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La tecnica e l’androide

Francis Pagano
(24.01.2017)

“La riproducibilità distruggerebbe l’aura, l’involucro dell’opera d’arte” W. Bejamin.

Con la modernità non c’è più involgere dell’arte, non c’è più rotolo dell’arte. L’arte non si in-volge, non si volge all’interno, ma nemmeno s’avvolge come un domopak. Non c’è modo, quindi, di ingannare l’arte e l’opera.

L’opera nella sua logica non s’attorce, altrimenti significherebbe tracciare una linea tra inclusione ed esclusione, un dentro e un fuori, tra passato e contemporaneo, tra epoca ed età, quale segno della garanzia di autenticità.

L’autenticità in quanto tale è ipotiposi del reale, dell’originario.

Reale, immaginario e simbolico, non possono essere assunti, non possono essere concettualizzati né simboleggiati. Concettualizzare l’autentico è abolire l’equivoco e la menzogna, per la vista. Per ciò che è in vista. Per ciò che si ha dinanzi tanto chiaro, quanto scontato.

Lo sconto economico, la fruizione di massa, l’economizzazione macchinale, l’espositività dell’opera, oggi giunge a tutti. A una serie di tutti. “La tecnica della riproduzione” dice W. Benjamin “sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione e la crisi della tradizione è necessaria alla democratizzazione della massa”.

Per Seneca vi era una separazione tra la scienza, la tecnica e la filosofia. Egli riteneva che la filosofia era completamente slegata dalla tecnica, poiché essa era il mezzo per la quale l’animo poteva conoscere la natura senza modificarla. Mentre la scienza aveva valore morale e solo morale, poiché grazie a essa emergeva l’indagine.

“le arti tecniche tendono alla comodità, offrono una felicità apparente” Seneca.

Per Umberto Galimberti “ l’ambiente che ci circonda è tecnica ed essa ci costituisce secondo le regole di razionalità”. In psiche e techne, edito da Feltrinelli, egli afferma che la tecnica funziona, o meglio occupa un dominio globale, dove il pensiero è sottomesso alla tecnica per la tecnica.

La tecnica per la tecnica, la tecnica fine a sé stessa, per sé stessa, indica l’oggettivazione dell’intelligenza umana, ovvero l’artificialità dell’intelligenza e non l’intelligenza artificiale.

L’oggettivazione dell’intelligenza, l’artificialità dell’intelligenza, pare un aspetto pedagogico, dove, seguendo il pensiero di Umberto Galimberti, c’è bisogno di una rieducazione dell’uomo contro l’umanesimo. L’uomo tecnologico, l’androide, l’esperimento uomo-macchina

Jullien Offroy filosofo e medico di soldati reduci di guerra scriveva “ l’uomo è una macchina così complessa da renderlo quasi indefinibile” nonché “senza inconscio e anima”, cui è sufficiente integrarsi di quel che a lui manca per potersi “ricaricare”.

Il modo stesso della tecnica per sé stessa, avrebbe bisogno di quella batteria che, grazie alla modulazione e alla pausazione, creerebbe l’aspetto del ritmo del fare, piuttosto che la sintesi affaccendata, concettualizzata, conclusa in quel macchinismo mondano del discorso occidentale, che fonda schiere di soggetti ben educati contro i corpi oggettivamente maleducati.

“L’interprete cinematografico, non offrendo lui stesso agli spettatori la sua prestazione, perde, rispetto l’attore teatrale, l’opportunità di adattarla al pubblico durante la rappresentazione. Il pubblico per tanto assume l’atteggiamento di un esperto che non è disturbato da alcun contatto personale con l’interprete. Il pubblico, dunque, assume l’atteggiamento dell’apparecchio: esegue dei test”. W. Benjamin

Quando il pubblico diventa apparecchio? Quando si fa organico (elettrico) fino a diventare apparato (impianto)? La riproduzione seriale poggerebbe sull’apparato del pubblico?

L’apparecchio, la tecnologia, la tecnica. Nessuna oggettivazione del corpo, nessuna soggettivazione della scena, nessuna mercificazione degli uomini.

Per Karl Marx la merce è un valore d’uso e di consumo e ogni cosa attraverso il mercato e la sua produzione crea un rapporto tra individui. Per ciò, l’oggettivazione dell’idea nella natura diviene oggettivazione del corpo come materiale di scambio. L’oggettivazione del corpo è strumentalizzazione, ovvero uso e abuso dello stesso, capitalizzato.

Quando il corpo non causa, non provoca, non simula, non è simulacro, allora significa e simboleggia. Quando si capitalizza e oggettiva o soggettiva, allora si formano le corporazioni, i corpi militari, i corpi politici, i corpi statali, le riforme statali, le riforme degli eletti sui seletti o degli eletti come seletti. Gli individui pubblici e privati: gli enti. Le tragedie e i drammi. Il corpo sacrificale. Il capro e il vitello, sacrificale.

L’apparato di godimento degli individui, della massa, del pubblico, preso nell’impianto sia di Marx che di Heiddeger ha il suo appiglio nel discorso qualunque. Qualunque discorso è sufficiente a oggettivare e soggettivare, purché circoli da A a B facendo o di A o di B un significante padrone.

Freud scriveva che ciascun significato è un significante rimosso.

Giancarlo Calciolari giunge a dire che per ogni discorso c’è un dio. Un dio: un tentativo impossibile di padronanza della parola, per ciascuno dei quattro discorsi. E così il discorso occidentale non poggerebbe più solamente sull’essere e il non essere. Sulla morte di dio, nel discorso paranoico. Sul dio tecnico. Sulla tecnocrazia, dove al fare si suppone l’esecuzione. O anche sull’avere. Sull’avere il potere di un dispendio senza riserva, quale suo primato, ma anche nel rovescio della medaglia, l’ultimato dove l’investimento è l’investimento della riserva.

Luigi Pirandello scrive a proposito dell’attore che recita davanti all’apparecchio:
“Qua l’attore si sente come in esilio. In esilio non soltanto dal palcoscenico, ma quasi da se stesso. Avverte confusamente con un senso smanioso indefinibile di vuoto, anzi di vôtamento, che il suo corpo è quasi sottratto, soppresso, privato della sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore che esso produce muovendosi, per diventare soltanto un’immagine muta”.


Francis Pagano
28/11/2016


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