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Leggendo "Transizioni", a cura di Federico Sollazzo

Giancarlo Calciolari
(28.10.2018)

Transire. Andare oltre? Andando. La favola del gerundio, del fare, non dell’agire, non dell’affaccendamento. La transizione è già nell’oltre: non è trovarsi in mezzo al guado. Questione del passo più che del passaggio. Transizione intellettuale, facendo. Senza il pragma la transizione è spaziale e temporale, legata all’avere e all’essere. E nella raccolta di scritti Transizioni pare dominare la questione dell’essere, dell’ontologia, che parrebbe avere a portata di mano la transizione modale, inseguita anche, con altri nomi, da Giorgio Agamben, con cui i filosofi del libro condividono l’interesse per l’opera di Martin Heidegger.
Andando, l’orlo della vita non è quello dell’abisso. Nessun fascino per la morte, né per il continente nero né per il buco nero, e nemmeno per l’antinero, il bianco delle mani pulite, la cui non lettura ha lasciato passare il golpe dei giudici, non completamente travasato oggi nel golpe popolare. Tale è la transizione, il cambiamento, il passaggio, l’attraversamento? Questione del divenire. Non disgiunta dall’automatismo ontologico e habeologico. L’epoca di transizione è un segmento del viaggio circolare degli umani presi nella caverna, che diventa abisso nell’ideologia tedesca.
Fase di transizione, come se esistesse un processo automatico diviso in fasi lineari circolari. Qui il destino e la predestinazione. Destino: le sparse nel padiglione del cielo, le stelle, le divine, immutabili emanazioni di dio, che anche come sole è una star.
Transizione fondamentale, ontologica: processo storico degli eventi dell’essere? In realtà processo automatico degli uomini deleganti. Non la machina come invenzione, ma la Machenschaft, macchinazione, macchinizzazione. E lo schaft? Non è mai letto da Heidegger e nemmeno dai suoi lettori.
Qual è il transito? La condizione della storia è intellettuale, non alla portata degli umani: è lo specchio, lo sguardo e la voce; l’io, il tu, il lui. La storia non è speculativa né speculare: è la ricerca intellettuale, l’andare intorno delle cose.
Ecco allora la ricerca di alcuni giovani filosofi, a cura di Federico Sollazzo, che confluisce nel volume Transizioni. L’altra faccia della ricerca, l’approdo, è forse procrastinato dalla transizione in corso, magari da industria.4 a industria.5? Ovvero i testi densi e eruditi dei filosofi costituiscono brecce per l’approdo.
Marco Viscomi: per Heidegger l’essere nel suo carattere temporale è il basamento di ogni evento contingente della realtà. L’essere e l’avere appaiono, hanno i loro status symbol, le insegne, le celebrazioni, le cerimonie, le liturgie. L’essere fonda la temporalità di ogni ente, per riscuotere poi l’obolo alla cassa sociale del potere, la stessa che toglie agli impotenti che non hanno. Il pensiero che interroga l’essere e l’avere è il pensiero fondamentale, sostanziale e mentale, colla, blocco. Il senso, il sapere, la verità dell’essere sono significazioni sociali e politiche degli scribi del potere, che detengono idealmente il monopolio del senso, del sapere e della verità del potere. La speculazione originaria sul fondamento, sull’origine, è senza specchio. La speculazione è circolare e quindi permette il viaggio nel tempo: all’indietro o in avanti, poiché la retta all’infinito è un cerchio, come insegna Girard Desargues. Allora, come l’essere diviene la macchina da guerra di Martin Heidegger? La breccia per Marco Viscomi è tra l’essere e il non dell’essere, che non è il non essere.
La storia dell’idea è l’idea della storia. La ricerca dell’idea è l’idea ricercata, ideale, negata. La ricostruzione non ideologica del pensare è ideologica all’ennesima potenza, con tutta la volontà di chi la pratica. L’uomo bipolare circolare è oggettuale temporale, adesivo all’essere e all’avere. Patenza dell’avere e latenza dell’essere.
L’evento appropriazione, ereignis. Se l’essere determina l’evento si tratta dell’automaticismo sostanziale e mentale. Nell’inconscio nulla termina né si determina. L’automatismo del nulla determina e termina, nullifica, anche come cancro, ictus, infarto, aids.
Storia della filosofia e filosofia della storia sono impotenti dinanzi al compito di leggere il nazismo, anche come evento. Storia continua discontinua. Persona collusa e speculazione scevra dal nazismo nella fedeltà all’essere e all’avere. E il giuramento settario al nazismo diviene un orpello rispetto alla fedeltà all’essere. Invece fedeli e infedeli all’essere e fedeli e infedeli all’avere appartengono all’umanaio, al sistema penale e penitenziario retto dai tre principi dell’antivita di Aristotele. L’essere è l’automatismo mentale di Gaëtan de Clérambault. L’avere è l’automatismo sostanziale. Automatismi nascosti e rivelati.
Pensare l’origine è la negazione del pensiero originario, l’operatore, il connettore tra le logiche della vita, della parola.
La questione del senso non è ontologica né habeologica: non la questione chiusa come questione del buonsenso, del consenso e del senso comune. La speculazione è senza specchio.
Paolo Beretta, la tecnica e il sapere. L’indagine fenomenologica e genealogica è il modo operandi per introdursi nel campo, nella quadratura della terra da spartirsi circolarmente. Quadratura che richiede il cerchio del sapere sulla tecnica, sino alla distillazione della tecnica del sapere, che è sempre di morte. Infatti l’operare umano, che l’autore riprende da Carlo Sini, è quello dell’uomo divino, nonché animale, come quello della pecora con gli artigli da lupo di Franz Kafka.
L’essenza della macchinazione della cultura? Machenschaft, che nei Quaderni neri Heidegger attribuisce al mondo ebraico. Automatismo sostanziale e mentale. Idea della tecnica e della macchina. La macchina non è azionabile, non solo dagli ebrei, ma nemmeno dai tedeschi e neanche da nessuno. L’azionamento della macchina comporta la macchina co-agente gli uomini, infine forniti del fantasma del cogito. La macchina omicida di massa impiegata contro gli ebrei è la stessa che porta Hitler e la Germania al suicidio. La Germania odierna non ha ancora digerito intellettualmente il nazismo e per questo è post-nazista e post-suicida: in particolare in materia monetaria e commerciale.

La domanda genealogica sull’origine della vita sapiente (non intellettuale) appartiene all’antropologismo, e più precisamente allo zoo-teo-antropologismo. Il dominio della presunta idea umana, mentre nell’originario dell’atto l’idea come operatore è avvertita come inumana, asociale, apolitica, indomabile. L’umanismo cartesiano, l’antiumanismo heideggeriano e il transumanismo dilagante sono aspetti della dominocratura. Ideocratura. Prassi umana, senza pragma. Zoologia politica, teologia politica, antropologia politica, nonché botanica politica, mineralogia politica. A confronto degli scribi di queste cose Alfred Jarry è sobrio.
L’arcano (Geheimnis) di ogni disvelamento dell’alethia (Heidegger): la questione chiusa nell’arca, nel principio chiuso, è lo stesso automatismo sostanziale e mentale, il fantasma che regna e governa. Ognuno è governato dalla sua idea di verità. La mistica del soggetto: la percezione dell’es al di là dell’io, secondo Freud, in uno degli aforismi scritti a Londra. Ma il sapere misterico, del piccolo gruppo che sa (filo-sofisti) non è solo della teologia o della filosofia o della doppiamente misterica teosofia. La fisica è una metafisica: metamacchina e metatecnica: il marchingegno. L’automatismo inintellettuale. Il male per i religiosi. Il nemico per i militari.
La parola come arte-fatto? L’atto di parola dissipa l’immaginazione e la credenza nel fatto. E così l’arte e la tecnica della parola dissipano l’immaginazione e la credenza nell’artefatto e nel tecnofatto. Nessun artifex o tecnofex! Tolta la parola per il discorso: dio dilaga e imperversa, collerico e misericordioso.
Il linguaggio come protesi, che ha una formazione centrale dell’autocoscienza appartiene all’uomo bipolare, cosciente incosciente. Uomo lineare circolare la cui risposta comune è il luogo di costituzione del segno e del significato. La dittatura del opinione comune per Tocqueville; ma qui la democrazia è un orpello dell’oligarchia, dopo esserlo stato della monocrazia. Tutto ciò indica che sotto le frasche della teoria della conoscenza si tratta del sapere della morte. Allora la vita vivente del corpo direttamente in azione (in uso dal padrone) e la vita morente del cervello direttamente in azione (in uso dallo schiavo): il corpo e il cervello dell’uomo bipolare circolare. L’uomo d’azione, dal passaggio all’atto all’acting out. L’uomo senza scena: l’uomo in situazione. E tale è l’impasse di ogni situazionismo.
La necessità della transizione a un sapere filosofico di nuovo genere non sarà mai una verità pubblica, come non è una verità privata, appannaggio di rari illuminati. La scienza nuova, tra Dante, Machiavelli, Vico, Ariosto, Freud, Verdiglione, forse è cominciata, ma l’equivoco, la menzogna e il malinteso della parola sono insormontabili.
Per Luca Baldassarre la breccia si trova nel suo progetto e nel suo programma: la transizione verso un mondo veramente e finalmente conciliato; ovvero nell’esigenza della pace civile, la pax mediterranea. La transizione da un mondo a un altro mondo lascia intatto l’umanaio bicamerale (anche la teoria delle due classi in Aristotele) monocamerale transcamerale, in tutti i suoi furori erotici, magici ipnotici, implosivi esplosivi. La conciliazione come istanza intellettuale è quella dell’andare insieme degli umani: il sinodo. E richiede l’inconciliabile, il due, l’apertura; mentre i più fanno ciò che vogliono, ossia procedono dalla dischiusura della chiusura. Anche la lichtung ha questa genesi burocratica.
Moira de Iaco legge le mutazioni linguistiche e le mutazioni sociali che ne derivano: qui la breccia è la linguistica della vita, che non è quella dei modisti del medioevo e nemmeno quella degli strutturalisti del transevo ancora in corso, in gerarchizzazione e in specializzazione. La tentazione d’interrogarsi sul potere politico della lingua può riguardare nient’altro che il dominio e l’impero sulla parola, sugli umani, sulle cose, sulle galassie; e questo avviene sempre discreditando il presunto ultimo tiranno, come insegna il paradigma dell’esperienza di Lenin. Le intenzioni di contropotere nonché di contropolitica e di controlingua sono oggi non solo al governo del “dispositivo” Italia, ma permea l’intera società civile (però Giacomo Leopardi lo chiama «civil gregge») visibile e anche l’oligarchia invisibile: è dall’altro ieri, dai tempi del primo zar: Cesar, che il padrone avanza col volto dello schiavo.
L’homo duplex, il cui statuto fantasmatico è indagato dal femminismo radicale, fa ciò che vuole, ossia esegue i dettati degli scribi del potere. Per questo vale la citazione che l’autrice fa di Gramsci: «Teoricamente si può dire che ognuno ha la sua grammatica (Quaderni dal carcere). Ognuno, non ciascuno, è l’altro nome dell’anonimo uomo bipolare circolare.

Valeria Ferraretto indaga la transizione: dalla rivoluzione all’integrazione. Qual è la rivoluzione che non sia circolare. La rivoluzione francese e la rivoluzione russa sono rivoluzioni intellettuali o colpi di stato? Qual è la rivoluzione integrale? Solo il sinodo come approdo alla qualità della vita è l’altro nome dell’integrazione? L’atto è integro, integrale, intero. Nessuna frammentazione nessuna corruzione, tantomeno sociale e politica. La cosiddetta corruzione corrompe il corrotto quanto il corruttore: e la lotta alla corruzione è il modo stesso della sua riproduzione fantastica. Eppure né l’oggetto né il tempo si rompono o si corrompono. È la chance della vita integra, senza compromessi. La rivoluzione intellettuale procede dal numero, dalla dissidenza, da quello che Freud chiama impropriamente “inconscio”. La rivoluzione integrale è negata dalla rivoluzione sostanziale per l’avere e dalla rivoluzione mentale per l’essere. Essere in transizione? Avere in transizione? Essere per la morte e avere per la morte. Un momento d’azione del vivente morto (padrone) e del morto vivente (schiavo): tale è la transizione come rivoluzione circolare, dissoluzione, amministrazione (burocrazia). La circolarità: costituzione, istituzione, destituzione della rivoluzione. Tale è la macchina del potere, che mai si percepisce come un boomerang che manca il nemico: come macchina dei carnefici vittime del fuoco amico.
La transizione rivoluzionaria che non c’è stata. Leggendo il marxismo soft di Guy Debord, il descrittore della società dello spettacolo, ci sono gli elementi per intendere la circolarità di ogni agire sociale e politico, anche quello guidato dalle migliori intenzioni umane, dall’ultraetica che forse Maimonide ha scritto. Peraltro l’unica voluzione (In girum imus nocte et consumimur igni) di Debord è il debordamento alcoolico, che non riesce a spegnere il fuoco fatuo. L’internazionale situazionista aveva teorizzato la deriva psicogeografica, ma il corpogeografico si è arenato tra un bistrot e l’altro, non lontano dal Café Voltaire.
Per Federico Sollazzo la breccia verte intorno all’inquadramento. La società squadrata fa quadro contro la cultura, l’arte, la scienza. L’università tra mandarini e baroni non lascia spazio a nessuna foglia che non sia inquadrata, regolata, misurata, corretta, consistente, coesa, completa, decidibile, opinabile, credibile.
Marcuse, Pasolini, Heidegger sono gli autori che Federico Sollazzo interroga per intendere la direzione intellettuale del pianeta, che invece è lasciata in mano ai pirati che avanzano con le vesti della ciurma. La regola, la squadra, la canna, il canone. La mappa della terra, quella che Carl Schmitt insegue con il suo nomos. La circolarità sfocia nella quadratura e comincia con l’inquadramento e poi la squadra, la regola, la misura ideale del tempo negato. La transizione non è temporale, non è epocale. Non la posizione stabile, ma la transizione. La passe di Lacan, che ritenuta un fallimento visibile è la sua riuscita invisibile, come non accettazione dei passaggi sociali e politici.
Transizioni? Società a una dimensione, mutazione antropologica, oblio dell’essere. Tre impasse? La società multidimensionale? Il transumanesimo? Il ricordo dell’essere? Sono questi dei punti di rottura come nelle tele di Fontana?
Sollazzo propone il de-inquadramento, non riducibile a una variante della decostruzione del quadro sociale politico globale. Intorno alla questione del quadrato, del cerchio, del punto e della linea, nonché della superficie, si gioca la breccia. È dalla breccia quale modo dell’apertura che si dissipa la geometria della vita: la sopravvivenza esecutiva di ognuno che accetta l’inquadramento. La breccia è la non accettazione della macchina dicotomica, che muta anche l’opera di Martin Heidegger nell’adesione o nel rifiuto di un nazismo che circolarmente sono la stessa cosa. È non cercando di conciliare l’inconciliabile che Sollazzo legge Heidegger senza zavorre. Allora la ricerca diviene l’altra faccia dell’approdo, quale restituzione in altra qualità del testo occidentale. Questione di transizione intellettuale: il viaggio dal latte al miele, senza più pedaggi da pagare alla cenere.

Federico Sollazzo (a cura di), Transizioni. Filosofia e cambiamento. In movimento con Heidegger, Adorno, Horkheimer, Marcuse, Habermas, Wittgenstein, Gramsci, Pasolini, Camus, Goware, 2018.


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