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Babele, Pentecoste, la cura, il caso, nonché la dissidenza, la scrittura, l’edizione

Armando Verdiglione
(15.08.2016)

La questione della lingua è, anzitutto, la questione della parola, la questione
dell’alingua della parola, quindi la questione intellettuale. È una questione che
non è oggetto di nessuna disciplina, di nessun discorso. Non è oggetto della
conoscenza. La lingua non è oggetto. Nemmeno la sua questione. La questione
della lingua non è “Quale lingua parlare?” o “Qual è la lingua in cui si parla?”.
Intorno alla lingua e sopra la lingua, tutto un apparato ideologico: il ceppo, il
genere, l’appartenenza, la convenienza, la pertinenza e, poi, la finalità, che
sottopone la lingua, come la parola, a un principio economicistico. Così, Karl
Popper, sul criterio della controllabilità e della comprensibilità e, quindi, sul
criterio della strumentalità linguistica, vincola la lingua a un’idealità, all’unità,
all’unilingua. L’approccio finalistico è l’approccio organicistico. Organicistico il
principio di trasparenza, come principio sostanziale e mentale e principio
dell’evidenza, che è esorcistica, e dell’illuminazione, che è spaziale.

Opera di Hiko Yoshitaka

La lingua non attiene a ognuno e nemmeno a chiunque: la distinzione tra
“ognuno” e “chiunque” è la distinzione signore-servo, padrone‑schiavo, amico-
nemico. E “chiunque” è lo schiavo di Menone, il “parlante natìo” di Chomsky, il
“soggetto parlante” di Saussure.

Il principio di trasparenza fonda il principio della mistica della verità come
mistica della scoperta, come mistica dello (s)velamento. Tale si definisce sia
nell’indirizzo metafisico proprio alla filosofia che reagisce al rinascimento della
parola e alla sua industria sia nell’indirizzo scientifico, per esempio con Popper.
Il principio di trasparenza fonda il principio della scoperta, il principio del
segreto di morte, il principio dell’omertà. Nessuna apertura ma il sistema, con la
sua scoperta, cioè con la sua mistica della verità.

La lingua risulta priva di arbitrarietà, nel discorso come causa, che la assume.
Statica o dinamica, le sue metamorfosi sono all’insegna del cerchio e dell’unità:
per ciò lingua liturgica, lingua che viene celebrata, usata dalle istituzioni, dai
discorsi, dalle logìe, dalle discipline. Dall’università al tribunale, all’ospedale, ai
giornali: la lingua liturgica giova all’allestimento di una drammaturgia sociale e
politica. La lingua liturgica è la lingua della casta, la lingua burocratica, la lingua
costituzionale e istituzionale, la lingua già disegnata e da iterarsi – come la piega
di Gilles Deleuze – all’infinito, come nella teoria delle catastrofi del ventesimo
secolo. L’iterazione spazializza la piega e serve il cerchio.

Dipende dalla lingua liturgica anche ogni forma idiolettale o dialettale. La
lingua liturgica, nel suo schema fondamentale, è la lingua volgare, la lingua nella
sua volgarità, la lingua che si attiene al segno dei segni, al disegno dei disegni,
più di ogni altra. E il turpiloquio, proprio dell’approccio algebrico, sancisce
questo principio ideale, eretto sul principio di morte. L’insegna di ogni
burocrazia è la volgarità.

Che esperienza è quella che viene assunta dall’erotologia e che, quindi, tramuta
il disturbo di parola in disturbo linguistico e in erotomania? La categoria somma
della mitologia psichiatrica nel ventesimo secolo è l’erotomania. Cioè, il disturbo
è organico, attiene alla lingua come organismo e alla parola, in quanto possa
essere assunta dall’organismo. L’organismo è ideale.

L’alingua è nella parola originaria, ma anche l’altra lingua e la lingua altra.
Babele e Pentecoste sono miti. Il mito o è il risvolto della legge nella dimensione
di sembianza, oppure il mythos è una proprietà della parola, è custode della
parola. Babele, come mito, è custode dell’altra lingua; e la Pentecoste, come mito,
è custode della lingua altra. La lingua di Babele è la lingua del labirinto. La lingua
della Pentecoste è la lingua del paradiso.

L’alingua: inappartenenza; insignificanza; ciò che mai potrà prestarsi alla
codificazione o al decidibile o alla significazione.

Chi e che cosa disturba la parola? Chi e che cosa disturba la lingua? Proprio per
questa via Freud si è accostato all’afasia, quindi all’atopia della parola, al non
luogo, alla non origine. Nessuna genealogia della lingua. E nessuna genealogia
della parola.

Il lapsus, lo sbaglio di conto, l’equivoco, la metafora, l’ellissi: è il registro della
rimozione e della legge. La sbadataggine, la svista, l’abbaglio, l’imbroglio,
l’inganno: è il registro della resistenza e dell’etica. Imbroglio frastico. Inganno
frastico. L’inganno è il risvolto della menzogna dell’uno nella dimensione di
sembianza. Nel registro della rimozione e della legge, nessun istinto che possa
ascriversi alla zoologia. La distinzione uomo-animale è zoologica, appartiene alla
zoologia fantastica, anfibologica, circolare. L’istinto indica il paradosso
dell’equivoco. E nel registro della resistenza e dell’etica, il desiderio indica il
paradosso della menzogna propria dell’uno.

Desiderio è anche un teorema. Desiderio: non c’è più morte del figlio come
uno, non c’è più morte dell’uno. Ovvero, l’uno non è preso in un regime stellare
(de-siderium), non sta in una dipendenza stellare, celeste, spirituale, ideale (in
quanto mortale).

Nella loro rispettiva struttura, la rimozione (Verdrängung) e la resistenza
(Resistenz) non appartengono all’io, alla coscienza, al soggetto, a Dio, all’uomo.
Il lapsus, lo sbaglio di conto, l’equivoco, la metafora, l’ellissi: il registro della
rimozione e della legge. La sbadataggine, la svista, l’abbaglio, la metonimia,
l’iperbole: il registro della resistenza e dell’etica. L’errore di calcolo, il malinteso,
il contrattempo, il disguido, la catacresi, la parabola: il registro dell’intervallo e
della clinica. Cioè, nessuna potenza del negativo, della negatività. Nessuna
assunzione della negatività in funzione del viaggio.

Il fiasco della parola è il fiasco linguistico. È il fiasco di Ulisse. È il fiasco di
Cristoforo Colombo. È il fiasco di Leonardo da Vinci. È il fiasco di Niccolò
Machiavelli. È il fiasco di Galileo Galilei quando si trova nel Battistero di Pisa. Il
fiasco è una proprietà strutturale del viaggio.

Il principio di economia della scrittura è il principio erotico, principio
demonologico. Postula Babele in assenza di specchio e di sguardo e postula la
Pentecoste in assenza di voce. Sicché Babele non costituisce più l’altra lingua e la
Pentecoste non costituisce più la lingua altra. Babele e Pentecoste diventano,
idealmente, il luogo delle lingue, il luogo del pluralismo linguistico, cioè il luogo
del processo di unificazione linguistica, il luogo dove devono imperare due
standard: rispettivamente, a Babele, lo standard della lingua legale e della lingua
morale e, alla Pentecoste, lo standard della lingua patologica. Sono i due
standard dell’ontologia: Babele è la lingua dell’“evidenza” e la Pentecoste è la
lingua dell’“illuminazione”. Il “segreto” sorregge sia l’evidenza sia
l’illuminazione.

La lingua standard di Babele è la lingua senza amore e senza l’economia,
senza istanza di scrittura della sintassi e senza istanza di scrittura della frase. La
lingua standard della Pentecoste è la lingua senza odio e senza la finanza, senza
l’istanza di scrittura del fare. La standardizzazione linguistica è idealizzazione
linguistica, cioè è cannibalismo linguistico. Il cannibalismo linguistico
presuppone la lingua a uso e consumo dell’ognuno e del chiunque, cioè la lingua
propria della logica del padrone e dello schiavo e, quindi, la lingua parlata.

Ognuno e chiunque, nel cannibalismo linguistico di Babele, parlano nella propria
lingua. Ognuno e chiunque, nel cannibalismo linguistico della Pentecoste, parlano
nella lingua dell’Altro. Perché: “Deve farsi capire!”, “Deve comunicare!”.

L’alingua: nulla di comune né di universale nell’atto di parola.

L’ermetismo della comunicazione, nel labirinto o nel giardino, è una
comunicazione inferna o superna; postula il luogo, il luogo della parola e il luogo
della lingua.

Il padre divora i figli: è una mitologia greca e è proposta nella concezione della
torre del conte Ugolino, che è una versione della torre di Babele. Altra faccia della
mitologia: i figli divorano il padre. Postulando il cannibalismo, in cui “ognuno” e
“chiunque” parlano nella propria lingua, togliendo, idealmente, alla struttura,
l’alibi, l’altrove, e anche l’istanza di scrittura, togliendo, idealmente, il progetto
linguistico, che è strutturale e scritturale, e togliendo, idealmente, il programma
linguistico, che pure è strutturale e scritturale.

L’approccio ontologico a Babele e Pentecoste è l’approccio proprio della logica
dell’interrogazione e della risposta. Come per la manna, la questione della
lingua, sia a Babele sia alla Pentecoste, diventa questione ontologica: “man hu?”,
“che cos’è?”, “quid est?”. E la risposta è ontologica. Da qui, l’uniligua. O le lingue.
Le lingue affidate a ognuno e a chiunque, le lingue parlate da ognuno e da chiunque.

Le lingue parlate nella confusione, a Babele, che è la messa in risalto dell’evidenza
linguistica, e con il principio dell’intesa, alla Pentecoste, dove ognuno e chiunque
intendono volgendo la lingua dell’Altro nella loro.

L’arte e la cultura del labirinto si scrivono. L’arte e la cultura del paradiso si
scrivono. Scrittura, che approda al simbolo e alla lettera nel labirinto. E scrittura,
che approda alla cifra nel paradiso. Che la lingua non si maternalizzi indica che
la lingua non si sottopone a un principio di padronanza. Che la lingua non si
nazionalizzi indica che anche il fare si scrive attraverso la lingua altra. E la lingua
altra giunge per via di malinteso. Non è la lingua dell’intesa. Non è l’intesa
linguistica. Non è la koinè linguistica. Non è il luogo comune della lingua, la
luogocomunicazione linguistica.

Il glossario della storia e dell’economia, per tanto il glossario della legge e
dell’etica: nel labirinto. E il dizionario della politica, della finanza, della
diplomazia, per tanto il dizionario della clinica: nell’intervallo, nel paradiso. Il
simbolico contraddistingue il glossario per via della scrittura sintattica. E il
letterale contraddistingue il glossario per via della scrittura frastica. La traduzione
è una virtù della proprietà narrativa della sintassi. La trasmissione è una virtù
della proprietà narrativa della frase. E la trasposizione è una virtù della proprietà
narrativa del pragma.

Il libro è ciò che della memoria si scrive. La memoria come sintassi si scrive. La
memoria come frase si scrive. La memoria come pragma si scrive. È una
biblioteca. La biblioteca di Babele, nel registro della legge e nel registro dell’etica.
Dove il disturbo non può essere scambiato con la confusione, cioè con tutto ciò
che serve alla fusione, alla fusione alchemica, alla fusione spirituale. E la
biblioteca della Pentecoste, nel registro della clinica. Dove il disturbo non può
essere scambiato con il male dell’Altro, con “la malattia mentale”.

L’assioma della Pasqua è l’assioma dell’obbedienza: le cose si odono.
L’assioma della Pentecoste è l’assioma della diplomazia: le cose s’intendono. Il
diploma della Pentecoste è il diploma dell’avvenire.

Nessun senso del tempo e nessun sapere del tempo. Cioè, nessuna algebra del
tempo e nessuna geometria del tempo. Nessuna suggestione sociale o politica,
temporale, sessuale, e nessuna persuasione sociale o politica, temporale, sessuale.
L’ascolto e l’intendimento non dipendono dalla volontà. Nessuna volontà di
ascolto.

Il teorema della Pentecoste è questo: niente più apocalisse, scoperta,
rivelazione, svelamento/velamento, occultamento/disoccultamento.

Dire le cose? Fare le cose? Scrivere le cose? Oppure: che cosa dire, che cosa
fare, che cosa scrivere? Impossibile dire o fare le cose: per ciò, l’alingua.
Impossibile scrivere le cose: per ciò, l’altra lingua e la lingua altra.

Questa la linguistica non ontologica, la linguistica del labirinto e la linguistica
del paradiso. La linguistica che, in nessun caso, ha come oggetto la lingua né lo
studio della lingua né la cura della lingua né lo zelo della lingua. L’alingua:
nessuna risoluzione della sintassi, della frase, del pragma.

Lo studium, la cura di sé o la cura dell’Altro, è la cura secolarizzata, che
amministra, gestisce, pratica la cura ontologica. E la cura ontologica deve guidare
quella cura che può essere affidata al medico, allo psichiatra, all’antropologo, al
sociologo. La cura ontologica è affidata al filosofo. È la cura della salute: la cura
per la salute pubblica. È la cura di stato: la cura per la salute dello stato. È la cura
algebrica o geometrica: quindi, non è la cura secondo l’aritmetica. È la cura senza
l’odio. La cura erotica. È la cura che procede appunto dalla logica
dell’interrogazione e della risposta, rispettata da Hegel, da Marx, da Chomsky e
da ogni linguistica che abbia costituito una moda nel ventesimo secolo.
La cura. La questione della cura è la questione del taglio, la questione del
tempo, del tempo secondo l’aritmetica. La cura è proprietà del tempo, è cura
pragmatica. Non è la cura della comunità che si erige sulla concezione finalistica,
sull’idea della fine del tempo. La cura della malattia, che è mentale, è la cura
senza odio, cioè è la cura senza il tempo, senza il fare, senza l’Altro, senza la
struttura dell’Altro. La cura è pragmatica, immunitaria. Senza soggetto. È la cura
senza soggetto. Se il cittadino è ciò che resta del processo dialettico proprio della
logica del padrone e dello schiavo, allora il cittadino è affidato alla salute
pubblica. La cittadinanza universale è postulata nell’al di là del processo storico.
La cura, il dispositivo immunitario, il dispositivo clinico, il dipartimento, il
dispensario. La cura senza l’impresa? La cura senza la battaglia e senza la lotta?
L’impresa è proprietà pragmatica. Ma anche la battaglia e la lotta sono proprietà
del fare. L’impresa, la battaglia e la lotta esigono il dispositivo, il dispositivo della
cura, della cura senza l’alternativa bene-male, rimedio-veleno. Questa cura è
propria del tempo che trae al caso, al caso di qualità.

Il caso clinico non è un prodotto giudiziario, psichiatrico, ontologico. Non è un
prodotto che richieda il soggetto e che richieda tutta una presenza, cioè la
presenza funzionale all’unità e alla totalità.

Alètheia: non c’è più nascondimento. Ma anche: non c’è più presenza. La cura
non rientra nella presenza. Il caso non rientra nella presenza. Non è la cura
presente. Non è la cura con la sua rappresentazione, con la sua rivelazione. Non è
la cura che attenga alla dialettica del riconoscimento. Lo zero, l’uno, l’Altro, il
segno, il numero non si rappresentano e non rappresentano nulla. La parola non
è presente. La presenza richiede il soggetto. Il soggetto è l’altra faccia del
fantasma di padronanza. La presenza richiede la verità come assoggettamento, la
verità come causa. La presenza richiede lo statuto erotico, altruista del
funzionario della morte o del professionista della morte.

Il caso non è il prodotto che deve confermare una grammatica ideale: quella
grammatica che va da Platone a Port-Royal, a Cartesio, a Hegel, alla burocrazia
dell’Unione europea. Tante descrizioni di “casi”, tante casistiche mediche,
psichiatriche, giudiziarie, tante cartelle, tanti dossier sono fatti per eludere il caso,
per eludere il processo di parola come processo intellettuale.

Perché s’instauri il caso di cifra, il caso di qualità, intervengono il romanzo
storico e il romanzo politico e la grammatica linguistica, anziché la grammatica
ideale. L’ideale grammaticale è l’ideale dell’estinzione del caso, del suo totale
assorbimento nel calcolo probabilistico, nella statistica, nella contemplazione, che
si conferma soltanto alla fine dei tempi, cioè con l’equazione ontologica. La
contemplazione. La conoscenza diretta. La conoscenza di Allah, dell’Essere
supremo, di Dio, dell’Uno, dell’Unico.

La cura come studium, come osservazione, come sperimentalismo, quindi
come probabilismo, è la cura fatalistica, cioè ontologica. È la cura gnostica. E il
caso che tale cura può prospettare è il “caso critico”, anziché il “caso clinico”, il
caso che rientri nella psicopatologia o nella psicofisiologia. È il caso come
biografia o come autobiografia, che trova i suoi fasti nel “tatuaggio”, che
contrassegna l’epoca degli anni dieci del ventunesimo secolo.

L’autonomia del soggetto, l’autosufficienza, il riconoscimento speculare sono
sotto l’impero dell’essere, del bene, dell’Uno. L’imperium è l’esercizio del dominio
spirituale del mondo. Il globalismo è ierofania cosmica, sotto la grammatica
ideale come grammatica universale.

L’assunzione algebrica del labirinto si edifica sulla negazione della storia: è
questa che è stata chiamata nevrosi. L’assunzione algebrica del paradiso si edifica
sulla negazione dell’impresa e della politica: è questa che è stata chiamata psicosi.
Il disturbo di parola è postulato come disturbo linguistico. Questo concetto deve,
ovunque, erigere l’antidiscorso, la dissidenza come antidiscorso, la scrittura come
antidiscorso. E dell’antidiscorso ha bisogno ogni regime, in virtù della purezza
dell’idea. Così per Carl Gustav Jung (Psicologia e religione, 1940): la dissidenza è
manifestazione di un inconscio bestiale e diabolico, di forze estranee alla
personalità dell’uomo, di idee “così singolari, così strane, che male si accordano
con la ragione”. La ragione sull’Altro e il diritto sull’Altro non contemplano il
caso. Sono la ragione e il diritto del sistema. Anche il discorso scientifico che si
ponga come visione, previsione, rivelazione e scoperta della verità nega il caso.
Il successo – che sia il “successo” romano del seicento o il “successo” delle
purghe staliniane o della rivoluzione francese o delle camere a gas o il “successo”
del tribunale della demotanatocrazia – esclude il caso. L’epoca esclude il caso.
L’epoca che sia improntata alla grammatica ideale sostituisce il caso con il
“contatto”.

L’ideologia telematica è l’ideologia del “contatto”. È l’ideologia del
“tatuaggio”. La scrittura deve essere purificata, finalizzata, deve entrare nel
monopolio del principio burocratico, principio del monopolio sulla scrittura.
L’apparato medicolegale, sociale e politico è l’apparato che fa incetta della
scrittura purificata, finalizzata. La scrittura come ideografia, come ideofania, ma
anche scrittura ideale, disegno ideale. Scrittura che si veda o non si veda, che si
mostri o si nasconda, come la verità che si copra o si scopra, che si riveli o si
nasconda. L’ideografia del tempo propone la scrittura senza enigma, senza
l’enigma della differenza e della varietà irriducibili e irrappresentabili, la
scrittura standard.

Che cos’è il “regno dei cieli”? È il regno della pura visione, della pura
contemplazione, della conoscenza pura. È il luogo dove ogni riconoscimento è
fatto, ogni desiderio realizzato. Fra Hegel, Heidegger e Kojève, il desiderio è stato
assunto dalla volontà e, quindi, dalla logica del padrone e dello schiavo, dalla
dialettica del riconoscimento e dal sapere assoluto edificato sulla fine della storia
e della politica. Il riconoscimento è ciò che realizza la conoscenza. La conoscenza
si fa circolare attraverso la dialettica del riconoscimento. Il luogo dove la
conoscenza è totalmente realizzata è il “regno dei cieli”. È questo l’imbuto dove
si ficca il processo dialettico dell’epoca illuministico-romantica, che, oggi, mostra
le sue scorie con l’epoca del tatuaggio. Lo sguardo assorbe lo specchio nella
visione speculativa e speculare.

Qual è il processo spettacolare che impone questo assorbimento? È il processo
del riduzionismo radicale, che non è di Husserl, bensì di Gaëtan Gatian de
Clérambault e di Alexandre Kojève: “dei nostri antecedenti”, i due maestri di
Jacques Lacan. Clérambault, mon seul maître en psychiatrie, mon maître dans
l’observation des patients
. E Kojève, mon seul maître en philosophie.
Ma la filosofia di Kojève è soltanto di Kojève! Kojève sistematizza la religione
ortodossa, con un impasto alchemico fra Hegel, Marx e Heidegger.

Kojève, nel 1920, esce dalla Russia. Si trova in Polonia: qui viene arrestato
come spia e, anche in seguito, verrà sempre accusato di spionaggio, anche a
favore di Stalin e fino alla sua morte. Il suo nome è incluso nel Dossier Mitrokhin.
Kojève studia a Berlino e a Heidelberg. Si laurea con Karl Jaspers, nel 1924, con
una tesi su Solov’ëv, poi pubblicata con il titolo Sostituirsi a Dio. Nel 1926, è a
Parigi, dove, nel 1933, assume la cattedra di filosofia e tiene il celebre seminario,
Introduzione alla Fenomenologia dello spirito di Hegel (1933-39).

Il riduzionismo radicale fa di Kojève e di Clérambault i due principali
sacerdoti della mistica della morte. Al colmo del laicismo.

Kojève con Hegel: il processo storico è processo cosmologico, dove tutto
finisce e tutto si riconcilia, circolando e significando. Kojève con Marx: il
desiderio è trasformatore a favore di una produttività antropologica finalistica,
utopica, missionaria. Kojève con Heidegger: la ierogonia è l’antropogonia, dove
l’antagonismo signore/servo si doppia sull’antagonismo umanità/natura in un
processo dialettico che assume la negatività nella libertà ontologica.

Kojève. Il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’altro, il desiderio del
desiderio, persino il “desiderio mimetico”, il desiderio ontologico, il desiderio
trasformatore e liberatorio, il desiderio che assume la lotta e il lavoro verso la
spazializzazione ideale finale, verso il cosmo spirituale. Kojève da “filosofo-
funzionario dello spirito del mondo” diventa “il saggio”. La forza trasformatrice
e creatrice del desiderio è la forza spirituale circolarizzante, spazializzante. Il
segno del riconoscimento è l’equazione ontologica. Il segno stesso della
rivelazione realizzata. L’uomo, negandosi e trasformandosi, si riconosce, si
conosce. La morte è funzione, strumento e soglia del riconoscimento. L’uomo
integrale, il cittadino dello stato universale, il cittadino del cosmo ideale e reale.
Apoteosi della morte. Apoteosi del bene supremo. Apoteosi dell’uomo
autocosciente, dell’uomo perfetto, dell’uomo soddisfatto, del Dio rivelato e reale,
dell’uomo‑Dio felice.

Il desiderio si realizza con la chiusura ontologica, dopo la fine della storia.
L’universalismo statale, l’omogeneità cosmica, la risoluzione di ogni
contraddizione, il soddisfacimento di ogni bisogno. La realizzazione dello stato
universale omogeneo segue il trionfo dell’erotologia con cui si definisce
l’ontologia. Dopo la finalizzazione impressa nel connubio fra il tiranno e il
filosofo. Kojève, l’altro Isocrate. E l’homo historicus si fa homo circularis, homo
immortalis
. La morte del signore? Astratta negatività. Inassumibile per Georges
Bataille. Non considerevole per Kojève, che si avvale della negatività dialettica.
Nell’epoca della realizzazione pura del disegno ideale cosmico, Kojève “il
filosofo” lascia il posto a Kojève “il saggio”.

Jacques Lacan. Lo sguardo assorbe lo specchio? È la presa dello sguardo, che,
quindi, non è più causa di desiderio e di ripetizione, non è più punto di
sottrazione e punto di fuga. Lo sguardo, come la voce, come il corpo, diviene
oggetto a, “a” minuscola, per distinguerla dalla A maiuscola. I cretini, in Italia,
traducono con “il piccolo a” e “il grande A”. Il cretinismo è malattia senile del
lacanismo.

Heidegger. La cura. Heidegger è contro Ludwig Binswanger e anche contro
Sigmund Freud.

Heidegger contesta a Freud di avere scelto il termine “analisi” come “titolo del
suo tentativo teorico” (Zollikon Seminars tenuti a Zollikon, sul lago di Zurigo,
presso lo psichiatra svizzero Medard Boss, dal 1959 al 1969). Contesta pure il
concetto di transfert, perché “ogni rapportarsi è, fin dal principio, intonato
affettivamente”. Quindi “non occorre che sia trasferito proprio niente”. Come a
tutti gli psicologi e agli psichiatri rimprovera “l’innata cecità per l’essenza
dell’uomo”. Infatti, “l’essere-aperto significa schiarita, slargo, radura [Lichtung]”.
Come “dire” (sagen) significa “mostrare” (zeigen). E ancora: “Come dice Kant:
bisogna arrivare a scorgere [erblicken] l’essere”. Precisamente: “La mia tesi è che
l’essenza dell’uomo è comprensione dell’essere”.

Heidegger respinge il causalismo scientifico rivolto allo psichismo. Respinge il
concetto d’inconscio, che dichiara “incomprensibile”. Postula per tanto come
coscienti le motivazioni. Per lui: “L’arte dell’interpretazione è l’arte di porre una
domanda giusta”. Egli pratica “l’analitica del Dasein” e ritiene fallimentare la
pratica di Ludwig Binswanger, perché tradisce la purezza dell’essere. Non legge
gli Écrits di Lacan. Come scrive a Medard Boss, in una lettera di fine 1966:

Avrà certamente ricevuto anche lei il grosso volume di Lacan. Adesso non ho tempo
di leggerne il testo, palesemente barocco. Apprendo, però, che esso suscita a Parigi
analogo scalpore di quello suscitato a suo tempo da L’être et le néant di Sartre.


E sempre a proposito di Lacan scrive a Boss, il 24 aprile 1967: “Lo psichiatra ha
bisogno dello psichiatra” (Der Psychiater bedarf des Psychiaters).

L’esserci, la sua finitezza, la sua infondatezza, l’essere per la morte, sicché “la
cura stessa, nella sua essenza, è totalmente permeata da nullità”. Qui Lacan: il
rapporto del soggetto alla morte vale la ripresa storica “significativa” di ogni
elemento soggettivo. “Nell’anamnesi psicanalitica non si tratta di realtà ma di
verità” (Funzione e campo della parola e del linguaggio, 1953). La verità strutturale, la
verità del soggetto, la verità della morte.

Heidegger, per la sua cosiddetta depressione, si rivolge alle cure del dottor
Viktor Gebsättel, psichiatra. E “umanamente” trova aiuto. Così, negli incontri di
Zollikon, egli afferma:

Nel voler aiutare del medico, si deve badare che ne va sempre dell’esistere e non del
funzionamento di qualcosa. Se si ha di mira solo quest’ultima cosa, non si è affatto
d’aiuto all’esserci. Questi appartiene allo scopo. L’uomo è, per essenza, bisognoso
d’aiuto in quanto egli è sempre in pericolo di perdersi, di non venire a capo di se stesso.
Questo pericolo è connesso con la libertà dell’uomo. L’intera questione del poter essere
malato è connessa con l’incompiutezza [Unvollkmmenheit] della sua essenza. Ogni
malattia è una perdita di libertà, una limitazione della possibilità di vita.


L’aiuto dell’esserci, il pericolo, la libertà dell’uomo: la prassi mimetica è
curativa, attraverso l’Einfühlung, sentendo la presenza dell’altro, riportando
l’altro nell’esistenza, nella significanza, secondo il processo intenzionale della
coscienza. L’homo radicalis può, ontologicamente, occuparsi della cura. Bisogna
volgere la mancanza in possibilità, in una traiettoria fondamentale fra sé e l’altro,
fino alla “comprensione” dell’essere. La temporalità è l’orizzonte di
comprensione del senso dell’esserci. La cura heideggeriana è l’essenza
complessiva dell’esserci. Heidegger rigetta la nozione freudiana di transfert:

Non occorre che venga trasferito proprio niente, in quanto l’essere-in-una-tonalitàaffettiva,
di volta in volta attuale, a partire da cui soltanto e corrispondentemente a cui
tutto ciò che si fa incontro è in grado di mostrarsi, c’è già sempre. (id.)


Il fondamento metafisico del biologismo e della psicanalisi è l’oblio
dell’essere. Importa la topologia dell’essere, la località della sua essenza
(Dall’esperienza del pensiero, 1947):

Ma la poesia che pensa è in verità la topologia dell’essere [Topologie des Seyns]. Essa
gli dice la località della sua essenza [die Ortschaft seines Wesens].


Importa (Oltre la linea, 1955):

[…] una topografia del nichilismo [Topographie des Nihilismus], del suo sviluppo e del
suo oltrepassamento [Überwindung]. Ma bisogna che una topologia [Topologie] preceda
quella topografia: la localizzazione [die Erörteung] di quel luogo che mette insieme
l’essere e il niente [der Sein und Nichts] della loro essenza, che determina l’essenza del
nichilismo e che lascia così riconoscere le vie dove si prospettano i modi di un
oltrepassamento possibile del nichilismo.


Topologare: dire il luogo o la località dell’essere. Il luogo della
“coappartenenza [Zusammengehörigen] dell’essere e del niente” (Contributi alla
filosofia (Dall’Evento)
, 1936-38), il luogo che mette l’essere e il niente insieme
nella loro essenza. “L’essere e il niente”. “La differenza [Differenz] ontologica è il
non [das Nicht] tra l’ente e l’essere”, è “la distinzione [Unterschied] tra l’essere e
l’ente” (L’essenza del fondamento, 1929). E “il niente è il non dell’ente, e così il
niente è l’essere che si esperisce partendo dall’ente” (Prefazione alla terza
edizione dell’Essenza del fondamento, 1949). L’essere è pensato come mancanza,
la mancanza è pensata come buco o posto vuoto, cioè come luogo dove non c’è
niente, il luogo della coappartenenza dell’essere e del niente, il luogo che mette
insieme nella loro essenza l’essere e il niente, il luogo significato dalla radura
(Lichtung) e dall’aperto (das Offen). E ancora: “Appartiene all’essenza dell’essere
il non” (Contributi alla filosofia, cit.).

Come nella mitologia mesopotamica e nella teosofia, il varco è dall’Abgrund
al Riß (lacerazione, strappo), alla Zerklüftung (fenditura). Sicché “la verità accade
come nascondimento schiarente [Die Wahrheit geschieht als die lichtende
Verbergung
]” (id.). “La verità è, come l’avvenimento [das Ereignis] del vero, la
fenditura abissale, dove l’ente arriva in discordia e si mette in contesa” (id.). La
verità, il nascondimento schiarente. Il velo è il segno del segreto della verità
come verità della morte. Il filosofo, il pastore dell’essere. Il venditore dell’essere.
Il messaggero dell’essere. Il vero medico in nome dell’essere. Il grande
mediatore.

Jacques Lacan. Dire la verità? Perché no? Ma non tutta. Dirla a metà.
Mezzodirla. Impossibile dirla tutta. Mancano le parole. Non altrimenti si
esprime chi è reduce da una visione paradisiaca, divina.

Je dis toujours la vérité: pas toute, parce que toute la dire, on y arrive pas. La dire
toute, c’est impossibile, matériellement: les mots y manquent. C’est même par cet
impossibile que la vérité tient au réel. (Télévision, 1973)


Quale verità? Quale reale? Quale fantasma? “Ciò che del fatto non può dirsi è
designato – ma nel dire – dalla sua mancanza e è questa la verità” (Séminaire
XVI, 1968-69). Rivelazione/velamento. Il fantasma persiste: sia pure a metà, la
verità può dirsi. Una verità ontologica. Io dico la verità? È il modo più diretto di
barare. Anche cercarla. Anche scoprirla coprendola. Da qui l’assoggettamento,
la dipendenza soggettiva: tutto “correctement”.

C’est donc là qu’il vous fait saisir que, de ce dire, le sujet est l’effet, la dépendance. Il
n’y a sujet que d’un dire. Voilà ce que nous avons à serrer correctement pour n’en point
détacher le sujet. Dire d’autre parte que le réel, c’est l’impossible, c’est aussi énoncer
que c’est seulement le serrage le plus extrême du dire, en tant que le dire introduit
l’impossible et non pas simplement l’énoncé. (id.)


Il soggetto di un dire. Serrare correttamente. Il serraggio più estremo del dire.
Il dire introduce l’impossibile. Per ciò, dire a metà. Così, “l’oggetto a è il buco
che si designa a livello dell’Altro come tale” (id.). La topologia è la struttura.
“Una metafora spaziale”.

Ce qui est là tangible de la division du sujet sort précisément de ce point-ici, que,
dans une métaphore spatiale, nous appelons un trou, en tant que c’est la structure du
cross-cap, de la bouteille de Klein. Ce point est le centre où le a se pose comme absence.
(id.)


“Ciò che è tangibile della divisione del soggetto”, un punto, un buco, il
“punto è il centro dove a si pone come assenza”. Verità topologica. Il buco
strutturale.

Que le grand A comme tel ait en lui cette faille qui tient à ce que l’on ne puisse
savoir ce qu’il contient, si ce n’est son propre signifiant, voilà la question décisive où se
pointe ce qu’il en est de la faille du savoir. Pour autant que c’est au lieu de l’Autre
qu’est appendue la possibilité du sujet en tant qu’il se formule, il est des plus
importants de savoir que ce qui le garantirait, à savoir le lieu de la vérité, est lui-même
un lieu troué. (id.)


A (maiuscola) “come tale”. Come tale, “ha”. Che cosa ha? “Ha in sé”. Ha in
sé “questa falla”. Quale falla? Una falla “che tiene”? Tiene qualcosa? No. “Tiene
a ciò che non si possa sapere”? Chi non può sapere? Sapere che cosa? “Tiene a
ciò che non si possa sapere ciò che esso contiene”. A ha? A contiene? “Tiene a
ciò che non si possa sapere ciò che esso contiene se questo non è il suo proprio
significante”. Contiene il suo proprio significante? “Ecco la questione decisiva”.
Di che cosa decide la questione? “Ecco la questione decisiva dove si punta ciò
che ne è della falla del sapere”. Quale sapere? Il sapere presunto? Il sapere
postulato? Il sapere dato per acquisito? Il sapere proprio del discorso
scientifico? Il sapere apparente? “Per questo è nel luogo dell’Altro che è appesa
la possibilità del soggetto in quanto esso si formula”. La possibilità del
soggetto? La possibilità del soggetto “è appesa”. È appesa “nel luogo
dell’Altro”. Perché? “Perché esso si formula”. Il soggetto si formula. Si formula
da solo o viene formulato? Formularsi è una possibilità. Una possibilità appesa.
Appesa a qualcosa? No. Appesa nel luogo? Che luogo è? Il luogo dell’Altro. A
questo punto che succede? “È tra le cose più importanti sapere”? Tra le cose più
importanti. E quali sono le altre importanti? E sapere che cosa? E che sapere è?
Come sta questo sapere con la sua falla? “È tra le cose più importanti sapere che
ciò che lo garantirebbe, ossia il luogo della verità, è a sua volta un luogo
bucato”. Il luogo dell’Altro. Il luogo della verità, un luogo bucato. L’oggetto a
come il buco. Il soggetto diviso, barrato. L’oggetto a con il buco che si designa a
livello dell’Altro come tale. Ancora l’Altro come tale.

Lacan traduce l’articolo Lógos di Heidegger (1951). Heidegger scrive: “o lógos
è il nome per l’essere dell’ente”. Sicché bisogna “pensare l’essenza del
linguaggio a partire dall’essenza dell’essere, ovvero come l’essere stesso”.
L’essenza del linguaggio, l’essere. Il lógos, il nome per l’essere dell’ente.
Procedendo sulla scorta dell’Abgrund, della Riß e della Zerklüftung. Badando alla
Lichtung, alla radura, al luogo in cui non c’è niente, il buco. Intanto, dire la
località dell’essere vale l’atto di topologare l’essere.

L’uomo stesso, in quanto l’ente che egli è, deve “avere”, nel nucleo della sua essenza
[im Kern seines Wesens], un lógos, che, in quanto quel lògos, è una “relazione” al “lógos
nel senso dell’essere dell’ente. (Heidegger, Logica. Lezioni sul Lógos di Eraclito, 1944)


Il lógos, il nome dell’essere dell’ente. Il senso dell’essere dell’ente. La
domanda dell’essere (der Auspruch des Seins). L’essenza del linguaggio, l’essenza
dell’essere, l’essere stesso. La topologia, la località dell’essere, la radura.

L’ontologia della verità:

L’ente che ci siamo proposti di analizzare è il medesimo che noi stessi siamo.
L’essere di questo ente è sempre mio. Nell’essere che è proprio di esso, questo ente si
rapporta sempre al proprio essere. Come ente di questo essere, è rimesso al suo avereda-
essere. L’essere è ciò di cui ne va sempre per questo ente. (Sein und Zeit, § 9. Il tema
dell’analitica dell’esserci
, 1927)



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Armando Verdiglione, "Babele, Pentecoste, la cura, il caso, nonché la dissidenza, la scrittura, l’edizione"

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15.11.2017