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L’accertamento della verità storica dell’adesione di Heidegger al nazismo

La questione Heidegger

Michel Bel

Michel Bel precisa la rete di questioni sull’affare Heidegger che ciascun ricercatore dovrebbe affrontare per restituire il testo del filosofo tedesco, ritenuto a torto il più grande pensatore della prima metà del novecento.

(4.03.2014)

L’essenziale del libro di Emmanuel Faye, Heidegger. L’introduction du nazisme dans la philosophie (Albin Michel, 2005, pp. 573, € 29) risiede nell’accertamento della verità storica. Di questa verità storica, Emmanuel Faye ha salito il primo gradino. Ha mostrato contro le menzogne degli heideggeriani francesi chi era Heidegger. Ha messo in evidenza i suoi rapporti intimi col nazionalsocialismo. Tornare indietro è ormai impossibile. Ma dobbiamo fermarci qui? Abbiamo esaurito la verità su Heidegger leggendo i testi di Heidegger tradotti da Faye? Abbiamo preso conoscenza delle relazioni che il professore di Friburgo intratteneva con intellettuali nazisti notori, come Rothacker e Wolf, sebbene molto ignorati in Francia?

Luigi Terrini, "La trave", 2005


Bisogna comprendere Heidegger, essere capaci di dire perché si è comportato in quel modo. Bisogna chiedersi non solo perché ma ancora come ha introdotto il nazismo nella filosofia. Faye ha messo il piede sul primo gradino, adesso sono i successivi che bisogna salire.

Da dove veniva Heidegger per comportarsi così? Perché all’età di 21 anni è diventato un apostata? Che cosa ha presieduto alla sua apostasia? A quali conseguenze la sua apostasia lo conduce con esattezza? Il nazionalsocialismo esisteva prima di lui o è stato creato dalla sua cogitazione di apostata vendicatore? Quale rapporto intratteneva Hitler con la filosofia di Heidegger?

Heidegger decise di mettere in pratica la sua fenomenologia nel 1919. C’è un rapporto tra questa pratica e la creazione del Partito dei "lavoratori" tedeschi e più tardi dello NSDAP?

Qual era l’esatto tenore della “fenomenologia” di Heidegger? Era una fenomenologia di tipo husserliano come si è voluto fare credere per molto tempo o una fenomenologia di tipo hegeliano come invita a pensare il suo saggio su Duns Scoto scritto nel 1916? Affinché la parola “messa in pratica” abbia un senso occorre che appaia un rapporto concreto con la storia. Ora la fenomenologia di Husserl è astorica contrariamente a quella di Hegel. E Heidegger rivendica per la filosofia un intervento nella storia.

Si hanno dunque delle buone ragioni di pensare che la fenomenologia di Heidegger sia animata da un’intenzione trasformatrice come quella di Marx. Non si tratta più di dare solamente un’interpretazione della storia, né di proporre una trasformazione che non cambierebbe le cose come fu il caso del Rinascimento, ma di ridare alla Germania il suo primato, conferendogli un carattere assoluto.

Innestando il pensiero di Nietzsche su quello di Hegel, Heidegger ha costruito una fenomenologia dell’essere di cui l’effettività è stata ricalcata sul modello del giudeo-cristianesimo. Una fenomenologia gnostica che necessita di tre agenti: il poeta profeta Hölderlin, il filosofo interprete Heidegger ed il politico “adempitore”, Hitler.

Vista da questo angolo la fenomenologia dell’essere heideggeriana non appare più come ricuperatrice opportunista del nazismo ma come creatrice di questo movimento della storia concepita come compimento dell’essere.

L’introduzione del nazismo nella filosofia si fa dall’interno per trasformazione interna e non dall’esterno per assorbimento di un movimento oncogeno già esistente. L’apostata ha creato il nazismo come antidoto del giudeo-cristianesimo destinato a essere interamente distrutto nella sua parola e nel suo corpo.

Ma questa distruzione (“l’annientamento”) è solamente una metà dell’opera, l’altra metà è la restaurazione, addirittura il sorpasso, della grandezza ariana greca. Nella sua mira, la Terra deve essere liberata dagli ebrei, dall’insegnamento ebraico e dall’influenza ebraica in tutte le sue forme per lasciare posto alla grandezza ariana germanica, la Germania essendo considerata, secondo l’ottica di Hölderlin, come il "cuore sacro dei popoli" (Concetti fondamentali, 1941).

Le decisioni propizie a questa reinstaurazione saranno prese subito dopo, a partire dal gennaio 1942. Heidegger darà l’ordine di accendere il fuoco dei roghi nel commento de L’inno Der Ister Hölderlin fin dall’inizio del semestre estivo 1942; “Jezt komme, Feuer”! Il primo rogo annunciato fin dal 1930, nel corso su Hegel, crepiterà già dalla fine dell’estate. Testimonianza di Höss, comandante di Auschwitz. L’apostata è riuscito nel suo colpo. Si è sbarazzato del popolo portatore della morale che lo disturbava.

Come l’apostasia di Heidegger è potuta diventare con la forza e con la seduzione l’ideologia di tutto un popolo? Per saperlo bisogna analizzare in dettaglio il metodo utilizzato. Heidegger imitatore di Abramo a Sancta Clara ha saputo soggiogare l’esercito, l’università, il mondo degli affari, della finanza e dell’arte. È a questa condizione e unicamente a essa che il suo “sguardo fenomenologico” ha potuto diventare la storia di un popolo. Queste relazioni sono rimaste per la maggior parte nascoste. Tutt’al più abbiamo avuto accesso a alcune lettere sparse. Ma queste relazioni sono necessarie per comprendere il passaggio dall’insegnamento della sua opera alla sua realizzazione storica.

Poliakov ha attribuito a Rosenberg il ruolo di ideologo del Reich. È un errore profondo. Il vero ideologo non era il custode dell’ortodossia del partito ma quello che era perseguito dal ministro senza portafoglio Rosenberg per collaborazione col nemico, gli ebrei. La situazione non poteva essere più buffa: il vero ideologo del Reich perseguito da un piccolo pifferaio per non conformità della sua dottrina e della sua vita all’ideologia del Reich.

Questa assurda situazione ha salvato Heidegger dell’impiccagione nel 1946. Ha potuto far credere di essere stato perseguitato dai nazisti e d’essere entrato nell’opposizione nel 1934 mentre tutti i suoi scritti provano il contrario. Ma certamente bisogna prendersi la briga di decodificare tutti i suoi eufemismi sostitutivi che servono di schermo alla presa diretta del suo pensiero. Una volta compiuto questo lavoro, il pensiero imperialistico e teofanico di Heidegger appare con la limpidezza del cristallo.

Dopo la disfatta militare della sua apostasia, Heidegger trascorrerà gli ultimi trent’anni della sua vita a tentare di effettuare un rilancio. Questo rilancio è patente in tutte le sue pubblicazioni e in tutte le sue conferenze, da "Il pensiero è il pensiero fedele", parola d’ordine lanciata in Che cosa significa pensare? nel 1952 fino alla pubblicazione del Gesamtausgabe di cui lo scopo affisso nel suo testamento è la formazione di un curatore atto a proseguire il suo lavoro poiché Eugenio Fink nel 1966 ha rifiutato la sua proposta. "Si ricompensa molto male un maestro, gli ha detto, quando si resta solamente il suo allievo". Ma Fink non ha voluto, e lo ringraziamo. Nel 1964, a Messkirch, aveva chiesto ai cigni bianchi di avvicinarsi, “sfidando la neve". Ma i cigni rimasero piuttosto timorosi. Solo Kurt Waldheim manifestò in Austria il suo slancio; ma non fu seguito da una tempesta.

Dopo avere studiato l’opera di Heidegger durante trent’anni la sola conclusione che mi si impone oggi è la seguente: il nazismo non fu nient’altro che la messa in opera dell’apostasia di Heidegger. Che cosa gli aveva dato la forza di intraprendere un’azione di una tale portata? La risposta si trova nel suo corso del 1930 sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel: "la coscienza infelice" (NRF, p.127). La coscienza infelice è "l’ago della storia". Essa reintegra lo spirito lacerato "nella felicità dell’assoluto". Quello che Heidegger ha voluto realizzare, anche per se stesso, per il suo popolo e per la terra intera, è questa reintegrazione. E ha voluto realizzarla con il fuoco (il rogo) e con la violenza, (Introduzione alla metafisica, 1935).

Heidegger ha trovato nella società tedesca le condizioni propizie a questa realizzazione. Il campo era stato arato da molto tempo, non ha fatto che passare l’erpice, com’è rappresentato in un quadro della cancelleria del Reich. Ma la trasformazione del mondo tentata dall’apostasia criminale e genocida di Heidegger è fallita. È stata vinta dalle forze unite degli alleati, ma non è stata vinta che militarmente. L’opera di Heidegger non è stata dimenticata né proibita. Anzi oggi è rivalutata con la sua iscrizione nel programma per l’insegnamento della filosofia in Francia. Ciò è assolutamente mostruoso.

La questione che si pone in ultima istanza è la seguente: quale grado di sofferenza morale, di frustrazione e di umiliazione Heidegger ha vissuto per condurre fino all’ultimo respiro un tale passaggio all’atto che - e questo è il meno che si possa dire - sfugge ai criteri ordinari di valutazione della psicosi criminale e della paranoia? È forse per questo che non si è mai scoperto il suo disturbo mentale. Un solo psicologo l’ha visto e ha scritto, ma non lo si è ascoltato: Jaensch. È così che l’"allosofia" heideggeriana è passata per la più grande filosofia di tutti i tempi, mentre è la negazione della filosofia e la più potente sorgente di abolizione dei diritti dell’uomo. La verità sulla vera origine del terzo Reich non è ancora stata scritta. È tempo di farlo.

Versione originale in francese

Michel Bel, Saint Cyr Sur Loire, filosofo, da più di trentacinque anni lavora sui problemi del pensiero heideggeriano, dopo essersi laureato con una tesi sui problemi del pensiero althusseriano, relatore Gérard Granel.

Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari

Prima pubblicazione: 5 settembre 2006


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