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Questione aperta

Giancarlo Calciolari
(11.05.2017)

L’idea del nulla indica la questione chiusa. E chiuso è l’istituto della vendetta e della rivendicazione. Le cose procedono dal due e non dall’idea dell’uno. L’amore (condenzazione e spostamento) sospende la vendetta. L’odio (trasposizione), il varco del tempo tra il passo e il piede, sospende la rivendicazione. Il diritto e la ragione non sono della vendetta e della rivendicazione. Diritto e ragione dell’Altro, non del concetto di uno. Dire: “un uomo” vale a affermarne l’assoggettamento all’istituto della colpa e della pena. Nessun amore senza la questione intellettuale. La questione chiusa riduce la questione donna alla questione femminile e quindi alla mistica della femminilità, che detta le sue condizioni anche a Freud. L’assenza di amore si nutre della mistica del peso come sovrappeso. L’assenza di odio (la sua impossibile coniugazione) si nutre della mistica del peso come sottopeso. In altri termini regna e governa dispoticamente la bilancia. La legge del rovesciamento di Valabrega è quella della bilancia azzerante, nullificante, revocante: l’idealità si realizza al rovescio, in modo diametralmnte opposto, ossia geometrale.
Il re s’inchina e uccide: logica della vendetta. Lo schiavo si erge e uccide: logica della rivendicazione.
Per la questione aperta l’incontro è inevitabile, e non resta che cantare le audaci imprese. L’amore senza la parola è quello d’origine, genealogico, esposto al colpo di mamma, alla ghigliottina, all’assenza d’impresa.
La caccia al cervello indica il modo in cui la questione intellettuale è posta dall’idiota, dallo stupido, dal cretino, dallo stronzo, dall’aborto. E sono termini tecnici della pornofania della questione circolare. L’agrammatica è data dall’impossibilità di chiudere la questione, come nel caso della grammatica speculativa che frana contro il contingente e i suoi modi, che non sono significandi.
La stanchezza è il contraccolpo dell’idea dello zero che si azzera, del nome che si nomina, del padre paterno. La rivoluzione delle cose verso il miele dell’esperienza indica anche la dissipazione della stanchezza. La cosa non è riuscita a Cesare Pavese. La prova non è la messa alla prova della vita sul letto di morte. La prova non è di resistenza contro l’assenza di amore o la presenza dell’odio. La prova non è ontologica tra essere e non essere; e non è aveologica, ossia risolvibile tra il dare e l’avere. Nessun onere della prova: nessuna vendetta e nessuna rivendicazione; nessuna colpa e nessuna pena. Nessuna guerra civile e nessuna guerra erotica. Dinanzi non c’è l’alternativa, non c’è l’idea amico-nemico. E le cose approdano al piacere: non hanno bisogno di sottomettersi alla durata per cominciare, ricominciare, tra lancio e rilancio. Shakespeare, che è un soprannome, all’idealità algebrale dello scuotimento fa seguire l’obbligo geometrale dell’accontentatura, anche e sopra tutto del godimento. Il gaudente che si accontenta è un vivente che muore. Il desiderante che si accontenta è un morente che vive. Chi ha perso l’amore, chi è impantanato nell’odio, prende lucciole per lanterne. Indiscutibile l’uso delle lanterne nella caverna, ossia quando la questione è chiusa, eppure le lucciole procedono dalla questione aperta e il viaggio è arbitrario, integro, leggero, libero. È questo l’altro viaggio al quale si attiene Dante; e ciò va anche oltre l’essere tetragono ai colpi di sventura. Allora cessa la dittatura dell’essere e dell’avere (essere o avere il fallo): il testo è restituito con il dispositivo di lettura in cui trapassa anche l’idealità della società come testo (Legendre). L’idea del nulla richiede il taglio, il distaccamento, la riduzione (è l’etimo arabo di algebra), la decostruzione, la conversione, che come scrive Lacan a proposito della psicanalisi come pratica e non come scienza della parola: dura fin che dura. L’annullamento dell’amore è divino/diabolico e crea il probabilismo e il suo colmo l’improbabilismo, che per regnare e governare richiedono la caverna, talvolta la montagna.


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14.09.2017