppe Chiari, come suo omaggio per la sua festa di compleanno. Di scrivere, dice "non tanto del suo lavoro, ma della sua presenza in questa città e del suo silenzioso, irreversibile contributo" e si dichiara "professoressa ’antipatica’ ma moglie, solo moglie e nel lungo percorso della sua strada non sempre al suo passo". Ma proviamo a domandarci: se Vittoria non gli fosse stata sempre vicina, vigile, come una leonessa coi suoi cuccioli, sempre devota, consapevole dell’ importanza del suo valore, con quanta maggior fatica Giuseppe Chiari sarebbe riuscito a fare emergere tutto se stesso ? Perciò questa festa non può non essere anche una festa per Vittoria.

Per una volta, allora, non cercherò di fare un discorso critico, ma ricorderò il carattere schivo, un po’ brusco, di Giuseppe Chiari, a nascondere una umanità mantenuta quasi segreta, la sua intelligenza tagliente, dialettica, spesso venata di un’ironia un po’ amara, la sua logica ("tu non credevi ch’io loico fossi...", cito a memoria), logica che si manifesta nei suoi testi, complessi, sofisticati, sofferti, nelle sue conferenze-performances, quando, con tono pacato, distaccato, tocca corde segrete (e spesso, dolcemente, anche una sola nota del piano cui sta vicino, come a un simbolo essenziale ed esecrato). E ricorderò il suo rapporto iniziale con la matematica, la filosofia, su cui lavorava sempre sul filo di uno sperimentalismo spregiudicato e sottile. E’ stato tra i primi a parlare del concetto di indeterminatezza di Cage, che avrà seguito nell’ideologia trasgressiva dei gruppi fiorentini di "radical architecture", ai quali Chiari si avvicinava da subito. E mi viene a mente la sua partecipazione alla mostra "New Domestic Landscape", del ’72, al Museum of Modern Art di New York, con gli Archizoom, da lui citata su "Casabella", quando, con il suo caratteristico giocare sul minimo di impatto per un effetto spaesante, sceglieva, a leggere il manifesto, la voce di una bambina...

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Foto Fulvio Salvadori



E che dire del suo rapporto con la musica, base quintessenziale, ma anche spina dolorosa del suo pensare ("quando esisteva tutto un mondo di musica in buona parte elettroacustica trascurata..."). E il suo trasporre tutto questo nella scrittura e nella grafica, fin dalle sue prime "partiture", che costituiranno il leit motif di tutto il suo percorso operativo ("Doveva essere musica all’inizio; lo è ancora. In parte è letteratura, in parte filosofia...Forse sono solo battute satiriche, non mi dispiace questo ballare di aggettivi. Mi piace far saltare le categorie di lavoro..."). Dirò del suo porre l’accento soprattutto sull’ idea (concettuale avant lettre, attraverso Fluxus), per cui ha sempre trasformato, con minimi scarti di valenze, i suoi lavori, secondo intenzionalità e caratteristiche diverse, da espressioni musicali in ’azioni’, in ’proposizioni concettuali’, in sillogismi, in paradossi, in pittura-macchia, in collage...
E parlerò anche dei suoi rapporti con Firenze, del suo "irreversibile contributo" come lo definisce Vittoria. Spero che questa città, così ingrata verso i suoi cittadini, che non li accetta e non li riconosce nel loro valore se non dopo che questo valore è stato ampiamente riconosciuto altrove, questa città sempre più ingrata anche verso se stessa, che va pian piano autodistruggendosi, per incuria, ignoranza, arroganza, che non riconosce più il significato della storia e quanto di essa può nutrirsi il presente per affrontare un futuro che ne sia degno, spero, ripeto, che, questa città riesca a trovare la forza e la consapevolezza di far tesoro della lezione che Giuseppe Chiari le ha dato giorno per giorno.

Ricordo quando lo incontravo in autobus, la mattina, diretto in Biblioteca, o per cercare, in piccoli negozi antiquari di libri, documenti e notizie inedite per portare avanti l’ analisi di questa città, della sua architettura, delle sue preesistenze. "Sono assolutamente sicuro" dichiarava nel ’92 " di essere entrato nel mondo dell’arte contemporanea attraverso l’architettura. Ero stanco delle case di Firenze rifatte tutte in stile rinascimentale con i cornicioni di tipo brunelleschiano, dopo aver visto alcune costruzioni di gusto razionalista (come la stazione di Firenze, in particolare il retro di questa e i servizi, e le illustrazioni di alcuni libricini di Le Corbusier) attraverso la feritoia che mi porta a guardare l’ arte contemporanea e a prendere coscienza delle sue ragioni". E per la manifestazione "Umanesimo, Disumanesimo nell’ Arte europea 1890-1980", evidenziava con un suo ’segno-manifesto’ il degrado ricostruttivo ottocentesco nella piccola piazza fiorentina di Santa Elisabetta (che poco dopo sarebbe stata aggredita da una ricostruzione del nostro tempo, a dir poco assai peggiore del danno precedente)...

Ma parlare della sua relazione con la città significa parlare della sua vocazione didattica, del suo rapporto con i giovani, che lo hanno seguito con entusiasmo e di come sia riuscito a formare una nuova generazione aperta e consapevole di giovani compositori, di operatori nel multimediale, nella ricerca digitale, sull’interattività. E basterà ricordare solo alcune delle manifestazioni che ha organizzato. Cito solo due momenti: "Gioco" (Monteriggioni, ’83 - con tanti partecipanti): "... Si gioca per dimenticare,/ Per uscire./ Per svegliarsi./ Per camminare./ Per cambiare./ Per giocare./ Si gioca per ridere / Per imparare / Per trasmettere, / Per educare. / Si gioca per non fare altre cose./ Non è vero che si gioca per combattere la noia./ E non è vero che - sarebbe troppo facile - si gioca per non / sapere cosa fare... / La politica non è un gioco / la vita non è un gioco./ col fuoco non si scherza./ coli’ acqua non si scherza./ Non fa niente giochiamo lo stesso" ...
"Improvvisazione libera . Esperienza musicale per 70 solisti" (Prato, Museo Pecci, ’90). " Dobbiamo suonare in 70. Forse in 100. E’ difficile dire./ Non in meno di 70./ Non vestiti di nero. Questo è qualcosa di preciso./ Non nudi. Questo è qualcosa di preciso./ 70 dunque./ Questi 70 possono essere tutti violinisti diplomati./ Questi 70 possono essere tutti bambini./ Questi 70 possono essere tutti ingegneri che non sanno suonare./ Questi 70 possono essere tutte donne./ Ma si
tratta di casi limite./ Forse sono 70 persone diverse, con possibilità
diverse riguardo al fenomeno musica./ 70 persone diverse./ Fra queste
ci sono anch’ io./ 70 persone in una palestra. Non altri./ 70 persone o
un numero di 70 che suonano e si ascoltano./ il pubblico e
l’orchestra sono la stessa cosa./ - / 70 persone felici./ 70 persone
umili.../ Suonate quel che volete, quel che vi piace." ....
E non parlerò del rapporto di Giuseppe Chiari con l’arte (che, come
la musica, è "facile" attraverso un processo difficile; ma è anche "una
piccola cosa", Biennale ’78), ma che è, comunque e sempre, vita.
E vita per Chiari è Vittoria, vita è il figlio, vita è il nipote (per cui
cambiava i suoi itinerari giornalieri in cerca di giornaletti e libretti per
bambini). E quanto avrei voluto conoscere le sue scelte...
Tanti carissini auguri, Beppe, a te, a Vittoria, a tutti.
Che la vita ci sia leggera.


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26.04.2017