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Leggendo il libro del fisico Hervé Zwirn , "I limiti della conoscenza"

La scienza e l’ineffabile

Alain Cochet

Rispetto al Reale, le percezioni che la scienza ci consegna non sono neutre e obiettive ma dipendenti da tutti i filtri concettuali del linguaggio, della cultura, dell’educazione, ma anche dai filtri fisici dei nostri sensi. Quello che abitualmente si chiama un "fenomeno" si trova a questo livello.

(20.08.2009)

Concludendo la sua riflessione sullo statuto della realtà, sulla quale poggia il passo della scienza, il fisico Hervé Zwirn ("Les limites de la connaissance", Éditions Odile Jacob, Paris, 2000) propone di chiamare "realtà fenomenale" l’insieme delle nostre percezioni interpretate. Così, la percezione di un tavolo o di un orologio fa parte della realtà fenomenale. Ugualmente, tutti i fatti sperimentali empirici ne dipendono. Non sono niente altro che la constatazione di percezioni interpretate. Sono rappresentabili poiché si manifestano come immagini percettive dirette, chiare e distinte. In altri termini, la realtà fenomenale risente dell’immaginario, anzi di quello che è "immaginarizzabile".

Hiko Yoshitaka, "Omaggio a Jacques Lacan", 2004, olio su pannello di legno, cm 15,7 x 21,1

Si riserverà invece il termine di "concettualizzabile" per quello di cui si può parlare in termini descrittivi, sia in forma verbale che matematica. Certi concetti sono rappresentabili, per esempio quello di forza o quello di stato nella fisica classica. Altri non lo sono, come il concetto di stato sovrapposto o intricato in meccanica quantistica, o ancora quello della non-separabilità. Difatti, è impossibile avere un’immagine mentale chiara di un elettrone in un stato sovrapposto di posizione, o nell’intrico di un apparecchio di misura e di un sistema quantistico dopo la loro interazione. In compenso è possibile darne una descrizione matematica: è precisamente ciò che fa la meccanica quantistica.

Più semplicemente si ritrova la distinzione tra il rappresentabile e il concettualizzabile nel campo dello spazio. In effetti, possiamo definire e concettualizzare le proprietà di una moltitudine di spazi a n dimensioni, mentre non possiamo che rappresentarci i primi tre. C’è dunque modo di differenziare ciò che riguarda il calcolo matematico, la computazione (chiffrage), che attribuiamo alla dimensione del Simbolico, e ciò che ci rinvia all’Immaginario tramite le rappresentazioni nello spazio.
Questa opposizione gioca un ruolo nella separazione che Zwirn introduce, anche se non la traduce in questi termini, tra i livelli della realtà fenomenale e della realtà empirica. Nella sua concezione, nessun fenomeno esterno esiste e siamo responsabili delle nostre percezioni. In un certo modo, creiamo la realtà fenomenale. Tuttavia, non siamo liberi di crearla a piacere e certe costrizioni esistono. Queste costrizioni sono proprio ciò che costituisce la realtà empirica.

Allora, questa realtà empirica deve essere concepita allora come l’insieme delle condizioni che rendono possibili le nostre percezioni seppure costringendole. Non è data mai in quanto tale, ma costituisce la cornice delle azioni che mettiamo in opera nel processo cognitivo. Diversamente, è l’insieme delle potenzialità che, nel momento della loro attualizzazione, diventano percettibili. In tal guisa, la percezione sta alla potenzialità come che il risultato di una misura sta alla grandezza fisica misurata in meccanica quantistica. È con la misura che facciamo esistere qualche cosa che non preesiste in quanto fenomeno ma solamente in quanto potenzialità. Un fenomeno non è qualche cosa che esiste e che osserviamo passivamente, ma un’entità che si manifesta in un’operazione nella quale abbiamo un ruolo importante da giocare.

Nel campo della matematica, questa posizione è sostenuta da Dummett:
"Se pensiamo che i risultati ci siano in un senso imposti dell’esterno, potremmo piuttosto avere l’idea di una realtà matematica che non esiste ancora, ma che, per così dire, sorge nel corso del nostro brancolamento. Le nostre ricerche danno esistenza a ciò che non era ancora là, ma a cui danno esistenza non è propriamente opera nostra" . (1)
Risiede qui l’idea di una realtà empirica che c’impone le nostre percezioni dell’esterno e fa che la realtà fenomenale non sia un’opera che ci appartenga.

In un certo modo, fabbrichiamo la realtà fenomenale a partire dalla realtà empirica, e dunque conviene abbandonare il famoso faccia-a-faccia tra il soggetto e il mondo. Per definizione la realtà fenomenale è concettualizzabile e rappresentabile. In compenso, la realtà empirica è concettualizzabile per il fatto stesso che siamo capaci di fabbricare delle teorie che rendono conto della sua struttura, ma non è rappresentabile.

Infatti, la sua natura di potenzialità è un ostacolo per ogni rappresentazione. Per altro bisogna notare che non è concettualizzabile che in modo parziale perché è impossibile di rincollare i differenti pezzi del puzzle concettuale per ottenerne una descrizione globale. I concetti che la descrivono non ne costituiscono una descrizione univoca, che resta al di là di ogni esauriente descrizione.

Per Zwirn, la non-rappresentabilità della realtà empirica risulta per dal fatto che non è possibile né di conoscere simultaneamente tutte le sue parti in un tutto, né di ricostruire a posteriori la globalità della realtà empirica partendo dalle sezioni parziali, che sono le realtà fenomenali. La realtà empirica è la struttura limite generata dall’insieme delle entità concettuali che utilizziamo per descrivere e predire le realtà fenomenali. Si può concepirla come un limite all’infinito che può essere avvicinato asintoticamente dalle nostre rappresentazioni finite che tendono verso lei.

Questo avanzamento infinito si trova limitato dalla stessa struttura dalla quale dipende il soggetto della conoscenza. Questa struttura autorizza dei punti di vista secondo i quali è possibile rappresentarsi parzialmente la realtà empirica che tuttavia non è mai rappresentabile in quanto tale nella sua globalità.

Inoltre, niente ci obbliga a credere che "tutto" sia concettualizzabile, nemmeno con capacità cognitive asintotiche che potrebbero svilupparsi durante miliardi di anni di evoluzione. Potrebbe esserci per Zwirn del non-concettualizabile, ma più precisamente converrebbe dire che ciò che è concettualizzabile non esaurisce "tutto" (c’è dunque del "non-tutto" in senso lacaniano), senza per questo che sia possibile definire cos’è questo "tutto."
Questo livello delle cose sembra porsi come indispensabile, e nello stesso tempo risente dell’inesprimibile, dell’impossibile da dire. I nostri concetti non esauriscono tutto: ecco ciò che si può solamente dire. Ci troviamo così a mettere in evidenza tre livelli: il rappresentabile, il concettualizzabile (di cui la più grande parte non è rappresentabile) e questo X ineffabile.

Questo terzo livello, in fondo, è quello che si può caratterizzare solo negativamente. Il fatto di dire che "qualche cosa" esiste a questo livello è improprio, ma menzionarlo è già indicare un tipo di esistenza, di ek-sistenza (2) in senso lacaniano. Difronte a lui, il linguaggio si ferma. E da questo si deduce il posto stesso del Reale.

Rispetto al Reale, le percezioni che la scienza ci consegna non sono neutre e obiettive ma dipendenti da tutti i filtri concettuali del linguaggio, della cultura, dell’educazione, ma anche dai filtri fisici dei nostri sensi. Quello che abitualmente si chiama un "fenomeno" si trova a questo livello: da attribuire al Simbolico e all’immaginario, mentre la resistenza del Reale proviene dall’incompletezza di questi due ordini che tuttavia lo fanno ek-sistere.

Per rendere conto di questa incompletezza, Lacan ci ha condotto sulla via della topologia. Perciò ci richiamiamo alla figura dell’anello toroidale per dare un supporto all’articolazione dei tre ordini nel processo scientifico:

S = simbolico
I = immaginario

Sorprendente è che questo Reale ineffabile talvolta faccia effetto di soggetto.

(1) M. Dummett, Truth and others Enigmas, Cambridge, 1978
(2) Questa nozione heideggeriana rinvia a ciò che si trova al di là del discorso, radicalmente altro, e pertanto da esso condizionato.

Alain Cochet ha pubblicato Lacan géomètre, Anthropos, Paris, 1998, pp. 215 e Nodologie lacanienne, L’Harmattan, Paris, 2002, pp. 281.


3 febbraio 2005


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