Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Libero adattamento dal romanzo di Guy de Maupassant "Forte come la morte"

I due ritratti

Paolo Puppa
(2.06.2009)

Uno spazio in penombra. Si scorge un divano nell’angolo destro del proscenio, pieno di cuscini di velluto rosso, molto usato. Olivier, in camicia bianca da sera, e calzoni di smoking, vi giace sopra. Pallidisimo e stanco. L’età, imprecisata, mostra più dei 50 anni di oltre un secolo fa. Come se fosse molto, ma molto più antico. Il suo sguardo vaga per la stanza, con aria sfatta. Osserva anche la platea, scuotendo la testa, desolato e sconfitto. Alla fine, tra smorfie di dolore, tra un gemito e l’altro, comincia a raccontare con voce affaticata. E intanto sporge le braccia incerto, verso qualcuno, verso qualcuna, per farsi sistemare meglio sul divano. Parla con Any, evidentemente. Ma Any e così poi la figlia Annette si dovranno solo intuire come presenze/assenze. Il protagonista, infatti, non può che essere solo e sempre solo in scena.

“No, non è stato un incidente. L’omnibus è passato sul mio ventre. Certo, proprio così. Noooooooo, non sul corpo. Ah, così avete letto nel biglietto notturno del dottore? Già, il dottor de Rivil. Ah, dice che la vettura mi ha travolto passando sul mio corpo? Contusione addominale senza lesioni interne? Uhm. No invece, nooooooooo, è il mio ventre che è finito schiacciato. Capite, contessa, il mio, il miooooooo. Ventre. Sento anche adesso il rumore della carne, la mia carne, sotto le ruote. La carne che sfregola, che sfregola, come friggesse. Ma il male ce l’ho qua, nel cuore, amica mia. Piano, piano, per favore. Va bene, un altro cuscino, sì un altro cuscino. Piano però, piano per favore. Scusatemi, scusatemi, ma non è questo. Non posso muovere la testa. Appena la muovo, è un dolore insopportabile. Avete paura di guardarmi in faccia, vero? Sono livido, no? Ma sì, ma sì. E avevate paura, voi, di diventare vecchia per me, che mi stancassi del vostro volto, che cercassi altro, stanco delle rughe sulla vostra fronte o attorno ai vostri dolci occhi. Ma come poteva appassire la vostra faccia, quella di una sorella, di una madre, di una sposa, nel mio sguardo? Come, come? Vedete ora come sono ridotto, piuttosto. Già. Siete là seduta, senza più il coraggio di fingere. Capite che è finita per me. Per me e per voi. Avete paura di guardare. Non state là, sedetemi vicina. Più vicina. Calmatevi, non è nulla. Any, mia Any. Non dovete temere per me. Forse mi riprenderò. Ma sì. Lo dice anche il dottore. E dunque, perché questi occhi? Cosa? No! Ma no, non è così. Io passeggiavo senza una meta precisa, uscito da casa vostra. Mi avete anche detto, salutandomi, ‘camminate, stancatevi sino a morire di stanchezza’. E io vi ho obbedito, in un certo senso. Ho vagato senza una meta, una volta fuori dal vostro salotto. Poi ci ha pensato l’omnibus a darmi una direzione. Ah, una cosa, una cosa importante. Le lettere, le vostre lettere. Sono il nostro passato. Dovete bruciarle! Là, in fondo. Là in quel cassetto, al centro dello scrittoio. Che tristezza, questa fine, no? Li ho conservati tutti i vostri messaggi. Le vostre parole che mi scaldavano il cuore e il corpo. Mi pare millenni fa. Non offendetevi. E’ andata così. Ma bisogna distruggerle adesso, sì adesso. Guai se qualcuno dovesse scoprirle, le vostre parole. Pensate allo scandalo, dovete pensarci. Non scuotete la testa, fatelo, faaaa teeee looooooooo”.

JPEG - 85.1 Kb
Georges Duhamel, "Sur le volcan", 2005, technique mixte sur table, cm 90x120


Buio. Luce sul pianoforte, musica di Poulenc, sonata per clarinetto e piano, II° movimento. Quando torna la luce, è l’alba. Grande studio di pittore, nella Parigi del 1889. Fragranza di tempere e vernici, effluvi di trementina e di acquaragia, inviate da un tavolino sovraccarico di una serie di vasetti, di bicchieri dove sporgono pennelli di tutte le dimensioni. Dalle vetrate alle pareti, e dal soffitto, sempre a vetri, irrompe la luce di una primavera accecante. Un pianoforte a coda nell’angolo a sinistra del proscenio. Ritratti velati su treppiedi portaquadri. A terra vari strumenti di ginnastica, manubri e sfere di ghisa, per restare giovanile. Oliviero si osserva per un istante ad una vetrata. A volte parla anche come se fosse a qualche cena mondana, e la battuta risulta maiuscolata. Ogni tanto compie qualche esercizio. L’aspetto è decisamente più sano e vitale di prima.

“I capelli sono quasi tutti bianchi, ma i baffi da soldato sono ancora neri. Le spalle sono sempre larghe, il petto forte. E ho un grande appetito, stamane. Il cuore pieno di progetti. Ho amici che mi vogliono bene. E mostre da onorare. Sì, ho successo. Non c’è dubbio. E se mi confronto il corpo con quello dei ragazzi, faccio ancora la mia figura. Certo. Ieri sera, al bagno turco tenevo la pancia un po’ indietro, per la verità, anche per la presenza dei giovanotti. ‘E quello là, come si chiama? Anche la memoria ormai. Sì, quello una donna pare, dai fianchi al petto. Quello là. Tutto floscio, ma proprio tutto. Non si vergogna nemmeno’. La scherma, il cavallo, il tennis, le mie preziose sfere di ghisa, tutto serve a tenere in forma i muscoli. Intanto, i desideri restano intatti, e trovo sempre il modo di soddisfarli. Sì, non mi posso lamentare. Dalla vita ho avuto quello che chiedevo. Cosa mi manca, in fondo? Ho la donna che voglio, e quando voglio. Il mio amore per lei l’ho travasato tutto nel ritratto che le ho fatto. Da allora, è stata tutta una committenza. Le donne più ricche e potenti di Parigi mi cercano. Mi chiedono il ritratto. ’No, signora mia, non abbellisco io, ci metto solo la buona volontà. Sì, mi immedesimo nei loro drammi nascosti. Perché per voi, per una bella donna come voi intendo, è più inquietante che per noi il lavoro del tempo, che sciupa e disfa quel che faccio io coi peli dei miei pennelli. Io non abbellisco, no duchessa, ma cosa dice, no, cerco solo di eternare, di idealizzare. Le rughe leggere attorno all’angolo degli occhi o alla bocca, io le scarto. Per me non esistono. E se sono davvero amate, il loro amante non può, non deve, non dovrebbe vedere questi segnali’. Any si vergogna di questi segnali. E cerca di nasconderli colle sue tecniche. A me provocano invece una tenerezza infinita. E poi quando mi arriva, fasciata di velluto o di seta, o ancora sotto la neve dei merletti, la sua carne di quarant’anni ancora tutti freschi, è sempre una rosa che continua ad aprirsi senza sfogliarsi mai. Sfilarle i guanti, e poi gli stivaletti, scoprirle i piccoli piedi ogni volta un po’ freddi, risalire verso il mistero delle gambe. Sa che la preferisco in chiaro, comunque, anche se il nero le si addice. Me ne sono innamorato scorgendola in lutto, per la morte di suo padre. Sì, il nero le sta così bene. Suo marito, il conte di Guilleroy, è una brava persona in fondo. Anche se pare un prete o un attore, basso di statura, le guance scarne e ombreggiate di barba. Gli piace tanto tenere discorsi in pubblico. Mah. Spesso ceniamo assieme, io e lui. Gli voglio bene, anche, ma sì. E’ deputato, specializzato in questione agricole. Specie le barbabietole e l’olio di colza. Non ha rivali in questi argomenti. Lei di solito appena entra nel mio studio controlla i quadri, mi domanda delle modelle, mi interroga sulle più giovani che posano, e poi se la duchessa, o la principessa, civettano con me. E ogni volta, alla fine, conclude che io ‘ormai posso amare solo lei’ Già”.

Buio. Rumore di carrozza. Risa di ragazza. Dal pianoforte giunge qualche sonatina di Satie, magari dalle Gymnopédies. Olivier prende un tè, ad un tavolino del suo studio.

Quello che mi annoia sono le cene o i pranzi ufficiali. Una noia tremenda, sentirli discutere delle voci di guerra colla Germania. Quando sentenziano con serietà e disinvoltura proprio sulle ‘voci di guerra’, facendosi servire un’altra porzione di fagiano ripieno, e mostrando il bicchiere vuoto di Bordeaux al Ganimede alle loro spalle. La conversazione che rischia ad ogni momento di bloccarsi sul giudizio attorno a Bismarck. Perché si chiedono ogni volta se il Tedesco vuole la pace minacciando la guerra o se vuole la guerra promettendo la pace. Alla cena di stasera, rivedrò chi? Ah sì, la duchessa di Mortemain, e i baroni Corbelle sempre in cerca di inviti nei salotti high life, e, e, e, sì Musadieu dell’ispettorato delle belle arti. Mi considerano inferiore a loro. Chissà perché poi. Sì, noi artisti inferiori ai nobili e ai mondani. Eppure, alla loro maniera, mi vogliono bene. Mi hanno accettato. Perché li abbellisco, li eterno coi ritratti. Stasera si chiacchiererà dell’ultima mostra degli impressionisti. Un po’ delirante. Ah, dimenticavo, ci sarà anche la piccola Annette, la figlia di Any, che non vedo da tre anni almeno, quando andavo a trovarli nella tenuta di Roncières, in Normandia. Ci andavo per curarmi i reumatismi. Hanno deciso di farla sposare al nipote della duchessa di Mortmain, ma sì, al marchese di Farandal. Sì, quello che gira nel bagno turco, a mostrare la forza dei muscoli e tutto il resto. Già, l’ho visto nudo. Non farei mai il ritratto, a lui! Un gladiatore lo chiamano. Bello sforzo. Non ha nemmeno trentanni! Se avessero visto me alla sua età. Ero meglio io, decisamente. Tutto il tempo lo passa in palestra, a tenersi in esercizio. Quel che mi preoccupa, in questi giorni, è trovare una nuova fonte di ispirazione. Dopo la Cleopatra, dopo la Giocasta, dopo l’Ebrea di Algeri. Uhm. Mi servirebbe un volto particolare, da travestire d’antico. La piccola l’ho vista per la prima volta che aveva sei anni, a mano del padre. Nel salotto tappezzato di seta turchina, sì turchina. Era il tempo del ritratto ad Any. La piccola si annoiava. Così le ho fatto trovare lo studio pieno di giocattoli. Chissà cose è piaciuto di me alla mia Any. La prestanza fisica, la fama che mi circondava. Nessuna donna è insensibile a questi due fattori, la gloria e la prestanza. Mi chiamano l’artista atleta. Già. La dipingevo sulla tela, avvicinandomi e allontanandomi, come eseguendo passi di danza o come fossi impegnato in una gara di scherma. Standole a lungo vicino per il ritratto, mi sono imbevuto di lei, del suo fascino. Una spugna gonfia d’acqua. Baciavo la bambina, ogni tanto, sugli occhi e sui capelli, ma era la madre che baciavo. E lei infatti impallidiva vedendo quegli slanci. Un giorno, quando ormai il quadro era quasi finito, l’ho avvertita scherzando che mi stavo innamorando. Di lei. Che avevo perso sonno e appetito per colpa sua. Lei per un po’ ha risposto in modo ironico. Sì, voleva essere aggiornata sullo stato della mia salute. Poi, una mattina, mi son messo a singhiozzare e lei ha ceduto. Ma le lagrime non erano finte. Ero proprio innamorato. Questo divano ha preso la forma a poco a poco dei nostri abbracci. Qui, qui l’ho posseduta per la prima volta. Per me è come una reliquia. Non l’ho mai voluto cambiare. Quando è tornata, non dovevo accennare minimamente a quello che era successo tra noi. Per un po’ arrivava colla piccina, perché aveva paura, evidentemente. Io ho aspettato con pazienza. Poi ha ripreso a venire senza la figlia. E io mi limitavo a parlare, parlavamo. Ma è bastato accennare agli amori dei pittori perché mi cascasse di nuovo tra le braccia e quella volta senza la fretta di fuggir via. Così è divenuta la mia amante per la vita, per sempre. Un pomeriggio di nebbia mi ha anche rimproverato che grazie a me era diventata una donna perduta. Peggio ancora, mi precisava di non provar rimorsi per questo. Che discorsi! Non poteva provar rimorsi. L’amavo troppo e l’ho trascinata nel grande brivido dell’esistenza. Del resto, il conte se la faceva coll’adulterazione delle derrate. Quando Any usciva dal mio studio, da qua, mi veniva da baciare il ritratto, prima che il marito se lo portasse a palazzo. Da allora mi ha viziato, in tutto. Coi profumi, i cibi, le carezze, i complimenti. Mi ha soggiogato, sì, è la parola giusta. Anche adesso viene qua a controllare se la tradisco. Annusa a l’aria, tasta il nostro divano. Com’è dignitosa e buffa in questi sopraluoghi. E sempre con classe. ”.

Buio. Piove sul lucernaio dello studio. Lampi e tuoni. Pare inverno ed è sempre primavera, invece. Olivier è disteso sul divano, depresso e annoiato, sotto una grande coperta di lana. Musica dal pianoforte colla romanza da Saint-Saëns, Samson et Dalila, sulla Primavera (scena 6° del 1° atto).

“Strano, sì strano. Any la vedo sempre con trasporto, anche se la fiamma della tenerezza s’è attenuata da un pezzo. Chiaro. Incontrarla mi fa star sempre bene, però. Giorno dopo giorno. A tavola, ieri, il conte ha accennato all’invenzione d’una trebbiatrice in America. Eppure, anche questa noia non guasta. Perché mi fa piacere la brigata a tavola, nel suo bel palazzo. Lei mi tratta come il favorito, e mi dà tutto quello che posso chiedere ad una signora in pubblico. Insomma, il piacere di abitudini collaudate. Ma proprio ieri, invece, una qualche emozione nuova l’ho provata quando le ho viste entrare assieme, madre e figlia, Any e Annette. Anche nel nome si confondono. Any e Annette. Già. Gli occhi sono proprio identici. Macchiette nere come gocce d’inchiostro su sfondi azzurri, e poi i capelli biondi, il passo imperioso. Si tenevano per la vita, lo sguardo felice, complice e vincente. Ma la giovinetta era magra e m’ha fatto capire all’improvviso che Any si sta ingrossando. Anche se la duchessa ha protestato contro le donne scheletro. Le ho chiesto, alla ragazza, come potevo continuare a darle del tu, ora che s’era fatto donna. E che donna. La madre mi ha rimproverato con impazienza: ‘Cosa? Darete del voi, ad Annette?’. Poi, si sono messe a cianciare di diete. Qualcuno ha suggerito di non bere ai pasti. Ero nervoso, non so perché. All’improvviso le ho detto, alla ragazza, che poteva far tesoro di quelle conversazioni. In poco tempo avrebbe capito i discorsi che contano in società, gli argomenti e i gusti del suo ambiente. Una scuola perfetta per diventare gentili e insignificanti, i mondani che non mancano mai a nessun ricevimento e che dipendono come umore dall’intensità del saluto che ricevono al Bois. E non stavo esagerando, certo. Del resto, nelle case degli aristocratici non si sa neppure ridere. Meglio, molto meglio una caserma. Ad un certo punto hanno voluto far la prova del ritratto di Any, che campeggia nella parete di fondo del salotto. Ho piazzato la lampada a riflettore che il domestico aveva trascurato (e sì che lo spiego bene ogni volta!). E allora subito i confronti e i complimenti al mio pennello e alla natura, alla mia arte e al mistero della maternità. Quando hanno annunciato che stava per arrivare questo marchesino di Farandal, nipote della duchessa di Mortemain, e discendente da illustri avi, intimi dei sovrani di Francia, mi sono irritato. Inutile negarlo. Mah. Il conte vuole dargli Annette, perché convinto che tornerà la monarchia. Già. Questa parentela gli serve. I soldi li porta lui, sempre abilissimo nelle speculazioni. I titoli, invece, li assicura questo ragazzo di 28 anni, che cavalca con passione (e il padre è morto per una caduta da cavallo!), chiamato ai cotillons più importanti d’Europa. Come è entrato, il monocolo all’occhio sinistro, alto, i baffetti rossi, un tipico ufficiale in carriera, affezionato molto agli esercizi fisici più che a quelli del cervello, l’ha guardata, Annette, come a valutarla, esperto di feste e bellezze. Io lo conosco bene. Frequentiamo le stesse società sportive, le stesse palestre, spesso cacciamo assieme. E a lui certo gli sarà apparsa un vino ancora acerbo. La ragazza, già. L’ha avvolta con un’occhiata professionale”.

Buio. Silenzio. Continua a piovere, anche se con minor violenza. Tace il vento. Olivier si fascia colla coperta. Ha brividi di freddo. Sembra proprio inverno.

“Any mi aveva inviato un biglietto per avermi di nuovo con sé, a casa sua. E io sono corso trafelato e felice. Troppo felice rispetto al solito. Stavo nel loro salotto ad aspettarla e guardando in uno specchio alla parete mi son visto le guance cascanti e la pelle increspata. Un vecchio, di fatto. La ragazza è entrata alle mie spalle, non me l’aspettavo proprio, e mi ha chiamato subito ’Signor Bertin’. Sì, mi dava del voi. E io ’Come stai, piccola?’. E lei a ripetermi che lo intimidivo per cui le era impossibile darmi questo ’tu’. E che non ero né troppo giovane né troppo vecchio. Avevano organizzata una passeggiata in carrozza al Bois de Boulogne. L’aria era frizzante di dolcezza, tepida e piena d’amore. Un clima di vacanza. Che gioia vivere una primavera del genere! Any era davvero contenta. Siamo sfilati in landò, incrociandone altri, mentre gli usignoli cantavano ebbri di luce. Annette s’è lamentata perché il Bois non era occupato solo da vetture padronali. Viziata, la fanciulla! Pareva una nave che uscisse per la prima volta in mare aperto, mentre Any accanto la controllava fiera della somiglianza tra loro. La stessa carne, infatti. Come un’appendice, una continuava l’altra. Strano, no? Commentavano le belle donne che venivano loro incontro. Scartavano le brutte. Non le vedevano nemmeno. La duchessa di Mortemain a un certo momento mi ha rimproverato di amare le donne solo quando sfioriscono. E io ho risposto allora, nella mia qualità ufficiale di pittore delle signore, che preferivo la donna quando libera tutta la sua bellezza virtuale, una volta arrivata al periodo della maggiore fioritura. Ma per far questo ci vogliono anni, appunto. Anni. Come il vino di qualità. Anche perché i volti giovani sono per lo più insignificanti. Non so perché, ma volevo difendere la madre contro la figlia, dare una gentile lezione a quel doppio capriccioso di Any, in cerca di cavalieri e di amazzoni. Bella e superficiale, come tutti i ragazzi”.

Buio. Quando riappare la luce, Olivier gira su e giù, per lo studio, parlando all’inizio coi camerieri. Sta ordinando il pranzo. Quindi, accende una sigaretta e si rivolge al pubblico.

“I gamberetti all’alsaziana. Mi raccomando. Saremo in quattro, io, la duchessa, Any e la figlia. Voglio fiori freschi davanti ad ogni posto. Per il resto, tieni conto della lista delle vivande scelte dalla contessa. Io vado al circolo a tirare un po’, oggi mi sento in gran forma. Un buon assalto è quello che ci vuole, poi una doccia fredda, perché è aprile, e la linfa torna di nuovo con tutte le sue foglie. L’ultima volta, a parlar con due soci, il marchese di Rocdiane e il conte di Landa, per poco mi usciva il nome di Any dalla mie labbra. Loro esaltavano l’amore delle sgualdrinelle. E mi interrogavano per sapere con chi mi sfogavo, quando non tiravo di scherma. E io citavo le modelle. Rocdiane ha affermato che un uomo di 50 anni purché vigoroso trova sempre un angelo di 18 anni pronta ad amarlo. E comunque, ha aggiunto, le cocottes non distinguono tra uno di trenta e uno di sessanta. Poi siamo passati nella sala dell’orchestra. Suonavano una sinfonia di Haydin e io ho scoperto che ripensavo alla mia Any, ma stavolta assieme alla figlia. Non riuscivo a separare l’una dall’altra. Era la passeggiata nel landò che mi tornava su, a poco a poco, come un delizioso rigurgito, e la rivedevo al dettaglio, in modo nitido. Chissà perché, poi. Mah”.

Buio. Poi lo studio riappare trasformato in un quadro, grazie a proiezioni sulle vetrate delle pareti. Ecco dunque il Parc Monceau, coi viali, e l’Avenue Velasquez. Olivier lo percorre lentamente, come se avesse al suo fianco la ragazza. Dal piano una frase struggente da Notte trasfigurata di Schönberg.

“No, non perdo il mio tempo con te. Any oggi aveva il comitato delle Madri francesi e dunque era peccato rinunciare ad una passeggiata in questo paradiso. Non preoccuparti, piccola. Mi fa bene camminare, certo. Niente di meglio per rallentare. Ah, so io cosa. Qua si incontrano marmocchi e balie, e poi io adoro le statue vicino ai cespugli, quelle che si abbracciano o quelle che sognano appoggiandosi ad un ginocchio. No? Io qua ci vengo spesso, a cercare ispirazione. Anche per vedere come si agghindano le signore cui dovrò fare il ritratto. Sì, ti piacciono i bambini? Verrà anche il tuo tempo, non temere. Come? Ah, adori cavalcare? Ma scusa, e le anatre allora? No dico, ma le anatre sul lago sono poco belle? E i cigni? Li vedi i cigni? Come sono maestosi, anche se si accontentano di poche briciole. Strano, vero? Vedi quella fanciulla povera, che fantastica sulla seggiola, il libro spalancato sul grembo? Mi piacerebbe farti un ritratto in quella posa. Ma sì. Non so perché, oggi sono proprio contento. Dev’essere l’aria, deve essere questo aprile, il parco, il lago, la tua vicinanza. Perché mi sei cara, molto, molto cara, Annette, lo sai no? Siamo fortunati, noi, però. Come, cos’ho? Ah, dici che all’improvviso mi sono oscurato? Non so. Il fatto è che quei poveri là non si possono permettere nemmeno una seggiola. Oh, mio Dio, Annette, hai la voce di tua madre. Il suo tono.
Incredibile. Dalle tue labbra, lo stesso suono. Che buffo. E mi riporti indietro, a 12 anni fa, quando ho visto tua mamma per la prima volta. Quando le facevo il ritratto, ti ricordi vero? Mi vien voglia di correre. Come fossi un ragazzino. Dai, rifacciamo per la terza volta il giro del parco”.

Buio. Di nuovo, il pianoforte manda la pagina musicale di Samson et Dalila. Olivier, sempre in camicia e calzoni da smoking, siede sul divano e parla col pubblico trasognato. E’ notte. Ogni tanto si alza e accende lampade varie, di foggia diversa. Vuol ricreare la luce giusta.

“Strano, strano davvero. Non ho più voglia, dico, davanti ad una tela vuota. Voglia di facce, di corpi, di abiti, di pose, di modelle. Basta, basta. Che senso ha, poi. Il pennello in mano, non riesco a concentrarmi. Non ho voglia di soggetti. Quello che mi manca, è una famiglia. Mi manca Any. Sono stato da loro stasera. Già. Un tuffo al cuore. Ho provato l’impulso improvviso di passare da lei. Tutt’a un tratto. Lavoravano entrambe, sotto paralumi rosa di una doppia lampada di metallo inglese, con uno stelo lungo lungo. Stavano confezionando una grossa lana grigia con aghi di legno. Guardavo le loro mani procedere sicure e non sapevo più cosa fare. Ero tentato di inginocchiarmi. Era una coperta per i poveri. Avrei voluto essere io suo marito. Poter stare con lei, con la contessa, a casa sua. A non far niente. A pascolare di abitudini. E la voce della ragazza, poi! La madre le aveva proprio lasciata tra le labbra i suoi suoni. Desideravo star solo con Any. Ma allo stesso tempo le volevo vicine, vicine l’una all’altra, vicine a me. C’erano altre quattro lampade di porcellana cinese che spandevano una pioggia rosa sulle due teste. Due macchie che mi risucchiavano tutto. Volevo sprofondare in quelle macchie, annullarmi in quel colore. E’ arrivata gente e l’incanto è svaporato. Si son fatti pettegolezzi su questioni di corna. Io mi sono irritato. Ma volevo parlarle, parlarle a tutti i costi. Dirle il caldo che mi passava nell’anima. Alla fine, gli altri si si sono allontanati. E la contessa allora mi ha accarezzato i capelli. Mi voleva consolare perché erano ormai tutti bianchi. Non volevo lasciarla. Non mi bastavano le cene ufficiali, non mi bastava dirle che l’amavo. Volevo qualcosa d’altro, ormai”.

Buio. Brusio di folla ad un’esposizione. Ombre di persone alle pareti, allorché si riaccende la luce. Bertin, elegantissimo, in completo grigio, camicia e polsini e pochette, illustra un suo quadro, due contadinelle al bagno in un ruscello, nella Sala delle Belle Arti. Ma intanto si confessa al pubblico.

“In realtà, continuavo a osservare il giovane Marchese di Farandal, suo promesso fidanzato. E mi dicevo come può una fanciulla così preziosa, così pura, così, così tutto insomma, come può tollerare lo sguardo impunito, sfacciato di quel bellimbusto, che già la considerva sua, in una maniera tanto volgare. Sì, lui la valutava fisicamente. Esperto di donne, quel giovanotto, già. Any elogiava il mio quadro, ma io spiavo il cappello grigio di Farandal e controllavo se lanciava ancora su Annette quelle sbirciate sensuali e tracotanti. La spogliava in pubblico, sì, la spogliava in mezzo ai quadri. Ma in fondo, che diritto avevo io? Cos’ero, dopo tutto? Era forse mia figlia? E allora, perché? Any sta facendo una dieta, evita l’acqua ai pasti. La pelle le si increspa e assume un colorito giallastro. Vuol essere magra come la figlia. E intanto la veste come fosse se stessa. Vogliono confondermi, per forza. Farmi impazzire, magari. A volte, per gioco, mi ingiungono di chiudere gli occhi, e mi invitano a distinguere chi sta parlando e io mi sbaglio spesso, in quei casi. L’ardore per la madre si mescola alla tenerezza per la figlia. Inevitabile, no? E la madre non mi è chiaro se sia lusingata di questo mio strano sentimento. All’inizio, la portava nel mio studio, che era ancora piccolina, per tenermi a freno, quando veniva a posare per il suo ritratto. Per frenare i miei bollori. Buffa la vita, no?”.

Buio. Campane a morto. Vento furioso. Rumore del mare. Quando torna la luce, Olivier sul divano legge e medita su una lettera di Any.

’Colla morte di mia madre, non c’è più nessuno che si ricorderà di me bambina, le mie gonne corte, le mie risate, il mio broncio. Sto qua, nella tenuta di Roncières. Penso al suo bel volto ora sotto terra e in una spaventosa putrefazione’. Questo mi scrive e io le rispondo che senza di lei non posso vivere, che Parigi mi pare una tomba senza il dopocena nel suo salotto. Nelle strade la vedo dappertutto. La contessa intendo dire. Poi lei mi manda un’altra lettera, dove mi informa che Annette va a cavallo e nonostante la tristezza, (era molto legata a sua nonna) torna ogni volta splendente di giovinezza, gli occhi pieni del profumo dei campi. E io, altra lettera, le propongo di fare un ritratto alla ragazza, anche perché le confondo ormai nel pensiero. Questo lo tengo per me. Ovvio. Parigi è un forno in questi giorni. Ieri sono stato in una trattoria. C’erano uomini calvi e obesi, sudati, il panciotto sbottonato, mentre il cibo intorno si spappolava in una calura orribile. L’odore del formaggio purulento. Allora le scrivo che quella libertà non mi va più. Voglio tornare da lei, star sotto di lei, respirare la sua aria, la vostra aria, il bicchiere che bevo è il vostro, il pane che mangio è il vostro, la poltrona in cui sonnecchio e mi prendo certe libertà è mia è sua è vostra, e così il fuoco che mi scalda. Son tutto vostro, sì, vostro. Poi mi accontento di andare a cena col marito, il Conte di Guilleroy, al Cafè des Ambassadeurs, sulla terrazza. Gli sono in fondo affezionato. Lui mi parla di donnine, vuole notizie di sgualdrine famose, dice di invidiare la mia condizione di scapolo. Ed è lui che mi spinge ad andare a sollevarla dal letargo e dalla depressione in cui s’è rannicchiata, nella tenuta di Roncières. Mi precipito da lei, allora, cioè da loro. La ragazza non faceva altro che correre sul prato con Julio, uno spaniel, e Any intanto si nascondeva a me, temendo di avere, con tutti quei pianti, una brutta cera. Alla stazione mi ha mandato la figlia in carrozza. E io invece voglio solo starle vicino. Non chiedo altro. Non mi interessa la condizione del suo volto. Quando alla fine l’abbraccio, mi mormora ‘Ti amo’. E io le spiego che quando dal treno ancora in movimento l’ho vista arrivare, intendo Annette, ho creduto in un primo momento che fosse lei. Il sangue m’era salito al cervello. Come una fiammata, il tempo fermato e tornato indietro”.

Buio. Quando si riaccende, il piano manda una pagina di Ciaikovskij. Luce abbagliante sopra il ritratto enorme, a grandezza naturale, di una signora a lutto, i capelli infiammati di biondo, gli occhi azzurri punteggiati da granellini neri. Olivier cammina su e giù, e si tormenta le mani. Fuma in continuazione.

“Perché volete tornare a Parigi? Stiamo così bene qua, nella vostra tenuta a Roncières. Ho bisogno delle mie abitudini, di vedervi vicina a me. Magari anche con Annette, certo. Mi sento vecchio ormai. Devo rubare gli attimi di felicità che mi passano accanto. Voi siete turbata per la morte di vostra madre. Mi dite che nella vita tutta passa, chequel che è buono si guasta. Ragione di più per stare così il più possibile, no? Come, perché mi rimproverate che io amo non voi ma la vostra immagine in società? Cosa, voi sfiorita? Ma scherzate, contessa? Ieri sera però, nel bosco, confesso, mentre camminavamo tutti e tre, io in mezzo a voi e a vostra figlia, sì, chiudevo gli occhi e mi lasciavo trasportare da un sottile incanto. Non distinguevo più le vostre persone. Avete la stessa voce. L’ho detto più volte questo, vero? Ma è così, ma è propriocosì. Ma a giocare collaragazzanel campo di tennis, che emozione ho provato! Annette a testa nuda, gli occhi lucenti, le caviglie e metà dei polpacci scoperti, io in pantaloni di flanella bianca, il mio candido berretto a visiera, io e lei che corse! Le si sono liberate delle ciocche, le forcine incapaci di trattenere la capigliatura. Voi siete scesa per stare con me, e io ho preferito correre, come gatti che inseguono pallottole di carta. Ma volevo vincere la ragazza. Dovevo stare al gioco, mostrarmi ancora giovane. Essere giovane. Non c’è altro, nella vita, contessa! Vi ho accompagnate al cimitero, a rendere omaggio a vostra madre, ma io pensavo ad un nuovo ritratto, quello ad Annette, una scusa per assoggettarla, trattenerla nelle sue corse. Non potevo reggere a quel ritmo, però. Le ho, vi ho anche proposto il dono di una spilla a forma dei fiori preferiti. Le ho stretto il braccio all’improvviso, per chiarirle il mio proposito. Voi però eravate meno selvaggia, da giovane, più fiorente, perché allevata in città, non all’aperto nei campi. Annette invece pare un animale indomito. Cosa ci posso fare se mi sento ancora un giovinetto, se mi vien voglia di correre, di prendere farfalle? Baciavo il suo cane Julio, sì lo baciavo sul muso come fanno le donne isteriche. Insomma, contessa, perché volete tornare a Parigi? Non si sta bene qua? Ieri notte passeggiavo nervoso in giardino e fumavo. Voi mi avete scorto dalla finestra. Anche voi dunque non riuscivate a dormire. Ma perché partire, contessa? Perché Any? Perché rompere questa magìa? Pure i vostri amici adesso insistono col discorso che vostra figlia è ora identica al ritratto che vi ho fatto 12 anni fa. Che è sbocciata, che siete voi ritornata sulla terra. Non dovreste temere, però, di essere detronizzata. Sarete sempre voi la regina nel mio cuore, se non nel vostro salotto. Ma perché tornare a Parigi, così all’improvviso? Per farla incontrare col Marchese de Farandal, per caso? Quel che vi chiedo è solo se vostra figlia può concedermi poche ore di posa, sto schizzando la Meditazione. Tutto qua. Lei mi servirebbe davvero. Magari domani pomeriggio”.

Buio. Poi, una grande tela bianca, enorme, quasi un sudario, eretto al centro della scena. Olivier, eccitato, le matite in mano, scarabocchia qualcosa su fogli sparsi sopra il divano. Dal piano la romanza da Saint-Saëns, Samson et Dalila, sempre quella sulla Primavera. Ogni tanto, lui vuota su di una assicella i tubetti di piombo da cui schizzano fuori serpentelli di colore, e li mescola alla ricerca di variazioni cromatiche. E intanto parla a entrambe le donne.

“Ma non ti ricordi, proprio non ti ricordi della ragazza povera che sognava, il libro aperto sulle ginocchia, nel parco, durante la nostra passeggiata nel Parc Monceau? Ah, non ricordi più. Hai altro per la testa, tu. Vedi che ti sto dando del tu. L’hai notato che se mi sforzo, ci riesco? E tu no, invece! Già. Contessa, cosa dite, andrebbe bene come libro la Légende des siècles? Vero? Ci sono dei versi sulla Povera gente, a pagina 326. Sì quelli, leggili, falli entrare dentro il tuo cuore, fino in fondo. Così, così. Ehi, sss, sss, contessa, guardate, sta piangendo. E’ una lagrima, quella. Vostra figlia s’è commossa. Non è una lagrima, quella? E non è bella in questo momento? Identica a voi, a voi di una volta. Come? Cosa? Sì, vengo più vicino. Sì, dite, dite pure. Come? Perché dovrei sospendere la seduta? Non devo più farle il ritratto? Ma perché? Ma perché? Scusate. E’ come quella volta nella vostra tenuta. Si stava così bene, noi tre da soli. Come? Il mio è solo l’affetto di un padre! Cosa andate a pensare! E’ il lutto recente che vi ha colpito. Non è possibile accusarmi di una infamia del genere. Io galante, io galante con vostra figlia? Ma cosa dite mai? Sì, parlo a voce bassa. Non temete. Non può sentire. Ma cosa? Ma cosa? Io, io innamorato di vostra figlia. Ma se è come una figlia, per me! Io amo voi, e se anche vostra figlia vi assomiglia, in una maniera però tutta sua, più selvaggia e sgraziata diciamo la verità, questo non significa che finirò per amare anche lei. Sì, io l’amo come un padre. Né più né meno. Quando la portavate qua, tanti anni fa, che era una bambina di sei anni, avete dimenticato, eh, avete dimenticato, eh, cosa è successo quando vi siete decisa a lasciarla a casa? Come vi supplicavo cogli occhi di venire da sola ogni volta che entravate con lei? Come? Cosa c’entra? A Roncières son venuto perché me l’ha chiesto vostro marito, non perché c’era lei. E poi, non sapete che nella vita si può amare una volta sola? Come? Io odiare il marchese di Farandal? Avversione per lui? Io fumerei di più, di recente? Mi son deciso a proporvi questo ritratto solo perché da un po’ di tempo non trovo soggetti capaci di stimolarmi. Tutto qua. Sono sospetti non degni di voi! Non hanno alcun fondamen to! Il fatto che non frequento più il circolo, che non vado a perder tempo coi colleghi a parlar di donnine o di partite di caccia, il fatto che tutto ormai mi annoia, tranne stare con voi, dovrebbe farvi piacere. Io sono solo vostro. Cosa andate a pensare, via, contessa, ma per favore. Perché quella faccia, poi? Voi sarete sempre la più bella del reame. Questo non si discute”.

Buio. Poi, dal piano una romanza di Schumann. Olivier è seduto sopra un cuscino, vicino ad Any che sta lavorando al copriletto per i poveri. L’uomo, sempre fumando, si sporge verso la donna, sussurrando in modo che la figlia intenta a suonare non possa sentire.

“Non è vero che fumo troppo. Se la guardo, è colpa della musica, contessa. Ma per favore. Non ricominciate. Siete troppo crudele. E’ la musica che mi ipnotizza. Non è vero che la sto guardando anche in questo momento. Cosa? Io non mi accorgerei che la guardo come? Vi sembro un assetato che beve acqua fresca? Poetico, ma assurdo. Vi assicuro. Assurdo. Mi fate passare per uno studente che si affaccia sulla strada appena l’istitutrice non lo controlla! Son troppo vecchio, io, per essere paragonato ad uno studente. Ma per me, venire nel vostro salotto, vedervi sotto la lampada china a sferruzzare, e sì, ma sì, colla bimba alle vostre spalle, è come avere pace, entrare in un quadro più bello della vita infelice, trovare una casa. Casa mia. Finalmente. Non è più una bimba? Certo, me ne sono accorto, è una donna ormai. E con questo? Vi sembro eccitato da un po’ di tempo? Come? L’episodio dell’altro giorno, dal gioielliere? Quando Annette, sììì parlo piano, piano d’accordo, mi ha rimproverato perché le do del voi, perché ho smesso di darle del tu? Ma se è una donna ormai, una donna che andrà sposa tra poco, no? E come potrei dare del tu a una giovane sposa? Davanti al marito, magari? A quello là poi, ma sì. No, non è vero che lo odio. Cosa dite? Lo so benissimo che volete concludere in fretta e furia questo matrimonio. A proposito, questo bellimbusto, capace solo di andare a cavallo, sarebbe l’uomo adatto per vostra figlia? Oh, per me, non sono suo padre io. Non ci penso affatto a queste nozze. Fatele pure. Si tratta solo di un cognome nobile che insegue una ricca dote per i suoi vizi. Ma fatele pure. Fatele pure, queste nozze. Contenti voi. Per me. E dunque. Sì, è vero, sto fumando troppo, e sono anche dimagrito. Ah, sarebbe innamorato il giovanotto? E da cosa lo? Ah, dallo sguardo, avrebbe uno sguardo tenero quando le parla? Ma sììì, abbasso la voce, tanto non ci sente! Ancora con questa storia! Basta, scusate. Vado via piuttosto. Vado via, allora”.

Buio. Poi, sul divano, fumando come fosse al confessionale o in analisi, Olivier si rivolge ad Any. Luce in penombra e brusio di folla che sale dalla strada.

“Avevate promesso di non insistere con questa storia. Non ho perso la testa, ve lo giuro. Ma perché volete tormentarmi? Non è vero che l’amo! No, non siete vecchia. E lei non è più bella di voi, né rispetto al voi di oggi né a quello che eravate, quando. Quando insomma eravamo più giovani, io e voi. Sempre stata più bella voi. Meno selvaggia. Più, più, più. No, non è vero che sto piangendo Any. Ma è vero che mi sento perduto. Non so cosa sia. La gioia del successo mondano, del resto, non dura all’infinito. Parlano, sui giornali, dei nuovi pittori emergenti e li lodano in quanto non seguono la ‘mia arte invecchiata’. Sì, contessa, hanno scritto così. Mi, mi considerano un pittore superato. Ecco perché fumo. Ecco perché mi vedete così tormentato, se proprio volete saperlo. La gloria se ne va via collo stesso passo veloce e improvviso con cui era arrivata. Devo rassegnarmi a questo mutamento. Ritratti ne farò sempre, ma non più per le persone importanti. Inevitabile. Tanto, a questo mondo sono altre le cose che contano. Quali, mi chiedete? Lo sapete bene a cosa mi riferisco. Come? Ancora? Cosa andate a insistere con questa storia! Siete voi che volete straziarvi. Sembrate una barca che non vuol lasciar la tempesta che la fa affogare. Cosa? La copia del vostro ritratto? No, non l’ho distrutta! La tengo nascosta. E’ nell’armadio a muro. Non è vero che lo lascio là per paura di vedere vostra figlia che mi tenta. Ma come potete pensare questo? Chi vi ha messo in testa questo sospetto? I suoi sorrisi, i suoi riccioli biondi? Certo, mi commuovono. Alla mia età, però. Ho tutti i capelli bianchi. Lo dite sempre anche voi. E dunque. Ma andiamo Potrebbe essere mia, nostra figlia! Non sono una banderuola al vento, io. E perché dovrei continuare a negare poi, se fosse vero? In caso, si tratterebbe solo di un sentimento muto. Non le ho mai fatto capire niente. Niente di niente. Mai. Non faccio la corte alle ragazze, io. Tanto meno a vostra figlia. No, non sto gridando. Perché dovrei gridare? E non fate quella faccia”.

Buio. Rumore di acqua e di vento. Di tempesta, insomma. Col ritorno della luce, il personaggio giace sul divano, di nuovo moribondo, la voce strascicata come all’inizio dello spettacolo, col braccio che si muove a mulinello tastando l’aria in cerca della ragazza. Ogni tanto si accorge che vicino c’è solo Any, la madre. Il piano manda romanze dal Faust di Gounod.

“Sì, era tutto finito da tempo, da quando è entrata lei nella nostra vita. Tra voi e me, dico. Capite, Any. Amica mia, non vi ho chiesto che questo. Por-ta-te-me-la qua. Devo chiudere i miei occhi colla sua immagine. Presto, però, presto, prima che. Io non vedrò in ogni caso la sua crescita. Io non ci sarò più quando sarà matura, quando avrà figli, quando avrà anche lei il suo bravo amante, come voi l’avete avuto. Sono stato io quello, già. Forse lei lo sapeva, vero? L’ha sempre saputo, vero? Per questo, non mi ha, non ha potuto...Quando sarà una matrona imponente, quando comincerà ad invecchiare, io non le sarò accanto. Non vedrò il suo sorriso di fiamma sfiorire a poco a poco cogli anni. Non ricorderà neppure il mio nome. Com’è ingiusta la vita, no? Dovremmo tutti essere coetanei! Non così tremendamente sfasati. E la pendola, quella maledetta pendola continua oscillando a segnare il ‘va va vaaaaaaaa’ delle ore e delle giornate, il suono ignobile degli attimi che sfuggono uno sull’altro. E così è questa pendola che altera il nostro ritratto quotidiano, che scava tra di noi abissi, che alza muri invalicabili. Sarebbe bastato per me nascere trentanni dopo o per lei venire al mondo trentanni prima e allora sarebbe stata miaaaaaaaa. E voi, contessa, intanto vi tingevate di biacca, maneggiavate polveri e piumini e spazzole sulla pelle per assomigliare a lei. Tutto invano. Io spiavo lei, Any, di nascosto da voi, era a lei che tendevo come un mendicante. Sì, sì, sì. E lei invece pregustava le feste che l’ avrebbero consacrata regina, gli sguardi ebbri degli spasimanti, il fidanzato che cominciava a piacerle, carico di promesse e di energie. La sua folle voglia di essere felice. Voi, Any, ma sì, soffrivate per me, mentre io soffrivo per vostra figlia. Questa è la vita, no? Quando ho portato tutti voi all’Opera, a vedere il famoso tenore Montrosé nel Faust di Gounod, e lei piangeva commossa dalla sua voce e dalle sue battute, ero furioso, sìììììììììììì, furioso. Eravate nel mio palco, voi Any, vostro marito, la duchessa, il marchesino di Farandal vicino, quello che sarà suo marito fra poche settimane, se Dio vuole non vedrò questo strazio, questo scempio. E nel mio palco lei piangeva per Faust. Quando le ho annunciato che avevo preso i biglietti, mi ha anche baciato sulla guancia per l’entusiasmo. Il fresco delle sue labbra così vicine alle mie che queste gambe si son messe a tremare, sììììììììì, a tremare. Ma che disgusto scorgerla commossa, anzi rapita da quel vecchio trombone, da quel guitto da teatro, che fingeva di spasimare, e in mezzo a quel tumulto di mondanità, di falsità, di gente che va dove deve essere, tra gli intenditori che si chiedevano se la voce del cantante era la stessa nonostante il passare degli anni, appunto. E intorno nobili che disprezzano gli artisti, teatranti che disprezzano i pittori perché la scena dà loro un immediato successo. Che orrore, che orrore questa vita, contessa. Non c’è niente, non c’è niente per cui valga la pena vivere, Any. Credetemi. Lo scoprirà anche lei, prima o dopo. Spero più tardi possibile. Non avere più nemmeno il diritto al desiderio, un desiderio ormai sterile. Non avere diritto alla speranza. Non aspettarsi dal futuro se non la desolazione di sapere che non potrai essere amato da chi vuoi tu. Ma quando Faust cantava “Je veux la jeunesse” rivolgendosi al demonio, erano mie quelle parole, era la mia situazione. Sì, lei si commuoveva per la voce del pagliaccio, davanti a me, e ignorava la mia pena. E quando Faust gemendo cantava ‘Laisse moi, laisse moi contempler ton visaaaaaaaaaaage’ alla piccola Margherita, io la vedevo solo di spalle ed era mia quella preghiera. Ma è sempre stata inafferrabile, sfuggente. Un animale selvaggio e misterioso. Voi, Any, in questo, eravate tanto, ma tanto più comprensiva e generosa. Sììììììììì, Any, io l’amo e lei nemmeno mi ascolta. Lo vedete anche voi! Io vi ho chiesto una sola cosa. Di portarmela qua. Mi avete finora accontentato in tutto. E questa volta no, invece. Non è un capriccio, questo, mia povera Any. Sì, vederla per l’ultima volta. Tanto, lei non saprà maiiiiiiiiii. Tanto. Ve l’ho promesso. Non c’è, vero? Non è venuta! Ma è colpa vostra, che non l’avete chiamata, oppure è lei che non vuole? Ditemi almeno questo! Lei non sa nulla di me, non lo saprà mai. Come non deve sapere di noi due. Any ed Anneeeeeeeeeette. Annette ed Any. Già. Perché l’avete messa al mondo? E perché porta il vostro nome, e i vostri occhi, la vostra voce e il biondo terribile nei capelli? Come voi, come voi. Così, i miei nervi negli ultimi tempi erano tesi e complicati, come dentro una nebbia. Vi confesso, sì, vi confesso, che io l’amo oggi più di quanto non ho amato voi in passato, perché allora ero giovane e i giovani non sanno amare colla disperazione dei vecchi. Io sono suo come la casa che brucia appartiene al fuoco. E questa mia confusione è più forte della morte. Siete voi adesso che mi baciate o è vostra figlia, contessa? Chi mi dà questi piccoli baci, questi baciiiiiiiini lenti e leggeri, come le dita di un bambino? Ma sono baci inutili perché non mi riportano la vita e non sono quelli che vorrei. La carne resta sfatta, resta immobile. Sarebbe bastato che non aveste questa figlia, Any. Avrei continuato a volervi bene. Saremmo invecchiati vicino come due bravi sposi, fedeli e rassegnati. Vostro marito ha le sedute alla Camera. E dunque. Sì, sarei stato felice se non aveste avuto questa figlia. O meglio, almeno sereno. Le lettere, le lettere, ah sì le lettere, mi raccomando. Bruciatele, fate diventar cenere le parole d’amore che mi avete scritto. No, non è sangue quello che sgocciola, ma solo la cera dei suggelli che si fonde alla fiamma del caminetto. No, cosa volete che faccia il medico? Lo fate tornare qua, e perché? A che serve? Vi ho chiesto altro, io. Mi stringete le mani, e io non ho più forza. Sono mani già sepolte, queste. Non vi vedo piùùùùùùùùù, Any. Contessa, ma dov’è, ma dov’è lei in questo momento? Almeno questo, ditemi. Io devo saperlo. Perché non la portate qua? Volevo solo controllare la sua faccia. Se piangeva come all’Opera. Di cosa avete paura? Aiuuuuuuuutoooooo!Anneeeeeeeeeeette, Aiutoooooooooooooo”.

Buio.


Paolo Puppa è ordinario di storia del teatro e dello spettacolo alla Facoltà di Lingue e di Letterature dell’Università di Venezia, nonché direttore del dipartimento delle arti e dello spettacolo nel medesimo Ateneo. Ha insegnato in università straniere, come a Londra, Los Angeles, Toronto, Middlebury, Budapest, Parigi, Lilles. È autore di numerose monografie sulla scena e sulla drammaturgia, di studi su Pirandello, Fo, San Secondo, Rolland, Ibsen, Goldoni, Brook. In particolare, Teatro e spettacolo nel secondo Novecento, Laterza, e Il teatro dei testi, Utet. Sta curando, in qualità di coeditor, per la Cambridge University Press The History of the Italian Theatre, e per l’University di Princeton Encyclopedia of the Italian Literature. Come dramaturgo, organizza seminari e laboratori in giro per il mondo, e come autore ha numerosi testi, premiati e tradotti in più lingue, tra cui Venire, a Venezia, Bompiani e Famiglie di notte, Sellerio.



8 agosto 2006


Gli altri articoli della rubrica Teatro :












| 1 | 2 |

26.04.2017