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Il giusto, il bilancio, l’attuale

Armando Verdiglione
(2.07.2016)

Il giusto della Repubblica di Platone non è l’homo spiritualis, è la giustizia. Cioè
il modo di un mezzo. Quale mezzo? Il punto e il contrappunto.

Aristotele ha già un’altra nozione di giustizia. Il giusto, non come l’uomo
giusto, l’uomo pneumatico, ma come il giusto, tò díkaion: “Il giusto è conforme
alla legge [tò nóminon] e contrassegna l’uguale [tò íson]” (Etica Nicomachea, V,
1129a). E, ancora, il giusto correttivo: “il medio [tò méson] fra perdita [zemías] e
guadagno [kérdous]” (Etica Nicomachea, V, 1132a). Quindi, vale l’idea di fine,
l’idea di bene, vale l’escatologia.

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Christiane Apprieux, "Adamo ed Eva", 2007, terracotta

Per Voltaire (1694-1778), il giusto è l’uomo giusto, un uomo che coltiva il suo
giardino (Candide, 1759). Il giardiniere. Ma l’uomo giusto non è il giusto. E i
diritti dell’uomo sono i diritti sotto l’idea di morte. Come le ragioni dell’uomo.
Isidoro (560-636), teologo e vescovo a Siviglia, qualifica il giusto come colui
che custodisce il diritto: “Iustus dicitur quia ius custodit” (Etymologiae). Isidoro
s’interessa alla “radice”, alla radice impossibile della lingua.

La giustizia non è l’economia dell’oggetto e del tempo. Non è l’economia
senza l’oggetto e senza il tempo. Non è l’economia sotto l’idea di fine
dell’oggetto e di fine del tempo. Non è l’economia che sia fondata sull’idea di
origine, di morte, di salvezza.

Lettera ai Romani, I, 17: il giusto è ancora l’uomo giusto. “Il giusto vivrà di
fede”. Agostino d’Ippona riprende a suo modo questa asserzione. Ma di quale
fede? Vive di fede o secondo la fede, secondo l’idea che nessuno ha e che opera
per la scrittura della memoria? E poi: è l’uomo giusto che vive di fede?
Nell’Esposizione sul salmo 57, 22, Agostino cita la Vulgata: “Laetabitur iustus, cum
viderit vindictam
” (Si allieterà il giusto quando vedrà la vendetta). Anche
Parmenide ha questa formula della giustizia vendicatrice: “Dike che molto
vendica (Díke polypoinos)”. Frammento 1, vv. 11-14:

Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,

e ha ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;

la porta, eretta nell’aria, è chiusa da grandi battenti,

di cui Dike, che molto vendica, tiene le chiavi che aprono e chiudono.


La giustizia come vendetta è la giustizia come equazione ontologica, come
indica, nella sua Etica Nicomachea, Aristotele. La giustizia con la finalità del
bene, che deve avere la sua bilancia, dove mette perdite e guadagni. Questo è il
brano di Aristotele: perdite e guadagni. È una bilancia che deve compiere
l’economia politica, l’economia del tempo, l’economia dell’impresa, l’economia
della città.

L’idea di giustizia che, a suo modo, la Lettera ai Romani evoca è l’idea, la fede
come idea, la fede come idea che opera. Ma se, invece, la fede è idea che agisce,
allora si fa immaginazione, credenza, pensabilità dell’oggetto e del tempo.
Nella Repubblica di Platone (libro II, 361e-362c), qualcosa si enuncia: il giusto.
Non nel senso dell’“uomo giusto” o dell’assegnazione di guadagni e perdite, di
meriti e colpe, di positivo e negativo. Il giusto.

Tommaso d’Aquino (Summa theologiae, III, Quaestio 64, art. 4, arg. 2) fa un
paragone impossibile fra il giusto e l’empio: “Scilicet ut ex impio iustus fiat, quam
creare coelum et terram
” (Che dall’empio si faccia il giusto è più che creare il cielo
e la terra). L’empio non diverrà mai il giusto.

Lutero corregge (Commento alla Lettera ai Romani, 1515): “[homo] simul peccator
et iustus
”. Qui, ancora la bilancia: il peccato e il merito. In questo caso, il merito
è la fede: i due “piatti” della bilancia hanno, per Lutero, il peccato da un lato e
la fede dall’altro.

La giustizia senza gnosi e senza soggetto è follia e stile, con le sue virtù: la
condizione, la solitudine, il confronto, l’identificazione, lo stato. E l’indice della
indelebilità del punto e del contrappunto è il “colore”, la “moneta”, la “carne”.
In che modo interviene lo specchio? Il modo d’intervento dello specchio è la
giustizia dello specchio. In che modo interviene lo sguardo? Il modo
d’intervento dello sguardo è la giustizia dello sguardo. Con la giustizia dello
sguardo, non c’è più l’occhio di Dio né l’occhio del mondo né il malocchio. In
che modo interviene la voce? Il modo d’intervento della voce è la giustizia della
voce. La giustizia dello specchio è condizione della ricerca chiamata sintassi. La
giustizia dello sguardo è condizione della ricerca chiamata frase. La giustizia
della voce è condizione dell’impresa, della città.

Che il sembiante (punto e contrappunto) intervenga è provvidenza:

provvidenza dello specchio, provvidenza dello sguardo e provvidenza della
voce. Che lo specchio intervenga, questa è provvidenza. Che lo sguardo
intervenga, questa è provvidenza. Che la voce intervenga, questa è
provvidenza. La provvidenza senza l’idea di bene.

La giustizia procede dall’equità. Non si confonde con l’equità. Equità: ovvero
l’altro nome della relazione, l’altro nome del due. Togliete l’equità: e avete la
bilancia del positivo e del negativo, cioè la necessità dell’equazione ontologica.
Avete l’androgino come unità di bene e di male.

Cicerone chiama la giustizia la virtù delle virtù (De officiis, 3, 6). Il postulato
di questa idealità della virtù è che la giustizia sia amministrabile. La giustizia
amministrabile non è la giustizia intellettuale. E non è l’amministrazione
intellettuale.

Ancora Aristotele: “Il giusto è conforme alla legge [tò nóminon] e
contrassegna l’uguale [tò íson]” (Etica Nicomachea, V, 1129a). Il giusto è l’uguale
(id., 1131a). L’uguale ripartizione. L’uguale distribuzione. L’uguale: l’equazione
ontologica.

Si Deus est, unde malum? Si non est, unde bonum?”. Severino Boezio (475/477-
524/526, De consolatione philosophiae, I, 4) si esprime in questo modo. Lo prende
sul serio Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716). Il problema della giustizia
è il problema della giustizia del cosmo. È il problema della giustificazione di
Dio. Come si giustifica Dio?

Leibniz fabbrica una dottrina favorevole allo stato e al principe. Come si
giustifica lo stato? Come si giustifica il principe? Come si giustifica il dittatore?
Togliete il simulacro, il sembiante, la giustizia: e avete Dio come uno, il principe
come uno, il dittatore come uno. La monarchia universale è perfetta: Dio
permette che ci sia, da qualche parte, il male, però bisogna mettere il bene e il
male sulla bilancia, fare la giusta contabilità. E Dio la fa. Ciò che importa è
l’equazione, il segno finale della perfezione fra positivo e negativo. E l’unità
ideale è l’armonia prestabilita. Ogni monade si trova in armonia con altre
monadi. Entro l’armonia prestabilita. Stabilita “prima”? La sostantificazione
cosmica viene organizzata in modo da sottostare a una logica, che è la logica
formale.

La logica formale è il segno che tutto ciò che è nell’universo, tutto ciò che
avviene e che diviene, anche gli avvenimenti, anche gli eventi, tutto procede in
modo provvidenziale. Determinismo cosmico. Finalismo. Causalismo. Niente

caso. È il principio di ragione sufficiente e di diritto sufficiente. Il diritto senza
l’Altro e la ragione senza l’Altro. Quindi, senza il caso. Tutto, anche
l’imperfezione, intesa alla maniera di Agostino, procede in modo
provvidenziale. Il male è un’imperfezione rispetto al bene, ma il bene supremo
è perfetto e Dio regna e governa per un’armonia prestabilita.

Il mondo, che lo si veda o non lo si veda, è il migliore dei mondi possibili.

Qualsiasi male, qualsiasi ingiustizia, qualsiasi sciagura, qualsiasi terremoto
bisogna collocarli nel sistema cosmico, dove, alla fine, tutto circola. Sono i Saggi
di Teodicea sulla bontà di Dio, sulla libertà dell’uomo e sull’origine del male
(1710).
La teodicea, già formulata da Platone e da Aristotele, viene applicata in ogni
dottrina politica, economica, sociale, in ogni dottrina della contabilità intesa
come contabilità del tempo – data l’idea della fine del tempo e, quindi,
postulato un tempo che, finito, lascia il posto a un tempo che passa e che scorre.
Il tempo che passa e che scorre è il tempo senza fluenza, il tempo finibile e
finito.

Scrive Leibniz (Saggi di Teodicea, parte I, 21):

Il male può essere inteso in senso metafisico, fisico e morale. Il male metafisico consiste nella
semplice imperfezione, il male fisico nella sofferenza, il male morale nel peccato. Ora, sebbene il
male fisico e il male morale non siano necessari […]


Leibniz postula la necessità ontologica del male metafisico. Il concetto di
male metafisico è questo: nell’infinito sta il finito. Quindi, la bilancia va
applicata al finito, alla finitudine.

[…] basta che, in virtù delle verità eterne, siano possibili.

Necessario il male metafisico. Possibili e permessi il male fisico e il male
morale, la sofferenza e il peccato.

E poiché questa immensa regione delle verità eterne contiene tutte le possibilità, bisogna che
ci sia un’infinità di mondi possibili, che il male entri in parecchi di essi, e che anzi il migliore di
tutti ne contenga: è questo ciò che ha determinato Dio a permettere il male.


Dio permette il male perché il migliore dei mondi possibili deve contemplare
il male, il male fisico e il male morale. Dio è provvidente: ha scelto e ha deciso
bene, ha fatto la giusta delibera, la giusta sentenza, anche perché Dio vuole il
bene, quindi la calma di tutto l’universo. “Tutto” sta nell’armonia prestabilita.
Dio non vuole il male, ma lo permette perché l’armonia prestabilita lo
contempla.

In un dialogo del 1673, Confessio Philosophi, inviato al filosofo giansenista
Antoine Arnauld, che anticipa i temi della Teodicea, Leibniz scrive:

Perché Dio faccia una cosa occorrono due cause (così come avviene sempre anche per le
azioni delle altre menti): che egli voglia e che egli possa farla. I peccati non sono di quelle cose
che Dio vuole ovvero che fa, perché certamente egli non li trova buoni presi singolarmente o
considerati per se stessi. Ma essi sono tra quelle cose che Dio vede avvenire come conseguenza
all’interno della complessiva ottimale armonia delle cose da lui prescelta. Poiché, nel corso
dell’intera serie armonica, la loro esistenza viene compensata da beni maggiori […]


Ecco la bilancia, la bilancia di Osiride. Dove sta la bilancia di Osiride? Sta
nell’Amenti. Nel regno dei morti. Nell’inferno. Questa bilancia sta lì! È la
bilancia gnostica, la bilancia della civiltà tanatologica. E il bilancio che essa esige
è il bilancio gnostico, il bilancio ontologico. Il bilancio tanatologico.

[I peccati] egli li tollera o li ammette, anche se, qualora egli potesse farlo, ovvero qualora si
potesse scegliere un’altra e migliore serie di cose, che ne fosse priva, egli li eliminerebbe.


Se il peccato metafisico, il peccato fisico o morale stanno lì, è giusto che
stiano lì. Dio giustifica tutto, si giustifica, tutto ritorna all’Uno, tutto giustificato.
È la migliore cosa che possa avvenire! Qualsiasi altra cosa sarebbe peggiore di
quella. Il male che sta dinanzi, per Leibniz, è il minimo, è il male
provvidenziale, il male ontologico. La guerra, la catastrofe naturale, la
catastrofe sociale, il disastro, i guai recano il segno del minimo. E, sotto il segno
del minimo, entreranno in un’equazione, entreranno nel segno uguale, che, per
Aristotele, è il segno del giusto.

Come debbano redigersi i bilanci l’ha insegnato Aristotele, l’ha insegnato
Leibniz. La partita “doppia”, quindi, non è invenzione di Luca Pacioli. La
partita “doppia” viene smantellata da Piero della Francesca. Ma Piero della
Francesca non viene letto, non viene analizzato! Viene estrapolata la partita
“doppia”, la partita di Osiride, la partita dell’Amenti.

Della serie complessiva si deve però dire che Dio la vuole, non che Dio la permette, e ciò vale
anche per i peccati, nella misura in cui non li si considera per se stessi distintamente, bensì
mescolati nel resto della serie.


Tutto l’universo, così com’è, Dio lo vuole. Dentro l’universo c’è del male?
Quel male lì, Dio non lo vuole, ma lo permette, perché deve compiere
l’equazione. Se non lo permettesse, cosa metterebbe sulla bilancia? Che bilancia
sarebbe, con un piatto solo? Osiride, la bilancia l’ha disegnata bene: con i due
piatti! Altrimenti, che inferno sarebbe?

L’Armonia universale, l’unica della cui esistenza Dio gioisca assolutamente […]

Questo è il gaudium Dei.

[…] è infatti un’affezione dell’intera serie e non dei suoi componenti.

Un’affezione. Dio è affetto. È affetto da armonia universale.

Di tutte le altre cose, ad eccezione dei peccati, Dio gioisce anche quando le considera
separatamente di per se stesse. Eppure, se mancassero i peccati, egli non gioirebbe
maggiormente della serie universale, ma ne gioirebbe di meno, perché l’armonia del tutto è resa
gradevole dalle dissonanze che vi sono interposte e che vengono compensate con ammirevole
razionalità.


Le dissonanze nell’unità. Le dissonanze nell’armonia che porta il segno
dell’unità. Dissonanze necessarie: quindi, diabolus in musica, diabolus in pictura,
diabolus in arte
. Ecco, poi, la ragione sufficiente e il diritto sufficiente:

Dio è ragione di tutte le cose esistenti, ma va detto autore soltanto di quelle che sono buone
anche considerate per sé sole.

[…] È squisitissima armonia che la più perturbata discordia si riconduca insperatamente
all’ordine, che la pittura si distingua attraverso le ombre, che l’armonia renda consonanti le
dissonanze attraverso altre dissonanze (al modo in cui la somma di due numeri dispari è un
numero pari), che i peccati si puniscano da soli (questo è un punto da tenere presente); ne
consegue che […]


Ecco la caricatura di Severino Boezio.

[…] se esiste Dio, esistono anche i peccati e le pene dei peccatori.

I peccati si puniscono da soli, perché stanno insieme. E così Leibniz compie la
sua distinzione fra il necessario e il contingente o fra il volere e il non volere:

Volere è il gioire dell’esistenza di qualcosa. Non volere è dolersi dell’esistenza o gioire
dell’inesistenza di qualcosa. Permettere è né volere né non volere e tuttavia sapere che qualcosa
esiste.


Dio è informato che il male fisico e il male morale esistono e li permette, né li
vuole né non li vuole. Unicità di Dio. Unità del cosmo. Unità della comunità.
Unità della nazione. La vera questione è la questione dell’economia del tempo.
L’idea di fine, l’idea di morte, la guerra come il minimo male: sta qui la trista
sequenza.

Nella Monadologia (1714), scrive:

Dove non ci sono limiti, cioè in Dio, la perfezione è appunto assolutamente infinita. Ne
consegue inoltre che le creature hanno le loro perfezioni grazie all’influsso di Dio, mentre le
loro imperfezioni derivano dalla loro propria natura, incapace di essere senza limiti. Proprio per
questa incapacità le creature si distinguono da Dio.


Altrimenti, non sarebbe possibile la contabilità. La contabilità è il finito
nell’infinito, che è garante. Dio garantisce la contabilità, quindi l’economia
politica, l’economia del tempo. Dio garantisce l’erotismo sociale e politico.
Meglio, secondo Leibniz, dare spazio ai mali, al male, anziché rinunciare alla
contabilità, perché ciò che importa è l’armonia prestabilita, quindi la perfezione
totale.

Io credo che Dio abbia creato le cose nella massima perfezione, benché ciò non ci appaia se
guardiamo le parti dell’universo. È più o meno come nella musica e nella pittura, perché le
ombre e le dissonanze mettono così tanto in evidenza il resto. E il sapiente autore di tali opere
ricava da queste imperfezioni particolari un vantaggio così grande, a favore della perfezione
totale dell’opera, che è molto meglio dar loro spazio piuttosto che volervi rinunciare. Così
bisogna credere che Dio non avrebbe permesso il peccato né creato le creature che sapeva che
avrebbero peccato, se non avesse conosciuto il mezzo per ricavarne un bene incomparabilmente
più grande del male che ne deriva.


Il trionfo del bene, postulato da Origene (185-254), non convince Leibniz.
L’ottimismo e il determinismo forgiano la saldatura finale.

Il principio di ragione sufficiente e di diritto sufficiente è formalizzato da
Leibniz. La logica formale della contabilità segue tale principio come principio
di morte della materia della parola, morte dello zero, dell’uno, dell’Altro, della
madre, principio dell’intesa teosofica, dell’armonia prestabilita.

Per Leibniz importano la giustizia e la bontà di Dio. Importa la teodicea, la
giustizia di Dio, ovvero la giustificazione. Una variante della teodicea,
nell’epoca più strettamente illuministico-romantica, che seguirà a Leibniz, sarà
l’antropodicea. Nonché la giustizia dello spirito, la pneumatodicea. E tutto
combacia, la scienza combacia con la fede, tutto è perfetto, asserisce Leibniz.
Saggi di Teodicea, I, 4:

Lo stesso vale per le nozioni di giustizia e di bontà di Dio. Talvolta se ne parla come se non
ne avessimo alcuna idea né alcuna definizione. Ma in questo caso non potremmo fondatamente
attribuirgli nessuno di tali attributi né lodarlo per essi. La sua bontà e la sua giustizia, come
pure la sua saggezza, non differiscono dalle nostre se non in quanto sono infinitamente più
perfette. Così, le nozioni semplici, le verità necessarie e le conseguenze dimostrative della
filosofia non possono essere contrarie alla rivelazione. E quando talune massime filosofiche
vengono respinte dai teologi è perché si ritiene che abbiano soltanto una necessità fisica o
morale, che riguarda solo ciò che ha luogo ordinariamente e di conseguenza [tale necessità] si
fonda sulle apparenze, ma che può mancare, se Dio trova che sia bene così.


Per Hegel, tutto ciò che è razionale è reale. Per Leibniz, tutto ciò che è reale è
razionale. E si giustifica. Giustificazione in Leibniz e giustificazione in Hegel. Il
principio di morte è il principio dell’economia politica, della contabilità del
tempo finibile e finito.

Il bilancio di Osiride, il bilancio di Leibniz, il bilancio di Hegel, il bilancio di
Marx, il bilancio di Stalin, il bilancio di Hitler, il bilancio di Heidegger, il
bilancio di Mao, il bilancio dell’islam, il bilancio ordinale e ordinario, il bilancio
sostanziale e mentale, il bilancio dell’Unione Europea: il formalismo contempla
il sostanzialismo (abolizione ideale del due) e il mentalismo (abolizione ideale
del simulacro e del tempo).

Questo bilancio viene redatto secondo una sola funzione: la funzione di
morte. Nessun malinteso, ma l’intesa. E niente Altro. L’ideologia è l’ideologia
del bilancio. Il bilancio al servizio dell’Uroboro. Il bilancio sotto il fantasma di
morte. Il bilancio sotto l’ideologia è il bilancio che deve seguire lo standard.
Deve seguire l’idealità. Il bilancio ideale. Il bilancio sotto il postulato del
“piano”, della superficie che, idealmente abolita, si postuli come “piana”, cioè
della superficie senza l’apertura e senza il tempo. Questo è il discorso del
bilancio.

I criteri che vengono seguiti per redigere il bilancio sono criteri ontologici,
criteri ideologici, criteri d’incenerimento e di renovatio. Oppure, sono i criteri
intellettuali. Oppure il bilancio intellettuale. Il bilancio del tempo. Il bilancio di
ciò che si fa. Il bilancio di ciò che avviene e di ciò che diviene. Il bilancio della
fluenza. Il bilancio, quindi, con il suo dispositivo. Niente bilancio senza il
dispositivo di bilancio. L’assemblea è il dispositivo del bilancio. Per ciascuna
impresa.

Il dispositivo intellettuale è il dispositivo della vita che diviene qualità.
L’assemblea perenne. L’asset. L’attivo. Il bilancio intellettuale è senza più il
principio della degradazione, principio di nascondimento e rivelazione,
principio di copertura e apocalisse, principio della verità come causa finale.

L’asset degli assets è il dispositivo di valore, il dispositivo di cifra. Il bilancio
intellettuale è il bilancio che esige la cifra. È il bilancio che dimora nel racconto,
nella fabula, nella fabrica: il bilancio del fare, il bilancio pragmatico. Non è il
bilancio dell’economia politica, che, idealmente, elimina il fare, la struttura
dell’Altro. Il bilancio ordinale e ordinario è il bilancio senza il business. Il
business, idealmente eliminato, si fa business della morte e della renovatio.
Dentro e fuori, alto e basso. Il due: giuntura e separazione, simmetria e
asimmetria, corpo e scena. Il corpo e la scena non stanno nel bilancio
pragmatico. Il bilancio procede dal due, da corpo e scena. Non ha dinanzi il
positivo e il negativo. Non si redige il bilancio tenendo dinanzi l’ombra,
l’alternativa fra il positivo e il negativo. Il corpo della parola e la scena della
parola si combinano nella cifra della parola.

Il bilancio dell’istante, redatto nella partita, che esige la piega e non già il
doppio, è il bilancio dell’avvenire, il bilancio del destino, il bilancio di qualità,
di cifra. Non è il risultato dell’economia della negativa del tempo e dell’Altro.
Non è il bilancio formulato, nella sua teodicea, e nella sua teosofia, da Leibniz. I
criteri nazionali e internazionali del bilancio, nella loro formulazione ideologica,
sono i criteri della teodicea, dell’antropodicea, della teosofia e dell’antroposofia.
Dove il principio di uguaglianza è il principio della dimostrazione.

Il flusso del tempo è incontabile: non è né algebrico né geometrico.
Giacché l’immunitas è proprietà del tempo, la comunità è pragmatica, è
dispositivo pragmatico. Dispositivo di comunicazione pragmatica. Non è la
comunità di idee, di classe, di nazione, di suolo, di sangue, non è la comunità
ontologica, non è la comunità circolare, non è la comunità che nasca sul
concetto di doppio, sul concetto di divisione dell’uno in due, sul concetto di
duplicazione e di moltiplicazione, sul concetto di circolazione.

L’impresa esige il “paniere” e anche, quindi, l’istanza di scrittura pragmatica.
Togliete il paniere: e avete il fiscalismo, cioè il purismo. Fiscus: il paniere. Il
fiscalismo è senza “paniere”, senza ascolto e senza luce. Togliete la finanza,
istanza di scrittura pragmatica: e avete gli stati uniti della polizia e del tribunale
di Osiride.

Il bilancio non sottostà al panottico. Non sottostà al principio del minimo
sforzo come principio energetistico e principio della comunicazione ideale,
della comunicazione circolare.

I marchi, la ricerca, i video, i portali, gli audio, gli archivi, quelli della casa
editrice, rientrano negli assets. Anche un catalogo, anche i diritti d’autore
rientrano negli assets. Anche i congressi in tutto il mondo. Anche le
pubblicazioni in altre lingue da parte di altri editori.
Quello che – in un’approssimazione, che sembra un compromesso fra
qualcosa di nuovo e l’ideologia – viene chiamato il bilancio sociale non è
costituito soltanto da attività e passività, da costi e ricavi e dalla relazione. Il
bilancio sociale indica la portata dell’impresa rispetto a una comunità
pragmatica. L’impresa stessa ha la sua comunità. Poi, l’impresa ha una portata
rispetto alla comunità, rispetto alla città, rispetto al paese, e anche rispetto al
pianeta, dovunque l’impresa abbia opportunità.

La Commissione europea per le imprese ha dato questa definizione di
bilancio sociale:

Il bilancio sociale è uno strumento straordinario, rappresenta infatti la certificazione di un
profilo etico, l’elemento che legittima il ruolo di un soggetto, non solo in termini strutturali ma
soprattutto morali, agli occhi della comunità di riferimento, un momento per enfatizzare il
proprio legame con il territorio, un’occasione per affermare il concetto di impresa come buon
cittadino, cioè un soggetto economico che perseguendo il proprio interesse prevalente
contribuisce a migliorare la qualità della vita dei membri della società in cui è inserito. La
missione aziendale e la sua condivisione sono elementi importanti per ottenere il consenso della
clientela, del proprio personale, dell’opinione pubblica.


Il bilancio sociale riguarda il progetto, il programma, l’attività a venire, le
opportunità, le chance di un’azienda: il bilancio sociale è il bilancio che punta al
valore dell’azienda. È qualcosa che, vagamente e da lontano, riguarda il capitale
intellettuale.

Il bilancio sociale non viene presentato alla Camera di commercio. Viene
redatta una relazione, ma non è la relazione che interessa chi legge un bilancio
sulla base del diritto fallimentare, del diritto all’equazione che deve avere come
risultato zero, come valore zero. “Quanto vale un marchio? Zero!”. “Quanto
valgono i video, gli audio, l’archivio, il copyright? Zero!”. “Quanto vale
un’opera d’arte? Se è museo vivente e non è già venduta, vale zero!”. Ma
l’opera d’arte non va venduta, perché fa parte del patrimonio dell’impresa. È
uno strumento della redditività dell’impresa, quindi non sta nel museo vivente
per essere venduta. L’impresa vende i prodotti, non ciò che fa parte del
patrimonio. L’opera d’arte importa rispetto alla valorizzazione, rispetto alla
capacità di produrre reddito.

E i libri, per una casa editrice? Il magazzino di una casa editrice con più di
quarant’anni di attività in Italia e nel mondo intero, un magazzino con
quattrocentocinquantamila volumi, compresi molti libri d’arte numerati e con la
firma dell’autore? La casa editrice tiene il magazzino per potere fornire libri. Si
tratta forse di autori che non occorre più leggere? I libri vanno promossi, in
modo che si leggano. “Ma se i libri stanno nel magazzino, non sono stati
venduti, quindi non valgono nulla!”. Questo è il ragionamento di un curatore
fallimentare, che chiede a un geometra di compiere la valutazione del
magazzino di una casa editrice, nel senso di calcolare quanto potrà rendere
l’invio dei libri al macero. Risposta: “Tra il costo di mandare al macero e il
ricavo della vendita al macero, tutti questi libri valgono diecimila euro”.
Un tale curatore si professa “rozzo” e dichiara di osservare il criterio di un
“negozio di verdure”. Nel magazzino stavano negli armadi una cinquantina di
sculture in bronzo. Il curatore non le ha nemmeno notate. Il curatore ha negato
qualsiasi colloquio con gli amministratori, con i sindaci, con i dipendenti
dell’impresa, con i creditori. Perché “Io devo soltanto guardare le carte, i
numeri”. Però, non legge nemmeno il bilancio, legge solo il processo verbale di
constatazione della Guardia di finanza. Travisando e aggravando le asserzioni
della Guardia di finanza. Un tale curatore compie un’opera distruttiva,
rovinosa.

Per la valutazione delle opere d’arte, si è rivolto “ai consulenti del tribunale”.
Il tribunale, infatti, fornisce un elenco di persone che chiama “periti”, fra cui
può essere incluso, per esempio, un antiquario, a cui, fra i mobili che egli vende,
può talvolta capitare un’opera d’arte. Oppure, altre persone, che mettono in
vendita altri prodotti. Periti di questo genere. Tre o quattro di loro non hanno
accettato di compiere questa valutazione, il curatore non dice perché: non dice
che si dichiarano incompetenti in questa materia. Una signorina però ha
accettato. E il curatore dice: “Abbiamo fatto la valutazione insieme”. E come
mai, se egli ammette di non sapere nulla di arte? E, subito, al primo incontro,
decide che tali opere non valgono niente. E dichiara questo, dinanzi al
cancelliere. “Non valgono niente, perché sono opere di autori sconosciuti”. E
come sa se gli autori sono conosciuti o no? Questa signorina, perito del
tribunale, ignora chi siano tali artisti. E, se lei li ignora, allora non valgono
niente.

Così, il curatore manda all’asta giudiziaria un intero museo, attraverso una
società esterna, che si occupa di vendite giudiziarie, che vende, per esempio,
l’arredamento di un’azienda fallita. O altri prodotti. Ma immettere sul mercato
tutte le opere d’arte di un museo è un’opera pantoclastica! Facciamo un
esempio. Un grande industriale aveva acquistato, all’inizio degli anni novanta,
novecento opere di Alberto Bragaglia (per lo più opere su carta, poche su tela).
Le aveva pagate novecento milioni di lire. Negli anni duemila, l’industriale
scompare e gli eredi affidano quelle opere di Bragaglia a un gallerista. Il quale
immette sul mercato, in una volta, novecento opere di questo autore: le
quotazioni delle opere crollano. Quindi, se immettiamo sul mercato il “Museo
Spirali”, tutto insieme, e affermando che un’opera del valore di trecentomila
euro vale trecento euro, oppure che un magazzino libri vale diecimila euro – in
base al criterio del curatore fallimentare –, gli acquirenti che cosa deducono? A
Bergamo, un’opera del Caravaggio è stata venduta da Equitalia per trecento
euro! Perché è stata definita un “dipinto” e, per Equitalia, il valore di un
“dipinto” non può andare oltre 300 euro: quindi, risultato perfetto. La
distruzione. Il curatore fallimentare è affezionato al rogo dei libri, dell’arte,
delle opere d’ingegno.

La questione dell’arte e della cultura è la questione della valorizzazione
dell’impresa.

Un gruppo fra i due o tre più importanti in Giappone, proprietario, fra
l’altro, di banche, ferrovie, televisioni, giornali e agenzie di pubblicità, ha anche
i Grandi Magazzini Seibu, che, in Giappone, sono come una città. Seibu
organizza, nei suoi magazzini, una mostra di opere di Leonardo da Vinci.
Secondo i criteri del bilancio ontologico, questa sarebbe un’operazione assurda.
Ma quella mostra attrae folle, che, per vederla, entrano nei Magazzini Seibu.
Arrivano anche televisioni, radio, giornali, per dare notizia di questa novità.
Come accade in Giappone. Si tratta, quindi, di un’operazione di valorizzazione
dell’impresa. La capacità di vendita dei Magazzini Seibu s’incrementa non solo
per quella volta, ma anche per l’avvenire. L’azienda ha compiuto un
investimento di enorme importanza con l’arte. Ma che cos’è Seibu, secondo il
criterio fallimentare? Un’azienda giapponese, un’azienda locale! Chi è
Leonardo da Vinci? Un fiorentino antiquato, vecchio di cinque secoli!
Gl’indici non sono “i fondamentali”, ma gl’indici della qualificazione
dell’impresa. Importa il processo di capitalizzazione, di qualificazione, di
valorizzazione dell’impresa. Importa ciò verso cui tende l’impresa: il capitale
intellettuale.

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Armando Verdiglione, "Il giusto, il bilancio, l’attuale"

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30.07.2017