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La flautista del "Simposio" irrompe sulla scena del terzo millennio

Ida Travi, "Diotima e la suonatrice di flauto. Atto tragico"

Giancarlo Calciolari

La casa di Anna è quella della parola, non la casa dell’essere, non la casa della gravità terrestre e universale. La leggerezza è delle cose. Leggerezza che nel testo di Ida Travi contrasta con la tragedia, presunta.

(22.11.2009)

Ida Travi in "Diotima e la suonatrice di flauto. Atto tragico" (La Tartaruga, 2004, pp. 82, € 10) legge le fiabe della filosofia e si trova a inventarne altre.

La restituzione in qualità del testo occidentale, senza più decostruzione né archeologia, non è facile. Occorre la scienza della parola che è sorta con il rinascimento sulla scia delle istanze dell’ebraismo e del cristianesimo, tra Gerusalemme e Roma. Non la scienza del discorso, che viene formalizzata a Atene, nel momento che sorge l’impero, con Alessandro allievo di Aristotele, sino a essere diventata oggi canone occidentale.

Hiko Yoshitaka, "Il dispositivo intellettuale", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Come dissipare il canone e restituire il testo, che non è mai stato scritto? Infatti, se il più grande filosofo della fine del novecento è stato Jacques Derrida, è pur vero che il suo lavoro è consistito in una postilla a Platone, essendogli servito Heidegger per precisare questo aspetto.

Ida Travi, da poeta e da scrittore, affronta la restituzione del testo con la finzione letteraria. Narra, nel senso di inventa, la storia della suonatrice di flauto che nel Simposio di Platone viene allontanata per consentire a Socrate e agli altri uomini di riflettere sul tema dell’amore; quindi sull’amore fondato sul principio del terzo escluso.

Forse la modalità narrativa di Ida Travi è ancora filosofica? Ida Travi propone il terzo incluso o istruito, come Michel Serres, al posto del terzo escluso? Nell’incluso è dato il terzo? Tertium datur? Oppure la genealogia dell’esclusione e dell’inclusione toglie l’Altro scegliendo obbligatoriamente la morte. In effetti, l’atto è tragico. Obbligatoriamente. Nel senso che l’unica libertà prevista dal canone è quella di morire. Nel senso che la suonatrice di flauto muore. Si suicida e nemmeno poi tanto velatamente. Anche la suonatrice di flauto ha scherzato con la morte? Non era riuscita a formulare un progetto e un programma di vita, malgrado la guida di Diotima?

Perché questo vero e proprio rientro in scena comporta la morte? Ovvero, perché Ida Travi constata che la suonatrice di flauto procede dall’apertura e va in direzione della qualità di vita e poi inciampa nella sua negazione?
Qual è la scena del rientro? Quella del cielo di Atene abitato dai filosofi? Quella del ricordo? E qual è la scena della flautista che non paghi più il pedaggio ai doganieri della morte?

Qual è l’occasione della conversazione della suonatrice di flauto con Diotima?
Perché Diotima, maestra di Socrate, non giunge alla comunicazione efficace con Anna, la suonatrice di flauto?

Il Simposio di Platone è l’apice della stessità sessuale, presa tra il vino dell’euforia e la cicuta della disforia. Tra la droga e il farmaco. Il simposio è il banchetto drogofarmacologico degli umani. Torna su questa scena la suonatrice di flauto. È questa la scena, o ne costituisce semmai la sua impossibile rappresentazione?
Più che un atto tragico, Diotima e la suonatrice di flauto è un’invettiva, una beffa, un modo della questione aperta. Mentre a Atene le porte sono chiuse ai poeti, alle donne, ai barbari...

Il mito della suonatrice di flauto la indica come colei che non crede nella esclusione e prosegue l’itinerario d’arte che la porta alla qualità, non alla morte. Non usa l’esclusione come leva per un fulminante ritorno, mentre tale è il suicidio, come contrappasso di questa tentazione, che è anche quella di circolare tra andata e ritorno per sfuggire alla morte.

Nessuna lotta contro la filosofia. Come nessuna lotta contro il paganesimo, come nessuna lotta contro il male. E nessuna vita per il bene, che non sarebbe altro che l’economia del male, del minimo ultimo male necessario. Il simposio non è da abbattere, da cambiare, da trasformare, da trascurare.

Non si tratta di aggiungere un posto a tavola, poiché non si tratta del banchetto della parola ma di quello della sostanza e della mentalità: della stessa torta da distribuire tra pochi o tra molti; e nulla che indichi che si tratta del cibo di vita.
Tutti i posti inclusi e esclusi dal simposio sono una fregatura, luoghi della sopravvivenza. Nessun affanno per partecipare a una sbornia controllata tra uomini.

L’arte della suonatrice di flauto di Ida Travi dissolve la credenza nella sostanza e nella sua altra faccia, la morte, con la quale è imbandita la tavola.
I doganieri dell’amore, da Alcibiade a Agatone, da Socrate a Platone, credono nella sua transitività, nella sua coniugabilità. Tolgono l’amore, che è il custode del labirinto, per vivere nel tunnel, nella prigione universale, nella caverna. Nella catena da spezzare, che giunge sino nel testo di Lacan.

Certamente rimane da scrivere l’atto di Diotima, senza tragedia, senza comicità. Qual è la sua lezione? Socrate non l’ha tratta e presume forse di realizzare il discorso di Diotima?

L’opera di Ida Travi pone una questione insormontabile alla filosofia: non tanto quella di rattopparsi con la decostruzione, il terzo istruito, o le trivellazioni dell’essere, ma quella di analizzare i suoi principi di morte e di reperire i principi di vita, la sua logica e la sua industria. Ammettere la suonatrice di flauto nella parola è porsi la questione donna.

Anna, la suonatrice di flauto: "Ma dove sono? Che posto è questo?"
Né dove sono né dove ho. Né da dove vengo né da dove vado. La questione è da dove vengono le cose e dove vanno. Senza ontologia. Se la donna è definita dall’essere, allora è presa come supporto della circolazione, che apparentemente dirige quasi sempre nell’ombra e quasi mai alla luce.

La donna come supporto dell’ontologia? Alla donna metà ontologia, che è la faccia del discorso dell’avere e del potere? L’ontologia, la gnosi, è l’empietà e l’iniquità degli umani, che non hanno nulla da guadagnare scherzando con la morte.

Luisa Muraro, prefatrice del libro di Ida Travi, s’interroga sul gesto di andare con la mente nella Grecia antica, che in Europa si ripete da secoli, e continua a rinnovarsi. Si tratta del ricordo della Grecia antica, non della restituzione del suo testo.
Non l’Europa come apertura, ma l’Europa pagana portata dall’araldica del potere. Quella del toro, per dirlo, che rapisce Europa sollevandola con le corna.

Ida Travi oscilla tra l’atto e la tragedia. Come opera, Diotima e la suonatrice di flauto (ma forse dovrebbe essere La suonatrice di flauto e Diotima) va in direzione di una vanificazione del tragico, del bestiario, della vicenda del capro, ovvero in direzione dell’instaurazione dell’atto originario, dell’assenza di credenza nella copia e nell’originale.

In nessun modo l’opera di Ida Travi va a rubricarsi in un capitolo della sistemazione ideologica della cultura occidentale. Nessun compromesso con il canone occidentale. Non ha nulla di canonico il testo di Ida Travi: quello che spinge la suonatrice di flauto è "un diniego compresso", "una forza ribaltata", quindi qualcosa che richiede un’altra analisi, proseguendo il viaggio.

L’autorità non è del padre né della madre. È una proprietà della rimozione.
Le vicende non sono umane, e restano senza segreto e senza mistero. Perché l’enigma della differenza sessuale è intoglibile.
Detta nel linguaggio comune: perché lei è suonatrice di flauto e io no? Oppure, perché Socrate compare sulla scena e Diotima no?

"Chi consegna alla vita consegna alla morte e lo fa per amore", scrive Ida Travi ne L’aspetto orale della poesia. Questo è il mito delle tre parche. Le parche, le fasi della luna? Il naturalismo? Il fatalismo naturale? Possiamo leggere in altro modo Atena, Afrofite, Era, Ecuba? Il mito della madre è il mito delle parche? Il mito delle parche sponsorizza il matricidio?

La decifrazione è matricidio. Il suo altro nome è gnosi, conoscenza, rappresentazione. Invece è questione di cifra, di qualità. E già la quantità è indecifrabile, nonché irrappresentabile.

Nessuna passione per la luce o per l’ombra. Lungo il "passaggio oscuro" di Ida Travi, lungo il filo del crepuscolo, che è lo stesso filo d’Arianna, si svolge l’itinerario di Anna, la suonatrice di flauto.

L’approccio di Ida Travi non è un commento a Platone né una sua imitazione. In tal senso l’atto è originario, senza più bisogno dell’animale fantastico che è il perno della tragedia.

Certamente la nostra vita potrebbe passare in silenzio e le nostre parole e la nostra autenticità potrebbero essere tacitate. Ma nessuno, se non gli eutanasisti ultra altruisti, può parlare al posto dell’altro. E se anche narrassimo del servo che puliva le latrine nella casa di Agatone, non per questo possiamo presumere di avergli ridato la parola. La parola sfugge agli umani, anche ai giusti.

Il testo non è ventriloquo, non parla, non comunica, non vuol dire, né vuole far sapere. L’ascolto non è del testo. Nessun rapporto con l’origine: nessuna genealogia, né paterna né materna. La credenza nell’origine è un impossibile toglimento dell’originario. Continuo e discontinuo costituiscono una coppia gnostica, che cerca l’impossibile governo dell’intervallo nella serie che andrebbe dall’origine alla fine, in altri termini nel cerchio.

L’esperienza è di vita, non della gnosi, nella quale l’essere stesso è circolare, secondo Heidegger. Nessuna esperienza della conoscenza perché l’albero del bene e del male è il ricordo di copertura dell’albero della vita. Infatti per il canone l’esperienza è non fissata ai nomi, è senza la logica della nominazione. Per questo va in tutt’altra direzione la suonatrice di flauto, proprio mantenendo l’anonimato del nome, si chiama Anna. Il cominciamento, la crescita, il lievito stanno nella funzione di nome (non di "un" nome).

Nessuna attribuzione del tempo al sapere, per renderlo critico. Nessuna attribuzione del due al sapere per renderlo alto o basso, forte o debole. Il sapere è un effetto letterale. E tra il senso e il sapere, nell’intersezione, la cifra. Senza nessun sistema di decifrazione.

Anna come nome, Anna come significante, Anna come altro dal nome e dal significante. Anna come cifra, qualità. Anna come suonatrice di flauto. Anna come dispositivo di vita, non di morte. Anche Diotima e Anna come dispositivo di vita non convenzionale. Maestra e allieva senza la circolarità cara alla filosofia.

La bella differenza, irrappresentabile, insormontabile, sessuale è senza algebra e senza geometria. E l’economia della distanza, tra vicino e lontano, non volge il distacco, che è proprietà dell’oggetto, nella presunzione del contatto.

L’uomo e la donna definiti dall’essere (essere uomo, essere donna) costituisce un antropologismo, una teoria della conoscenza. Di cosa? Della scala, che all’infinito è circolare. Della scala che Diotima di Mantinea, straniera oltre che maestra per Socrate, tende tra il divino e l’animale, con in mezzo il demone e l’uomo.

Eros è figlio di un dio ubriaco e della miseria. Né dio né uomo. Demone, semidio. Il figlio della via di mezzo. Sapiente o ignorante? Filosofo con la sua retta opinione. Sopra tutto la retta, la linea di tutti i fratricidi.

La ricerca non è del bene e del male: l’estrema economia del male per giungere al bene comporta l’eutanasia, la dolce morte data dall’amaro veleno.
Se Anna si suicidasse con il veleno, confermerebbe d’essere solidale al banchetto del rimedio, che ha il veleno come sua altra faccia.

Scrive puntualmente Luisa Muraro che bisogna fermarsi sull’inclinazione tragica del testo di Ida Travi, che ha qualche cosa d’incomprensibile perché contrasta con l’intento di dare vita e parole a chi non ne ha ricevuto la sua parte.

Come se la qualità, la cifra, potesse scambiarsi con il lieto fine. Forse per evitare il lieto fine? Forse perché dare la voce all’altro vale a togliere la voce? Forse perché nella premessa logica di "dare la voce" c’è la conclusione logica (obbligata) di "dare la morte"? Certamente, dopo aver dato la vita; ma è la stessa questione. Obbedienza alla tragedia, alla negazione della fiaba originaria?

Il cerchio che si spezza e non si chiude può risaldarsi e chiudersi. Ma il cerchio proprio non c’è! Nessuna geometria della vita e nessuna algebra. Anna non è incatenata a un’equazione di pseudo vita che la predestina alla morte. Anna non muore. Muore la pretesa che la morte renda significabile la vita.

La tragicità volge in comicità. Se n’era accorto Socrate, che forse ha cercato la realizzazione geometrica dell’algebra di Diotima, evitando il suo testo. Nessuna conoscenza della storia, nessuna fine dell’opera. La restituzione del testo richiede l’inconoscenza, le due ignoranze, quella del parricidio e quella della sessualità.

Ci sono inoltre due testi nello stesso libro, per altro breve e efficace nella sua intensità: La verità e Ritratto di Anna.
Qual è il banchetto della verità in cui si trova Ida Travi, forse quello del suo impossibile autoritratto? Ida come Anna? La questione è posta da Luisa Muraro. "Una vendetta da consumare"? La tragedia come vendetta sulla vita? Penìa è fuori dal banchetto? Poros, figlio di Metis, moglie di Zeus da lui inghiottita, esce ubriaco dal simposio degli dèi? Eros è il figlio di un’equazione tra dio e donna?

Esseri e averi presenti e abbienti di straforo? Occorre la topologia dell’asfera o della bottiglia di Klein? Gli uomini sono abbienti e presenti e le donne misere e assenti? O sono presenti i ricchi e assenti i poveri, che con il sosia di Dostoevskij cercano d’entrare in scena? O presenti i normoloquenti e assenti i ba-ba-barbari? O sono presenti gli aguzzini urlanti e assenti le vittime mute? Sono presenti i giganti della montagna e assenti gli scalognati della pianura?
Cristo era presente o assente? Ipazia era presente o assente? Giordano Bruno era presente o assente?

Anna, la suonatrice di flauto, è presente o assente? Nessuno è definito dall’essere e nemmeno dall’avere, sebbene il cosiddetto mondo si fondi sul crimine e sulla violenza per avere e per essere. Così fan tutte? Così fan tutti? Maria, no. Gesù, no. Ciascuno, no.

L’atto di Cristo sospende la credenza fondamentale, nel bene e nel male, nell’avere e nell’essere. La credenza fondamentale? La gnosi, la teoria della conoscenza di ogni cosa soppesata sulla bilancia del bene e del male. La tentazione del serpente. La conoscenza di Dio.

Dai sapienti ai filosapienti, non c’è post-filosofo che sia in condizione di scrivere un rigo intelligente sul mito di Cristo. Ognuno delira quando presume di parlare di Cristo. La teologia è svanita proprio nell’impossibile abbraccio con la filosofia.

Il testo La verità è scritto come un breve e conclusivo romanzo e per l’essenziale - inontologico e intellettuale - lascia la questione aperta: "Voglio scrivere una tragedia dove non muore nessuno. Ma come si fa...". Mentre Il ritratto di Anna è una scheggia del romanzo La flautista, che Ida Travi non ha ancora scritto, e dove la scelta di narrare la tragedia sembra obbligata. Eppure si ripete qualcosa che non è mai stato, che non c’era prima.

L’archeologia di Diotima, come della suonatrice di flauto è impossibile. Infatti, l’opera di Ida travi è un’invenzione felice, sebbene mantenga un compromesso con la tragedia, ossia con un aspetto del canone occidentale.
Occorre leggere Diotima e Anna con il mito di Maria e anche con il mito della madre, non l’archetipo degli oceanologi neri dell’occulto e delle folgorazioni da scintille nel regno delle madri.

Il mito della madre come mito del tempo che non finisce, "assente" in Freud e Lacan, e con un preciso statuto in Verdiglione. La madre è l’indice del malinteso indissipabile e che per questo dissipa ogni intesa, ogni genealogia omosessuale.
Anna, suonatrice di flauto, indica con i suoi leggeri calzari il piede e il passo del tempo. Il tempo della vita non più combattuto fra trascendenza e esclusione.

Per Ida Travi, la flautista non sarebbe andata via, ma sarebbe rimasta nel vestibolo a ascoltare i dialoghi. È la suonatrice di flauto e qualche altro del gruppo che pare in festa a sorreggere Alcibiade ubriaco che irrompe nel simposio, dopo che hanno già parlato Erissimaco, Aristodemo, Pausania, Aristofane, Socrate... Non sarebbe uscità quando l’ha detto Erissimaco, ma solo dopo l’entrata di Alcibiade? E perché non sarebbe rimasta nel vestibolo anche dopo l’irruzione di Alcibiade? Oppure perché non se ne sarebbe andata per poi ritornare con Alcibiade?

Anna, la vendetta? Andrebbe inventata l’ubriacatura di Alcibiade in un precedente banchetto per merito della flautista, che avrebbe suonato alla sua mensa? E se i discorsi della "nonima alcoolisti" non valessero di più di quelli del servo che lava i piedi di Aristodemo, perché non inventarsi la storia di quest’ultimo? La beffa non è contro l’altro, è un modo della questione aperta. Per Freud senza la strega, la teoria, ma era l’ironia, non si fa un passo.

Fuori dalla casa di Agatone accadono altri fatti? I fatti accadono dentro la casa di Agatone? Non è che invece sia questione dell’atto di parola e non più di fatti discorsivi?

Nella "Premessa", scrive Ida Travi: "Per Diotima e per la suonatrice di flauto si tratta di un vero e proprio rientro in scena dove, senza alcun portavoce, ciascuna parla per sé". In effetti, le due donne non irrompono sul banchetto. Altra è la storia, altra la voce. Non più univoco né polivoco. Più nessun soggetto, nessun portatore: la voce è insopportabile.

Il cielo di Diotima e della flautista, Anna, non è quello di Atene. Il cielo della "straniera" di Mantinea non è convenzionale. Diotima non muore, nel senso che il suo testo non è perito e trapassato immobile nelle parole di Socrate, e la sua indagine è intorno all’immortalità. Possiamo leggere il suo contributo senza più il discorso della morte. E invece Anna si suicida come Socrate?

L’inghippo è nel "per sé"? Si può parlare per sé o per l’altro? Oppure, parlando ciascuno, come dispositivo di vita, trova la sua condizione nel sé, non più soggetto ma oggetto della parola?

Allora, sarebbe proprio il caso di leggere alla lettera, geometricamente, l’affermazione di Ida Travi: "l’Atto è tragico, su questo non c’è dubbio"? Non instilla il dubbio l’affermazione "non c’è dubbio"? L’affermazione è ironica: "non c’è dubbio" è un modo dell’ironia come questione aperta, non certo dell’ironia socratica, chiusa, circolare. È anche il dubbio di Luisa Muraro: forse l’Atto di Diotima e della flautista è senza più tragedia.

Il sentiero, l’ulivo, la fonte. L’itinerario, l’apertura, l’atto. E l’atto procede dall’apertura. E "bene e male sono in balìa di forze trasfiguranti", travolti dalla pulsione duale, dalla spirale di vita. Allora si dissipa il magma, la sostanzializzazione della vita (e la sua altra faccia la mentalizzazione) e risalta la materia intellettuale, pur nell’impossibile contemplazione di una fine, narra una voce del coro:
guarda che trionfo,
guarda che splendore!

La Diotima di Ida Travi s’accorge che i filosofi si scordano della fonte alla quale si dissetano. L’ipotesi è interessante. Socrate come esecutore di Diotima, ma non nel senso che esegue quello che dice o pensa Diotima, bensì della Diotima fatta a immagine e somiglianza di Socrate stesso. In tal senso, Socrate se l’è bevuta Diotima e poi ci beve sopra. Socrate non restituisce il testo di Diotima e nemmeno Platone; a sua volta, per esempio, esecutore della mitologia egizia della nascita della scrittura. E è bastata la riesecuzione di questa fiaba egizia da parte di Jacques Derrida per farne il più grande filosofo della fine del XX secolo al banchetto della discorsività mondiale.

Bellissime le domande di Diotima a Anna: "Cos’è questa stanchezza? Da dove viene tutto questo sonno?" Le dice che molte cose non sa Socrate del suo pensiero. E Anna irride l’omosessualità, la pedofilia e l’alcoolismo del marito. La tentazione non intellettuale pare quella di versare del veleno nel vino della coppa del marito che partecipa al banchetto da Agatone. È questa tentazione a comportare il suicidio, più che la colpa che non c’è per la morte nel sonno della sua piccola nella culla, custodita dalla nutrice. Diotima dice a Anna di svegliarsi dall’incubo, che non è colpevole. Però poi Diotima pare confermare che non si trattasse di un sogno: "Muore la figlia e muore la madre che era una figlia".

Ma noi non leggiamo algebricamente e geometricamente l’opera di Ida Travi, non siamo suoi esecutori. Qualcosa lo leggiamo come fantasma di padronanza che non riesce, che non è mai riuscito, che non riuscirà mai, perché quello che resta del fantasma quando si dissipa è l’idea come operatore e non come agente (divino, demonico, umano, animale). Per questo Anna non muore.

E se il marito, Aristide, persiste nell’impossibile rappresentazione del sintomo e della differenza sessuale, Diotima giunge forse all’influenza intellettuale, che non ha nulla di soggettivo, di intersoggettivo o di oggettivo: "Quanto a Aristide, inutile fargli del bene, inutile fargli del male".

La casa di Anna è quella della parola, non la casa dell’essere, non la casa della gravità terrestre e universale. La leggerezza è delle cose. Leggerezza che nel testo di Ida Travi contrasta con la tragedia, presunta.

Ida Travi, poeta, scrittrice, editore.



Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".



1 febbraio 2005


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