Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

L’auctoritas, l’astuzia, il biglietto, nonché il denaro, la penitenza, il diavolo

Armando Verdiglione
(24.06.2016)

Il nome, innominabile e anonimo, è lo zero come funzione nella sintassi [f(0)1],
come variante nella frase [f(1)0] e rientra nell’adiacenza propria del pragma
[f(0,1)1,0]. Impossibile dare un nome al nome. Il nome non si nomina. E non ha
nome. Nessun nome del padre, postulato a garantire o a tenere in piedi il
complesso di Edipo: la complessità, come la semplicità, segue al tempo come
taglio nella struttura dell’Altro e non ha bisogno del nome del padre.
E poi, di quale padre? Il nome del padre? Il nome del nome? Il padre morto è il
padre ideale. Il nome del nome segna l’idealità. Ma il padre non è il “tu”, non è
l’Altro, non è Dio, non è l’uno. Lo stesso Dio non è il padre, non è l’Altro, non è
l’uno. Dio, se si fa Altro, si lascia affascinare dall’eterno femminino. Se ne accorge
Daniel Paul Schreber (1842-1911), che s’immagina nella metamorfosi nelLa
donna.

Hiko Yoshitaka, "Irriducibile", cifratipo, 2014

Padre: né pater familias né padre dei padri, né papa. “Padre” è indice
dell’innominabile del nome. E “donna” è indice dell’anonimato del nome.
Nessuna morte del padre, nessun padre morto: è ciò che indica il lutto,
sensazione originaria, ove il tu, ovvero lo specchio, è condizione della struttura
in cui lo zero è funzione e l’uno è variante. È la struttura chiamata sintassi,
contraddistinta dalla metafora, quindi dalla condensazione: è una sostituzione
che esige la condensazione, come pure l’ellissi. Soltanto con lo zero nella sua
funzione si avvia la numerazione, la computisteria, il viaggio stesso si avvia, la
memoria s’inaugura. Nessuna memoria senza lo zero, senza l’uno, senza l’Altro.
Qui (“qui” non è un luogo, quindi nell’atopia) le cose incominciano, si rilanciano,
aumentano, crescono. Lo zero nella sua funzione è auctor. Auctor. Inaugurante.
Auctoritas vale anche inaugurazione, incominciamento.

Alexandre Kojève (1902-1968), con il suo commento a Hegel (alla
Fenomenologia dello spirito), ha esercitato un magistero gnostico sull’intellighenzia
francese, da Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) a Claude Lévi-Strauss (1908-
2009), a Jacques Lacan (1901-1981), a Georges Bataille (1897-1962) e a quanti altri.
Non direttamente su Louis Althusser (1918-1990) o su Michel Foucault (1926-
1984), che hanno avuto altri modi per la loro discesa soggettiva all’inferno.

L’inferno si è chiamato, per loro, l’ospedale psichiatrico. Discesa e ascesa. Ciò che
importa nella discesa e nell’ascesa, per Kojève – e anche per Jean-Paul Sartre
(1905-1980), che fonda la sua dottrina su un errore di traduzione di Heidegger –,
è l’equazione metafisica finale. Nel suo libro La nozione di autorità (1942), Kojève
chiama autorità il potere politico, quindi la rappresentazione dell’autorità: non
l’autorità, ma ciò che sta nel luogo impossibile dell’autorità. Potere spirituale.
Potere fatale. Lo gnosticismo destituisce la parola originaria per impiantare il
fatalismo. Alexandre Kojève propone la specularità fra l’essere e la sua
incarnazione nella rappresentazione dell’autorità.

Auctoritas: tanto nella dimensione di sembianza, nella struttura propria
dell’inibizione, quanto nella dimensione di linguaggio, nella struttura propria
della rimozione. Auctoritas: senza più paura. Poiché è il fantasma di morte a
rilasciare la paura.

Il modello giacobino diventa il modello hegeliano e viene riconsegnato
all’intellighenzia francese da Alexandre Kojève. Quella di Kojève è la negazione
dell’autorità, negazione propizia alla rappresentazione e all’incarnazione dello
spirito.

L’inaugurazione è, sì, auctoritas, ma è anche instaurazione dell’auctoritas.
L’augurium, a sua volta, è sintattico. Quando le cose incominciano, il modo di
percepire l’incominciamento, di rendersi conto, di vedere, di toccare con mano è
il fantasma di autorità, che si converte nel fantasma di esclusione. Incomincia
qualcosa? Viene percepita l’autorità, quindi il fantasma di autorità: c’è chi si sente
escluso, perché qualcosa incomincia. L’auctoritas è senza protocollo. Nessuna
polemica dei protocolli, che interessa ogni circolo. E chi, più di ogni altro, ha la
passione del circolo, dopo i grandi padri fondatori dell’epoca illuministicoromantica,
che sono Rousseau, Montesquieu e Voltaire? Appartiene a Hegel la
passione del circolo, della circolarità.

Quali sono, per altro, le idealità, qual è il disegno ideale per Platone? Il
cerchio, il quadrato e il triangolo. Tutto il resto deve ricondursi a questi tre. Ma
questi tre, con Hegel, si riconducono a uno solo: al cerchio. E su che cosa insiste,
nei suoi saggi, nei suoi scritti, nei suoi appunti, nei suoi commenti al commento,
nel suo commento a Hegel, Lenin? Sull’infinita circolarizzabilità delle cose. Ciò
che importa, nelle istituzioni, nella storia, è la circolarizzabilità, perché è questa
che può confermare il finalismo cosmico, l’astuzia della ragione. Il disegno
ideale, provvidenziale, è il fatalismo.

L’auctoritas è cifrema: e dimora nella sintassi. L’abundantia è cifrema: e dimora
nella frase. È l’onda che non si lascia prendere, l’onda frastica. Si lascerebbe
subito prendere se l’uno si dividesse in due! Ma non si lascia prendere, perché
l’uno è diviso dall’uno, per ciò differente dall’uno. Da qui l’effetto di sapere e
l’effetto di ripetizione. Sull’effetto di sapere non può fondarsi nessun istituto. E
l’effetto di ripetizione è ciò che rende impossibile il circolo. La ripetizione non
riguarda il segno uguale né il principio d’identità: è un effetto della differenza
frastica.

Il superfluo è cifrema: e dimora nel pragma. Qui il lusso, la lussuria e il lucro:
ciò che è aborrito e qualificato come segno di Mammona, come l’occidente, come
il volto di Satana.

La metonimia non è quella che descrive Jacques Lacan nel suo saggio
L’instance de la lettre dans l’inconscient (1957).

Ogni principio di responsabilità politica e sociale si fonda sull’assenza di
auctoritas e, cioè, si fonda sul principio di autorità. E ogni principio di capacità
sociale e politica si fonda sull’assenza di abundantia e, cioè, sul principio di
identità. Togliete l’auctoritas e togliete l’abundantia: e avete l’economia politica.
Avete il soggetto dell’economia politica.

Che cosa viene chiamato miseria? Tutto ciò che discende dal principio del
nome del nome e che comporta “avere” o “non avere”: quindi, il nome del nome
è principio di padronanza e principio di possessione. Ma “avere” o “non avere”
comporta il soggetto, quindi il soggetto della miseria. C’è chi insiste sul
significante “masochismo”. Parodiando, noi diciamo “masochismo originario”,
ovvero non c’è l’avere come tale. Non c’è la funzione dell’avere o la funzione del
non avere, quindi non c’è un soggetto della funzione dell’avere o della funzione
del non avere. La funzione è funzione del non dell’avere. Funzione di zero. Nella
sintassi, gli effetti, che sono risposte della legge, sono il controsenso e il
dispendio. Ciò che viene chiamato godimento è il dispendio. La sintassi è senza
soggetto. Nessun “masochismo morale”. Nessun “masochismo femminile”. E la
funzione del non dell’essere è la funzione di uno: esige l’ammissione, ovvero che
l’uno sia funzione. Nessuna funzione di figlio. Ma funzione di uno. Non è il
padre uno, è il figlio come uno. L’uno funziona nella struttura chiamata frase.
Anche Kant avec Sade (1963) di Jacques Lacan si situa lungo il commento a
Hegel. Una versione gnostica del figlio. Assurdità dello stato etico. Assurdità di
un’etica che si fondi sull’uno che si divide in due, quindi, sul circolo. Assurdità
di un’etica che sia l’etica dello spirito, l’etica imperativa. “Come fondare una
logica che non abbia bisogno della morale sociale sessuale?”. Con l’ontologia.
L’etica non si fonda sul principio del simbolico. Nemmeno la legge. Nemmeno la
clinica.

Auctoritas: senza l’idea di padronanza e senza l’idea di possessione. L’idea di
Platone è l’idea di bene e, poi, l’idea di origine, l’idea di morte, l’idea di
padronanza, l’idea di salvezza. Come mai l’idea trae con sé, poi, l’idea di bene,
l’idea di padronanza, l’idea di morte, l’idea di origine o l’idea di possessione? Il
demiurgo, gli dèi, i demoni piovono, nella mitologia di Platone. E continuano a
piovere, con Plotino e con questa città speciale, che è Alessandria d’Egitto, con la
biblioteca che si distrugge, si ricostituisce, si distrugge, si ricostituisce, sicché
questa città, ogni volta, è il centro della gnosi dell’impero dell’est e dell’ovest, del
nord e del sud. Alessandria nutre il segreto.

Non c’è la lingua adamica. Non c’è chi abbia la facoltà di dare i nomi o di
assegnarli o, a seconda delle varianti mitologiche, di rivelare i nomi delle cose. La
questione della nominazione è la questione intellettuale e, anzitutto, è la
questione dell’auctoritas. Gerusalemme non è un luogo e nemmeno la città, non è
né Atene né Roma. La “questione ebraica” è questa: la questione della
nominazione. Per ciò il congresso di Gerusalemme, 8-10 dicembre 1983, intitolato
Freud (Atti del congresso in Freud. Gerusalemme nella psicanalisi, Spirali 1984).
Parodiando, dicevamo: il ritorno di Freud a Gerusalemme. Non era mai andato
Freud a Gerusalemme. È questo il solo ritorno che non sia circolare e che sia
senza l’idea di origine: il ritorno dove nessuno è mai stato. Non un ritorno, bensì
un approdo. Per ciò New York, Roma, Tokio. Corinto, Tebe, Colono. E ancora, e
prima, la “questione ebraica”. E, inoltre, la questione della procedura, che può
chiamarsi, ancora parodiando, la “questione cattolica”, ma rispetto al testo del
rinascimento, che è senza l’idea che agisca, senza che sia affidato a Dio o
all’uomo – a Dio come l’altro nome dell’uomo o all’uomo come l’altro nome di
Dio – di agire. L’auctoritas è inassumibile e indelegabile. Così l’abundantia. Così
anche la fluenza, che non è contenuta, non è la fluenza del finito, per ciò:
superfluenza. Il concetto di finito è intollerante rispetto al superfluo e alla fluenza,
che è del tempo.

Nessun esercizio dell’autorità. Nessun abuso di autorità rispetto all’auctoritas.
Occorre esplorare gli scritti degli ideologi, di coloro che, di volta in volta, coniano
una dottrina politica. Per esempio, Thomas Hobbes (1588-1679) mantiene una
visione naturalistica, sicché, per lui, “Non è la saggezza, ma l’autorità che fa una
legge” (Dialogo fra un filosofo e uno studente di Common Laws d’Inghilterra, 1666). È
la rappresentazione dell’autorità come “l’autorità che possa costituirsi”,
“l’autorità costituita”. “Al cospetto dell’autorità costituita”. L’auctoritas non è mai
costituita. Procede secondo la “costituzione”, cioè secondo la dissidenza.
Le cose procedono per integrazione. L’integrità è una virtù del principio della
parola. Se l’uno si divide in due, non c’è integrazione. L’integrazione non è ciò
che si compone, ciò che ritorna all’unità. La piega attribuita all’uno non serve
all’integrazione. Le cose procedono per integrazione: dall’apertura, dal due,
secondo l’idioma singolare triale, secondo la particolarità singolare triale,
secondo la dissidenza singolare triale. Non c’è una processione trinitaria,
scambiata per processione dialettica, che è la processione gnostica.

E l’astuzia è del tempo. Sta nella macchina come invenzione e nella tecnica
come arte. La condizione delle arti del giardino del tempo è il modo d’intervento
del contrappunto della voce. E la condizione delle invenzioni del giardino è il
modo d’intervento della voce come punto di astrazione. Il contrappunto della
voce è il punto di oblio. Le arti del giardino, le arti del paradiso: la danza,
l’intelligenza, la politica, la musica e la strategia. Togliete, idealmente, la voce: e
avete l’idea che agisce contro l’arte e la cultura, avete Satana che introduce la
negatività nell’arte e nella cultura.

L’astuzia non è una virtù della conoscenza. L’astuzia è virtù pragmatica.
Secondo la dissidenza. L’astuzia come virtù della conoscenza sarebbe l’astuzia
della ragione sull’Altro e l’astuzia del diritto sull’Altro. Ma la ragione è dell’Altro
e il diritto è dell’Altro. Ragione pragmatica e diritto pragmatico. Ragione
narrativa e diritto narrativo. La ragione e il diritto sono precipui della struttura
dell’Altro.

Lo stupore crea complicità. La stupidità la esalta. Il rispetto la converte
nell’intesa. Il pudore la rende severa.

Tommaso d’Aquino scrive: “Omnis virtus restituitur per paenitentiam” (Summa
Theologiae
, II-II, Quaestio 152, art. 3). Ma, in questo discorso, la verginità non è una
virtù, bensì un dato naturale, biologico, quindi non può venire restituita. La
penitenza non può restituire la verginità. Può riscattare, questo sì, rispetto al
male, al peccato, all’incesto, alla negatività. È questo lo spirito della vendetta. Lo
spirito dell’equazione fisica e metafisica. Così la repubblica “globale” è la
repubblica dei pazienti e dei penitenti. Repubblica penitenziaria e salvifica. Un
buon pensatore dell’avvenire a che cosa pensa? Alla salvezza. L’idea è, come
scrive Edmund Husserl, teleologica.

Così anche l’idea di denaro. Il denaro ideale. Il denaro come idealità. Il denaro
come sistema genealogico. Il denaro come animale fantastico anfibologico
circolare. Il denaro circolante. Ancora l’Uroboro. Il fallo.
Negli scritti teosofici, c’è chi ha formulato il postulato morale “il denaro è lo
sterco del diavolo”, su cui insiste tanto Martin Lutero. Sterco del diavolo e oro
dell’angelo. Il principio del denaro è il principio della relazione sociale, che
compie l’economia della negatività e che procede a ogni purificazione. In tale
discorso, il denaro è il significante generale del valore di tutti i beni e della loro
negativa e della finale zeroficazione. La pantera profumata. Il secondo sangue. Il
principio dell’economia del sangue. La divinità anfibologica.

Nel discorso politico, il denaro è il significante della divinità negativa o della
divinità positiva. La fenice. L’ultimo sangue per l’ultimo tempo. Il denaro è
ontologico. Ne discendono, quindi, il concetto di moneta e il concetto di soldi.
Questi concetti si fondano sul denaro in quanto ontologico, sul sesamo della
circolazione.

Lo spirito del denaro è lo spirito della vendetta, quindi del ricatto e del
riscatto. E ha i suoi officianti: l’avvocato del diavolo e l’avvocato dell’angelo, il
medico del diavolo e il medico dell’angelo, il filosofo del diavolo e il filosofo
dell’angelo, il giudice del diavolo e il giudice dell’angelo. Il denaro angelo o
diavolo. Come il bambino. Secondo una certa pedagogia. La malattia stessa,
nell’islam come in altre gnosi, è penitenza e giova alla salvezza.
Diceva lo scrittore Nada Inada (Shigeru Horiuchi, 1929-2012) al congresso di
Tokio (Il secondo rinascimento. La sessualità: da dove viene l’oriente, dove va l’occidente,
4-6 aprile 1984): “Di due cose non si può parlare in Giappone: del denaro e del
sesso”.

L’umanità è in un debito totale, perciò è paziente e penitente: deve riscattarsi.
È inaccettabile la divisione, ma è accettata la divisa. Anche la finanza, istanza di
scrittura pragmatica, deve rientrare nella divisa. Addirittura, viene detta divisa
monetaria. Ma il denaro non è la moneta. Il denaro, come la fenice, come la barra,
indica la relazione non sociale, la relazione assoluta, il due.

La moneta (abbiamo indagato negli scritti di molte repubbliche) è proprio ciò
che non si può coniare. Così come il colore non può essere assunto per colorare. E
come la carne, che, procedendo dal corpo della parola, non si può mangiare. La
moneta, il colore, la carne: indici dell’indelebilità del simulacro. Leonardo dice
“incarnazione del colore”: non è la colorazione. È ciò che non si vede. Il colore
dello specchio, il colore dello sguardo, il colore della voce. Il colore è la
condizione dell’arte e dell’invenzione nel giardino del tempo, condizione della
ricerca e dell’impresa. Non è l’incarnazione spirituale. Non è lo spirito che
s’incarna. È l’inconcettuale del simulacro, sia dell’oggetto sia della causa.
Il denaro, la moneta e i soldi: il due, il sembiante e l’infinito del tempo nella
sua politica.

Auri sacra fames, scrive Virgilio (Eneide, III, 57). E Dante Alighieri: “Perché non
reggi tu, o sacra fame/ dell’oro, l’appetito de’ mortali?” (Purgatorio, XXII, 40-41).
E il filosofo tedesco Georg Simmel (1858-1918), di famiglia ebrea convertita al
cristianesimo: “Il denaro è la forma più pura di strumento” (Filosofia del denaro,
1900). La forma più pura, la forma più impura: il denaro è oro o è sterco? Il
principio del denaro è il principio dell’economia della differenza, il segno del
colmo del pudore. Il principio dell’economia del tempo, il principio dell’utopia
come principio ontologico e, perciò, intollerante rispetto all’usura, ovvero alla
metafora, alla metonimia e alla catacresi. Non c’è lingua dominabile. Non c’è
parola dominabile. L’usura della parola: l’uso, l’utilità. L’utilità sintattica, l’utilità
frastica, l’utilità pragmatica. L’usura: la metafora, la metonimia, la catacresi. Da
qui, la traduzione, la trasmissione e la trasposizione.

Il denaro non è sostanza polimorfa, proteiforme. Solo se il denaro è il sistema
anfibologico circolare, gli umani corrono per il denaro. Circolano.
Karl Marx, scrivendo Sulla questione ebraica (1844, in risposta al libro di Bruno
Bauer del 1843, La questione ebraica), si proponeva, lui ebreo radicale, di
correggere gli ebrei non radicali. Così come Martin Heidegger, filosofo radicale,
doveva correggere gli ebrei non radicali. Il radicalismo di Heidegger è il
radicalismo della fedeltà all’essere. Non diversamente quello di Marx: la colpa
degli ebrei, scrive, è una colpa sul modello tomista. Anche Marx confonde la
metonimia con la sineddoche: e accusa gli ebrei di essere dediti al bene
particolare, al “particulare”, come scriveva Francesco Guicciardini, anziché al
bene supremo, al bene comune. “Il denaro è il geloso Dio d’Israele […] egli
l’adora”, scrive Marx (in Sulla questione ebraica, II, in “Annali franco-tedeschi” del
1844).

Oswald Spengler (1880-1936) è fra coloro che amano l’Europa, che amano
l’occidente, come tutti coloro che hanno reagito al rinascimento con l’ideologia
della riforma e con l’ideologia illuministico-romantica. Devono purificare
l’occidente. Distruggerlo, incenerirlo, purificarlo, rinnovarlo. Nel Tramonto
dell’occidente
(1918), Spengler postula due civiltà: una civiltà che si basa sul potere
del denaro e una civiltà che si basa sul potere della spada. Di quale spada si
tratta? Da dove viene questa spada?

Heidegger è contro gli ebrei perché hanno provocato l’Entwurzelung des Seins,
lo sradicamento dell’essere. Invece, i radicali dell’essere sono Martin Lutero,
Giovanni Calvino e, poi, gli esponenti dell’epoca illuministico-romantica.
La moneta viene disegnata come un piccolo cerchio. In questa forma, ha
fornito anche il modello dell’ostia. La moneta doveva significare il denaro
sostanziale e mentale. E la moneta più antica a noi nota, terzo millennio prima di
Cristo, aveva come effigie Ishtar, la grande madre, la dea sumerica della
fecondità e della morte, della luce e della tenebra. Come Artemide. Come Iside.
La moneta doveva significare l’idea di salvezza.

Mammona, Pluto. La ricchezza aveva un dio nella mitologia greca: Pluto
(ploûtos, “ricco” in greco), figlio di Demetra e di Iasione, protettore della
prosperità dei campi, poi del suolo e del sottosuolo. Pluto, per ciò, viene confuso
con Plutone, dio degli Inferi, quindi venerato nei misteri eleusini (che
rappresentavano il mito del ratto di Persefone alla madre Demetra da parte del re
degli Inferi, con successiva discesa e risalita dagli Inferi). Pluto appare nella
Teogonia di Esiodo. La ricchezza viene espressa sotto la rappresentazione del
denaro e il sistema genealogico diventa sistema distributivo. Siccome è stato
accecato da Zeus, Pluto distribuisce la ricchezza in modo ineguale.

Mammona viene citato da Agostino d’Ippona. Nel sermone Erfurt 4 (chiamato
così perché contenuto in un codice del secolo XII ritrovato a Erfurt in Germania
nel 2007, che contiene sei sermoni), Agostino cita un passo del Vangelo secondo
Luca
16, 9 (“Fatevi amici con le ingiustizie di Mammona”) che egli traduce con
Facite vobis amicos de Mammona iniquitatis” (la traduzione canonica oggi in vigore
rende Mammona con “ricchezze”). Nel De sermone Domini in monte (sul discorso
della montagna), Agostino scrive: “Mammona apud Hebraeos divitiae appellari
dicuntur. Congruit et Punicum nomen: nam lucrum Punice mammon dicitur”
(i Punici,
cioè i cartaginesi).

San Girolamo (Sofronio Eusebio Girolamo, 347-419), nella sua traduzione in
latino della Bibbia (Vulgata), utilizzando inizialmente la Septuaginta (la
traduzione dei Settanta della Bibbia dall’ebraico in greco), rende il termine
ebraico Satàn (tradotto in greco: diábolos, dia-ballo) con il latino diabolus, indice
della divisione.

John Milton (1608-1674) parla di Mammona come di una divinità, nel primo e
secondo libro del poema Paradiso perduto (1667).

Martin Lutero scrive un decalogo: che cosa fare contro gli ebrei. Catalogarli,
spogliarli di tutto, privarli di tutto, vestirli in un certo modo e relegarli in una
zona, senza casa. Molto peggio che nel ghetto, dove almeno avevano una casa.
Un odio sterminatore è l’odio che Lutero nutre contro gli ebrei. Bisogna
“confiscare tutto ciò che hanno in contanti e in gioielli d’argento e d’oro […].
Tutto quello che hanno l’hanno rubato e rapinato a noi con l’usura”! (Martin
Lutero, Contro gli ebrei e le loro menzogne,1543).

Lutero inaugura lo standard della burocrazia. Calvino, poi, consolida tale
standard. La burocrazia deve anzitutto considerare che la proprietà privata è un
reato, perché “tutto quello che hanno l’hanno rubato e rapinato a noi con
l’usura”. Cioè, con la metafora, con la metonimia e con la catacresi. E con
l’equivoco, con la menzogna non morale e con il malinteso. Quella che viene
chiamata “usura” è l’usura dell’usura. Ma, nella parola, non c’è usura dell’usura.
L’usura è originaria della parola.

Già per Platone il commercio è corruttore, quindi non è per i cittadini, bisogna
affidarlo agli stranieri, ai meticci. E per Aristotele “il valore di tutte le cose si
misura in denaro” (Etica Nicomachea, IV, 1119 d). È il concetto di denaro. È il
denaro come fallo. Aristotele è contro la crematistica (chrêma: cosa che serve,
bene, ricchezza, in greco), cioè contro una certa tendenza perversa, che taluni
avrebbero, a accumulare denaro. Poi, trovate “Non potete servire a Dio e a
Mammona” (Vangelo secondo Matteo, 6, 24). Mammona: sempre la ricchezza, il
denaro, Satana. Comunque, una divinità pagana. E ancora: il cammello e la cruna
dell’ago (Vangelo secondo Matteo, 19, 24).

Man mano, nella gnosi, viene proposta l’abolizione sia del commercio sia del
denaro.

Il denaro rovina, uccide, corrompe, esalta, trionfa, gioisce. Il denaro come
vampiro e come prostituta. Il denaro come il segno della convertibilità cosmica. Il
politico si esprime, da sempre, contro il denaro, contro l’occidente e contro il
mondo finanziario. Questo contraddistingue anche l’epoca illuministicoromantica.
Benito Mussolini, come anche Hitler, si scaglia contro le “plutocrazie”, contro
le società opulente.

Nel 1864, negli Stati Uniti, viene scritto In God we trust sul biglietto di banca.
La fiducia in Dio. Nel 1907, Theodore Roosevelt toglie questa formula della
fiducia in Dio. Nel 1950, Dwight Eisenhower la ripristina.

Dio è amante e odiante, quindi economista e finanziere, banchiere, tesoriere. È
il contabile cosmico. Presiede alla contabilità universale, alla contabilità delle
colpe e delle pene, alla contabilità della salvezza. Quanto frutta una penitenza?
Quale rendimento? E come arrivare all’equazione? Come fare in modo che il
mondo, purificato dopo tanta contabilità, dopo questo bilancio speciale, ritorni a
Dio? Secondo alcune gnosi, Dio ha bisogno di creare il mondo e l’umanità per
esserne riconosciuto. Le cose, ritornando a Dio, tributano questo riconoscimento.
La compiacenza. E già rispetto al lavoro c’è una contabilità. Per Marx, il lavoro,
nell’utopia, è abolito. Per Calvino, tuttavia, il lavoro mette l’anima in pace e
salva. La contabilità è rispetto alla salvezza. Per Calvino il lavoro è un calmante,
un farmaco, uno psicofarmaco. È l’economia politica come psicofarmacologia. E,
quindi, il bilancio è il bilancio della giustificazione.

Dio detiene la borsa universale. La borsa della salvezza. Quali sono le
quotazioni, man mano, rispetto alla computisteria per la salvezza? È per questo
che viene creato il purgatorio, nel dodicesimo secolo. Non c’era prima. Non c’è
traccia del purgatorio nel primo millennio e nemmeno nell’undicesimo secolo.
Siccome il concilio di Costantinopoli (543) ha escluso la metempsicosi, la
reincarnazione, quindi la purificazione già su questa terra, allora deve essere
dato il modo di purificarsi dopo la morte. Da qui, un business enorme, un centro
commerciale universale: come anticipare la purificazione, con quanti
pellegrinaggi, con quante offerte? Il purgatorio si misura in anni, con un
conteggio preciso: tanta penitenza, tanti soldi elargiti, tanti anni di purgatorio
risparmiati. Sembra, quindi, che nessuno vada direttamente in paradiso, eccetto –
naturalmente – il clero. Ognuno di noi ha bisogno di purificarsi. Dio, con la sua
contabilità universale, è il tesoriere delle anime.

Jean-Jacques Rousseau (1712-1778): “L’argent qu’on possède est l’instrument
de la liberté; celui qu’on pourchasse est celui de la servitude” (Le confessioni, I,
1782). È un assunto calvinista. Siccome ognuno è già segnato dal destino, assuma
tale segno e, così, diventerà libero. È un denaro che apporta liberazione e
salvezza. Chi non ce l’ha stia in penitenza, stia in servitù: anche questa verrà
conteggiata.

Le basi stanno nell’illuminismo francese e nella rivoluzione francese. Hegel si
attiene, strettissimamente, al modello della rivoluzione francese. L’ideologia è
una sola: l’ideologia illuministico-romantica. Tale ideologia deve assorbire tutto.
Destra e sinistra, nella convenzione, hanno la stessa ideologia. Ideologia del
sacrificio in funzione redentrice, della penitenza liberatoria, salvifica, della morte
rigenerante e rinnovante. Il Salmo XVIII: “Dio, purificami dalle colpe ch’io ignoro
e perdonami delle colpe altrui”. Così il salmista.

Il principio dell’Aufklärung è il principio della luce della ragione come luce
della conoscenza. E lo ritroviamo in Lenin e in Mussolini, in Stalin e in Hitler, in
Gramsci e in Mao. Il nome del nome diventa il nome del popolo e, quindi, la
volontà generale è la volontà naturale e nazionale. E presiede alla gnosi bancaria,
alla gnosi finanziaria, alla gnosi del bilancio, ossia del bilancio senza il tempo e
senza l’Altro. L’ideale della burocrazia europea è l’ideale del pareggio del
bilancio, che è stato inscritto nella costituzione europea. Un pareggio ideale.
Tanto ideale che può essere senza i soldi, cioè senza l’infinito del tempo, e senza
merci. Sempre meno interessano le merci, sempre più interessa il pareggio del
bilancio. Anche i soldi interessano sempre meno. Interessa la circolazione
elettronica. Possono transitare miliardi per via di compensazione, senza bisogno
dei soldi.

Leggete Paul Valéry (1871-1945), La crise de l’esprit (1919): è lo spirito della
crisi. È la crisi spirituale, che, quindi, dev’essere governata. Ascesa e discesa,
anabasi e catabasi. La crisi come giudizio di Dio o del diavolo. Spirito di Dio o
spirito del diavolo.

Leggete Edmund Husserl (1859-1938): l’idea di Europa. Anche José Ortega y
Gasset (1883-1955): Meditazione sull’Europa (1949). Ma già Voltaire (1694-1778):
l’Europa come la repubblica delle lettere. Anche Giovanni Spadolini (1925-1994):
L’idea di Europa (1984). Anche Federico Chabod (1901-1960): Storia dell’idea di
Europa (1961). Tutto ciò è mitologia. Per Husserl, rispetto all’Europa importa
l’idea come “forma spirituale”. L’idea come “teleologia storica dei fini razionali
infiniti” (La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, 1936). E la
crisi va compresa come immanente teleologia in funzione di una “nuova epoca
dell’umanità”. Crisi e rinnovamento. Certo, Husserl è più sottile rispetto a
Heidegger. Per Heidegger, Husserl, ebreo, è poco radicale. La vita etica. L’idea di
Europa: il télos, l’Aufklärung universale in funzione di una “trasformazione
dell’umanità”, di un rinnovamento etico politico da affidare a un’“educazione
universale dell’umanità”. Come già Johann Gottlieb Fichte, che costruisce la sua
dottrina aspettandosi “la salvezza dell’umanità”. Husserl assume l’idea
teleologica in un compito liberatorio, come dichiara. Noi, dice, siamo i funzionari
dell’umanità. È la palingenesi. È lo spirito della comunità essena. Con le sue tante
varianti.

La “vita etica”, che Husserl propone, è la “vita soggetta coscientemente
all’idea di rinnovamento”. Il soggetto deve “giustificare la ragione della sua
presente vita razionale”. Come? Disciplinandosi, vigilandosi, educandosi
(Husserl, Fichte e l’ideale di umanità. Tre lezioni, 1917). Questa, fra altre cose, la
fenomenologia di Husserl (leggeremo, altrimenti, Franz Brentano, 1838-1917).
In Husserl, la fenomenologia viene definita come ricerca dell’origine: per un
verso, domanda sistematica sul fondamento ultimo di ogni conoscenza, al quale
bisogna tornare; per l’altro verso, domanda sull’origine storica, nella storia del
pensiero filosofico. Immanenza o trascendenza: il postulato sostanzialista e
mentalista è il postulato della gnosi. Trascendente o immanente, la struttura è la
struttura spirituale. Struttura profonda, fondamentale, radicale.

Lo gnosticismo è la fallologia. Nella sua cosmogonia. Nella sua circolazione
mortifera e rigenerativa. Nella sua divisione genealogica, tanto algebrica quanto
geometrica. Nel suo disegno ideale di punizione liberatrice. Nel suo principio di
vendetta come principio pacifista. Tale principio ha imposto i suoi postulati e il
suo canone. E la repubblica rimane in scacco. Tutto ha il sapore della macabra
farsa e la sapienza ora tragica ora comica della morte e del rinnovamento. La
fallologia è la tanatologia. In ogni sua apoteosi.

Basilide (II secolo, attivo a Alessandria d’Egitto, sotto Adriano, imperatore dal
117 al 138): la gnosi nella sua trascendenza e nella sua immanenza. Il bene e il
Dio supremo, essere eterno, di nome Abraxas. Il principio di unità fonda il
principio di divisione e di filiazione cosmica. L’Essere e le sette perfezioni, fra cui
Noûs, Lógos e Sophía. La sequenza degli accoppiamenti delle perfezioni dà origine
agli ordini di angeli inferiori (eoni, mondi) in numero di trecentosessantacinque.
Creazione demiurgica della terra e dei popoli. E governo dei popoli sotto
l’impero della necessaria composizione di bene e di male. Quello di Basilide è un
processo dialettico, affine a quello sumerico e a quello egiziano, che diviene, poi,
il processo dialettico illuministico-romantico.

La creazione basilidiana segue il modello predisposto da Sophía. Il Dio
supremo manda il principe degli eoni, Noûs, che segue Gesù dal battesimo alla
passione. Simone di Cirene viene crocifisso al posto di Gesù. Molti i libri di
Basilide. Perduti. Anche un Vangelo. Ne abbiamo notizia dai suoi oppositori
(segnatamente, Ireneo di Lione, Adversus Haereses, e Clemente Alessandrino,
Stromateis), che lo dicono allievo di Menandro, a sua volta discepolo del
samaritano Simon Mago, il primo gnostico. Si segnalano comunità di Basilide
fino al IV secolo.

Valentino (II secolo, egiziano, formatosi a Alessandria d’Egitto, diacono a
Roma intorno al 150) interviene per assicurare, con un sistema genealogico
razionalista, che tutto sa contemplare, il minimo comune male. Il mondo è
imperfetto e finito. Dio è perfetto e infinito. La cosmogonia assicura una
filiazione genealogica funzionale all’unità. In principio era l’Abisso (Bythós) con
la sua compagna eterna il Silenzio (Sigé). Unità che si autocontempla. Poi l’Abisso
decide di prodursi e di generare con la sua compagna. Canone divisionista: di
coppia in coppia. Prima: Noûs e Alétheia. Poi: Lógos e Zoé. Poi: Ánthropos e Ecclesía.
Qui viene raggiunto il pléroma, l’autocoscienza. Ma Sophía interviene: e allora
Noûs (o Monogenés) genera Christós e Pneûma, che stabiliscono la pace fra gli eoni
regnando sul principio di uguaglianza. Gli eoni mettono in comune le loro
perfezioni e formano Gesù come eone, il primo nato della creazione. Gesù sta al
mondo imperfetto come Christós sta al pléroma. Ma Sophía è passionale, arde e
genera Hakamoth, ermafrodito incosciente e, poi, l’anima mundi e tutte le sostanze
psichiche.

Munito di psiche, Hakamoth crea il Demiurgo. Dialettica fra Hakamoth e il
Demiurgo nel processo della creazione e della Storia. Christós. Gesù. La Chiesa
dello Spirito Santo. L’apoteosi dello Spirito. La materia è divorata dal suo fuoco.
Cristo regna senza più il Demiurgo. Hakamoth entra per sempre nel pléroma. Lo
psichico e il materiale, riscattati dalla sofferenza, sono ascesi. La pace regna.
Restano tre categorie di uomini. I materiali (i pagani) moriranno. Gli psichici,
mediante le opere, si danneranno o si salveranno. Gli pneumatici si riuniranno
nel pléroma. Il Vangelo di Valentino, non lontano dal Vangelo degli ebioniti.
A Antiochia di Siria arriva Saturnino (II secolo, indicato da Ireneo di Lione
come allievo di Simon Mago). Bythós e Satana, il pléroma e la materia formano il
principio bipolare del cosmo, con cui il regno del bene e il regno del male hanno
gli stessi confini. La severità catartica diventa inesorabile, sotto il principio della
vendetta di Satana o di Dio.

Carpocrate (II secolo, vissuto a Alessandria d’Egitto, sotto l’imperatore
Adriano, 117-138) e suo figlio Epifanio. Un solo Dio. Un solo sole. Lo spirito
dell’uguaglianza regna e governa le cose, gli animali. Ogni comunità deve
conformarsi a tale spirito. Tutto deve essere messo in comune: beni e corpi,
donne e uomini, bambini e anziani. Uguale distribuzione. Divisione uguale.
Principio comunista. E la comunicazione purifica. Ogni devianza diventa la via
scintillante della moralità. E il più peccaminoso degli erotismi serve alla
rigenerazione spirituale.

Il Vangelo segreto è il vangelo più spirituale, più pneumatico (pneumatikóteron
Euaggélion
) che un certo Marco lascia a Alessandria d’Egitto prima di morire.
Secondo Clemente di Alessandria (150-215), ci sono varie redazioni del Vangelo
secondo Marco
. Ragioni filologiche e linguistiche inducono taluni studiosi a
ritenerlo più antico del vangelo canonico. È la chiesa dei carpocraziani a tenerlo
segreto. Oggi, è in gran parte disperso. Fra i pochi brani rimasti, ce n’è uno che
racconta di una iniziazione di Lazzaro al “mistero del regno di Dio”. La tomba.
Lazzaro, rinchiuso, grida. Indossa l’abito di lino dopo sei giorni. L’insegnamento
rivelativo nella notte del settimo giorno.

Un altro riferimento di Hegel è Gioacchino da Fiore (1130-1202). Gioacchino
da Fiore s’interessa al compimento con le acquisizioni scientifiche, al tempo dello
spirito, agli accessi della conoscenza. Ormai niente profezie e niente miracoli:
sono terminati con Cristo. Nessuna significazione di Dio e della verità. Nessun
ricordo dei segni della presenza divina. Ma l’intelligentia spiritalis. L’intelligenza
delle Scritture, anche dell’Apocalisse come storia della salvezza. I prodigi e i
miracoli sono opera dell’Anticristo. Gioacchino da Fiore introduce la formula
“terzo tempo” (come, poi, ci sarà la formula “terzo Reich”, “terza Roma”): si
tratta del tempo dello spirito. Tempo dell’intelligenza, che Gioacchino intende
come intelligenza delle Scritture. Interviene Innocenzo III a sancire la necessità
dei miracoli per significare e dimostrare la santità. Nessuno sarà canonizzato
senza miracoli. Mentre Gioacchino da Fiore scrive che non occorre nemmeno la
rivelazione. Così risponde all’abate Adamo di Perseigne che, nel 1195, gli chiede
se i suoi preannunci si basino “su profezia, su congettura o su rivelazione” (in
Radolfo di Coggeshall, Chronicon anglicanum):

Dio, che un tempo dette ai Profeti lo spirito della profezia, a me ha dato lo spirito
dell’intelligenza, in modo che io intenda nel modo più chiaro nello Spirito di Dio tutti i misteri
della sacra Scrittura, come li intesero i Profeti, che un tempo li manifestarono nello Spirito del
Signore.

Tuttavia, dinanzi alla Chiesa, come può Gioacchino da Fiore fare avallare la
sua dottrina, senza miracoli e senza rivelazione? Allora, deve affermare di avere
avuto due esperienze estatiche. Gioacchino da Fiore fa una costruzione nuova,
ma ha ancora bisogno di affermare che tale costruzione è ancorata alla Sacra
Scrittura. Questo “terzo tempo” come tempo dello spirito viene assunto
nell’epoca dell’illuminazione.

Ippolito di Roma (170-235), teologo e scrittore, primo antipapa della storia
della Chiesa, poi riconciliatosi con l’autorità ecclesiastica, dichiara che il tempo
delle profezie si è concluso con l’Apocalisse di Giovanni, a favore del tempo
dell’esegesi razionale (Trattato sull’Anticristo). Mentre, per Agostino d’Ippona, il
tempo delle profezie si è concluso con Gesù.
Nella gnosi, interviene anche Dio che abbandona o che viene abbandonato,
Dio che abbandona l’uomo o l’uomo che abbandona Dio. Tutti i guai del mondo
avvengono perché Dio non è più presente, si è ritirato. I guai del mondo sono
colpe nostre. È la dottrina dell’eclissi divina di Isaac Luria (1534-1572), rabbino,
mistico, teologo e kabbalista, vissuto nella Palestina ottomana. Sono idee di cui
occorre tenere conto, analizzando questa computisteria bancaria universale. Il
midrash antropomorfizza, fantasmaticamente o fantasiosamente, il rapporto fra
Dio e l’uomo. Tale questione sta alla base dell’ideologia delle congregazioni del
diciannovesimo secolo.

Leggere il testo integrale

Armando Verdiglione, "L’auctoritas, l’astuzia, il biglietto, nonché il denaro, la penitenza, il diavolo"

Gli altri articoli della rubrica Diritto :












| 1 | 2 | 3 |

15.11.2017