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L’amore esiste ?

Riusciremo ad andarci tutti sulla Luna?

Moira Bruni

“Senza sapere cos’è l’amore. Questa condizione nella quale molte ragazze si sposavano un tempo dalle nostre parti, trascorrendo l’intera vita senza conoscere questo moto dell’animo, confondendolo con il rispetto, la rassegnazione, il dovere, l’abitudine. Morirono insomma, senza intuirne neppure l’esistenza. La storia che narriamo testimonia come la scoperta improvvisa di questo sentimento fosse dirompente, destinata a tutto travolgere”.

(30.01.2006)

Capita di ritrovare, fra l’usato ormai dimenticato di Blockbuster, un gioiello di altri tempi, per forma e contenuto, che ti riporti in vita emozioni sopite.

“Senza sapere cos’è l’amore. Questa condizione nella quale molte ragazze si sposavano un tempo dalle nostre parti, trascorrendo l’intera vita senza conoscere questo moto dell’animo, confondendolo con il rispetto, la rassegnazione, il dovere, l’abitudine. Morirono insomma, senza intuirne neppure l’esistenza. La storia che narriamo testimonia come la scoperta improvvisa di questo sentimento fosse dirompente, destinata a tutto travolgere”.

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Christiane Apprieux, "La forza dell’elemento", 2009, bronzo a cera persa

Questo illustra uno scritto che apre il film, Il testimone dello sposo.
E’ un film del 1997 di Pupi Avati. Se anche lo si guardasse senza saperlo, lo si riconoscerebbe come suo: lo stile, le atmosfere riportano immediatamente ai suoi film che considero più belli: Storia di ragazzi e di ragazze, Una gita scolastica, Festa di laurea, Il cuore altrove, La seconda notte di nozze, solo per indicarne qualcuno.
Avati ha dato la possibilità a molti attori, con un talento spesso sprecato, di emergere, uno fra tutti: Diego Abatantuono che con Regalo di Natale riuscì a fare un salto di qualità artistica notevole.
Anche in questo film, assolutamente fuori dal tempo, il regista non smentisce le sue doti di Pigmalione.

E’ l’ultimo giorno dell’anno 1899.
Francesca (Inès Sastre) promessa sposa dal padre medico, ad un ricco spregiudicato, figlio del banchiere a cui devono parecchi soldi, attende senza alcun entusiasmo che intorno a lei tutto si compia. C’è aria di festa nella grande casa padronale: tutti aspettano le nozze ed assieme il nuovo anno, il nuovo secolo, carico di promesse ma anche di incognite.

Ognuno si prepara come può: la zia, immola tutto il suo repertorio di scaramantiche usanze al destino della nipote. Ormai zitella, non le rimane che sacrificare anche il suo vecchio amore per il futuro di lei.
Abatantuono, ha l’intensità notevole di chi ritorna da protagonista senza aver consapevolezza di esserlo. E’ il rustico Angelo, testimone di nozze voluto lì dal futuro marito di Francesca, con l’idea di convincere ad entrare in affari il poveraccio, oggi uomo ricco tornato dall’America con la sola speranza di ritrovare l’unica donna conosciuta da bambino. Una puttana.

Non ha le qualità imprenditoriali che tutti credono e la sua ricchezza è solo ereditata per sventura. Possiede, però, la sensibilità di chi non si è mai messo in affari e dona quanto ha ricevuto per caso, con la stessa inconsapevolezza.

Basta poco: ascoltare ciò che si dice della straordinaria vita di lui, guardare la sua espressione così fuori dal comune, perché Francesca lo consideri come l’angelo salvifico venuto a sottrarla da un destino così amaro.

C’è un mondo, che circonda entrambi, che vive in una dimensione assolutamente estranea alla loro, considerati l’uno idiota, l’altra pazza.
Entrambi marionette. Ognuno deve fare la propria parte, per l’occasione, e ognuno, in quel giorno, è destinato a perdere qualcosa di sé.

L’amore non esiste, questo è quanto Francesca ha imparato dalla madre. C’è soltanto nei romanzi e nella testa delle povere matte.
Allora, l’amore è un’illusione che distorce la realtà, quella vera?
Ci si può credere?
Ci si può affidare?
Una pazzia, chiederselo ai primi del Novecento. E oggi?

Pupi Avati si affida molto a personaggi assolutamente ingenui, ecco perché le sue opere non fanno mai cassetta. Sono favole vere, quelle cui basterebbe poco per credere davvero.
Il film ha rappresentato l’Italia ai Golden globe, come film straniero, ed ebbe una nomination per l’Oscar.

Sono pochi, i registi di oggi che hanno mantenuto un legame solido con il loro passato: a tratti, il film è quasi un documentario di storia e di costume.
Clint Eastwood, Robert Redford soltanto, riescono ancora, come Avati, a trasmettere il sapore dolceamaro di quello che è stato e di quello che avrebbe potuto essere “se solo...”.
E infatti una voce fuori campo recita, alla fine del film: “Riusciremo ad andare tutti sulla Luna?”

Moira Bruni. Pistoia, Lamporecchio. Poeta, lettrice d’arte e di cinema


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19.05.2017