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Leggendo "Ismaele e Isacco" di Gérard Haddad

Giancarlo Calciolari
(24.12.2018)

Gérard Haddad con Ismaël & Isaac (2018), prosegue l’elaborazione della violenza iniziata con Dans la main droite de Dieu (2015, nuova edizione 2018) e Le Complèxe de Caïn (2017), entrambi editi da Premier Parallèle. La questione è quella dell’intervento intellettuale affinché il principio di violenza fratricida si dissipi. E tra gli esempi di vita civile di fratelli senza più fratricidio, non così numerosi nella Bibbia, Haddad propone Ismaele e Isacco: nonostante la rivalità tra le loro madri e l’allontanamento di Agar con Ismaele, Isacco prima di sposarsi va a vivere ne “La sorgente del vivente che mi vede”, ovvero vicino a Kades, con loro: infatti “Intanto Isacco rientrava dal pozzo” proprio quello della sorgente (Genesi 24, 62). E quello che conta non è che il dettaglio sia la cronaca esatta della storia dei due fratelli, ma che non vi sia traccia dell’affrontamento violento del paradigma Caino e Abele.
Gérard Haddad chiama questo dispositivo “doppia inclusione” e si tratta di “integrazione”. Il figlio integrale e il fratello integrale: indistruttibili. Il frater certifica il filius. E non lo uccide più perché non è uccidibile, nel senso che l’uccisione del fratello comporta la propria soppressione, il suicidio, anche assistito.

Hiko Yoshitaka, "Banda rossa"

Qual è l’origine della violenza umana? La questione è posta da Gérard Haddad sin dai primi suoi scritti. La violenza umana è la violenza d’origine, la violenza genealogica, la violenza dell’appartenenza di gruppo. La violenza gregaria, senza intellettualità. Altra è la violenza originaria nell’atto di parola: inumana, blasfema, dissidente, tale è la violenza del tempo. L’enigma, il segreto, il mistero, l’arcano della violenza rimane tale quando idealmente l’originario è negato. La pulsione inintellettuale è la pulsione gregaria, che per Freud non esiste se non come fantasma e fantasmagoria. L’irrimediabile tensione interna a un gruppo si manifesta come il desiderio di partire in guerra contro gli altri (11). Il desiderio infatti, se esistesse, sarebbe quello degli altri, che avanza con la maschera del loro leader, e non nasconde che la rivalità fraterna sia potenzialmente mortale. Il grande affare della vita in società, secondo la Bibbia nella lettura di Haddad, consiste nel gestire, moderare, risolvere la rivalità tra simili, la cui origine è quella tra fratelli. «E tuo fratello vivrà con te» (sesto comandamento nella versione ebraica).
Il modo del vivere procede dall’apertura e ha la sua condizione nell’insieme e impropriamente l’epoca chiama questo “vivere insieme”. Il viaggio della vita approda alla qualità, al miele; e la sua via è il sinodo, tra il metodo e l’esodo. Questo modello Haddad propone di definirlo come una doppia inclusione e in effetti è il sinodo come conclusione. Il sogno che nessuno sia escluso parla ancora il linguaggio delle classi di Aristotele: gli uomini liberi, inclusi esclusivamente e gli uomini schiavi esclusi inclusivamente. Più che una doppia inclusione: ciascuno, non solo Ismaele e Isacco, procede dal due, dall’apertura; e così il sistema aperto chiuso (la società aperta di Popper segue questo schema) e chiuso aperto si dissolve in ciascun istante in cui la vita originaria s’instaura.

Nessun elemento della parola è distruttibile. L’elemento negato lo è solo idealmente e realmente torna: questo è quello che Freud chiama il ritorno del rimosso, ossia l’indistruttibilità della parola.
Quando il dispositivo Ismaele & Isacco funziona? Quando i tentativi di dominio e di controllo dell’idea si dissipano, ossia quando “dio” non è più messo a morte. L’idea dell’idea, il fantasma, che fa di “ogni” uomo un dio, un idolo, maggiore o minore (padrone o schiavo), non agisce nonostante la morte ideale dell’operatore. Il dio non messo a morte è quello del monoteismo, da non confondere con il teomonismo: la sfumatura può sembrare impercettibile. L’innominabile non garantisce l’uomo ma l’impossibile duplicazione dell’idea. Il suo duplicato, se esistesse, sarebbe il vitello d’oro, l’idolo del paganesimo.
La cosa riguarda ciascuno.
Come cessa la guerra sostanziale e mentale? Vivendo, senza più parallelismo impossibile alla vita originaria. Nulla sopra la vita: nessuna episteme. Nulla sotto la vita: nessuna sostanza. Allora la vita, per ciascuno, va dal latte al miele. Il fratello certifica il figlio, non è il rivale. Solo togliendo idealmente il padre i fratelli divengono rivali per occupare il posto del morto. Ismaele certifica Isacco. Isacco senza Ismaele è fuso nel blocco colla del nome del nome (nel sacco della farina dell’altro): non separato, non certificato. Il sacco di farina dell’unico, senza rivali e senza soci, è il sacco di farina dell’altro. E per questo ancora oggi Isacco è nel sacco di farina di Ismaele. Sacco svuotato poi dal predone Maometto (il Cesare arabo) e riempito di varie farine non del suo sacco, come i romani hanno fatto con i greci, e i greci con gli egizi.
Il fratello senza più fratricidio è il fratello che non corre più e non concorre più. La guerra è la concorrenza sfrenata per la padronanza e il possesso del segno del potere: paletto, clava, canna, bastone, asta, scettro… Non correre più per la società del fallo e del cazzo vale a non uccidere e a non uccidersi. Il sogno del potere è di uccidere e di violentare senza pena. È il sogno dell’uomo visibile invisibile. Il sogno di Gige, che certifica la falsità del re e la verità della regina. Negato idealmente lo zero, ogni uno è falso: falsità che l’uno uccide nell’altro uno, il nemico, lo schiavo della vita.
Gérard Haddad trova la cifra della questione della pace nell’analisi del fratricidio, interessandosi ai pochi casi noti di fratelli non in guerra tra loro: e sarebbe quella che Agostino chiama la guerra più che civile. La psicanalisi freudiana e la psicanalisi lacaniana s’interessano di più all’analisi del parricidio, che in questo caso è più l’analisi della messa a morte ideale del padre. Non sbrogliando la matassa, o non certificando la farina dalla semola con lo staccio (che è diventato uno straccio freudiano a orientazione lacaniana), del nome dal nome del nome, la mistica prosegue nella ricerca della soluzione finale alla questione del padre: da abbattere o da ripristinare nelle sue figure vicarie. Haddad ponendo la questione del figlio distingue tra figlicidio e infanticidio, togliendo ogni copertura difensiva o offensiva alla mitologia del fratricidio. Il figlicidio è la funzione dell’uno nel sua divisione da sé e nella sua differenza da sé. Nessun figlio monoblocco (o monocolla come nell’odierna epoca della condivisione: dell’apparizione di dio e della madonna a tutti) che non può che sterminare ogni fratello che appaia all’orizzonte.
Né Caino e Abele, né Romolo e Remo: Ismaele e Isacco non si uccidono e banchettano insieme. Il sinodo è nell’incontro e la verità è il suo tono: il tono dell’incontro. La pace sancisce il sinodo: è un cifrema della parola e non una possibilità del discorso.

Un modello del vivere insieme per umani che non sanno vivere insieme? Il modo può incontrare la storia di Ismaele e Isacco come un’esca del viaggio, se invece è un modello si tratta dell’idolo, dell’idea dell’idea, del farsi un’immagine di quello che non c’è: la copia originaria, il modo modello normativo e regolativo. Vivere senza amore e senza odio, secondo la modellistica sociale: così fan tutti. Il trionfo della prostituzione e delle droghe, della guerra e dello stupro, è un orpello di questa pseudo logica, di cui Aristotele ha fornito i principi dell’antivita, formalizzando i miti forniti da Platone. Il fratricidio è la corsa per la palma del potere, all’insegna di dio morto, del padre morto, della madre morta, del figlio morto, della natura morta, del sole spento, delle galassie immobili tra big bang e big crunch. Il fratricidio è annunciato dalla corsa dei fuochi. La sentinella insonne vede i fuochi del nemico che avanza nella notte: ma il nemico che appare, di cui gli esperti da 2400 anni fanno la fenomenologia, appare solo agli idioti, ai cretini, agli stupidi, agli imbecilli, nonché agli stronzi. L’umanaio è tetragono ai colpi dell’intellettualità, della dissidenza, del numero, della vita. La fila degli assassini (Kafka) è attorcigliata come una matassa uscita dalle sgrinfie di un gatto: è la struttura dell’umanaio, senza capo né coda. Eppure l’enorme struttura dell’umanaio fratricida non arriva a schiacciare il sintomo, che Lacan indica come indistruttibile, e scrive sinthome per distinguerlo dalla sua rappresentazione (il sintomo come appare all’uomo polare lineare circolare quadratico), symptôme. Pare che la ripresa della scrittura di un termine antico sia anche un omaggio a Saint Thomé, alla santità di Michel Thomé, amico e collega di Pierre Soury, per aver fornito l’esca a Lacan di distinguere tra il sintomo e la sua rappresentazione, ovvero ha fornito la versione del nodo borromeo a quattro anelli. E la santità, per il lettore di Lacan, è il modo in cui si esce dal discorso, non solo dal discorso capitalistico. C’è una vita al di là del discorso? C’è la parola, quella che sostiene la ricerca di Gérard Haddad, quella non solo sfiorata dalla Torah e dalla sua lettura midrashica.

La vita parallela o asintotica alla vita originaria è quella del fantasma, che pleonasticamente può chiamarsi fantasma di sostituzione. La sostituzione è un fantasma. Aprire o non aprire la porta è un fantasma: la porta è l’apertura. E i fratelli non stanno sulla porta per rivaleggiare: procedono dall’apertura e così dissipano la credenza in una doppia porta.

Per Gérard Haddad la consumazione del frutto del sapere del bene e del male sembra rinnovarsi sotto i nostri occhi: per l’appunto ciò che è sotto gli occhi è dubitabile indubitabile. L’abolizione del dubbio vale a abitarlo. E la gnosi, il doppio sapere, del bene e del male, appare tale all’uomo polare, che è anche il soggetto del discorso scientifico, l’uomo sul punto di mangiare il frutto della morte, che ne farebbe idealmente un dio e realmente un diavolo. Eppure dio non è numerabile: non c’è “un” dio… L’uomo doppio avrebbe il frutto della vita doppia: inoltre i padroni avrebbero il frutto del dio maggiore e gli schiavi avrebbero il frutto del dio minore. E il padrone è infestato dal suicidio, mentre lo schiavo è infestato dall’omicidio. La vendetta è prossima al suicidio. La rivendicazione è prossima all’omicidio. Eppure, quando la riva è quella del sogno e della dimenticanza: il fratricidio si dissolve e non appare più.

Il fantasma è circolare, sale e scende, si gonfia e si sgonfia; e favorirne o contrastarne il gonfiamento rimane nella circolarità. Occorre la rivoluzione intellettuale, senza più vendetta e senza più rivendicazione. Rivoluzione intellettuale che non ha nulla da spartire con il treno della storia lanciato a velocità supersonica, che altro non è che l’ennesima macchina autistica e automaticistica di macchinisti divini, che sono ovunque e da nessuna parte. Ogni macchinista ex machina è il burocrate di se stesso, come ha formulato nel suo caso Claudio Magris.
Riprendiamo l’episodio di Isacco, così importante per Gérard Haddad: prima di sposarsi va a trovare suo fratello Ismaele. Questo non è solo un ritrovarsi tra fratelli e non è ancora il mito della fraternità: è semmai il rito. La conversazione tra Ismaele e Isacco è la celebrazione intellettuale, nei suoi due aspetti di liturgia e di cerimonia, che non devono nulla alla convenzione sociale. La falsificazione, la rettificazione, la verificazione non hanno presa sulla parola e restano idealità d’inquisizione, tentativi impossibili di sostituire il processo intellettuale con il procedimento penale e penitenziario.
Per Haddad ci sarebbe “un legame tra la rivalità fraterna e il rapporto del maschile al femminile”, che esige un’altra lettura dall’interpretazione psicanalitica abituale della messa sotto tutela, se non sotto sequestro, della donna per via della castrazione che la renderebbe inferiore. E così anche la paura di perdere un bene così prezioso giocherebbe un certo ruolo nella padronanza e nel possesso maschili. Eppure, entrambi i fantasmi sono idee impossibili della relazione, e quando il lato della vita è insopprimibile, la relazione è un modo dell’apertura, come l’invettiva, il ponte, l’albero, il due, il fallo, il nodo… “La rivoluzione femminista è condizionata dalla padronanza (maîtrise) della rivalità fraterna”. Non scherza nemmeno la rivalità tra donne, più che la rivalità tra sorelle. Gérard Haddad distingue tra la rivoluzione degli uomini per la libertà di ogni fratello e la rivoluzione delle donne; e si tratta della stessa rivoluzione intellettuale, che nessun professionista, nessun funzionario, nessun burocrate, nessuno scriba può presumere di dirigere. La rivoluzione intellettuale non è condizionata, come lo è stata ogni rivoluzione sociale e politica, e trova la sua condizione nel sembiante singolare triale: nello specchio, nello sguardo, nella voce. La padronanza si compie nello scacco, nel “ritorno al punto di partenza del ciclo infernale”. Il ciclo dell’umanaio, della società sostanziale e mentale, della società che appare come spettacolo a Guy Debord, riposa sul legame sociale, avatara del legame fraterno primordiale: legame d’origine, non legame originario, non giuntura e separazione. Per falso nesso, il legame sociale caro alla slegata ideologia francese, pone la questione del sinodo, della conclusione, dell’andare procedendo dall’insieme, che dirlo vuoto è pleonastico.
Il rischio della doppia inclusione è quello della doppia esclusione, ossia dell’esclusione reciproca tra fratelli, tuttora inscenata tra gli stati arabi e lo stato di Israele, entrambi senza costituzione. Occorre la società libera, che procede dalla relazione libera e non genealogica, la società che nel racconto può anche chiamarsi con vari nomi. È in quanto intellettuale che una società può dirsi europea, africana, asiatica, americana, araba, giapponese… Non l’inverso, che è noto come tirannide, dispotismo, totalitarismo, dittatura…

Occorre l’ebraismo che ha posto l’istanza del padre, il cristianesimo che ha posto l’istanza del figlio, l’islamismo che ha posto l’istanza del fratello. E ancora di più occorre la rivoluzione intellettuale che sola pone la questione donna: il secondo rinascimento, come lo ha chiamato Armando Verdiglione. Secondo rinascimento in cui la verità è un approdo e non una ricerca, un effetto e non una causa.


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23.01.2019