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Il racconto: sogno e dimenticanza, nonché l’algoritmo, il senso comune, il protocollo

Armando Verdiglione
(6.10.2016)

Contando, raccontando, la computazione non procede dal sistema. S’instaura un
dispositivo computazionale, ma non un sistema computazionale. La computazione
procede dal due.

Che cosa non viene detto e fatto e scritto e fondato e edificato, per abolire il due,
per espungere la differenza, per fissare l’unità nella differenza, l’unità nel plurale,
l’unità nel molteplice, per costituire un procedimento per unificazione! La procedura
per unificazione è la procedura per vendetta, per invidia, per risentimento, per
rancore, per rissosità, per litigiosità, per rivendicazione. È la procedura dimostrativa.
La computazione che procede dal due, dal diagramma, non è élenchos, non è prova
sotto l’idea di fine, non s’inscrive nella teleocrazia. La prova dimostrativa è una
prova teleocratica, è l’élenchos. Così la definizione, la giustificazione, la spiegazione.

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Opera di Christiane Apprieux

Contando. Raccontando. Il conto, il racconto. Il conto ha due registri: il registro
della legge e il registro dell’etica. Nell’intervallo fra i due registri, il racconto segue il
registro della clinica. Il conto, le compte, in francese è anche le conte, la fiaba.
Il conto: lo sbaglio è strutturale, la svista è strutturale, non s’inscrive
nell’antinomia normale-patologico. Il disturbo non è né normale né patologico. Il
disturbo è strutturale. Disturbo sintattico, il conto che, scrivendosi, sfocia nel simbolo
e si compie nella legge della parola. Disturbo frastico, il conto che, scrivendosi, sfocia
nella lettera e si compie nell’etica della parola. Nello sbaglio di conto, per via di
deduzione, che è deduzione dello zero, si effettuano il senso o il dispendio. Nella
svista, nella sbadataggine, per via di seduzione, che è seduzione dell’uno, si
effettuano il sapere e la ripetizione. La fiaba è il conto che si compie nella legge e il
conto che si compie nell’etica, scrivendosi.

La sostituzione propria della sintassi e la sostituzione propria della frase non sono
sostituzioni “totali”: la sostituzione nella sintassi ha la proprietà della metafora; la
sostituzione nella frase ha la proprietà della metonimia. Rispettivamente, la
sostituzione con condensazione, la sintassi, e la sostituzione con spostamento, la
frase. Ellissi nella sintassi, iperbole nella frase.

La fiaba: le cose si dicono. Nessun detto le precede né le fonda. La fiaba è senza
fondamento e senza fondo. Il conto è infondamentale e infondato.

La computazione è il conto nella sua struttura e il racconto nella sua struttura. La
memoria è computazione, ovvero conto e racconto. Il racconto per abduzione
dell’Altro, per abuso, per malinteso. La computazione non è mnemonica bensì
narrativa. Non c’è conduzione, bensì deduzione dello zero, seduzione dell’uno, abduzione dell’Altro.

Mentre l’ellissi esige l’equivoco in cui funziona lo zero e l’iperbole esige la
menzogna in cui funziona l’uno, la parabola esige il malinteso dell’Altro funzionale. I
tre registri della memoria non sono i “luoghi” su cui si deposita la memoria. Non
sono i registri per registrare la memoria. Sono i tre registri che appartengono alla
memoria: il registro della legge, il registro dell’etica e il registro della clinica. La
registrazione propria della memoria è la sua narratività, la sua oralità.

Il racconto, e non già il discorso, fa la città. Platone, invece, nella Repubblica, scrive
di educare e fare la città con il discorso, con il lógos come discorso. La memoria come
racconto è sia la memoria come dimenticanza, quindi come arte, e sia la memoria come
sogno, quindi come invenzione. È la memoria come racconto a fare la città. La
memoria come sogno e come dimenticanza è la memoria come il fare, è la memoria
come l’impresa, proprietà del fare, proprietà pragmatica, proprietà industriale.
Per abduzione dell’Altro, e non già per conduzione, l’incontro. Nel racconto
s’instaura l’incontro. E l’azzardo è proprietà dell’incontro. Per azzardo, per catacresi,
secondo l’occorrenza, per malinteso, le cose si fanno. Non sono né colpite né gravate
da nessuna necessità ontologica.

La memoria come conto, quindi come fiaba, e come racconto, quindi come fabula, è
narrativa, ovvero si scrive attraverso la lingua. Nessuna lingua già grammaticale.
Nessuna lingua radicale. Nessuna lingua fondamentale. Nessuna lingua di base.
Nessuna lingua di origine. Quindi, niente grammatica ideale.

La produzione frastica è la poíesis. Ma la produzione è anche pragmatica: è la
produzione propria della poesia. La poesia non è la poíesis. Ma la poíesis logica,
ontologica, è la poíesis nel processo unificante. La poíesis frastica è la poíesis che esige l’etica, come la poesia esige la clinica.

Il fare: la struttura in cui l’Altro è funzione e variante. Non è lo zero, f(0)1, non è
l’uno, f(1)0, bensì f(0,1)1,0. L’intervallo tra la funzione di zero e la funzione di uno, tra
il registro della legge e il registro dell’etica.

Il fare, la fabula, la fabrica. Il fare senza più naturalismo è il fare senza più il fatto,
né precedente né seguente, né immanente né trascendente, né reale né ideale. “Non
c’è più il fatto”, come “non c’è più il detto”, come “non c’è più lo scritto”. Ma questo
“non c’è più” non è il “non detto”, il “non fatto”, il “non scritto”, che, però, starebbe
lì per essere detto, per essere fatto, per essere scritto. O per essere ciò che deve ancora
essere detto, ciò che deve ancora essere fatto, ciò che deve ancora essere scritto. Né il
detto né il non detto, né il fatto né il non fatto, né lo scritto né il non scritto. Il “non
scritto”, per Antigone (che sostiene la legge non scritta), è ciò che è genetico,
ereditario, in definitiva ontologico, è ciò che deve servire, è il lógos che deve servire
l’Anánke.

Il diritto dell’Altro e la ragione dell’Altro, proprietà pragmatiche, custodiscono il
racconto, la cui condizione è la voce nella sua singolarità e nella sua solitudine, il
punto di astrazione e il punto di oblio. Il punto di oblio non è il punto obliato,
nell’accezione di totalmente cancellato.

Il racconto: la memoria come computazione chiamata racconto. Il conto e il
racconto. Ma la citazione è la chiamata in causa. E anche in appello.

L’utilitas sintattica, l’utilitas frastica e l’utilitas pragmatica sono l’oralità. Proprio
perché la struttura non è teleocratica, teleologica, si scrive attraverso la lingua.
Il racconto ha una virtù: il silenzio. Il silenzio custodisce l’Altro, contro cui nessun
litigio, nessun conflitto, nessun pólemos può impiantarsi. Non può essere espunto
l’Altro. Il silenzio custodisce l’Altro come la mens (l’odio) custodisce il paradiso,
ovvero la via del racconto, la via della catacresi, la via del malinteso. La via o la
strada: la strada della legge, la strada dell’etica, la strada della clinica.

Il concetto di esperienza è il concetto del luogo comune dell’esperienza, il concetto
di esperienza nel suo luogo comune, il luogo comune dell’esperienza è il “luogo”
della memoria, il concetto di esperienza mnemonica, l’esperienza mnemonica come
élenchos. Viene abolita la prova, sia la prova della realtà sintattica e della realtà
frastica sia la prova della realtà pragmatica, la prova di verità e di riso. La prova della
realtà sintattica è la prova di senso e di dispendio. La prova della realtà frastica è la
prova matematica, cioè la prova di sapere e di ripetizione. La prova della realtà
pragmatica è la prova di verità e di riso. Questa prova non è élenchos, non è
unificante, non sta nella procedura unificante, che è la procedura penale. Sta nella
procedura per integrazione. Il concetto d’integrazione sociale, culturale, etnica è il
concetto di epurazione dell’integrazione. Togliete l’integrità, e l’integrazione è
sacrificata a vantaggio dell’unificazione. Chi propone l’integrazione sociale propone
l’unificazione sociale.

Il racconto: tecnica e macchina, arte e cultura. L’artificio sono le arti del fare, le arti
del racconto, della poesia. Ci sono altre arti del paradiso: l’arte del silenzio, la danza;
l’arte del malinteso, l’intelligenza; l’arte della politica; l’arte della luce, la musica;
l’arte della piegatura, la strategia.

Il fare è senza più sostanza e senza più mentalità. Il racconto è incompatibile con la
mentalità! Il racconto: il sogno e la dimenticanza. Il fare: la macchina e la tecnica sono
la struttura dell’Altro. L’intolleranza verso la macchina e verso la tecnica è
l’intolleranza verso l’Altro, verso la differenza sessuale e verso la varietà sessuale. In
luogo della macchina e della tecnica, l’apparato, l’assunzione ontologica della
macchina e della tecnica, quell’assunzione che, secondo Heidegger, soltanto il
nazionalsocialismo si era proposto di attuare, ma non aveva ben assimilato il
messaggio di Heidegger, altrimenti, a suo dire, sarebbe riuscito. Heidegger lo ripete
ancora nel 1966, nella sua intervista al settimanale tedesco “Der Spiegel”.
L’assunzione ontologica della macchina e della tecnica non è riuscita nel nazismo, ma
il messaggio di Heidegger viene raccolto dall’hodiernitas, dall’epoca odierna.
Heidegger. L’essere usa l’uomo. Ha bisogno dell’uomo. E il “radicamento”
linguistico, territoriale, patriottico è essenziale, nella sua fondamentalità. La
grandezza dell’uomo sta nella patria, nella madre patria. E va annullata la
presunzione nichilistica della tecnica. Va annullato lo sradicamento. Va stabilito il
dominio ontologico sulla tecnica.

La via del racconto, la via del malinteso, la via industriale, la via finanziaria, è la
via del paradiso. Il paradiso non è il luogo della memoria, non è il luogo per
ricordare. Sognare e dimenticare non sono nell’ordine del possibile. Attengono al
contingente. Il sogno e la dimenticanza introducono l’avvenimento e l’evento. Ciò che
diviene è effetto del tempo nel fare.

Impossibile raccontare il sogno, raccontare la dimenticanza, restaurare o
ripristinare il sogno, restaurare o ripristinare la dimenticanza. Impossibile inseguire
l’origine attraverso il sogno o attraverso la dimenticanza. De-mentare: la mente non si
assume. L’odio non si assume. Nemmeno con il sogno. Dementare: qualcosa esce di
senno, qualcosa esce di mente. Da qui, la dimenticanza. Ma che cosa viene in mente e
che cosa esce di mente? La mente non è un contenitore. Quindi, dementare, il sogno, la
dimenticanza, il racconto: non c’è più mentalità.

Mens. Protagora: l’homo mensura. L’homo mensura sarebbe l’homo technicus. In
questa accezione, la tecnica e la macchina sarebbero economiche. La tecnica
economica e la macchina economica sarebbero la tecnica mnemonica e la macchina
mnemonica. L’homo mensura: mensura omnium rerum, nella versione latina, la misura
di tutte le cose. Homo mensura, homo consumens: risparmia e consuma il tempo
misurandolo; homo secans. Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), medico e filosofo:
l’homme machine, l’homo artificialis. Il fare preso dal télos è il fare che viene espunto e viene rappresentato nella teleocrazia.

La metafora, la metonimia e la catacresi sono proprietà dell’annunciazione nel suo
dispositivo. Non c’è annunciazione senza il dispositivo della conversazione. La
conversazione è dispositivo dell’annunciazione, dispositivo della computazione.
“Non conto più”, “non racconto più”, “non cerco più”, “non faccio più”, “non
viaggio più”, “non ricordo più”, “non dimentico più”: l’immemoriale.

L’immemoriale: niente da ricordare. La memoria è contraddistinta dal pleonasmo,
dall’integrità, dall’integrazione, dalla procedura per integrazione, dall’intero.
E la strada non è retta, non è una retta. Anzi, lo “smarrimento” è strutturale. La
struttura è contrassegnata dalla “lacuna” e dallo “smarrimento”, che sono strutturali,
proprietà della memoria, dell’esperienza. È la strada intellettuale. La strada è difficile
e semplice, come la “cosa”.

Il fare, il racconto: sogno e dimenticanza. Il fare, il racconto, sta nel gerundio, e non
già nel participio passato. L’ombelico del racconto, l’ombelico del sogno e della
dimenticanza, l’omphalós, è la voce. Fuoco fatuo la voce, come lo specchio, come lo
sguardo. E colore.

La struttura è incolmabile, in virtù della sua lacuna. È incolmabile la sostituzione.
La metafora, la metonimia, la catacresi indicano che la struttura è incolmabile, che è
contraddistinta dalla lacuna. Transfert, traslazione, metafora (die Übertragung). La
metafora è propria della sintassi. E la metonimia è propria della frase. La metonimia
non si doppia sulla metafora. E la metafora non assorbe la metonimia. Non sono due
facce di una stessa realtà. La struttura non è metaforico-metonimica, abolendo la
catacresi, abolendo il pragma. Jacques Lacan scrive che “il transfert è la messa in atto
della realtà dell’inconscio”(Séminaire XI. Les quatre concepts fondamentaux de la
psychanalyse
, 1964). Ma non c’è messa in atto di alcunché. E quello che
l’antropoanalisi francese chiama passage à l’acte non è l’acting out. Crede che sia
quello, ma è il passaggio all’azione, è l’idea che agisce. Il transfert, nella definizione
che ne dà Lacan, è il transfert come forma privilegiata dell’ideofania.
Nessuna recta oratio. Niente rectus casus. L’oratio è obliqua. La strada è obliqua,
indiretta. Non c’è più la strada retta. “Non c’è più” è ciò che mai è stato, mai è e mai
sarà. E obliterare, ob-litterare non vale a togliere la lettera. Per altro, nulla può
obliterarsi.

L’intervallo: il filo del tempo e la sua corda. L’aurora, il crepuscolo: la stessa soglia.
Il filo: di piede in piede, di errore in errore, fino al limite del tempo. I termini
dell’errore di calcolo sono i termini propri del fare. La corda: di passo in passo, fino
alla frontiera del tempo. Le misure del passo sono le misure del fare. I termini, i modi,
le misure propri del fare sono i termini, i modi e le misure per instaurare la piega. La
fendenza interviene nella ferenza.

Parodiando, l’“essenza” della porta è lo spalancamento, che procede dall’apertura.
Gli antichi romani avevano addirittura immaginato una dea, Patela, o Patella, o
Patellana, la dea che presiede all’apertura della spiga o, in una variante, della rosa.
Latens, patens. La latenza e la patenza: distinzione tra l’interiore e l’esteriore, tra il
discorso interiore e il discorso esteriore. Latenza: lateo, latere, greco lantháno (come
léthe, dimenticanza, oblio, il fiume Lete). Patenza: pateo, patere. Latibulum, patibulum:
distinzione tra ciò che si nasconde, la latenza, e ciò che si manifesta, è palese, la
patenza. La forca (patibulum) non si nasconde, si palesa, si mostra. La latenza
procederebbe dalla chiusura: nascondere, celare. E la patenza alluderebbe
all’apertura nell’accezione di ciò che è evidente, manifesto. Ma, in effetti, sia la
latenza sia la patenza procedono dalla chiusura ontologica, per chi distingue fra il
discorso interiore e il discorso esteriore. Oppure per chi accetta il concetto di
contenuto patente, cioè palese, manifesto, e di contenuto latente, celato.
“Contenuto” è un lessema assurdo, come il lessema “contenente”. Il tema non è il
contenuto. Il concetto di contenuto è un concetto semiologico, richiede la
significazione, ovvero la cancellazione della memoria. Addirittura, questa
cancellazione può passare attraverso l’imperativo: Memento! È l’imperativo della
reversione. Ma non c’è reversione. E nulla è reversibile. Jean Baudrillard (1929-2007)
credeva nella struttura reversibile, che presuppone la reversione. Baudrillard ha
riabilitato, riedificato la simulazione, in assenza di simulacro, di sembiante, di
specchio, di sguardo, di voce. Memento! L’imperativo della memoria è l’imperativo
tanatologico: la polvere, la cenere, la reversione. Ciò che era cenere ritorna cenere.
L’idea di reversione è l’idea di ritorno, l’idea di cerchio. La reversione è una proprietà
circolare.

Memini, meminisse, mi viene in mente, menziono, faccio menzione: sempre da
mens, med, mod, medium, modus, medicina. Commemini. Rememini. Memini: da qui,
memoria, e il participio è memor. Reminiscor. Miniscor. Mentio. In sanscrito, matih è “la
pensata”, “la meditata”. E in osco, memnim è monumentum, il monumento, cioè la
memoria come edificio rispetto al racconto. Comminiscor, in greco maínomai:
strapenso, sono furioso. La mania. Com-mentus risponde al sanscrito matáh, il pensato.

Dalla radice indoeuropea men, poi mam, matih, matos, autó-matos. Autómatos non può
essere “pensa da sé” né “fa da sé” né “agisce da sé”: è la stessità del fare come la
stessità del racconto. Autómatos è il tempo, contraddistinto dalla mens, dall’odium,
perché il tempo non finisce. La struttura non finisce. La struttura senza l’idea di fine è
la struttura dell’Altro, il fare, la natio.

Immemoria, immemor, memoro, rimemorare, rimembrare. Commemoro, scrivono Cesare
e Cicerone. Commemoratio. Immemoratio (in greco amnesìa). Immemoratio è l’anoressia come virtù della memoria. Non c’è reversione, quindi nessuna rememoratio.
Livio Andronico, nel frammento 11 (da una sua Odissea andata perduta, citata da
Aulo Gellio, Le notti attiche, III, 16), scrive: “Quando dies adveniet, quae profata Morta
Est
”. E Cesellio Vindice (citato in Aulo Gellio, op. cit.): “Tria sunt nomina Parcarum:
Nona, Decima, Morta
”, così chiama le Parche. Morta corrisponde a Lachesi. Ma anche
in greco, le Moire: moira, sempre connessa con mors. La Moira che taglia il filo. Il filo
può tagliarsi: sta qui l’idea di fine del tempo.

Il malinteso. Per Jacques Lacan (Le malentendu, giugno 1980), il soggetto nasce
malinteso, cioè incatenato. Ereditarietà. Il simbolico. La genetica. Ma il malinteso non
è il soggetto. Il malinteso, come il calcolo, ha un indice, l’indice della sua
indissipabilità: la madre. Errore di calcolo: il malinteso. L’arte del calcolo è l’arte del
malinteso, l’intelligenza. E l’errore di calcolo è l’invenzione del malinteso. “Non
intendo più” è l’anoressia come virtù del calcolo, come virtù del malinteso. “Non
intendo più”, ma qualcosa s’intende. Le cose, facendosi, trovano la piega. La
divisione pragmatica, la piega pragmatica. Parodiando, la piega segue alla divisione.
Senza il tempo, nessuna piega. L’idea della fine del tempo non fa una piega. Non fa
nessuna piega. E nessuna luce. L’idea della fine del tempo è luminosa, ma senza luce.
Il tempo, l’automa, l’automatismo, la stessità del fare, la cosa stessa. La luce non è
ciò che lascia vedere, bensì ciò che lascia intendere. Nulla s’intende di ciò che si fa se
non si divide e se non si vende. La vendita è la proprietà finanziaria del tempo. La
cosa è semplice: per ciò s’intende. Udire, ascoltare, intendere. Arte della luce e cultura
della luce.

La lingua pragmatica, la lingua della politica, è la lingua diplomatica, la lingua
dell’intendimento. Quale terapia, quale formazione senza il dispositivo pragmatico,
senza il dispositivo diplomatico, senza il dispositivo dell’intendimento, senza la
lingua dell’intendimento, senza il fare, senza l’impresa? E l’impresa intellettuale è
l’impresa che è colpita anche dall’ideologia della cosiddetta terza rivoluzione
industriale. Non già dalla terza rivoluzione industriale, ma dalla sua ideologia.
Ancora il determinismo. Ancora l’obiettivismo. Abolite, idealmente, l’oggetto e la
causa, e avete l’obiettività e la causalità. Abolite il tempo, e avete la spazialità. Senza
il tempo. Senza l’Altro. L’obiettività e la causalità propugnano il senso, il sapere, la
verità come il senso, il sapere e la verità della storia, del vissuto e dei fatti.

La diplomazia è la proprietà linguistica del paradiso. La luce: senza più il visibile
né il visivo né lo speculare né la significazione. La luce, l’ascolto: in nessun modo si
toglie il malinteso. Non soltanto s’instaura un altro malinteso, un malinteso altro,
dell’Altro, ma il malinteso rilascia l’enigma. Nessuna comprensione del tempo,
dell’Altro, dell’umanità, dell’impresa. Ogni comprensione è ontologica. È la
concettualità, che nega l’intellettualità. Comprendere l’impresa vale a negare la sua
intellettualità, il dispositivo di valore dell’impresa.

La luce. Il lampo per ascoltare e intendere, anziché per vedere. Perché, se il lampo
è fatto per vedere, allora vale il motto di Pirandello: “Ogni tanto, un lampo; ma per
veder che cosa? Una cantonata” (Notizie del mondo, 1901, in L’uomo solo). Ma
nemmeno la cantonata si lascia vedere. La cantonata è frastica. Nessuna cantonata
pragmatica.

Licurgo era un “bravo tiranno” di Sparta. Licurgo ha una sua pensata. Come
tiranno, Licurgo cosa pensa? Pensa ciò che vuole. E che cosa vuole? Vuole il sistema
proporzionale, cioè il sistema delle filiazioni genealogiche, il sistema algebrico e
geometrico. Licurgo vuole l’algoritmo. Vuole l’unità, l’universalità, l’università.

Secondo il matematico Niccolò Tartaglia (1499-1557), quelle che, alla sua epoca, erano
ritenute le nuove specie di algoritmi rappresentano le passioni del numero. In realtà,
gli algoritmi sono le passioni, togliendo il numero. Sono il disegno ideale. Che cosa
fa, Licurgo, per stabilire il sistema proporzionale, l’algoritmo degli algoritmi? Che
cosa cerca di bandire da Sparta? L’aritmetica.

E Platone deve correggere Pitagora, correggere l’aritmetica, sicché propone un dio
algebrista e geometrista, un dio che risparmia e misura il tempo. Deus mensura.
La matematica non sta nell’universo, che è circolare. La caricatura della
matematica si chiama la fisica e la metafisica. E l’idea della fine del tempo fonda
l’escatologia.

Licurgo, come ogni tiranno, ha ragione. Ha tutta la ragione, ha tutto il diritto. La
ragione e il diritto stanno nella sua volontà, sicché l’algoritmo degli algoritmi fa
sistema.

Homo biomedicus. Robot biomedicus. Nel 2014, a Hong Kong, Dmitry Kaminskiy,
scienziato in medicina e bioetica dell’Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca,
amministratore delegato della società di biotecnologia Dkv, stabilisce un consigliere
di amministrazione prioritario rispetto a tutti gli altri: il suo voto è vincolante per le
decisioni sugli investimenti. Si chiama Vital (Validating Investment Tool for Advancing
Life Sciences
), un computer la cui opinione è il risultato del suo algoritmo di analisi.
Dmitry Kaminskiy, l’algoritmo degli algoritmi, il canone dei canoni. Il luogo del due:
l’algoritmo degli algoritmi, che fa sistema.

E l’algoritmo degli algoritmi è protocollare, ha i suoi protocolli. Il protocollo è
ontologico: protocollo della chiusura e della circolarità. È il protocollo
dell’androgino. È il protocollo della burocrazia. Il principio di accettabilità è
protocollare. Il protocollo è lo strumento della circolarità. La procedura è
protocollare. Il protocollo s’imprime nel sigillo del fondamento. Il protocollo è
radicale. Niente cammino e niente percorso, ma soltanto circolazione.
Il protocollo – protókollon, protos kólla, il primo foglio incollato di un rotolo –
sarebbe il preambolo, ma viene assunto dall’ontologia e, quindi, come “primo”,
procede dalla chiusura. Il preambolo è senza i “dati”. Nulla è dato. Nulla è “perduto”
o “lasciato”.

Med, mod, modellus, modulus. Il modo della parola, la medicina della parola, la
struttura della parola, lo strumento della parola, la memoria come struttura, come
disturbo: tutto ciò si elide, procedendo dalla chiusura, per unificazione, per
moltiplicazione e per unificazione.

Il sistema mondiale del mercato è il sistema mondiale del transfert, che può
definirsi Trading&Commodity. C’è una sola azienda, l’azienda universale, e si chiama
Trading&Commodity. Il tonus, tónos, la tensione, spariti. Sparita la trattativa come
dispositivo di valore, sparito il tavolo, sparito il dispositivo di parola, la trattativa
viene assunta dall’ideologia dell’invidia e della vendetta, l’ideologia che ispira il
dialogo.

Dialogo, o monologo, è la parola affidata al suo télos. Qual è il télos del dialogo? Il
dialogo deve togliere il due, deve togliere la contraddizione, l’inconciliabile, la
contraddizione propria del due, della relazione, e la contraddizione propria
dell’equivoco.

L’utopia è già nella “presenza”, tutta visibile, quindi, non c’è più bisogno del
“lavoro della mano”. Sì, serve, da qualche parte, ma per poco ancora. Resterà solo il
lavoro nella sua materiale spiritualità.

Non più la trattativa con il brainworking, con l’artfinancing, con l’artbanking, con
il culturebanking. Bensì la trattativa senza più l’humanitas. Senza il due, senza lo zero,
senza l’uno, senza l’Altro. È lo stato matricida come androgino trinitario.
L’androgino trinitario si fonda sul matricidio.

Il dominium esercita il suo imperium attraverso l’Idc o Iot (Internet delle cose o
Internet of things). L’Idc è un algoritmo. Lacan arriva a chiamare matema quello che,
in precedenza, chiamava algoritmo. L’algoritmo fondamentale di tutta la linguistica e
anche della psicanalisi e dell’antropologia è “S/s”. L’algoritmo trasmissibile,
conoscibile, non c’è bisogno di tradurlo.

L’epoca segna l’incarnazione della morale sociale. La coscienza è coscienza sociale.
Tutto ciò che ha definito la coscienza, per la sua vendicatività, irascibilità,
suscettibilità, rabbiosità, ringhiosità, rancorosità, come coscienza sociale, coscienza
anale, coscienza circolare, oggi s’incarna nella morale sociale.

Lo psicopompo si fa sistema, si fa algoritmo degli algoritmi. È lui l’interlocutore.
Non c’è più nemmeno bisogno dell’uomo di stato o della donna di stato. È lui che ha
tutte le risposte obbligate, rispetto a cui ognuno non ha scelta, cioè ha la scelta
obbligata.



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Armando Verdiglione, "Il racconto, il sogno, la dimenticanza"

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