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La nominazione, l’accesso, la vestis, nonché l’homo islamicus e l’homo dhimmitus

Armando Verdiglione
(29.07.2016)

L’analisi dell’epoca è, oggi, segnatamente, l’analisi della grammatica dello
spirito europeo: quali sono i fondamenti, i concetti, le verità, tutto ciò che si
prospetta come standard, oggi, a significare l’Europa. L’Europa, oggi, è più che
mai, nella sua mitologia, il Mediterraneo, la Mesopotamia, l’India, l’America,
l’Asia, l’Africa, l’Australia, l’Atlantico, il Pacifico.

Che cosa fonda quella che viene chiamata la globalizzazione? Lo standard
esclude l’analisi. Tutto ciò che è postulato standard risponde a un modello
algebrico o a un modello geometrico. La civiltà fondata sullo standard è la civiltà
tanatologica. Può essere chiamata anche civiltà della globalizzazione, se la
globalizzazione è segnata dal segreto di morte.

Ma il processo della civiltà non è tanatologico. E l’analisi è la teorematica:
l’idea che non agisce, Dio che non agisce, lo spirito che non agisce. L’analisi
dell’epoca è l’analisi di tutto ciò che si prospetta come scritto o come scritti, e che,
nella comunicazione presunta diretta, si fa, invece, luogo, luogo della comunità.
La vita senza più soluzione è la vita originaria. La vita che si risolve è la vita
definita dalla mitologia, dall’epoca. Noi interroghiamo gli scritti, li leggiamo,
distinguiamo il discorso che si presume causa, il discorso che “non c’è più”, il
discorso dissipato (ciò che si chiama teorema), il fantasma che non agisce. Questo
perché l’epoca non ha nessuna presa sul testo né sul palinsesto né sugli strati né
sull’infinito della parola. Non ha nessuna presa sul principio della parola,
sull’innegabile della parola, sull’innegabile della vita.

La questione di vita o di morte è la questione da cui procede la serie: la serie
lungo il sentiero della notte (sentiero della legge), la serie lungo il sentiero del
giorno (sentiero dell’etica) e, nell’intervallo della serie, il filo del crepuscolo (filo
del tempo, filo della clinica). La questione di vita o di morte non è questione
seria. “Vita o morte” è una contraddizione insanabile, inconciliabile. Conciliarla
vale a trattare “vita o morte” come opposti, come tesi e antitesi. Trattare “vita-
morte” come opposti conduce alla sintesi, all’unità degli opposti, alla
conciliazione degli opposti, al compromesso sociale e politico, al compromesso
fantasmatico, quindi al compromesso algebrico e al compromesso geometrico.
Analizzando l’epoca, lungo il radicalismo islamico, il radicalismo cristiano, il
radicalismo ebraico, quindi il radicalismo proprio del discorso occidentale, noi
ritroviamo chi aggiorna e offre varianti in più o in meno, colorando, illuminando
o oscurando, cercando scintille, con un’accentuazione del modello algebrico o del
modello geometrico. Il compromesso tra modello geometrico e modello
geometrico è un compromesso speciale. Offre una comunità dilaniante,
dilacerante: il volto geometrico della vita penitenziaria. Il compromesso tra
modello algebrico e modello algebrico offre la comunità di coloro che sono
chiamati, nelle varie forme di radicalismo, gli “uomini pneumatici”.

La bilancia dell’orrore ha due facce. Si definisce come doppia bilancia: la
bilancia algebrica deve produrre la paura e il terrore, la bilancia geometrica deve
produrre lo spavento e il panico. La bilancia dell’orrore serve l’androgino
trinitario, che si riscontra nei radicalismi. Si riscontra nel discorso occidentale,
negli scritti principali e secondari del discorso occidentale, negli scritti ermetici,
negli scritti teosofici, negli scritti ontologici. Ma il discorso occidentale è discorso
ermetico, è discorso teosofico – anche se ci sono, poi, indirizzi e specializzazioni
sia nel radicalismo cristiano sia nel radicalismo ebraico sia nel radicalismo
islamico sia nel radicalismo laicista.

Il principio di conciliazione sociale e politica è il principio che assume la morte
come soglia della salvezza, come soglia dell’al di là, come soglia della vera vita
spirituale, senza l’abito, senza le spoglie, senza tutto ciò che può rappresentarsi
corruttibile. L’oscillazione è continua non soltanto tra vita e morte ma tra l’alto e
il basso, dall’alto verso il basso e, poi, dal basso verso l’alto, sia nella mitologia
sia nell’esercizio spirituale del profeta, dell’imam, del filosofo, del “muratore”.
Vita‑morte è ossimoro. Non è il due. Il due non è “due cose”, non è vita—‐‑morte
(a parte che vita e morte non sono cose). Il due non è vita-morte, non è positivo‑
negativo. Vita-morte, positivo-negativo, alto-basso: tutto ciò viene assunto come
antinomia, ma non è antinomia! Né antinomia né antagonismo, perché l’agone
non sta nel due. Tutto ciò che viene assunto come antinomia non è il due, non è
la relazione.

Il due è originario. La contraddizione del due rilascia l’inconciliabile del due,
della relazione. Il due. Numero. Numerus, arithmós, numero diadico, da cui
procedono sia il numero triadico sia la memoria, ovvero l’esperienza quale
ricerca o quale impresa, la memoria come struttura, la memoria narrativa.
Vivendo, parlando: il gerundio procede dall’apertura. Quale gerundio senza
l’apertura originaria, senza il due? Sarebbe il participio passato, il fatto, il detto,
lo scritto. Ma, segnatamente, il fato, segnatamente, la necessità, segnatamente, il
fuso di Ananke, cioè l’androgino trinitario.

Sigmund Freud ha tratto le conseguenze di quella che, con il rinascimento,
s’instaura – mai sorta prima – come la conversazione, quindi come dispositivo
dell’esperienza. Formatosi in ambiente hassidico, Freud s’imbatte nella
conversazione, dove in nessun modo può valere il binomio maestro-allievo.
Freud inventa la psicanalisi perché non è un rabbi, non può affatto costituirsi
come rabbi. In che cosa s’imbatte, con la conversazione? Nel lapsus, nel motto di
spirito, nella sbadataggine, nella svista, nell’omissione (Auslassung), nella
dimenticanza, nel sogno, nel paradosso. Ciò che era stato chiamato prima
paradosso era subordinato a un indirizzo semiologico: il paradosso era un
grattacapo che si risolveva. Ma il paradosso proprio della struttura chiamata
sintassi o della struttura chiamata frase non si risolve e non è un “grattacapo”.
Tutto ciò che emerge nella conversazione non segnala un disturbo mentale o
biologico: questo è ciò che Freud ha trovato con il suo saggio Come intendere le
afasie
(Spirali 1990), senza cui è impossibile leggere gli scritti di Freud, senza cui
anche le nozioni d’inconscio o di Es non hanno nessuna portata. Senza l’afasia
sarebbe come dire anche senza l’infantia e senza l’alingua. Il segreto come segreto
di morte non regge, perché il dispositivo chiamato conversazione s’imbatte nel
lapsus, nel motto di spirito, nelle sbadataggini, nella svista, nell’omissione, nel
sogno, nella dimenticanza, nell’incubo, nel paradosso.

“La morte è padronanza”, scrivono Hegel, Platone, Aristotele, Tommaso: la
morte è padronanza, la morte è il padrone assoluto! Il segreto di morte è il
segreto di padronanza. Ma questo segreto di morte è il segreto di origine. Questo
segreto di morte è l’idea. È il segreto dell’idea e è l’idea di segreto, l’idea segreta,
l’idea di origine, l’idea di origine segreta. Questa idea non regge nel lapsus,
nell’equivoco, nella sbadataggine, nella svista, nel malinteso. È da curare il
lapsus? È da curare il malinteso? È da curare la sbadataggine? Sono da curare la
svista o la dimenticanza o il sogno? Sarebbe la cura non come proprietà del
tempo, ma come proprietà della morte, la cura di ognuno che sia radicale. La
cura del radicale è la cura della morte.

Sull’esperienza originaria, sull’esperienza di parola non ha nessuna presa
l’idea segreta, l’idea di origine. Solo l’idea di origine può fondare una logica
universale. Anche la distinzione fra essoterico e esoterico si fonda sull’idea di
origine. Le cose che stanno nella struttura propria dell’equivoco, nella struttura
propria della menzogna dell’uno, nella struttura propria del malinteso – quindi,
rispettivamente nella sintassi, nella frase, nel pragma – sono cose che non
procedono da una logica universale. Non dimostrano l’azione dell’idea di
origine. Sono le cose che procedono, nella loro struttura, nella loro scrittura,
secondo la loro particolarità, che non è prestabilita. Secondo la particolarità di
queste cose in quella struttura, in quella scrittura. E procedono con una
rivoluzione che non può costituire un ritorno all’idea di origine perché questa
idea di origine non ha nessuna presa sull’esperienza, sulla memoria, sulla ricerca,
sull’impresa.

Terapia e formazione, arte e cultura, gioco e invenzione: aspetti della struttura,
aspetti della memoria, aspetti dell’esperienza. La tecnica e la macchina attengono
al fare, sono aspetti del pragma, in cui interviene il tempo. Non sono tecnica e
macchina per misurare o per risparmiare il tempo, in funzione di un modello
algebrico (postulando la comunicazione per plagio o per contagio) o di un
modello geometrico (postulando la comunicazione per infezione o per telepatia).
Questi postulati della comunicazione sono i postulati della comunità.
Le cose procedono dal numero diadico secondo il numero triadico, quindi
secondo ciò che dissipa ogni coscienza, secondo la dissidenza, secondo l’idioma.
Quella che è stata chiamata – come limite della medicina – ora droga ora peste è
questa medicina, questa dissidenza secondo cui le cose procedono.

Il numero è la radice. L’abolizione del numero risponde all’idealità: l’idealità
del cerchio, dell’unità, dell’androgino trinitario. E stabilisce il valore dell’uomo in
misura della sua prossimità maggiore o minore rispetto alla radicalità: gli uomini
pneumatici sono radicali; gli altri uomini, chiamati moderati, sono sfortunati,
non sono privilegiati, stanno nell’ordine sociale. Il segreto della scrittura non è
per loro, è per gli uomini pneumatici. Sono loro i padroni: affrontano la morte, la
assumono e si salvano.

Il nome senza più segreto, senza più l’idea di segreto, senza più l’idea agente,
è il nome insostanziale, immentale, insoggettivo. È lo zero. La numerazione
stessa risalta dalla nominazione. La logica della nominazione è la particolarità
della parola, della vita, per ciò dell’esperienza, della scrittura. È la particolarità
del viaggio. Per ciò, nessun valore ontologico del nome. Se il nome è senza
segreto, non muore. Se il nome muore, allora è il nome del nome. L’idea di
morte, l’idea di origine, si fa principio, principio del nome del nome, e principio
ontologico. La disputa fra nominalismo e realismo è una disputa ideologica, cioè
ontologica.

La fondazione della vita è il numero. Senza fondo. Nella mitologia indù, in
quella mesopotamica, in quella greca, in quella egizia, c’è l’idea di fondo, l’idea
di abisso, massa infuocata, incandescente. L’abisso è un’idea divina. È anche una
divinità, è un’idea creatrice che crea ogni altra divinità. Crea anche il cielo, la
terra, gli astri, l’umanità, gli animali, le piante, il soggetto. L’idea di creazione
cosmica.

Ogni purismo è proprio dell’idea, dell’idea pura, idea divina, idea spirituale.
L’originalità è questa: l’idea di origine. L’originario è senza origine, senza idea di
origine, senza originalità.

Il lapsus, l’equivoco, la sintassi: senza più purismo ideologico, ideocratico,
ideofanico, ideosofico. Il nome è immortale. L’immortale non è l’homo immortalis,
di cui l’homo mortalis diventi il travestimento fenomenico. È il nome che è
immortale. Il padre come nome funzionale è il padre come nome immortale, non
il padre come tale. “La donna”, “l’uomo” sono evanescenze fantasmatiche. Altra
cosa “donna”, “uomo”. L’immortale è l’equivoco, qui pro quo: questo pro tiene il
qui nella funzione. Sta qui l’accesso, l’accesso della parola.

Freud chiama Verdrängung (rimozione) e Verwerfung (forclusione) l’accesso:
nessun accesso diretto, cioè nessuna conoscenza. La conoscenza come accesso
diretto, attraverso la visione, la contemplazione, la specularità, lo specchiamento,
l’autospecchiamento, non c’è più. L’accesso diretto al bene, a Dio, all’uno, al
bello, al piacere, alla felicità, cioè la conoscenza, non c’è più. L’accesso diretto si
postula per rivelazione e per osservazione. L’accesso diretto è dato dal segreto di
morte. Quello che, a torto, viene chiamato martirio, nell’islam – shahid è il
“martire” – rappresenta e significa questo accesso diretto. L’accesso diretto:
quindi, avere, essere. L’accesso diretto è quello che presume l’imam. L’accesso
diretto al segreto d’origine è l’accesso diretto all’origine, a Dio, al bene, ma anche
al senso, al sapere e alla verità. Ciò che è postulato come reale è il segreto. Il
senso reale, per l’imam, è il senso spirituale, il sapere reale è il sapere spirituale e
la verità reale è la verità spirituale, ovvero il senso, il sapere e la verità come
cause finali, come ideali.

L’uno, lo zero, l’Altro: la memoria come struttura. Parlando: secondo la
dimensione (materia, linguaggio, sembianza). La struttura è materiale, non è
immanente o trascendente. L’immanenza o la trascendenza presuppongono il
riferimento all’essere, il riferimento alla morte, il riferimento all’origine, il
riferimento al segreto, al segreto d’origine, e, quindi, al ritorno. La struttura
materiale è struttura senza soluzione, non ha bisogno di salvarsi. La memoria
non ha bisogno di salvarsi. L’esperienza non ha bisogno di salvarsi. Così la
ricerca. Così l’impresa. La struttura s’instaura secondo la dimensione di materia.
Mimesis, imago, imitatio, identificazione. L’equivoco e il lapsus non significano
né il precipizio né la caduta bensì “inducono” il punto di precipizio e il punto di
caduta. Nella mitologia, nella gnosi, invece, significano, rappresentano, sono
conseguenze della caduta o del precipizio rispetto all’idea di origine, che stava in
un luogo. Quindi, caduta o precipizio, anche rispetto al luogo di origine, al luogo
dell’idea, idea di origine, idea di uno, idea di bene, idea di bello.

La struttura secondo la dimensione di linguaggio non è la struttura che esige il
movimento e l’arte del movimento. La struttura come ricerca, chiamata sintassi,
che esige il movimento e l’arte del movimento, non è la struttura secondo la
dimensione di linguaggio, bensì la struttura secondo la dimensione di
sembianza. La vestis, inindossabile, è la proprietà della sembianza, proprietà
della struttura e della scrittura della sembianza, proprietà del modus di scrittura
della sembianza. Anche del modus dell’anatomia della sembianza, cioè del tempo
nella dimensione di sembianza. La vestis è proprietà anche della moda. Vestis,
secondo la funzione, è controinvestimento (sulla funzione d’inibizione),
surinvestimento (sulla funzione di esibizione) e investimento (sulla funzione di
Altro nella dimensione di sembianza). Con la vestis non può stabilirsi nessuna
investitura. Una vestis senza presentazione, senza presenza. Nessuno può
presentarsi nelle vesti di nessuno. Chi si presenta nelle vesti di Apollo è
Arlecchino. Chi si presenta nelle vesti di Dioniso è Pulcinella. E chi si presenta
nelle vesti di Odisseo è Pinocchio.

La questione cruciale non risponde all’asserzione, attribuita a Cristo, che
“ognuno porta la sua croce”. La questione cruciale è questione nodale. Anche il
nodo cruciale è il modo del due.

La gnosi crea Dio, l’umanità, gli angeli, i diavoli, l’abisso, la luce, il corpo e la
materia. E la gnosi diventa l’idea – in tutto il suo segreto e in tutta la sua agenzia
– che viene assunta da una comunità. E l’orrore è il primo frutto della gnosi.
Questo frutto si produce tramite la bilancia. La bilancia della gnosi è la bilancia
standard, il bilancio standard, la bilancia dell’orrore, la bilancia della gnosi.
L’idea che forgia la gnosi è l’idea standard, è l’idealità standard.

Standard: il canone, il canone ontologico. Il canone è lo standard di cui si
avvale ogni ideologia tanto della guerra quanto della burocrazia, lo standard di
cui si avvale ogni deontologia. I principi standard. I concetti standard. I criteri
standard. La filiazione standard. Lo standard non tollera la generazione né
l’ingegno né l’ingegneria né l’industria della parola. Non ammette la struttura
dell’Altro. Lo standard ammette il soggetto della castrazione, il luogo
dell’ipocrisia, cioè il luogo dell’effettualità della sintassi, come responsabilità
della legge della parola. Ma il soggetto della castrazione, il soggetto del luogo
dell’ipocrisia postula l’ipocrisia morale, sociale e politica. Postula non già la
truffa della legge ma il monopolio della truffa a opera del principio del nome del
nome. Lo standard, nella sua idealità, postula il soggetto della mancanza e il
luogo della menzogna propria della divisione dell’uno dall’uno. La menzogna è
proprietà dell’uno per la sua differenza dall’uno.

Lo standard è la stessa idea di origine, l’idea di cerchio. Seguire lo standard è
seguire l’idea di origine. La standardizzazione richiede la conformità all’idea di
origine, il ritorno all’idea di origine. Richiede l’equazione ontologica.

Scrive Louis Trolle Hjelmslev: “La neutralizzazione positiva della
contraddizione vale da mediazione farmaceutica nella pratica significante”. La
Scuola di Copenhagen è la scuola di glossematica. La sua parola d’ordine è:
conciliare per medicare, unire per salvare, neutralizzare gli opposti, gli
antagonismi, per medicalizzare, per significare, per la valorizzazione ontologica.
La valorizzazione ontologica è la conformità di ogni cosa ai valori standard, ai
valori d’origine.

L’idea di bene come idea di calma, l’idea di equazione, l’idea irenica, l’idea di
bello e di bene. “Il bene e il bello” è un’endiadi. Se l’idea si fa soggetto, è kalós kaì
agathós
. Ma già l’idea è kalón kaì agathón. E Kant o Schiller o Edmund Burke (1729‑
1797) incominciano a chiedersi del “sublime”. Il bello, il sublime. Il bello, così,
non basta: perché sia buono, perché sia sussunto nel bene, deve costituirsi nel
sublime. Kant e, poi, Schiller si affidano all’etimologia, anzi la creano.
L’etimologia è ideologia. È una forma di radicalismo. L’etimologia è senza
l’etimo, senza la radice.

In luogo della radice, in luogo del numero, dell’idioma, della dissidenza,
stanno tre livelli del sublime: il sublime come limen, frontiera (confondendo la
frontiera con il limite), il sublime come limes, limite, e il sublime come limus,
fango. I primi due livelli, la frontiera e il limite, con l’idea della fine del tempo,
diventano due linee: la linea di frontiera e la linea di confine. Ma, siccome il
primo livello, limen, viene stabilito in alto, come soglia o architrave, il secondo
livello, limes, viene stabilito come il livello di mezzo, e il terzo livello, limus,
fango, viene stabilito in basso, allora il sublime è ciò che consente la catabasi e
l’anabasi, discendere e salire. Discendere dove? Qual è il piacere del sublime? Il
piacere del fondo, il piacere della morte. È il gusto della morte. Il sublime, cioè,
diviene la punta dell’orrido. Perché è già il bello che è assunto.

Platone dà molte gradazioni, molti livelli del bello, fino al bello spirituale. Ma
quello che piace è il bello spirituale! E, allora, gli altri piaceri sono da
dimenticare, sono segni di degradazione.

L’idea di sublime che ha Kant: il sublime è il bello perché buono. Schiller
scrive quattro saggi intorno al sublime: Del sublime (1793), Sul patetico (1793),
Lettere sull’educazione estetica dell’uomo (1795), Sul sublime (1801). Schiller cerca di
ricompattare la frantumazione tra bello e sublime. E spiega:

Il tratto distintivo dell’umanità è la volontà, e la ragione stessa non è altro che la sua
eterna regola. L’intera natura agisce in modo razionale; la prerogativa dell’uomo risiede
unicamente nell’agire razionalmente con coscienza e volontà. Tutte le altre cose devono;
l’uomo è l’essere che vuole. (Sul sublime)


Questa è la facoltà dell’uomo. Che cosa vuole l’uomo? Vuole il bello? Deve
passare, prima, dal sublime, oppure deve compiere un esercizio spirituale:
passare dall’orrido al sublime, passare dalla morte. Ciò che importa, per Schiller
e per Kant, è la destinazione soprasensibile dell’uomo. Kant: “Virtù e felicità
insieme costituiscono, in una persona, il possesso del sommo bene” (Critica della
ragione pratica
, 1788). È l’accesso diretto al bene. La conoscenza è questa. È questa
la beatitudine.

La perfetta adeguatezza della volontà alla legge morale è la santità; una perfezione di
cui nessun essere razionale del mondo sensibile è capace, in nessun momento della sua
esistenza […], essa potrà trovarsi solo in un processo ad infinitum. (id.)


L’accesso diretto è l’accesso diretto al bene, all’idea di bene, a Dio. Per Hegel,
poi, tutto questo, nella terza fase, nel terzo status, nella terza età, nella fase finale,
è l’accesso diretto al sapere assoluto. Hegel rivendica la vera conoscenza, la
gnosi, anche nella forma del sapere assoluto. L’uomo ha un accesso diretto con la
rivelazione, con cui coglie l’unità e la totalità del sistema. Un sistema gnostico.
Un sistema chiuso. Un sistema che si struttura e si realizza nell’immanenza. Il
processo salvifico include nella sua dialettica la morte di Dio e la sua
resurrezione. Conformemente all’idealità. E nel ritorno all’idealità. Il sistema
ideale illumina tutto. La sua luce assegna alle cose e agli eventi il senso nascosto,
il sapere nascosto, la verità nascosta, cioè il senso vero e reale, il sapere vero e
reale, la verità vera e reale, quindi il senso, il sapere e la verità spirituali. Lo
schema ideale è gnostico da Cartesio a Heidegger, tra un soggetto pensante,
volente e una realtà estesa che assume il valore della purezza, che vale
purificandosi.

Il discorso occidentale è il discorso gnostico. L’equivoco, il malinteso, la
menzogna dell’uno differente dall’uno: tutto questo nella gnosi si chiama
alienazione. L’idea esce da sé e ritorna a sé. In quanto esce da sé, l’idea si fa Dio,
si fa soggetto, si fa anche soggetto della psichiatria (quindi è alienazione anche in
questa accezione), ma, poi, deve ritornare a sé. La pratica psichiatrica e la pratica
psicoterapeutica stanno qui. La cura è questa: il soggetto deve tornare a sé, alla
coscienza di sé. Deve prendere coscienza.

L’uomo, dice Hegel, mentre esce da sé è la coscienza infelice, soffre una
lacerazione, sta male, ma, poi, deve ritornare a sé. E, allora, deve essere il pastore.
Questo il grande messaggio di Heidegger, il messaggio dei nomadi, che girano
con il gregge: l’uomo con il gregge, l’uomo pastore.

Leggiamo anche l’islam: l’uomo pastore, le tribù nomadi. Anche gli ebrei
erano nomadi e come nomadi dalla Mesopotamia arrivano in Palestina. In
Palestina abitano altre tribù. Gli ebrei erano pastori. O pescatori: per chi? Per
l’uomo pesce, per il Dio pesce. Anche negli stemmi dei Merovingi è disegnato il
pesce. Cristo agnello e Cristo pastore. Cristo pesce e Cristo pescatore.
Eugenio Montale, nella poesia Iride, (in La bufera e altro, 1956) evoca “il Volto
insanguinato sul sudario” e si definisce “povero nestoriano smarrito”.

Timoteo era katholikós, primate della chiesa nestoriana a Baghdad sotto i califfi
Abbasidi (VIII secolo). Egli incontra il califfo al‑Mahdi (che regnò dal 775 al 785).
E qui arriva, in una leggendaria conversazione, la parabola della perla.
Se di notte, in una casa buia, cade una perla preziosa, tutti cercheranno di
raccoglierla, ma a uno solo toccherà. Gli altri stringeranno chi un pezzo di vetro, chi una
pietruzza o un grumo di terra, ma tutti saranno felici e orgogliosi e si sentiranno ognuno
il vero possessore della perla.


Tra il Khorasan (oggi Iran orientale e Afghanistan) e la Transoxiana (oggi
Uzbekistan e Kazakistan) correvano le carovane. Era una strada percorsa dalla
narrazione cristiana. Un inno nestoriano dice: “Viaggiate ben cinti, come i
mercanti,/ per farmi guadagnare il mondo”. L’evangelizzazione vale
un’operazione commerciale.

I massacri cristiani: la notte di san Bartolomeo, il massacro dei sassoni di Carlo
Magno, il massacro dei catari sotto Innocenzo III. E già la spada di Costantino.
I nestoriani non hanno mai fondato uno stato cristiano. Erano cristiani sotto lo
stato. Hanno vissuto con l’islam per sette secoli, poi, sono stati travolti dall’islam,
tranne i copti, in Egitto. La decimazione dei cristiani d’Oriente avvenne in un
secolo e mezzo: l’invasione mongola, il turco Tamerlano (1320-1405). Poi arrivano
anche la peste del 1348-1350 e l’avanzata di una piccola glaciazione.
L’islam, la sua cultura, la sua grande cultura! Che cultura è? È nel Corano? È la
cultura della tradizione islamica? No. È la cultura dhimmi. Il più antico libro
scientifico nella lingua dell’islam è un trattato di medicina scritto a Alessandria
d’Egitto da un prete cristiano siriano e tradotto in arabo da un medico ebreo
persiano. E un “capolavoro assoluto dell’arte islamica”, qual è? La Cupola della
Roccia a Gerusalemme. Il califfo Abd al-Malik (646-705) dà l’ordine di costruirla
(691). Ma a chi dà questo ordine? Ai fedeli di Maometto? No, a maestranze e a
architetti bizantini. È per questo che la cupola somiglia alla chiesa del Santo
Sepolcro. Gli esempi, in questa direzione, sono numerosi.

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Armando Verdiglione, "La nominazione, l’accesso, la vestis, nonché l’homo islamicus e l’homo dhimmitus"
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Opera di Hiko Yoshitaka

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8.05.2017