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Il riferimento, il narcisismo, la sessualità

Armando Verdiglione
(5.10.2016)

“Io mi richiamo a Allah”. O a Dio. O all’uomo. O alla natura. Oppure: “Io
mi richiamo all’essere”. Oppure: “Io mi richiamo a Hegel”. O a Tommaso
d’Aquino. O a Marx. O a Freud. O alla Bibbia. O al Corano. O a Platone. O a
Aristotele.

Richiamarsi. Chiamarsi. Richiamarsi al nome, al nome del nome, o
chiamarsi in nome del nome. Riferirsi.

“Io mi riferisco al Corano”. O alla Bibbia. “Io mi riferisco alla
Fenomenologia dello spirito di Hegel”. Oppure: “Io mi riferisco al Capitale di
Marx”. O alla natura, al libro, al nome del nome. O all’essere. O alla realtà. O
al sé: è il riferimento del riferimento, il riferimento senza il “riferimento”,
senza il sembiante, senza l’oggetto e la causa nella parola.

Il Corano non contempla lo sbarco sulla luna. Quindi lo sbarco sulla luna
non avviene e chiunque lo affermi, lo scriva o ne offra le immagini è Satana o
il suo compagno. Il libro di riferimento è il libro della possibilità
dell’immagine, della credenza e della significazione. Allah è glorificato e
esaltato: “Avrà successo chi si sarà purificato e avrà ricordato il nome di
Allah e assolto all’orazione” (Sura LXXXVII, 14-15).

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Opera di Christiane Apprieux

Il riferimento al nome del nome, il riferimento all’essere, alla natura, alla
realtà, al libro, all’ineffabile mi dà autorità, mi dà carisma, mi dà l’unzione,
mi dà riconoscimento. L’ontologia presiede alla teologia e, quindi, a ciò che,
secondo Feuerbach, secondo Marx (per Alexandre Kojève), si chiama, poi,
antropologia, che impera, in territorio francese, per l’intero ventesimo secolo.
Lenin commenta Hegel commentando Marx: Lenin si autorizza, si realizza, si
riconosce, si glorifica. Il riferimento senza il “riferimento” è l’idea che ognuno
ha dell’idea che nessuno può avere o non avere, di ciò di cui nessuno ha o
non ha l’idea.

Il riferimento è il simulacro, il sembiante. Nessun riferimento alla realtà
extralinguistica – che si definisce anche come realtà già detta, già scritta, già
fatta – se non perché viene postulata la morte della materia della parola,
quindi la morte, segnatamente, della “cosa”, della “cosa” nella parola.

È in nome della “scienza”, è in nome dell’episteme che Lenin commenta e
raddrizza e mette in piedi Hegel e Marx per una realizzazione politica
attraverso una realizzazione sanguinaria, attraverso l’economia del sangue,
senza cui non ha luogo nessuna rivelazione, nessuna apocalisse. È la lezione
che, poi, Stalin chiude, serra, in ogni realizzazione dello stato – come nota
Kojève – intellettuale, nel senso dello stato totale.

Kojève, da filosofo, da saggio, è ancora più filosofo, è ancora più saggio, è
ancora più intellettuale di Lenin e di Stalin, che, in definitiva, sono uomini di
azione. L’uomo di azione. Lenin è Giano bifronte: già filosofo e uomo di
azione, come uomo di azione realizza ciò che è proprio del filosofo e, cioè,
l’idea. L’idea dello stato, l’idea del sembiante, l’idea del simulacro in luogo
del sembiante, in luogo del simulacro, in luogo del riferimento. L’uomo di
stato agisce in nome e per conto dell’idea dell’oggetto e della causa, in luogo
dell’oggetto e in luogo della causa e, quindi, in virtù dell’idea come causa
finale.

L’epoca, la circostanza è la guerra, la rivoluzione, l’economia del sangue, il
luogo della rivelazione, il luogo dell’apocalisse. Questa è l’epoca, per Hegel,
Marx, Lenin, Stalin, Kojève. È l’epoca che anche Jean-Paul Sartre chiama la
situazione, la storia. La storia è la politica come guerra, guerra sanguinaria. A
proposito del ‘68, proprio pochi giorni prima di morire, Kojève nota: “Le
sang n’a pas coulé, il ne c’est donc rien passé”. Non è scorso il sangue nel ‘68,
quindi non è successo niente.

Con la sua visione ateologica ortodossa e attraverso il commento di Hegel,
Lenin lancia la sua OPA su Marx. Il ritorno a Marx, il ritorno al libro di
riferimento, al libro di origine. Lo fa anche Louis Althusser. Armato della sua
visione leninista ortodossa, Kojève lancia la sua OPA su Hegel, sulla
Fenomenologia dello spirito. E si avvale di Heidegger, di Marx e, specialmente,
di Lenin e di Stalin. Munito di un sistema visionario, i cui maestri sono
Gaëtan Gatian de Clérambault e Kojève, avvalendosi anche di Heidegger,
Jean-Paul Sartre e Claude Lévi-Strauss, Jacques Lacan lancia la sua OPA su
Freud e getta un’ipoteca non soltanto sugli scritti di Freud, ma anche sulla
parola, sulla sua legge, sulla sua etica, sulla sua clinica. Il testo di Freud e la
parola sono così, prestigiosamente, tolti, a favore della fallologia.
“Marx, Lenin”, “Freud, Lacan”: questo afferma Lacan in un seminario.
Lacan è lettore, tramite Kojève, di Hegel e, in parte, di Heidegger. È
spettatore di Clérambault, più che lettore di Freud. Non che non ci siano
alcuni lemmi di Freud, ma in un sistema, senza nessuna traccia di Freud.
Scrive Kojève: “Ho cercato (e continuo tuttora a cercare) di portare a
termine una mise à jour di Hegel” (Lettera a Carl Schmitt, 16-05-1955). Un
aggiornamento. Lacan “rimette Freud sur pied”. Era un cadavere, lo ha
rimesso in piedi. Kojève presume di dare uno “statuto scientifico”, ancora
“più scientifico”, a Hegel e, quindi, a Marx, a Hegel con Marx, a Hegel con
Heidegger. Lacan presume di dare uno “statuto scientifico” a Freud.
Altrove, Lacan definisce la psicanalisi “une pratique qui durera ce qu’elle
durera, c’est une pratique de bavardage”, una pratica di chiacchiera (Le
moment de conclure
, 15-11-1977). “Comme l’a montré surabondamment un
nommé Karl Popper”, dichiara che la psicanalisi non è una scienza “parce
que c’est irréfutable”. Dichiara pure che la psicanalisi è una truffa. Negli
ultimi anni, assume qualsiasi demolizione, qualsiasi delazione, qualsiasi
denuncia, qualsiasi accusa contro la psicanalisi: ormai, egli è arrivato al
successo metafisico e, quindi, può permettersi – a Parigi, nel Quartiere latino,
alla Faculté de droit, accanto al Panthéon, – di dire anche questo. Non era
così, prima: in qualsiasi intervista, professava di dare uno “statuto
scientifico” alla psicanalisi. Freud, sì, aveva un’ambizione, ma era basata sul
riferimento alla biologia, e questo era inaccettabile per Heidegger, era
inaccettabile per Sartre, e lo era anche per Lacan. Ma intorno a questa
biologia di Freud occorre indagare per verificare se sia lo scientismo ciò che
contraddistingue il testo di Freud. Come, d’altra parte, occorre verificare se
sia proprio, come presumono Heidegger e Alfred Bäumler, il nazismo a
contraddistinguere il testo di Friedrich Nietzsche.

La logica del padrone e dello schiavo, della padronanza e della
sottomissione è la logica della vendetta, che fonda la dialettica della colpa e
della pena, del ricatto e del riscatto, in un processo che significa sotto l’idea
della fine del tempo. In quanto logica del terzo escluso, fonda la distinzione
tra amico e nemico. Il fondamento di questa mitologia è ontologico. Questo
edificio favolistico poggia sul principio del nome del nome come principio di
morte. Così la dottrina del desiderio, del fallo, del godimento. Il principio del
nome del nome, principio ontologico, è principio della volontà generale.

Anche il concetto di alienazione si mantiene ontologico: fra Entaüsserung
(l’alienazione che investe l’immaginario, le moi, il soggetto dell’enunciato,
fino all’“ultimo miraggio”) e Entfremdung (l’alienazione radicale che annienta
il significante e rimane fuori dalla catena d’oro del discorso). La mitologia
illuministico-romantica include, nel suo territorio, la mitologia psichiatrica.
Lacan si preclude la struttura della parola: e non coglie la natura sintattica
della metafora con l’equivoco, il lapsus, lo sbaglio di conto; non coglie la
natura frastica della metonimia con la svista, la sbadataggine, l’abbaglio,
l’inganno, la menzogna propria dell’uno diviso dall’uno; non coglie la natura
pragmatica della catacresi con il malinteso nella dimensione di linguaggio e
l’“alienazione” nella dimensione di sembianza. Anzi ignora il pragma, la
struttura, in cui l’Altro è funzione e variante, l’Altro che non si espunge né si
esclude né si toglie né si nega sotto il principio del terzo escluso, l’Altro che
non è luogo né significante e che nulla ha da spartire con il buco né con la
castrazione né con la mancanza.

Sulla scia di Clérambault e di Kojève, Lacan vincola il desiderio alla legge
per una rappresentazione economica del godimento e per la creazione del
soggetto. Così il significante fallico è il significante del desiderio dell’Altro e
il suo rappresentante, in modo che il soggetto entri nella significazione. Il
significante fallico, metafora spirituale del godimento, produce
significazione, la significazione dell’essere del soggetto. Fallo, il significante
padrone, la morte, la perdita dell’oggetto: il soggetto scambia l’essere con il
senso. L’interpenetrazione tra essere e senso è spirituale. Il senso è la ragione
di essere del soggetto. Come non c’è essere senza senso, non c’è desiderio
senza perdita di godimento. In questa mitologia della soddisfazione, si
realizza il fantasma di origine come fantasma di morte, come fantasma di
padronanza, come fantasma di ritorno. Il reale è assunto come limite del
sistema simbolico. E il sintomo, nel suo plusgodimento, supplisce
all’esclusione dal sistema. E all’identificazione con il sintomo rimane
attaccato il soggetto. Sulla scorta di Jean Hyppolite, Lacan non coglie
nemmeno la natura della Verneinung, una maniera dell’anoressia
intellettuale, virtù del principio della parola. Hyppolite dichiara: “La
dénégation est une Aufhebung du refoulement”. Definisce la Verneinung tra
soppressione e conservazione, come sospensione. In una concezione mistica
della verità.

Lacan, gli Écrits: difficile leggerli? “Cette difficulté gouvernée obéit à
certains desseins bien précis” (Intervista di Gille Lapouge a Lacan, “Le
Figaro”, 29-12-1966). Quali disegni? I disegni di Clérambault? Il suo
automatismo mentale? Il nodo trinitario? La sua “struttura”? Lacan ammira
Althusser, “très éveillé à mes travaux, très ‘eveilleur’ autour de lui, je crois
qu’on peut tenir pour définitif le découpage qu’il donne de la pensée de
Marx” (id.). Definitivo il découpage del pensiero di Marx a opera di Althusser?
Definitivo il découpage del pensiero di Freud a opera di Lacan? Questi si
professa “clinico” e non filosofo, quando parla ai filosofi, e si professa
matematico, logico, scienziato e filosofo quando parla con gli psichiatri e gli
psicanalisti. E la storia “me parait coextensive au registre de l’inconscient”,
cioè al registro del discorso dell’Altro. “L’inconscient est histoire. Le vécu est
marqué d’une historicité première” (id.). Il “vissuto”. Il vissuto marcato. Una
storicità? Quale? Une historicité première. Nell’inferno, la luce dell’avvenire.
Importa la “comprensione” dell’essere. Il territorio è assicurato: in nome
dello stato intellettuale, lo stato magico e ipnotico s’impone come necessario.

La psychanalyse, elle, doit assurer sa place, très à part dans le champ scientifique.
Il faut qu’elle possède son statut épistémologique. (id.)


Il posto. Il suo posto. Il “campo” scientifico. Il campo. Assicurare il posto.
Come? Eseguendo l’imperativo: bisogna che essa possegga. Possegga? Che
cosa? Il suo statuto scientifico.

Lacan crede che la psicanalisi sia sorta lungo la concezione cartesiana e
illuministico-romantica della scienza. Da qui il decreto: “Il est aujourd’hui
nécéssaire che la psychanalyse se constitue en science”. Quale scienza?
L’episteme alla Clérambault, alla Kojève, alla Heidegger? Riguardo alla
scienza della parola, Lacan pone un blocco ontologico, un blocco sostanziale
e mentale.

Il riferimento in nome della morte consente qualsiasi attribuzione,
qualsiasi creazione, qualsiasi immaginazione, qualsiasi credenza, qualsiasi
“pensiero”. Così il riferimento al sé, all’uomo, all’essere uomo, alla realtà
fisica o alla realtà convenzionale, oppure a Dio o al popolo. È il riferimento
all’idea che agisce, è il riferimento al suo luogo. Così ogni definizione
dell’uomo.

L’uomo si definisce in riferimento all’essere. È questa l’antropologia di
Heidegger, di Kojève, di Lacan, di Stalin, e non solo. Ogni logìa nasce in
riferimento alla morte, al suo nome, alla sua idea. Ogni logìa è tautologia.
Così il riferimento al fonema, al disegno ideale, alla scrittura divina, alla scrittura ontologica, che non ha bisogno di purificazione, è già interamente
epurata, e, quindi, consente ogni purificazione, data come realizzazione,
come rivelazione della stessa scrittura. Poiché il commento è rivelatore. Che
bisogno ci sarebbe di Lenin per Hegel e per Marx o di Kojève per Hegel,
Marx, Lenin, Stalin, Heidegger, se non perché viene postulato un mistero da
rivelare, una tabula secreta? Viene postulata l’origine segreta, perché il
commento è in nome dell’origine, l’azione è in nome dell’origine.

Anche il riferimento all’esperienza presuppone un’esperienza canonica,
che sia sotto l’observatio come osservanza o come “autopsia”, come la
definisce Giambattista Vico, o sotto la visione, o sotto la rivelazione, quindi,
sotto la conoscenza, che abbia il compito di favorire il riconoscimento: è
quello che si chiama lo sperimentale, lo sperimentalismo, cioè, ancora,
l’esperienza entro il sistema nella sua necessità, pertanto nella sua possibilità,
nella sua probabilità, nella sua Anánke.

La lealtà del sacro è la lealtà della parola: le cose si dicono, si fanno, si
scrivono, si cifrano. Dalla fiaba alla fabula, alla saga, al film. Non sono mai il
detto, il fatto, lo scritto, il dato di riferimento, mai ciò che sta nel fuso
dell’Anánke. Non sono mai il fatum.

Il riferimento al nome è il fatalismo, è il riferimento al fatum, al detto, allo
scritto, al fatto. Da qui, “anamnesi”, reminiscenza, rimemorazione,
riproduzione, realizzazione, circolazione, perché nulla significa se non finisce
e nulla circola se non finisce. Il riferimento senza il “riferimento”, ovvero
senza simulacro, senza oggetto e senza causa, il riferimento fatale è proprio
della tanatologia, che è il riferimento del riferimento, cioè il riferimento senza
il riferimento, il riferimento ideale. Il riferimento ideale si realizza
nell’androgino trinitario circolare.

Heidegger. La forza e la potenza del nulla agiscono nel mondo, nella
storia: “Das Nichts selbst nichtet” (Che cos’è la metafisica?, 1929).

Ognuno ha la sua idea. Con questa idea, ognuno vuole essere: essere
desiderato, amato, riconosciuto, rispettato, accettato, unto. Questa modalità
del volere essere – che è, poi, volere dire, volere fare, volere scrivere – assorbe
la modalità del dovere essere, del potere essere, del sapere essere. Perché, per
il saggio, alla fine dei tempi (secondo Kojève), il volere è sapere. Essere.
La relazione: il due. Il riferimento: il sembiante. Il riferimento come
sembiante è la condizione. La condizione: sia causa sia oggetto. Non oggetto
di qualcosa, ma ciò che si getta contro. Senza nessuna “presa” da parte
dell’idea.

La presa è la scienza della parola, ma non è la presa sulla parola. Tutto ciò
che attiene all’ontologia e, quindi, al discorso umano, al discorso come tale, al
discorso come causa finale è imperniato sulla presa. Qual è l’asse ideale,
l’asse spirituale fra Kojève, Heidegger, Clérambault, Stalin, Lenin, Schmitt,
Sartre? È l’asse della comprensione, cioè l’asse della presa. Il télos si realizza
con la comprensione, con la presa: questo è il dominium. E il dominium
assicura il territorio attraverso l’imperium.

La comprensione dell’uomo. La comprensione dell’essere. Cosa dice
Heidegger? “L’essenza dell’uomo è la comprensione dell’essere”. Nessuno di
questi rispettabili signori si discosta da questo. La laicità che riguarderebbe
questa epoca illuministico-romantica come epoca di secolarizzazione è
significata, quindi annullata, da che cosa? Dall’immanenza. Non che venga
tolta la trascendenza. È l’immanenza che assorbe ogni trascendenza. Come
nota e come commenta Kojève, non c’è più bisogno che Dio divenga uomo,
che Dio divenga Cristo. Il divenire prende un’altra forma: la forma
dell’essere. E, quindi, si tratta di divenire Cristo, di divenire Dio. L’uomo
diviene Cristo, l’uomo diviene Dio: questa l’immanenza ideale. Questo è il
laicismo. Si tratta di divenire stato, di divenire soggetto collettivo. Tale è il
Dasein. È il soggetto collettivo. L’esserci non è il cosiddetto individuo nella
sua singolarità: quella finisce, muore, entra nella “fabbrica dei cadaveri”,
entra nell’ambito tecnico-meccanico. Non importa neppure il soggetto
ordinario. Il laicismo è senza la laicità.

Il teorema della laicità: “non c’è più realtà di riferimento”. La laicità è la
proprietà del sacro o la proprietà della parola originaria. La realtà originaria è
la realtà della parola. La cosa originaria è la cosa che dimora nella parola, è la
cosa nella parola. Non la cosa d’origine, con il suo luogo. Non l’idea di
origine, con il suo luogo.

Il riferimento: tu, io, lui. “Tu stesso”? “Io stesso”? “Lui stesso”?
Ridondanza? Sdoppiamento? Il sembiante non è uno. Il riferimento non è
uno. Neppure l’idea è uno. La relazione non è uno, è il due. “Proprio tu”?
“Proprio io”? “Proprio lui”?

Paul Watzlawick (1921-2007), fra i fondatori della Scuola di Palo Alto,
evoca l’enunciato: “Sii spontaneo!”. Sii libero! Sii te stesso! Parodiando: “Sia
la luce!”, e la luce fu. Ma il divenire è senza riferimento all’essere.
Heidegger. La comprensione dell’essere. Il pensiero dell’essere emerge con
il nazismo. Il filosofo svela il pensiero dell’essere, lo scopre nella sua
“autenticità”, nella sua “identità autentica”. Il connubio fra il risveglio
filosofico e il risveglio politico, fra l’illuminazione fenomenologica e
l’illuminazione politica è palingenetico: e dà tutta la sua “concretezza” alla
realizzazione dell’idea del popolo tedesco, all’idea della “Guida”. Karl
Jaspers nota l’incultura di Hitler: “Come può pensare che una persona priva
di cultura come Hitler possa governare la Germania?”. Heidegger risponde:
“La cultura non ha importanza. Osservi le sue meravigliose mani!”. Le mani
della mistica politica, le mani del potere magico e ipnotico. Le mani di Hitler.
Le mani di Heidegger. Il principio di autenticità è il principio di morte, il
principio della “critica” della “modernità” a vantaggio della comunità di
destino
, a vantaggio del popolo tedesco. Così Alfred Bäumler: “Io introduco la
nuova ideologia con Bachofen e con Nietzsche. Ctonio-eroico” (Appunti sulla
storia europea e tedesca 1928-1931
). L’ideologia della guerra: l’eroismo contro il
cittadinismo. Nella genealogica affinità fra la Grecia e la Germania e sul
principio dell’actus purus concordano Martin Heidegger, Alfred Bäumler,
Carl Schmitt, Ernst Jünger.

La realtà radicale è la realtà ontologica: la realtà della struttura radicale,
della struttura fondamentale è la realtà della visione totalitaria del mondo. Il
Dasein è lo spirito collettivo in tutta la sua mistica fra isolamento e
universalità. Quando la filosofia parla “francamente”, tiene il discorso della
guerra e dello sterminio: il popolo tedesco “ha una missione insigne, unica
fra i popoli”, la missione di “sfruttare le possibilità fondamentali della razza
germanica, razza di origine, e di portarla al dominio”. L’essenza del Dasein,
l’essenza dell’essere, è, con la guerra, “fare fronte contro il nemico”. Il nemico
esterno e il nemico interno:

L’esigenza radicale è allora quella di trovare il nemico, di metterlo in luce o
fors’anche di crearlo, in modo da potere affrontare [stehen gegen] il nemico e che
l’Esserci [Dasein] non sia inebetito.

Il nemico può essersi innestato nelle radici più intime dell’Esserci del popolo e
opporsi alla sua essenza propria, agire contro di esso. La lotta è allora tanto più
strenua e dura e difficile, perché l’affrontarsi degli uni contro gli altri costituisce solo
la minima parte di essa. È spesso compito ben più difficile e di più lungo respiro
cogliere quale sia il nemico, metterlo in evidenza, non farsi illusioni di fronte a lui,
mantenersi aggressivi, serbare e aumentare la propria disponibilità costante e porre
un assedio a lungo termine prefiggendosi lo sterminio completo.


L’estraneità essenziale in tutte le se forme deve essere annientata. Hitler:
“La razza ebrea è, anzitutto, una comunità di spirito”. Heidegger incalza che
senza guerra nulla può essere, nulla può divenire, nulla può avvenire. Senza
guerra, nessun divenire e nessun avvenire. L’essere ha un solo
comandamento: la guerra sanguinaria, la violenza letale. La guida spirituale
e la guida politica hanno una sola missione: dominare combattendo e
sterminando. Il volere essere assume il dovere essere, il potere essere, il
sapere essere. Nel riconoscimento di sé, nell’affermazione di sé. L’idea pura,
l’idea selezionatrice e identificante. Il senso dell’essere del popolo tedesco
appartiene al suo destino. Il popolo si definisce nella sua purezza.
Ontologicamente.

La bandiera tedesca è grecoariana. La verità del popolo è la verità del suo
essere: decisione e destino. La verità è l’“assalto” contro il nemico, che è nonverità,
disvalore. L’idea pura ordina questo “assalto”. L’idea di bene. La
significazione dell’“assalto” è etnologica. Martin Buber definisce Heidegger
“l’Hitler del pensiero”.

L’esistenzialismo marxista o nazista o staliniano o islamico è una forma di
radicalismo dottrinario, politico, morale, estetico, militare, finanziario, un
abito comune, un luogo comune, come l’ermeneutica, lo strutturalismo, il
comportamentismo. Il principio di unicità, di unità, di circolarità, è il
principio di dominio del mondo. L’idea pura si fa ideocrazia, passando dal
terrore alla guerra, all’ordine cosmico, spirituale e politico. Lo stato puro. Il
popolo puro. La finanza pura. La visione pura. La comunità pura.
La purezza è il segno del riconoscimento e dell’accettazione. L’origine
resta segreta e segreto il dominio del mondo in tutte le sue rivelazioni, in
tutte le sue apocalissi circolari.

Ogni radicale nella sua purezza concorda con Henry Corbin, con
Heidegger, con Sartre, con Stalin, con Lenin, con Kojève, con il Circolo di
Eranos: “Noi siamo il nostro tempo”. Ovvero: noi abbiamo abolito l’altro
tempo, il tempo della parola, la parola nella sua libertà, nel suo numero e
nella sua cifra. Chi siamo? Gli scelti. Gli unti. Uomini radicali, uomini di
prestigio, uomini pneumatici, uomini illuminati e luminosi; uomini
fosforescenti, uomini mistici, uomini solarmente cerchiati, aureolati dal
Dodicesimo Imam, il nostro Paracleto. La nostra comunità vale ognuno di noi
e ognuno di noi vale la nostra comunità. Con l’insegna: secretum meum mihi. E
con l’imperativo: Seco, ergo sum. Ancora l’ultima guerra. Ancora l’ultimo
giudizio. Ognuno si annulla nell’Essere supremo. Con l’ultima fusione
alchemica.

L’unzione è anfibologica: azione di Dio o azione del diavolo, azione
superna o azione inferna, porta la vita o la morte. Unto il re, Cristo, Buddha,
Mitra, Saul. Unti Hegel, Marx, Lenin, Hitler, Stalin, Mao, Kojève. Untori
Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, le streghe. Unzione ogni
incarnazione spirituale, ogni divinizzazione. Unzione il segno dell’androgino
trinitario circolare. Unzione il segno della metamorfosi sostanziale e mentale.
Unzione il segno del prestigio, il segno del riconoscimento, dell’accettazione
cosmica.

L’officiatura ontologica è ricoperta da funzionari della morte e da
professionisti della morte, i quali amministrano la salute pubblica,
inseguendo la piega dell’androgino. L’attribuzione della piega all’uno toglie
l’ascolto, nonché l’intendimento. Il sistema morfologico dinamico contempla
la piega nel tutt’uno, nel tutto di uno, nel tutto di un pezzo.

Perché Sartre dice che non è l’inconscio che importa, ma la coscienza e la
conoscenza? Non è possibile parlare d’inconscio! Io parlo d’inconscio? Io
parlo dell’inconscio, e l’inconscio è? Non c’è un discorso dell’inconscio! Non
c’è un discorso sull’inconscio o sul numero o sull’idioma o sulla dissidenza.
Sartre scrive: la scelta di origine, il progetto di origine. E, nell’Essere e il nulla
(1943) e nella Critica della ragione dialettica (1960), propone quella che chiama
la psicanalisi esistenziale. Questa, egli scrive, attende ancora il suo Freud.
Quindi, Freud era un falso precursore! Sartre, invece, sarebbe un pioniere!
Con la scelta di origine, con il volere essere, il dettaglio, l’istante devono
essere sacrificati in nome dell’insieme. Indaghiamo gli appunti, i documenti,
gli scritti, tutto ciò che possiamo trovare, per esempio, su Baudelaire, su
Flaubert, su Maupassant, ma anche sulla realtà umana dell’operatore Sartre:
ogni dettaglio, ogni elemento, ogni documento, ogni quisquilia che può
sembrare insignificante può essere inclusa nella scelta di origine, nel progetto
di origine e, cioè, nel volere essere. Per Sartre stesso, che cos’è questo volere
essere? Il volere essere scrittore. Il volere essere riconosciuto. Gli viene
conferito il premio Nobel, ma lo rifiuta.

E ancora, la comprensione, dell’uomo, dell’essere uomo, dell’essere, con
Sartre. L’essere e il nulla. L’uomo totale, nella “simpatia” fra sé e sé. L’uomo è
ciò che fa. Responsabile di ciò che fa. Responsabile di “tutti gli uomini”.
Proprio tutti. Circolarità e universalità. L’uomo, una totalità. Ogni tic è
significante, rivelatore, per il “decifraggio”, ontografico più che biografico.
Importa la “scelta di origine”. Importa il “progetto di origine”. Homo
Maximus
. La storia, l’epoca, la situazione: “Bisogna restituire il suo vissuto
attraverso la sua scelta di origine” (id.). Il “fatto” psichico? Coestensivo alla
coscienza. Cosciente è il progetto fondamentale. La “mancanza di essere” “è
concepita come carattere fondamentale dell’essere”. E la coscienza “c’est la
dimension transphénoménale du sujet” (id.). La coscienza, la dimensione?
Transfenomenale, trasparente, metafisica. La coscienza di Sartre è il Dio
anfibologico di Cartesio: soggetto onesto e mentitore, soggetto della buona e
della cattiva fede. La coscienza rimuove. La coscienza può mentire a se
stessa. Il soggetto: l’inchiesta su se stesso, “comme s’il était autrui” (id.). Con
l’“autoanalisi” bisogna dare al soggetto “un projet, le pouvoir de redessiner
meme le pire du passé en chance pour l’avenir”. Il progetto di origine è il
progetto fondamentale. Il progetto fondamentale è il progetto gnostico. Il
progetto di essere. Il desiderio di essere. La tendenza a essere. La libertà, nella
comprensione dell’essere. Il volere essere. Il volere essere riconosciuto. Il
volere divenire. Il volere divenire scrittore, lo scrittore Sartre.

Le projet, en effet, ressortit au souci de composer la vie. L’homme qui projete
songe au lendemain du lendemain, il en vient à esquisser le plan de son existence
entière et à sacrifier chaque détail, c’est-à-dire chaque instant, à l’ordre de
l’ensemble. (id.)


La preoccupazione: lo studium, l’indaffaramento, la “cura”. La
preoccupazione di “comporre”. Comporre che cosa? Comporre la vita. La
sintesi. L’uomo progetta. L’uomo sogna il domani del domani. L’al di là?
L’idealità? L’uomo schizza il piano. Il piano? Il piano senza superficie, senza
apertura, senza divisione secondo l’aritmetica. Il piano della sua esistenza
intera. Nella conciliazione dell’individuale, dello psicologico e del sociale.
Nella conciliazione antropologica. L’uomo sacrifica ciascun dettaglio. Il
dettaglio sacrificato? L’anatomia sacrificata? L’anacronia sacrificata? Il tempo
sacrificato? Sacrificare per significare. Sacrificare l’istante. Salvare “l’ordine
dell’insieme”. La significazione della vita. La significazione del soggetto. Il
senso dell’essere. La sua comprensione. La ragione d’essere. Il progetto di
origine “si scopre” e si dirige allo scopo, allo scopo che dà il senso
all’esistenza, il senso dell’essere. La totalità della condizione umana cela il
collettivo e l’individuale. In una fusione alchemica, fusione innata e naturale.
Nella coincidenza fra volere, sapere, verità. L’essere per la morte significa
l’appartenenza antropologica, ossia ontologica.

Pour parler comme Heidegger, c’est du XXème siècle et de ses problèmes que je
me fais annoncer à moi-même ce que je suis. Et, par suite, je ne puis être qu’en
“étant-pour” ces guerres que le XXème siècle roule en ses flancs. Je ne suis un absolu
que parce que je suis historique. Voici ce que je veux dire: si l’on considère que je
subis l’Histoire, alors je ne suis que relativité. Si l’on comprend, au contraire, que je
me fais dans l’Histoire, alors me voilà – à ma place – un absolu. Mais justement cela
implique un être-pour-la-guerre, un être-dans-la-classe (pour la nier, la hair ou
l’accepter), etc. tout cela, qui m’avait échappé jusqu’ici, la guerre aura servi à me
l’enseigner. (id.)


La mistica della morte, la mistica della mancanza, la mistica del varco fra
l’inferno e il superno:

Je suis à moi-même comme “un mystère en pleine lumière”. (id.)

Cartesio, Kant, Hegel e, poi, il corteo: Marx, Engels, Lenin, Stalin, Kojève,
Heidegger, Mao.

Per Kojève la filosofia hegeliana è quella che raggiunge il sapere assoluto
soltanto con la fine dei tempi, con la fine dell’“olocausto umano”, così egli lo
chiama: “La filosofia hegeliana: cioè il marxismo, il leninismo e lo stalinismo”
(manoscritto in russo Sophìa: filosofia e fenomenologia, 1940-1941, Fondo Kojève
della Bibliothèque nationale).

Il discorso, attraverso il linguaggio, assume i caratteri della circolarità e
dell’universalità, alla fine dei tempi (alla fine delle guerre e delle rivoluzioni).
Hegel si situa dopo e redige l’Enciclopedia (1830): tutto significa e il sapere
assoluto è raggiunto. Kojève tira l’acqua al suo mulino:

Mais sans l’avoir atteint il a su définir justement (définitivement) son caractère.
Et on peut dire que c’est depuis Hegel que la philosophie sait à quoi elle aspire et en
principe ne pourra donc pas se tromper quand, enfin elle verra son but se réaliser.
Plus précisément, la philosophie hégélienne, c’est-à-dire le marxisme, le léninisme et
le stalinisme.

Marx, en ayant compris que le processus dialectique historique n’était pas achevé
ni au temps de Hegel, ni à son temps propre a voulu maintenir quand même l’idée
de la fin de l’histoire. Et il comprenait que le savoir définitif et parfait de l’homme
par l’homme ne peut être atteint qu’au stade final du processus de développement
historique de l’homme dans la société communiste. (Sophìa: filosofia e fenomenologia)


Il sistema circolare è, per necessità, dialettico e storico.

Kojève. Parlare per o contro. L’ostilità si supera e si annienta attraverso il
riconoscimento reciproco. E la neutralizzazione della politica avviene con il
riconoscimento reciproco, per esempio, fra parlamento e governo. È questa
l’amministrazione che, per Kojève, ha preso il posto dello stato.

Lorsque, après la guerre, je me suis introduit dans l’“Etat” démocratique
moderne comme fonctionnaire (commerce “extérieure” = politique “extérieure”), j’ai
pensé (après quelques années seulement) que ce n’était plus du tout un Etat.
(Lettera a Carl Schmitt, 16-5-1955)


Kojève assegna a Hegel l’antropoteismo, avvertendo che “si tratta non
soltanto del suo Dio mortale, ma, in fondo, di un Dio morente (e forse già
morto)”. Dio muore e rinasce come uomo Dio. E respinge l’esistenzialismo
che si limita a rapportare all’uomo ciò che da migliaia di anni gli uomini
rapportano a Dio.

Maintenant, je crois que Hegel avait totalement raison et que l’histoire était déjà
parvenue à son terme après le Napoléon historique, parce que, tout compte fait,
Hitler n’a été qu’une réédition de Napoléon “augmentée et corrigée” (“La
République une et indivisible” = “une terre, un peuple, un Führer”). Hitler a fait
l’erreur que vous, à la page 166 (vers le milieu [le noeud gordien]), caractérisez si
bien: oui, si Napoléon, à son époque, avait aussi bien fait les choses que Hitler, cela
aurait sans doute suffit. Mais malheureusement, Hitler l’a fait 150 ans trop tard!
C’est pourquoi la Seconde Guerre Mondiale n’a rien apporté d’essentiellement
nouveau. Et la Première n’a de toute façon été qu’un intermezzo. (id.)


Kojève rivendica il potere spirituale per la realizzazione di sé e per la
soddisfazione di sé (Befriedigung). Il suo commento è decriptante e criptato.
La voce ispirata. Vertiginosa e sacrale la trance. Il commento è rivelatore: nel
libro di riferimento tutto è detto, tutto è fatto, tutto è scritto. Kojève
commenta. La soddisfazione si erige sulla coincidenza assoluta fra volere e
sapere. Quando ormai il padrone e lo schiavo, don Chisciotte e Sancho Panza
sono scomparsi dietro il sipario e quando il filosofo e l’uomo d’azione hanno
lasciato il posto al saggio, all’intellettuale. La tirannide costituisce l’azione
politica nella forma più economica. Ora Kojève, l’intellettuale, costruisce e
decostruisce e appassisce e si spegne, non più in tondo, ma nel vuoto. Non
resta più nemmeno ciò che egli dichiarava dopo la morte di Stalin nel 1953:
“Je viens de perdre mon père”. Morto l’uomo, è l’apoteosi del postumo.
Lo stato universale omogeneo nasce come parentela fra le nazioni,
parentela di linguaggio, sistema, struttura. È il regno dei cieli, regno
immanente. Stato totalitario. Stato intellettuale. La verità dello stato è la
verità del trionfo della violenza letale, di cui ha esercitato e mantiene il
monopolio. È la verità dell’uomo perfetto, dell’uomo Dio, la verità del
cittadino del regno dei cieli. Dio è morto. La tragedia di Cristo è finita.
Divenendo Cristo, divenendo Dio, l’uomo si è realizzato nella sintesi, si è
riconciliato. L’uomo sa che è libero. La sua liberatrice si chiama la violenza.
Il riferimento non è l’“oggetto a” di Lacan. Né l’“oggetto parziale” di Karl
Abraham. Né l’“oggetto transizionale” di Donald Winnicott. Né l’oggetto
buono-cattivo, anfibologico, di Melanie Klein. È oggetto e causa. Specchio,
sguardo e voce. Lo specchio: punto di distrazione e di caduta. Lo specchio
non è un vetro. Non è un vetro posto dinanzi, come per Gaëtan Gatian de
Clérambault, che lo assume per rivelarsi, morente, significante, ormai abito,
quindi senza corpo impuro e scena del negativo.

Clérambault scrive pagine e pagine con descrizioni e poesie intorno ai
drappi, ai panneggi, ai nodi, ai cerchi, ai disegni. Lui che ha un successo
spettacolare nella sede dove tiene la presentazione del malato, l’Infirmerie
spéciale della Prefettura della polizia di Parigi, ma ancora di più all’École
nationale supériore des beaux-arts, dove tiene i seminari sui drappi e dove
Parigi è convocata per la presentazione: lì, non ha più bisogno delle donne in
carne e ossa o addirittura dei loro gesti, delle loro parole. Bastano i drappi, i
panneggi, gli abiti. Clérambault mostra un repertorio fotografico enorme dal
Marocco. Clérambault ha la passione del burka. Prima di studiare medicina,
ha seguito i corsi dell’École des arts décoratifs poi ha ottenuto una laurea in
diritto.

Clérambault, come scienziato, deve pronunciare una sentenza illuminata e
illuminante per i certificati di ammissione degli “alienati”: in non più di
quindici righe offre il ritratto luminoso di che cosa? Delle stoffe? Delle
pazienti? Delle donne? Segreto e spettacolarità. Icasticità e una galleria
d’immagini viste, contemplate, scolpite, formalizzate, idealmente disegnate,
misteriche, affrescate, più che offerte all’ascolto. Strutture morfologiche e
passioni escatologiche. Le pazienti rispondono alle interrogazioni. In modo
che tutto entri nelle definizioni ontologiche. La demonografia dissipa il caso.
La passione erotica. L’erotomania. Il femminino senza la questione donna.
L’automatismo sostanziale e mentale del drappo, dell’abito, della pelle, del
burka, sotto l’idea di morte. L’erotismo concettuale (senza simulacro e senza
sessualità) segue il territorio visionario e contemplativo del materno: la morte
in divisa amministrata e formalizzata in migliaia di tavole della verità. Senza
il tempo. Senza l’enigma. Senza la differenza. La passione delle stoffe: Passion
érotique des étoffes chez la femme
è il titolo di un suo saggio, pubblicato negli
annali 1908-1910 dell’Archivio di antropologia criminale. La passione dello
psichiatra. Il dire di ciascuna donna si dilegua dietro al detto dello psichiatra:
l’enunciazione è annientata. Il piacere ha il volto della morte. L’erotografia
delle stoffe. Le stoffe, passionali, significano il soggetto. Nodalità, circolarità,
schema morfologico.

Il volto umano del godimento è il volto della morte: dal corpo demoniaco
alla stoffa demoniaca. La madre, idealmente tolta, per ciò morente e morta,
gode: è questo godimento, nel suo carattere letale, lo spettacolo grammaticale
di Clérambault:

Nous aimons à promener la main sur la fourrure; nous voudrions que la soie
glissât d’elle-même le long du dos de notre main. La fourrure appelle une caresse
active sur son modelé: la soie caresse avec suavité uniforme un épiderme qui se sent
surtout devenir passif; puis elle rélève pour ainsi dire un nervosisme dans ses
brisures et dans ses cris. (Œuvre psychiatrique, 1942)


La characteristica di Clérambault è la characteristica ontologica della
contorsione, dove l’ideale guida il terrore, nella più sublime severità
spirituale. Algebrismo? Geometrismo? Il terzo occhio. Oltre la cecità. Amare
amarsi. Desiderare desiderarsi. Lo spettacolo della morte è lo spettacolo della
verità, lo spettacolo del soggetto, lo spettacolo del dottor Clérambault, eroe di
guerra.

Un’altra passione viene vantata da questa nobile compagnia: la passione
di Allah, la passione di Dio, la passione dell’essere, la passione dell’uomo.
“Nel suo nome”, “ipse dixit”. L’identificazione ontologica è questa. E ogni
concettualizzazione offerta finora dalle logìe rispetto all’identificazione si
riporta all’identificazione ontologica. Che non è l’identificazione come
proprietà dello specchio, dello sguardo, della voce. Ogni confronto viene
dato come confronto ontologico dalla concettualizzazione diffusa dalle logìe.
Ma il confronto è una proprietà dello specchio, dello sguardo e della voce
proprio come causa e come oggetto. Confronto e condizione.

Principium. Nell’accezione di principio ontologico, principium è “il prima”,
è “l’origine”. Ma il principium senza il prima e senza l’origine è il principio
con le sue virtù, con le virtù della parola. Il principium come riferimento
all’origine, il principium che postula il “prima”, è ontologico, innato, naturale.
Così Tommaso d’Aquino: “principia nobis innata”.


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8.05.2017