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Lo stato, la struttura, l’adiacenza, nonché spiritus rector, la coniugazione radicale, l’attrazione fatale

Armando Verdiglione
(6.10.2016)

Lo “stato” della parola è una proprietà del sembiante, come proprietà dello
specchio, dello sguardo e della voce, come l’identificazione, il confronto, la
solitudine, la condizione. Lo stato del punto e del contrappunto, come lo
specchio, come lo sguardo, come la voce, non può afferrarsi, non si concepisce,
non si pensa, non si vede. Lo stato del punto e del contrappunto dello specchio,
dello sguardo, della voce. È senza sostanza, senza sito e senza luogo. Per ciò,
l’impertinente, lo straniante e l’aberrante; l’abietto, l’immondo e l’aberrante. Lo
specchio come l’impertinente o come l’abietto. Lo sguardo come lo straniante o
come l’immondo (nessun mondo può erigersi con lo sguardo, né ideale né
imaginalis). La voce come l’aberrante.

Lo stato della parola è la condizione della memoria in atto, la condizione
della struttura. La memoria: non già la memoria di qualcosa. Nulla è vissuto. Il
vissuto varrebbe come rappresentazione della rappresentazione e,
specialmente, come memoria della memoria. La memoria è in atto. E la memoria
in atto è l’esperienza.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Ogni esperienza è mistica, se si doppia sulla memoria del vissuto, sul luogo
dello specchio, sul luogo dello sguardo, sul luogo della voce. Sul luogo di
origine. Luogo di origine, luogo dell’Altro, luogo dell’idea o delle idee. Luogo
per ogni disegno ideale. Luogo della grammatica ideale e, per ciò, universale.
Lo stato nella parola non è stato di natura né innato. Naturale e innato è il
luogo, come pure ciò che si situa in riferimento al luogo di origine. Così la
competenza, che è la grammatica naturale e innata, quella che si chiama logica
della correttezza
.

La logica della correttezza presiede alla logica del padrone e dello schiavo. La
dialettica del padrone e dello schiavo, che Socrate assegna a Menone, si fonda
sulla logica della correttezza. La correttezza è propria della grammatica ideale,
della grammatica naturale e innata, della grammatica universale. Quanto viene
attribuito a questa dialettica del padrone e dello schiavo, come la storia o la crisi
o la guerra, è la realizzazione del disegno ideale come disegno corretto, come il
disegno che ha il riferimento del luogo, del luogo ideale.

È assurdo, perché impossibile, togliere lo stato. Idealmente, lo stato della
parola è tolto, nel riferimento al luogo dello stato, al luogo della parola, al luogo
della particolarità della parola, al luogo della specificità della parola, della sua
struttura, della sua scrittura, del suo processo intellettuale. Questa chiusura
ontologica era in principio e ritorna al principio, ritorna alla fine, a quella che
viene stabilita come la fine del tempo o la fine dei tempi, che dà significazione
al ritorno e alla chiusura ontologica.

Il luogo è l’ineguale. Ma il principio egualitario come principio di
eguagliamento ha come riferimento proprio questo luogo e è il principio
gerarchico. Rispetto alla chiusura ontologica di principio, e rispetto
all’equazione ontologica dopo la fine, ogni cosa, in funzione del ritorno, deve
tendere al “più uguale”, deve essere “più uguale”. La gerarchia è data dal “più
uguale”, da ciò che è “più uguale”, fino a arrivare all’equazione. Il disvalore è
nel “meno uguale”, addirittura in ciò che in nessun modo può rientrare
nell’uguale: quindi, disvalori sono il due, l’Altro, la differenza, la tripartizione
del segno, la parola stessa. Disvalore è lo stato. Disvalore è la città stessa, intesa
come la città del tempo.

Il luogo dello stato, quindi, il luogo anche del tempo, il luogo dell’Altro, che
può essere anche stabilito come il luogo del discorso dell’Altro, il luogo
dell’humanitas non sta se non nel processo ideosofico. L’idea di morte, anche
come idea di morte di Dio o come idea di morte dell’uomo, è in ogni mitologia e
in ogni teosofia, in ogni ideosofia. Viene chiamata così da Alexandre Kojève, da
Friedrich Nietzsche, da Claude Lévi-Strauss, da Georges Bataille, da Michel
Foucault. Viene chiamata anche dissoluzione o sparizione dell’uomo, oppure,
con Lacan, evanescenza, per cui il luogo dello specchio, dello sguardo, della
voce, il luogo dello stato dello specchio, dello stato dello sguardo, dello stato
della voce, il luogo del due, il luogo della tripartizione del segno, il luogo,
segnatamente, dell’humanitas.

Kojève, la “sparizione dell’Uomo alla fine della Storia”, la morte dell’uomo a
profitto della spazialità pura, della topologia pura. Althusser: l’antiumanesimo
da Per Marx agli imperativi del ‘68. Lévi-Strauss: la “dissoluzione dell’uomo”
nelle strutture (Il pensiero selvaggio, 1962). Foucault (Le parole e le cose, 1966):

Se queste disposizioni [proprie al sapere moderno] giungessero a scomparire così
come sono apparse, allora si può proprio scommettere che l’uomo si cancellerebbe,
come al limitare del mare un viso di sabbia.

L’antologia ha bisogno di storicizzarsi attraverso un processo di morte e di
rinnovamento. La fine dell’uomo è il fine, il télos senza humanitas, senza il
terreno dell’Altro.

L’attenzione del sistema egualitario, burocratico, è data tutta sul soggetto,
che è supposto e, per sdoppiamento, supposto sapere o supposto al sapere, in
modo che il sapere diventi la forma della verità. Fino a stare lì, come scrive
Lacan, “incatenato”, cioè rappresentato. Come se la struttura fosse la struttura
del soggetto. La competenza, ovvero la grammatica universale, innata e
naturale, assorbe la memoria come la struttura, il fare, la ricerca, la performance.
Assorbe la memoria in atto.

L’homo postulato come consumens si risolve nel consumptus e la scena si
sdoppia: scena del negativo o psiche nell’accezione di Apuleio, o estrapolata da
Apuleio, accezione che ha una lunga scia con il nome di “eterno femminino”, la
grande madre, Demetra, Maria, per l’islam, Fatima, come la quaternità, ciò che
unifica e conferma e rinsalda l’androgino trinitario circolare. Per Jung, questa
quaternità è il male, a cui egli attribuisce la sostanza. Per altri, da Johann
Wolfgang von Goethe (1749-1832) a Antonio Fogazzaro (1842-1911), a Pavel
Florenskij (1882-1937), a Sergej Nikolaevic Bulgakov (1871-1944), alla comunità
riunita nel banchetto sacro detto Eranos è Sophía.

Per costoro, per le varie società teosofiche, per la società dell’islam, l’eterno
femminino è il volto di Dio. Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) arruola
anche Dante, quindi non soltanto Maria ma anche Beatrice. Henry Corbin
assume Stella (Stella Leenhardt, sua moglie) come Sophía, come il volto di Dio.
La scena non è più la scena originaria, bensì la scena o come negatività o
come la grazia o la bellezza dell’androgino trinitario. E il corpo, se non è il corpo
della parola, allora è il luogo del due, il sistema. Il luogo del due: la
duplicazione della scena è la duplicazione del corpo, il corpo impuro e il corpo
sacrificale. Ma il corpo sacrificale segue un télos, un fine, che è festivo: il corpo
sacrificale, scritturale, spirituale, festivo. Secondo l’idea di purezza rivendicata
da ogni struttura pura come quella essena e come tante altre, il corpo è il corpo
del paradiso, il corpo come tempio dello spirito. La scena e il corpo, nell’epoca,
in tutta la sua mitologia, hanno questa destinazione.

Il luogo dello stato della parola: in nome dello stato invisibile, uno stato
viene abbattuto per fondarne uno necessario. L’impadronimento dello stato ha
questo disegno: realizzare il cielo in terra, una volta abbattuto il cielo, come
scrive Lenin.

Lo stato edificato in nome dello stato invisibile è lo stato necessario, poi, è lo
stato totale, omogeneo e universale. Può incarnarsi in quello che Kojève chiama
lo stato universale e omogeneo. Intanto, è lo stato ideale, lo stato di origine. Lo
stato di natura è lo stato innato. Lo stato che s’incarna, che si personifica, ha la
sua ragione e il suo diritto. È lo stato che è uno-tutto – come lo indica Eraclito,
tanto ripreso, a suo modo, da Heidegger e tradotto, ancora a suo modo, da
Lacan –, è lo stato che diviene lógos e vuole e non vuole essere pronunciato con
il suo nome: Zeus, la grazia assoluta di ogni divinità.

La sovranità è lo stato pazzo, lo stato che fa quello che vuole. Vuole il bene:
per ciò, per Giovanni Gentile è lo stato etico. È lo stato di diritto e di ragione
perché il diritto e la ragione sono dello stato. L’astuzia del diritto e l’astuzia
della ragione seguono l’astuzia dello stato, che si realizza, che si finalizza, che si
circolarizza. È lo stato nella sua realizzazione spirituale. Lo stato come regnum.
Lo stato come organismo mistico. Lo stato rivendicato da ogni bolscevismo.
Nell’imminenza della “rivoluzione” iraniana, quattro o cinque dotti iraniani
avevano il compito di dissipare la diffidenza che l’università e gli intellettuali
avevano, in Iran, nei confronti della religione come modello sociale e politico,
che non ammette diverse forme di governo e non ammette la democrazia. Chi,
tra questi quattro o cinque, si trovava in scarto rispetto a questa tesi bolscevica è
stato accantonato da Khomeini. L’ideale era egualitario. Il principio egualitario.
Il principio comunista. Bisognava togliere gli oppressori e esaltare gli oppressi:
questo era il disegno ideale.

L’uomo di stato, l’uomo di diritto, l’uomo di ragione, l’uomo di legge,
l’uomo di etica, sta dinanzi allo stato come stato di diritto, stato di ragione, stato
legge, stato etico. Lo stato vuole il bene, per ciò è un’incarnazione dello stato di
natura, dello stato ideale, dello spirito.

Il prestigio, la gloria, il riconoscimento: tutto ciò non è altro che il corretto. È il
fiore della correttezza. La logica del corretto. La logica dell’accettabile. Tra
Menone e lo schiavo, regna la correttezza. Secondo Kojève, non ci saranno più,
a un certo punto, padrone e schiavo, e nemmeno gli antagonismi, perché
reciproci saranno il riconoscimento, la correttezza, l’accettabile.

La logica della correttezza è la logica sostanziale e mentale. Il sostanzialismo
e il mentalismo reggono l’antinomia padrone-schiavo, amico-nemico. E
formano l’appannaggio del soggetto automa. Ognuno ha quello che si merita. E
si merita la conformità e l’uniformità, si merita la correttezza dell’idealità e
dell’universale conseguente.

L’uomo di stato. L’uomo di legge. Non è lo stato giusto. Non è lo stato con il
suo modo d’intervento, con la sua giustizia. È lo stato necessario, lo stato che
risponde alla necessità ontologica, lo stato farmacista e lo stato farmaco, lo stato
Uroboro. Anche Hitler asseriva il postulato dello stato necessario, ma che, poi,
avrebbe dovuto giungere all’estinzione, estinguersi: “Il popolo vince sullo
stato”. Per Mussolini, valeva la formula: “Tutto nello stato, niente fuori dello
stato” (Discorso del 28 ottobre 1925). E per Benedetto Croce, illuminista, “Lo
stato è l’incarnazione dell’éthos umano” (Elementi di politica, 1925). Lo stato città,
lo stato polis, lo stato nazione, quindi senza più la città del tempo e senza più la
“nazione” come industria, come la struttura dell’Altro.

In questa realizzazione circolare, ciò che importa è lo spiritus rector, la guida,
l’imam, il führer o il segretario del partito comunista. Oppure, nell’elogio che gli
fa Henry Corbin, può essere Carl Gustav Jung. È Corbin lo spiritus rector per
Olga Fröbe-Kapteyn (1881-1962), la “Grande Madre”, colei che ha istituito,
prima, a Zurigo il circolo letterario Table Ronde, poi, dal 1920 ad Ascona, nella
Casa Gabriella, una tavola rotonda di studiosi di religioni, orientalisti, filosofi,
teosofi, psicologi, islamisti, biologi, che tennero dal 1933 i Convegni Eranos.
Éranos è il banchetto sacro, la coena collaticia, dove ognuno porta qualcosa: nei
Convegni Eranos ciascuno dei convenuti reca uno scritto. Questi incontri
annuali sono proseguiti fino a oggi. Spiritus rector è anche Kojève, anche Louis
Massignon, anche René Guénon, che è nella più alta gerarchia dell’Ordine
Templare di Parigi.

Corbin scopre a Eranos la “libertà spirituale olistica”, la “traditio lampadis”, la
Grande Madre, la Sophía eterna, i simboli della sincronicità, l’idea archetipica,
ovvero l’idea di origine, l’idea che agisce. Corbin è presentato dall’“amico e
maestro” Louis Massignon.

L’uomo di stato, l’uomo di legge, l’uomo di diritto, l’uomo di ragione.
Oppure – se questo discorso dell’Altro, se l’inconscio, può esserle prestato,
come suggerisce Lacan –, allora anche la donna di stato, allora anche la donna di
legge: allora non è Sophía, non è la Grande Madre, è lo stato incarnato in tutta la
sua severità.

La libertà del proprietario, la libertà dell’uomo della comunità, la libertà
dell’uomo di rango superiore, la libertà della volontà, la libertà di chi fa quello
che vuole, la libertà del “pazzo”, la libertà del soggetto automa come soggetto
dell’inconscio, come soggetto del discorso dell’Altro, la libertà della morte
funzionale all’economia del discorso risponde all’idea di morte della materia,
all’idea materna, all’idea radicale, all’idea che agisce.

Il luogo del due è il luogo della contraddizione, del principio di
contraddizione: il luogo ideale. Allora, parlare eliminando la contraddizione,
eliminando il due. Il monologo e la sua funzione, la sua variante, il dialogo: il
monologo è accettato e accettabile, è tollerato e tollerabile. Ma il monologo è la
conformità del viaggio rispetto alla chiusura ontologica, quindi rispetto al
disegno ideale, allo standard.

Lo stato dello specchio, lo stato dello sguardo, lo stato della voce è la
condizione della struttura della parola, è la condizione della memoria come
struttura. La struttura: sentiero e bordo della memoria, filo e corda della
memoria. La struttura procede dal due, per ciò non si chiude. L’“altrove”
rispetto alla struttura indica proprio questo: la struttura non si chiude. Questa
struttura è particolare e specifica. È la struttura secondo la particolarità, secondo
la dissidenza, secondo il numero e è specifica perché si scrive.

Lo sbaglio di conto, l’equivoco, la sbadataggine, l’inganno dell’immagine,
l’alterità dell’immagine, il malinteso: l’elemento non prescinde dall’adiacenza e
l’adiacenza esige la costellazione. L’adiacenza è la proprietà dell’elemento
strutturale. Nessun sillogismo. Il sillogismo è il monologo, è la visione sorda.
L’universale del sillogismo è l’universale che si fonda sull’idea di morte, quindi,
sulla funzione di morte: nessuna adiacenza. L’adiacenza è proprietà
dell’elemento strutturale, è proprietà strutturale. L’adiacenza rispetto
all’industria è l’Altro nella costellazione linguistica. Ciascun elemento è
particolare e specifico, strutturale. È nella costellazione.

Il palinsesto: non ci sono piani di scrittura, ma strati. Strati della parola, strati
strutturali e strati scritturali. Strati nel loro infinito. Proprio in virtù
dell’adiacenza e in virtù della costellazione. Proprio perché non ci sono piani,
non ci sono un piano ideale e un piano fenomenico o apparente, un piano della
manifestazione. La costellazione e l’adiacenza non postulano il segreto.
Ad-iacenza: ciò che è accanto, presso, ciò che è pronto. Secondo la
particolarità, secondo la dimensione, secondo la funzione, secondo la materia,
secondo l’operazione. Secondo lo specchio, lo sguardo, la voce. Secondo l’idea.
Struttura materiale: la struttura secondo la dimensione di materia. Non è
profonda né superficiale né immanente né trascendente la struttura. Il
geroglifico s’instaura perché la struttura si scrive e si qualifica.

La struttura, nella sua adiacenza, procede dal due. Struttura insostanziale.
Struttura immentale. La memoria è memoria in atto. E l’atto è arbitrario nella
sua adiacenza. Togliere, idealmente, l’adiacenza significa l’idea di origine, l’idea
di morte, l’idea di ritorno. La struttura della parola procede dalla traccia come
modo dell’apertura. Della traccia e della struttura nulla può constatarsi in tutto
ciò che si riassume come risultato dei due secoli e mezzo d’illuminismo sotto il
nome di antropologia, che si fonda sul radicalismo.

Nel 1960, Jacques Lacan scrive che l’impiego del termine “struttura” da parte
sua trae la sua autorità da Claude Lévi-Strauss. E nel 1975 scrive: “Gli devo
molto, se non tutto” (Conferenza al Mit, 1975, in “Scilicet”, 6/7). Per Lacan la
struttura è la topologia, e la topologia è l’ultimo, più avanzato ragionamento
matematico, che serve per la presentazione. Così, il soggetto ha un’apertura.
Qual è l’apertura del soggetto? “Non sa ciò che dice quando parla al suo
simile”. Il soggetto parla al simile? Dove nasce il simile? Quando nasce? Come
nasce? Lo psicanalista è il simile? Sarebbe l’immaginario nella prima
formulazione “dal simile al simile”? Oppure, l’immaginario come il “riflesso”?
Oppure come il “ragionamento matematico”, che consente, poi, qualcosa
rispetto al reale o rispetto al simbolico?

La topologia è quanto di più avanzato nel ragionamento matematico? E vale
a comprendere, a presentare quel che ne è dell’inconscio? La topologia è la
struttura? Quale struttura? Il ragionamento matematico ha una consistenza
immaginaria? L’immaginario sostiene il reale? Il reale è comandato
dall’immaginario? Dipende dall’immaginario? Il simbolico (l’inconscio, il
linguaggio) “régit” il reale? Impone la sua legge al reale? Il reale ha il ruolo
d’intermediario? Ma il reale è impossibile? È impossibile che il linguaggio regga
il reale? La topologia risulta un sistema ideale, un fantasma di morfologia
dinamica, un’idea spirituale, illustrante e illustrativa.

Lacan presenta il malato. Presenta l’inconscio: “Ce n’est qu’une
presentation”. Una presentazione, la topologia. Una presentazione, il nodo
borromeo. Una presentazione, il seminario. Una presentazione, lo scritto.
Lacan dice che lo psicanalista si serve del proprio inconscio per interpretare e
del messaggio che anche a lui arriva sotto forma capovolta e, quindi, come
sapere, mentre il soggetto dice o in ciò che dice il soggetto. E, per decenni, la
psicanalisi “è essenzialmente ciò che reintroduce nella considerazione
scientifica il Nome del Padre” (La scienza e la verità, 1965). Perché, forse, la
considerazione scientifica era diventata un po’ meccanicistica, aveva smarrito il
Nome del Padre o aveva perso l’inconscio. Poi Lacan dice: “L’inconscio è il
delirio freudiano” (La transmission, in “Les Lettres de l’École”, 1979). Attribuisce
a Freud l’asserzione che tutto è sogno. Ma questo non è Freud, è Calderón de la
Barca (1600-1681). Se la vida es sueño, Freud delira. La presentazione successiva,
la presentazione finale è quella attraverso la topologia.

Il desiderio di morte è provato dal sogno e vincolato al concetto universale di
morte, alla funzione di morte, tanto da fare sorgere l’idea della pulsione di
morte e da ritenere spaventoso sognare che si è condannati a vivere a
ripetizione? Tutto questo da ascrivere addirittura a Freud? Il commento di
Lacan risente dell’epoca e vale da suo excursus ontologico. Ognuno,
l’universale, la funzione di morte. Da qui, la caduta, il sintomo, la sua
intermediazione. Il sintomo. Un virus. Il virus del sintomo da comunicare sotto
la forma di significante. Compito dello psicanalista? E come? Con la sua
interpretazione, con l’assegnazione di senso che attinga all’inconscio dello
psicanalista, al sapere proprio al discorso dell’Altro? L’interpretazione fallisce e
resta chiacchiera, se il sintomo non è tolto? Qual è il criterio? Qual è la soglia?
Qual è la particolarità? Qual è la specificità? La chiacchiera è purificata
dall’ontologia e mette in scacco la pratica?

Com’è dunque che, prima, è il significante che vale la catena, poi è il nodo
che vale la catena? Il nodo circolare triplice. Se la catena è il simbolico, il nodo
ha, nella catena, sia il reale sia il simbolico sia l’immaginario. La catena è
spirituale. Una catena semiologica.

Lacan si considera l’epigono di Freud: “Je suis un épigone” (Les mathèmes de
la psychanalyse
, in “Les Lettres de l’École”, 1977). La coerenza e la consistenza che
in Freud non sono manifeste, vengono rese manifeste da Lacan. “C’est une
oeuvre du commentateur”. Ma c’è l’abruzione, in ciò che ha cogitato Freud:
“C’est cet abrupt que je me suis employé à frotter, à astiquer, à faire briller”.
“Nous avons, grâce à Freud, quelques confidences de femmes”. Confidenze che
si troverebbero negli scritti di Freud. Lacan pone sul suo studio l’insegna:
“Cabinet du docteur Lacan”. Per decenni, dal “cabinet” passano tante donne e
Lacan non riceve nessuna confidenza. Le trova solo negli scritti di Freud. “Que
l’homme soit effectivement par cette chaine enchainé, c’est ce qui ne fait pas de
doute”. L’uomo è incatenato. Addirittura, sparisce, si eclissa. “Le Moi s’eclipse”.
E l’uomo pure. È l’eclissi dell’humanitas! Ma l’humanitas è il terreno dell’Altro.
Non è “le Moi psychologique”. Non è il soggetto. È il terreno dell’Altro.

Lacan è curioso di sapere com’è che, a un certo punto, uno psicanalista si
autorizza. Allora, inventa la passe, per avere una testimonianza. “Cette passe
c’est un échec complèt” (L’expérience de la passe, in “Les Lettres de l’École”,
1978). Non ha avuto nessuna testimonianza. Uno scacco. La raison d’un échec.
Come per Charles de Gaulle, la ragione dello scacco è il trionfo.

In una conferenza all’Unesco, nell’ambito di un convegno per il XXIII
centenario di Aristotele del 1978, Lacan dice:

S’il est vrai, comme je l’ai énoncé, qu’il n’y a pas de rapport sexuel, à savoir
que dans l’espèce humaine il n’y a pas d’universel féminin, qu’il n’y a pas de
“toutes les femmes” il en résulte qu’il y a toujours, entre le psychanalyste et le
psychanalysant, quelqu’un en plus. Il y a ce que j’énoncerai non pas comme
représentation, mais comme présentation de l’objet. Cette présentation est ce
que j’appelle à l’occasion l’objet a. Il est d’une extrême complexité.

[…] On ne peut savoir à quel point le philosophe délire toujours. Freud bien
sûr, délire aussi.

Il filosofo, con il suo nous, con la sua mentalità, delira sempre, e anche Freud:

L’inconscient est peut-etre un délire freudien. L’inconscient, ça explique tout mais,
comme l’a bien articulé un nommé Karl Popper, ça explique trop. C’est une conjecture
qui ne peut pas avoir de réfutation.


L’inconscio spiega tutto, spiega troppo: è una congettura che non può avere
confutazione, quindi ha ragione Karl Popper. E poi forse non c’è più isteria, ma
persiste la nevrosi ossessiva. I “matemi” sono trasmissibili, non bisogna
neanche capirli, basta trasmetterli, ma la psicanalisi non è trasmissibile, sicché
“chaque psychanalyste est forcé de réinventer la psychanalyse”. Reinventare la
psicanalisi secondo il desiderio dell’Altro? E precisa che, siccome la passe lo ha
deluso, ciascuno psicanalista “réinvente la façon dont la psychanalyse peut
durer.”. In breve, ogni psicanalista si arrangia.

La logica del desiderio è la logica del linguaggio, la logica dell’inconscio, la
logica del soggetto, la logica che, nella sua struttura e nei suoi effetti, sfugge al
soggetto. In tale logica “può situarsi la funzione del desiderio”. E il luogo
dell’Altro serve a supporre il soggetto. La topologia del soggetto viene definita
un’idea. Un’idea anche la struttura. Un’idea nella sua presentazione. Un mito
viene definito il soggetto supposto sapere, per permettere “l’esistenza del
fenomeno del transfert in quanto esso rinvia al più primitivo, al più radicato
desiderio di sapere”. Questo radicalismo mitologico, naturalistico è invocato a
fondare e a “permettere” il transfert, anzi “l’esistenza del fenomeno del
transfert”. Un fenomeno. L’esistenza. L’esistenza del fenomeno.

La logica della correttezza, la logica radicale si fa logica del maestro e
dell’allievo, sul postulato del “sapere competente”, che si doppia sulla logica
del medico e del paziente, nonché sulla logica del padrone e dello schiavo. E
importa “le caractère esoterique de mon enseignement”, delle porte “grandes
ouvertes”, per accogliere la comunità mistica, la calca spasimosa. “Mon
enseignement”, “ma doctrine”, “mon séminaire”, “mes élèves”, “mon
discours”, “ma présentation”. Tutto giova al commento, alla comprensione.
Così Lacan riduce l’inconscio al simbolico, il simbolico al linguaggio, il
linguaggio alla struttura, la struttura alla topologia. Ovvero riporta tutto
all’ontologia. E può affermare: “Cet inconscient, auquel Freud ne comprenait
rien” (26 febbraio 1977, discorso a Bruxelles).

Secondo Lacan, la psicanalisi, quella che egli rappresenta, sarà un giorno
soppiantata dal grande ritorno della religione, “la vraie”.

Un sujet supposé, c’est un redoublement. Le sujet supposé savoir, c’est quelqu’un
qui sait. Il sait le truc, puisque j’ai parlé de truquage à l’occasion ; il sait le truc, la façon
dont on guérit une névrose.


Ma, come fa a farla guarire? Lo psicanalista è destinato a chiacchierare.
Andare oltre le bavardage significa togliere il sintomo.

Comment donc communiquer le virus de ce sinthome sous la forme du signifiant ?
C’est ce que je me suis essayé à expliquer tout au long de mes séminaires.


Nella conferenza che Lacan ha tenuto, il 10 novembre 1978, all’Ospedale
Saint-Anne, presso il professor Deniker: l’immaginario, il simbolico, il reale, la
topologia.

Dans ce nœud borroméen, le Réel qui est là est commandé par l’Imaginaire […].
Cette prééminence du Symbolique sur le Réel, c’est ce qui constitue à proprement
parler l’inconscient […]. L’inconscient c’est ce qui impose sa loi au Réel. […] la
topologie, c’est-à-dire ce qu’on peut considérer comme ce qu’il y a de plus avancé dans
le raisonnement mathématique.


E, infatti, Lacan si è avvalso, per diverse lezioni, dell’apporto di Pierre Soury,
matematico, ex allievo de l’École Polytechnique. Terminato il seminario, Soury
si trova nel disastro intellettuale, nello smarrimento, e, per diversi mesi,
telefona allo studio, ma la segretaria, Gloria, non gli passa Lacan. Poi gli scrive
una lettera:

Pour Monsieur Lacan,

De la part de Soury Pierre

[…]

Monsieur,

J’aimerais faire une psychanalyse avec vous.

J’aimerais venir vous voir pour ça.

S’il vous plait, est ce que vous voudriez bien me recevoir ?

Depuis plusieurs mois, je suis venu plusieurs fois au 5 rue de Lille, et Madame
Gloria m’a dit que ce n’était pas possible, ou pas possible pour le moment.

Pierre Soury


Soury, di quarantacinque anni, si è suicidato poco dopo, il 2 luglio 1981,
dopo l’antropologo marxista Lucien Sébag (1934-1965), e dopo Antonella
Guaraldi, che stava a Parigi (di lei Lacan diceva: “la mia traduttrice italiana”).
Leggete La place de la psychanalyse dans la médicine, 16 febbraio 1966: l’anno
degli Ecrits.

[…] l’inconscient me parait non seulement extrêmement particularisé, plus encore
que varié, d’un sujet à un autre, mais encore très futé et spirituel, puisque c’est
justement là que le mot d’esprit a révélé ses véritables dimensions et ses véritables
structures.


Freud ha avuto la “rivelazione”, ha fatto la “scoperta”, e io la commento. È il
soggetto del desiderio quello che importa, perché il desiderio è strutturale.

[…] il y a un désir parce qu’il y a de l’inconscient, c’est-à-dire du langage qui
échappe au sujet dans sa structure et ses effets, et qu’il y a toujours au niveau du
langage quelque chose qui est au-delà de la conscience, et c’est là que peut se situer la
fonction du désir.


Quindi: “le lieu de l’Autre” come luogo di tutto ciò che riguarda il soggetto;
il polo del godimento (“le pôle de la jouissance”); il piacere che fa barriera
rispetto al godimento. Ma in che termini?

[…] ce que j’appelle jouissance au sens où le corps s’éprouve, est toujours de l’ordre
de la tension, du forçage, de la dépense, voire de l’exploit. Il y a incontestablement
jouissance au niveau où commence d’apparaitre la douleur, et nous savons que c’est
seulement à ce niveau de la douleur que peut s’éprouver toute une dimension de
l’organisme qui autrement reste voilée.


Lo “svelamento” di questa dimensione dell’organismo avviene attraverso il
godimento significato dal dolore. E si chiede Lacan: cos’è il desiderio?

Qu’est-ce que le désir ? Le désir est en quelque sorte le point de compromis, l’échelle
de la dimension de la jouissance, dans la mesure où d’une certaine façon il permet de
porter plus loin le niveau de la barrière du plaisir.

Il piacere sbarra il godimento, è una barriera rispetto al godimento. E del
godimento Lacan ha un’accezione giuridica.

Poi, quindi già nel 1966, la topologia del soggetto: “il soggetto ha un doppio
rapporto con il sapere”:

Le savoir continue à rester pour lui marqué d’une valeur nodale, pour ceci dont on
oublie le caractère central dans la pensée, c’est que le désir sexuel dans la psychanalyse
n’est pas l’image que nous devons nous faire d’après un mythe de la tendance
organique: c’est quelque chose d’infiniment plus élevé et noué d’abord précisément au
langage, en tant que c’est le langage qui lui fait d’abord sa place, et que sa première
apparition dans le développement de l’individu se manifeste au niveau du désir de
savoir.


Il desiderio di sapere è primitivo, d’origine, di natura. Che cos’è questo
desiderio di sapere? È il desiderio dell’Altro. Questo sapere comincia a supporlo
un soggetto. Il soggetto supposto sapere. Questo sapere è nel discorso
dell’Altro: “Ce qui est inattendu, c’est que le sujet avoue lui-même sa vérité et
qu’il l’avoue sans le savoir”. La confessione s’impianta, nonostante quello che
ne sa il soggetto, perché viene confessato un altro sapere che lo psicanalista
fornisce servendosi del suo inconscio. Sta qui il transfert come lo intende Lacan:

La fonction du rapport au sujet supposé savoir révèle ce que nous appelons “le
transfert”. Dans la mesure où plus que jamais la science a la parole, plus que jamais se
supporte ce mythe du sujet supposé savoir, et c’est cela qui permet l’existence du
phénomène du transfert en tant qu’il renvoie au plus primitif, au plus enraciné du
désir de savoir.


Il desiderio di natura fonda il transfert perché è desiderio di sapere e il sapere
è il sapere dell’Altro, il sapere proprio del discorso dell’Altro.

C’est toujours comme missionnaire du médecin que je me suis considéré: la fonction
du médecin comme celle du prêtre ne se limite pas au temps qu’on y emploie.


Il medico è medico sempre, il prete è prete sempre e il missionario del
medico è missionario sempre.

Potete leggere la traduzione compiuta da Lacan nel 1956 di uno scritto di
Martin Heidegger, intitolato Lógos. È uno scritto “correttamente” edificato da
Heidegger e “correttamente” rappresentato, nella sua versione e a suo modo, da
Lacan.

Dire, c’est léghein. Cette phrase, si on l’a méditée comme il faut, perd à présent tout
aspect courant, rebattu et vide. Elle désigne ce mystère sans recours pour
l’imagination, que ce qui parle dans le langage est l’événement du dévoilement de ce
qui est présent, et se détermine, conformément à la présentation de ce qui est présent,
comme le fait de laisser ce qui est ensemble se présenter au-devant.

Le Logos est en soi à la fois une révélation et un recel. Il est A-létheia. Le dévoilement
a besoin du voilement du Léthé, comme de la réserve dans laquelle la révélation puisse
en quelque sorte puiser. Le Logos, le lais où se lit ce qui s’élit, a en soi le caractère de ce
qui sauvegarde en révélant.


La versione di Logos espone la rassegna degli elementi del discorso di Lacan, i
concetti fondamentali della sua catena spirituale: dal dire alla collezione, dalla
raccolta alla presentazione, dallo svelamento al velamento, dall’occultamento al
fenomeno, dalla rivelazione alla custodia, da Zeus come lampo alla grazia della
sua omnitudine, nel culto dell’Unico e della sua necessità, nella mistica della
morte, che dà al linguaggio il suo valore ontologico. Così la sua traduzione del
frammento di Eraclito DK B 32:

L’Un, le Seul qui soit le Sage, ne veut pas
Et veut pourtant qu’on le dénomme du nom de Zeus.


E nel Séminaire sur “La lettre volée” (anche questo del 1956):
Aussi bien quand nous nous ouvrons à entendre la façon dont Martin Heidegger
nous découvre dans le mot alethés le jeu de la vérité, ne faisons-nous que retrouver un
secret où celle-ci a toujours initié ses amants, et d’où ils tiennent que c’est à ce qu’elle se
cache, qu’elle s’offre à eux le plus vraiment.


L’epoca rivendica le sue radici. Le radici come i mezzi della parola, come i
numeri della parola, come le particolarità della parola non sono tollerate. Sono,
idealmente, tolte. E, allora, il luogo delle radici sono le radici delle radici, le
radici ideali. Sono le radici proprie del radicalismo.

Il radicalismo, ortodosso nel senso che assume il processo dialettico
dell’ortodossia entro un disegno antropologico fino all’equazione ontologica, è
una mistica che serba l’idea di Dio, ma di Dio che deve essere abbattuto. Dio,
abbattuto, viene riportato all’uomo. L’uomo, abbattuto, viene riportato allo
spiritus rector.

Il radicalismo tedesco, la teosofia, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Marx,
Engels, Heidegger, Jünger, Schmitt, la Scuola di Francoforte, il Circolo di
Vienna, il radicalismo gallicano, il radicalismo britannico, il radicalismo russo, il
radicalismo islamico espungono il rinascimento della parola e la sua industria,
espungono la modernità della parola.

Perché tolgono le immagini, perché tolgono l’arte dagli edifici? Forse perché
sono contro l’immaginazione? No. Tolgono l’arte, perché nelle opere d’arte e
d’invenzione sta il terreno dell’Altro. È l’altra immagine, l’immagine altra,
irriducibilmente altra.

L’istanza radicale, universale, deterministica, “arcana” junghiana soggiace al
movimento surrealista, segnatamente alla dottrina di André Bréton. Così la
realtà del sogno come realtà dell’uomo, la conjunctio oppositorum, il gusto
dell’alchimia, il dileguamento dell’io nell’inconscio universale.

Così, viene stabilita una conjunctio, una coniugazione alchemica, una
coniugazione radicale. La rivoluzione francese è un modello. Le idealità della
rivoluzione francese valgono sempre, ma, sopra tutto, vale la correttezza,
dovunque.

Nel “Monte Verità” (comunità fondata nel 1899 sul monte Monescia, nel
Canton Ticino, da utopisti anarchici e socialisti, naturisti, teosofi), nella Casa
Gabriella dei Convegni Eranos, in questa zona di Ascona, si cela un
magnetismo. Chi sta lì, nella tavola rotonda, nel circolo, lo sente. La stessa legge
di attrazione di Newton s’inscriveva nel luogo senza l’Altro. Il compromesso
sociale e politico fantasmatico si fa sistema sociale e politico, che assume la
legge di attrazione, come la legge di gravitazione. Del resto, le modalità che si
fondano sul principio della volontà dicono, anzitutto, che l’idea di bene attrae.
Ma, dove attrae? Se questa idea di bene può cogliere nell’abisso del male la
scintilla del bene, allora questa è la grande luce, propria dell’attrazione.
Lo stato totale, lo stato totalitario, lo stato che s’incarna ha le sue mani, come
quelle che Heidegger ammira in Hitler: “La cultura non ha importanza. Osservi
le sue meravigliose mani!”, dice in risposta alla domanda di Karl Jaspers. Lo
stato ha le mani. Le mani dello stato: mani di padronanza e di possesso, le mani
del potere magico e ipnotico. Le mani radicali. Tutto il materialismo
conclamato, rivendicato da Engels, da Lenin, da Stalin, in brani precisi, è
maternalismo, cioè è la severità, che è fondata sull’idea di morte.
Per Anatolij Lunacarskij (1875-1933), politico, scrittore e rivoluzionario
sovietico, vale il popolo dio, il popolo nel suo spirito, il buon popolo, padre di
tutti gli dei passati e futuri, il principio unico e indubitabile. Stalin assume il
messianismo, il dogmatismo leninista, la mistica della rivoluzione, del partito e
dello stato, la mistica del popolo, per liberare l’uomo da ogni servitù,
imponendo una servitù universale sotto l’impero dell’Unico. Maksim Gor’kij
(1868-1936), che crea la trascendenza sociale, approva i campi dei lavori forzati e
considera i contadini ignoranti e individualisti e nemici della classe operaia,
scrive, alla morte di Lenin: “Nella persona di Lenin il mondo ha perduto l’uomo
che tra tutti i grandi uomini contemporanei era la più viva incarnazione del
genio”. Una forma suprema di misticismo è anche il realismo socialista nelle
arti, anche nel teatro.

La rivoluzione francese si fonda sul radicalismo, in tutto il suo misticismo,
radicalismo e misticismo propri al discorso degli illuminati e degli illuministi.
Sempre più localizzando la loro modellazione, le altre così dette rivoluzioni
hanno fatto riferimento alla rivoluzione francese. La significazione ontologica è
la significazione mistica, radicale: dall’idea di origine all’idea di morte, all’idea
di ritorno all’origine, nell’apoteosi dell’Uroboro come dell’androgino circolare
trinitario.

René Guénon, il Templare del XX secolo, nella sua mistica, giustifica l’uso
della violenza. Nel Vangelo secondo Filippo, leggete: “Finché la sua radice è
nascosta, il male è forte”. Apollon Andre’evic Karelin (1863-1926), iniziato in
Francia all’Ordine dei Templari, esplora, con altri anarchici mistici russi, il
mistero delle catacombe. Enuncia così i suoi canoni:

Non accettare nessun aggiornamento né compromesso dell’etica cristiana.
Sviluppare un’altra padronanza di sé, fisica e morale, così come una coscienza chiara
della propria dignità. Sapere sviluppare una visione mistica del mondo, per essere
coscienti della natura spirituale di ogni manifestazione della realtà. Attivare la propria
sete profonda di ritrovare le origini dell’universo.


Il suo allievo Alexej Solonovic (1887-1937) si propone di purificare le tre
religioni di Cristo, di Krishna e di Buddha per favorire la comprensione
dell’uomo attraverso l’esperienza mistica “non violenta”. L’anarchico mistico
russo è “non violento”.

Bertrand Russell (1872-1970) scrive in Pratica e teoria del bolscevismo, 1920:

Il bolscevismo unisce le caratteristiche della Rivoluzione francese con quelle
dell’ascesa dell’Islam […]. Marx ha insegnato che il comunismo è fatalmente
predestinato a prevalere: questo produce uno stato mentale non dissimile da quello dei
primi successori di Maometto. […] Tra le religioni da non sottovalutare, il bolscevismo
è affine al maomettanesimo piuttosto che al cristianesimo e al buddismo. Il
cristianesimo e il buddismo sono religioni soprattutto personali, con le dottrine
mistiche e un amore per la contemplazione. Il maomettanesimo e il bolscevismo sono
pratici, sociali, non spirituali, interessati a conquistare l’impero di questo mondo.


E il sociologo e giornalista Jules Monnerot (1908-1995) in Sociologia del
Comunismo
, 1949:

Il comunismo scende in campo sia come religione secolare [e questo viene teorizzato
dagli uomini della rivoluzione russa: il bolscevismo è la nuova religione] sia come Stato
universale; è quindi più simile all’Islam che non alla religione universale che ha avuto
inizio opponendosi allo Stato universale nel mondo ellenistico e romano, e che si può
dire abbia disegnato nel cuore degli uomini una presa di distanza da parte dello Stato
rispetto a se stesso [...]. La Russia sovietica [...] non è il primo impero in cui il potere
temporale e pubblico va di pari passo con una potenza oscura che opera al di fuori
delle frontiere imperiali per minare la struttura sociale degli Stati vicini. L’Oriente
islamico offre diversi esempi di una dualità come doppiezza. I Fatimidi egiziani e poi i
Safavidi persiani erano gli animatori e propagatori, dal cuore dei propri membri, di
una leggenda attiva e l’organizzazione, un mito storico, calcolato per rendere fanatici e
ottenere la loro devozione totale, progettato per creare nel vicinato un sottobosco di
gangster senza scrupoli [...]. Questa fusione di religione e politica è stata una
caratteristica importante del mondo islamico nel suo periodo vittorioso.


Nel saggio La mente prigioniera (1953), il poeta e saggista polacco Czeslaw
Milosz (1911-2004) scrive che il principio di omertà, principio del conformismo
nello stato bolscevico, è un principio islamico – indicato, in persiano, dal
termine kitman, “occultamento”.

In un’intervista del 1930, Carl Gustav Jung dichiarava: “Noi non sappiamo se
Hitler stia per fondare un nuovo Islam. Lui è già in cammino, è come
Muhammad. L’emozione in Germania è islamica. Guerriera e islamica. Sono
tutti ebbri del Dio selvaggio. Questo può essere il futuro storico”.

Non è d’accordo Karl Barth, che, però, riscontra il nuovo islam nel
nazionalsocialismo, e invoca la preghiera, pronunciata fino al XIX secolo,
secondo la vecchia liturgia di Basilea: “Siano rovesciati i baluardi del falso
profeta Maometto!”.

Però, il nazismo è un islam debole, mentre lo stalinismo è un islam forte.
Hitler era affascinato dall’islam. Secondo la nota testimonianza del ministro
degli armamenti nazista Albert Speer, una delegazione di eminenti arabi aveva
raccontato a Hitler un brano di storia araba che l’aveva impressionato. Se non
fossero stati fermati a Poitiers e a Lepanto, gl’islamici avrebbero conquistato il
mondo. Prosegue Albert Speer: “Hitler ha detto che, lungo la conquista, gli
arabi, a causa della loro inferiorità razziale, a lungo andare non avrebbero
potuto fare i conti con il clima più rigido e con le condizioni del paese invaso”.
La vera razza ariana è più forte perché è abituata al clima freddo. “[...] alla fine
non gli arabi, ma i tedeschi islamizzati avrebbero potuto mettersi a capo di questo
impero musulmano
”. Perché la religione islamica, continuava Hitler, è una
religione forte, come quella dei giapponesi, che vanno a morire per
l’imperatore.

Manfred Halpern (1924-2001), professore di politica nell’università di
Princeton, scrive (Politica di cambiamento sociale in Medio Oriente e Nord Africa,
1963):

I movimenti totalitari neoislamici sono movimenti essenzialmente fascisti. Si
concentrano sulla passione e sulla violenza che spingono gli aderenti a ampliare il
potere del loro leader carismatico e la solidarietà del movimento. Considerano il
progresso materiale principalmente come un mezzo per accumulare forza per
l’espansione politica, e negano del tutto la libertà individuale e la libertà sociale. Si
battono per i valori e le emozioni di un passato eroico, ma reprimono ogni libera analisi
critica circa le radici del passato o i problemi presenti.


Jean-Paul Sartre fa un viaggio ufficiale in Unione sovietica. Vede solo cose
belle, vede gente felice. Si ammala, e viene ricoverato nell’ospedale riservato al
Politbjuro, a Mosca, attrezzatissimo, la punta avanzata della medicina! Si trova
così bene, Sartre, in quei dieci giorni, in quell’ospedale! Sartre fa una critica
positiva, dice che bisogna dare fiducia a Krusciov. Ma Sartre ha visto quello che
gli hanno voluto fare vedere. La Francia non è ancora come la Russia, dove c’è
una religione forte, molto forte! E tutto funziona! E come funziona!

Anche la struttura secondo Althusser poggia sulla scelta ermeneutica fra il
discorso manifesto e il discorso che è proprio della struttura delle strutture,
immanente.

Ritroviamo l’innatismo e il naturalismo, cioè l’idea di origine, in Rousseau,
negli enciclopedisti, negli illuministi, in Cartesio, nella grammatica di Port-
Royal.

Dopo Hegel, dopo Feuerbach, Marx può scrivere: “Per me, l’elemento ideale
non è altro che l’elemento materiale, trasposto nel cervello dell’uomo”.
Materiale e ideale. Il materiale ideale. Il mondo di natura è materiale. La materia
in movimento. Non altrimenti la mitologia mesopotamica: la massa
incandescente, materna, con cui si crea il mondo, gli dei, gli angeli, le donne.
Nel Genesi, 6, 4, “i figli di Dio” s’innamorano delle donne: è una cosa che non si
può fare. Sta qui la ragione del diluvio.

Che cosa importa a Marx? Le leggi. Le leggi del movimento della materia. Le
leggi nella loro idealità. La materia ideale è la negazione della materia. Il luogo
della materia? La materia ideale, la materia d’origine, la materia naturale. Il
materialismo di Marx è il maternalismo. Si fonda sulla morte della materia e sul
matricidio.

Friedrich Engels: “La concezione materialistica del mondo significa
semplicemente la comprensione della natura quale essa è” (La scienza sovvertita
dal signor Eugenio Dühring
, 1878). La natura: il riferimento all’essere. “Senza
alcuna aggiunta estranea”. E così Lenin, che cita Eraclito: “Il mondo è uno, non
è stato creato da alcun dio né da un uomo: è stato e sarà una fiamma
eternamente vivente, che si ravviva e si ammorza secondo le leggi determinate”
(Quaderni filosofici, pubblicati postumi nel 1933). Lenin commenta:
“Un’eccellente esposizione del materialismo dialettico”. La fiamma che si
avviva e si ammorza secondo leggi determinate è l’Uroboro.

Il vescovo di Ascoli è un oratore ideale. Ha edificato in maniera perfetta il suo
discorso intorno al terremoto dell’Appennino centrale del 24 agosto. Ha dato
tutta l’importanza necessaria alle ceneri e, quindi, alla nuova nascita, dalle
ceneri. È il discorso della fenice. Edificato correttamente.

Ancora Lenin. La grammatica della materia. La materia, la natura, l’essere e la
realtà oggettiva: questo è il dato primo. Il dato secondo è la coscienza, il riflesso.
Quindi la struttura spirituale: struttura d’origine, struttura naturale, struttura
innata. E, poi, la sovrastruttura: il riflesso. Questa è la struttura, nel marxismoleninismo
e nello stalinismo. E il riflesso: la sovrastruttura. Stalin cita Marx:

“Non si può separare il pensiero dalla materia pensante” (Storia del partito
comunista dell’Urss
, 1938).

E Engels espone il principio naturalista (Ludwig Feuerbach e il punto di approdo
della filosofia classica tedesca
, 1888):

Il problema supremo della filosofia è quello del rapporto del pensiero con l’essere e
del rapporto dello spirito con la natura. I filosofi sono divisi in due campi, a seconda di
come rispondevano a tali questi: i filosofi che affermavano la priorità dello spirito sulla
natura formano il campo dell’idealismo; quelli che affermavano la priorità della natura
appartenevano alle diverse scuole del materialismo.


Quello che chiama materialismo è lo gnosticismo idealistico nella forma più
radicale. Lo scarto tra materialismo e idealismo sta nell’imperativo del “più
radicale”, “più radicale”, “più uguale”. “Più uguale” perché “più radicale”.

Sergej Nikolaevic Bulgakov, prete ortodosso russo, teologo e filosofo, insegue
il femminino. Era affascinato dalla spiritualità della Madonna Sistina di Raffaello
(oggi nella Pinacoteca di Dresda), perché ritenuta nelle più alte
rappresentazioni della Madre di Dio, poi si era ricreduto, scorgendo in quella
Madonna una bella ragazza e scegliendo la Madonna bizantina, per ragioni
sociologiche. Vede nella realtà visibile il simbolo della realtà invisibile. Il suo
sistema filosofico cristiano è sociologico. Un sistema che vanta la sintesi di
scienza e teologia in una realizzazione attraversata dall’incarnazione totale della
Sophía nel mondo. La stessa conciliazione tra finito e infinito è resa possibile
dalla Sophía, l’eterno femminino, che si sta progressivamente attuando nella
storia.

Per il filosofo, matematico e presbitero russo Pavel Aleksandrovic Florenskij,
la Sophía è la quarta ipostasi che ispira di sé e unifica in sé la trinità.
L’antropologia consegna il regno della trascendenza al mondo in tutta la sua
immanenza. L’eterna armonia, l’armonia universale, Sophía. Per Nikolaj
Solov’ëv, Sophía s’incarna in Cristo e nella chiesa. È l’“eterna amica”. “L’essere
reale è femminile. La vera, pura, intera umanità”.

Hans Urs von Balthasar non accetta l’idea bulgakoviana della Sophía che
valuta come “uno schema sovracristologico della cristologia, debitore delle
tentazioni gnostiche e hegeliane” (Teologia dei tre giorni, 1969). Invece, il gesuita
Bernhard Schultze (1902-1990), del Pontificio Istituto Orientale di Roma,
giudica:

[…] di enorme importanza per il pensiero moderno, costretto a confrontarsi con
l’alternativa di un dualismo falsamente credente che allontana Dio dalle creature
decadute, in nome della sua perfezione, o di una secolarizzazione falsamente
umanistica che separa le creature, in nome della loro autosufficienza, dalle fonti vitali
dell’esperienza spirituale.

Così anche Yannis Spiteris, teologo, vescovo cattolico di origine greca (Lo
Spirito Santo nella tradizione teologica cristiana: la prospettiva dell’Oriente cristiano
):

[…] il discorso sofiologico, se ben capito, sarebbe di una straordinaria attualità per le
tendenze ecologiche tanto diffuse nella nostra società. Darebbe, al rinnovato rispetto
per la natura, una base teologica non indifferente. Per non cadere nel materialismo
ateo, che ignora la natura come creatura di Dio o nel panteismo materialista che
trasforma la natura in oggetto di culto nelle varie forme della New Age, sarebbe di
grande aiuto l’insegnamento di Bulgakov sullo Spirito-Sofia, considerato come la
matrice prima di ogni essere creato e come vita che riempie di sé l’universo, senza per
questo mortificare la trascendenza assoluta di Dio.


Nel Faust di Goethe (1808), il Coro mistico proclama: “L’eterno femminino ci
attrae verso l’alto”. L’attrazione. Il destino. Il desiderio trascendente o
immanente. Nikolaj Berdiaev (1874-1948): “L’eterno femminino avrà un grande
ruolo nel futuro della storia”. Louis Aragon (1897-1982): “La donna è l’avvenire
dell’uomo”. Pierre Teilhard De Chardin (1881-1955): l’eterno femminino è la
purezza dell’energia luminosa e della forza cosmica, lo spirito di unione, la luce
che schiarisce e illumina tutto il processo di concentrazione universale, la virtù
femminilizzante “nel senso più bello e più misterioso della parola”. Teilhard De
Chardin arriva fino al “Cuore della Materia; il femminile o l’unitivo. La grande
Madre, Madre Vergine, Nôtre-Dame, incarna l’eterno femminino. La perla del
cosmo. La vera Demetra”.

L’eterno femminino serviva già i fasti dell’androgino nel Santo (1905) di
Antonio Fogazzaro.

A questo punto la signora Selva alzò involontariamente il lume per vedere meglio il
suo interlocutore in viso, e subito se ne pentì come di un mancato rispetto a
quell’anima certamente santa, certamente pari di virile e verginale bellezza all’alta,
snella persona, al viso eretto abitualmente in atto quasi di franca modestia militare,
tanto nobile nella fronte spaziosa, negli occhi cerulei chiari, spiranti a un punto
dolcezza femminea e maschio fuoco.


Inoltre: il “mistico soffio”.

Dobbiamo raccogliere l’anima nostra in Dio, silenziosamente, ciascuno la sua, fino a
sentire la presenza, in noi, di Dio stesso, il desiderio Suo stesso, nel nostro cuore, della
Sua propria gloria. È questo che io faccio e prego fare con me.


“Nella materia nostra il procedimento logico è occulto”. Angelismo. I
cavalieri sono profeti del Santo. Nel “bisogno di un rinnovamento di tutto ciò
che nella religione è veste, non corpo della verità”. Il corpo mistico. La comunità
mistica. La società in tutto il suo segreto. “La Massoneria delle catacombe”.
Istanza francescana. La fraternità è il privilegio dell’unità.

L’eterno femminino poi diventerà l’ecologismo, la fisiolatria. L’eterno
femminino, la grande madre, Demetra.

Ha avuto un’importanza enorme il libro di Antonio Fogazzaro, Il santo
(1905). Tutta la teosofia, le sette, in Francia e in vari paesi, sorte dopo il 1905,
trovano lì i loro princìpi.

Louis Massignon diviene grande amico di Paolo VI e, durante il Concilio
Vaticano II, riesce, attraverso Paolo VI (Massignon scompare il 31 ottobre 1962),
a ottenere l’affermazione dei propri princìpi in due encicliche.

Secondo Ralph Stehly, docente di storia delle religioni all’Università di
Strasburgo, Massignon è testimone di Cristo accettando di vivere la croce al
posto dei musulmani. Questa la sostituzione che Massignon propone. Nella
teologia di Louis Massignon, il ruolo provvidenziale dell’islam è di radunare gli
esclusi contro gli esclusivisti della salvezza, che vogliono tenere la salvezza
soltanto per sé. Gli esclusi sono Ismaele e Agar. L’islam è una risorgenza del
tempo dei patriarchi, occorre recuperare uno scisma abramico anteriore al
Decalogo e alla Pentecoste. Si tratta di prendere l’islam dall’alto, dalla sua
mistica, e di comparare le due religioni, cristianesimo e islam, allo stesso livello,
cioè al livello dell’ideale.

Questa è la coniugazione radicale: un sistema cristiano-islamico. Non si deve
comparare l’ideale cristiano con l’islam sociologico, bensì considerare soltanto il
livello alto. La revanche islamica non è una revanche rispetto al colonialismo
europeo, è una revanche rispetto allo scisma abramico. Ismaele è stato escluso,
ma Dio gli ha dato in eredità il regno sulla terra.

Ecco l’enciclica Lumen gentium (21 novembre 1964):

Il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra
questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo,
adorano con noi il Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nell’ultimo
giorno.


E nell’enciclica Nostra ætate (28 ottobre 1965) viene affermato un principio,
che è quello che ispira tutti i movimenti attuali della coniugazione radicale fra
l’illuminismo laicista e l’islamismo:

La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e
sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato
agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche
nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si
riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come
profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con
devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli
uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio,
soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.

Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e
musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare
sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per
tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.


Chi si è opposto a questa coniugazione è stato Joseph Ratzinger, Benedetto
XVI. E questo papa si è dimesso.


Milano, 27 agosto 2016


Gli altri articoli della rubrica Diritto :












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