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La Règle du jeu n.58/59. Heidegger et « les juifs »

Giancarlo Calciolari
(6.06.2016)

L’uscita in Germania nel 2014 dei “Quaderni neri” (Schwarze Hetfte) di Martin Heidegger, i diari dal 1931 al 1948, volutamente postumi, insieme al libro critico del curatore, Peter Trawny, sugli stessi Quaderni, ha portato subito a rinfocolare la polemica sul nazismo di Heidegger, che i suoi accoliti hanno sempre cercato di ridurre al minimo. Ci sono anche stati Victor Farias e Emmanuel Faye che hanno precisato il pensiero nazista di Heidegger, cercando di estendere al massimo la sua responsabilità. In Italia è uscito nel 2014 un libro importante di Donatellla di Cesare, Heidegger e gli ebrei. I quaderni neri. All’inizio dell’anno 2015 si è tenuto a Parigi un colloquio intorno ai quaderni neri dal titolo: Heidegger e “gli ebrei”, sebbene l’idea originaria abbia vent’anni. Gli atti del congresso sono editi nel numero doppio di settembre 2015 della rivista La Régle du jeu, n. 58-59, diretta e fondata da Bernard-Henri Lévy. Ci sono la bellezza di 27 interventi e di un’introduzione. Nessuna paura, sono solo 786 pagine. Non c’è traccia di dibattito al termine di ogni relazione o delle varie sedute di lavoro: ciascuno ha tenuto la sua relazione. Si tratta quindi di testi preparati e forse oggetto di varie riscritture.

Gli intervenienti, per fortuna, non costituiscono un fronte compatto per o contro Heidegger, che sarebbe il modo peggiore per non confrontarsi con il suo testo e lasciare veicolare al suo posto una serie infinita di luoghi comuni. Leggere Martin Heidegger e restituire il suo testo in altra qualità è opera difficilissima e forse allo stato presente quasi impossibile. I lettori di Heidegger arrancano dietro il testo del filosofo e per questo predicarne il trionfo o la disfatta (al punto da toglierlo dagli scaffali delle biblioteche universitarie) è cosa molto più facile.

Il volume de “La Régle du jeu” su Heidegger et “les juifs” ha un apporto maggiore di filosofi francesi, ma ben aperto a filosofi di altre nazioni: Stati Uniti, Irlanda, Italia, Germania, Gran Bretagna, Israele, Belgio. L’ospitante Bernard-Henri Lévy lamenta la non partecipazione di Emmanuel Faye, che ha scritto dieci anni fa Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia. Anche un testo di François Raffoul sarebbe stato un contributo importante al congresso.

Alcuni filosofi ci erano noti, altri li abbiamo incontrati in questo volumone. Le loro ipotesi richiedono di essere riprese in altri contesti. Per dir così: rispondere ai testi di Heidegger e gli ebrei richiederebbe di scrivere almeno un libro. Ma ne abbiamo già dedicato uno a Heidegger, scritto vent’anni fa in francese, Heidegger et l’ouroboros (Transfinito ).

Appena alcune note qua e là. L’intervento di apertura è di Jean-Claude Milner, filosofo, linguista, che designa così l’approccio di Martin Heidegger: antisemitismo teorico assoluto. E interessante è l’analisi che fa della lingua tedesca che Heidegger si è forgiato per sfuggire all’impresa sulla lingua esercitata dal compromesso fra protestantesimo e ebraismo. È il caso di menzionare che Heidegger era di formazione cattolica e successivamente apostata.
Alain Finkielkraut analizza le frasi antisemite che ci sono nei Quaderni neri, che sono tali non per la simbologia del nero ma per il colore delle loro copertine. E così altri filosofi sviluppano le implicazioni delle frasi che più sono antisemite per disinnescarle, come fa François Fédier, noto traduttore delle opere di Heidegger, o per misurare l’impatto del nazismo patente che emerge da questi diari. È il caso di Pascal David, “Il pensiero contabile. Heidegger e il pensiero ebraico dinanzi all’incalcolabile”, e anche quello di Joseph Cohen, “Lo spettro ebraico di Heidegger”.

Il testo di Peter Trawny riguarda l’antisemitismo ancorato nella storia dell’essere e non estende il suo questionamento alla filosofia. Il nazismo si può anche leggere come l’applicazione industriale del principio del terzo escluso. E se Heidegger legge l’applicazione industriale come il dominio della tecnica, è sul terzo escluso che non ha posto attenzione. È la posizione che dà all’ebreo quella del terzo escluso.

Donatella di Cesare legge il paradosso della dominazione del mondo fatta dai “senza mondo”, così gli ebrei definiti da Heidegger.
Ci sono poi interventi in cui s’intende che il confronto è con l’opera integrale di Martin Heidegger e tale confronto è in atto e la questione posta dai Quaderni neri non viene affrontata. “Heidegger e i suoi ebrei” è il testo di Babette Babich in cui testimonia che la sua lettura del filosofo di Essere e tempo racchiude ricchezze straordinarie per il pensiero.

Ciascun intervento è interessante e varrebbe un video di “a tavola con…” in risposta. Rimane che la nostra modalità è quella di leggere il testo dell’autore più che quello dei suoi lettori.

Non abbiamo più interesse di leggere in tedesco l’opera di Heidegger (per qualche testo avevamo fatto lo sforzo), ci interessa verificare solo qualche termine, come machenschaft, macchinazione, tradotta edulcoratamente come fabbricazione da Fédier. Addirittura “fabbrica del fattibile”, per dire addio ai complottatori dell’Ocrana e del nazismo teorico e non ai Protocolli dei savi di Sion.

La pista più interessante per noi è quella seguita dal lettore critico di Carl Schmitt, Yves-Charles Zarka, che non esita a parlare di sprofondamento del pensiero nel caso di Heidegger. L’interesse è per il suo modo di leggere Schmitt con Heidegger e Heidegger con Schmitt.
Il trattamento riservato a Schmitt è lo stesso di quello riservato a Heidegger, entrambi sottoposti alle commissioni di denazificazione a termine del conflitto mondiale. Eppure il giurista Schmitt è stato più dichiaratamentre nazista del filosofo Heidegger. Rimangono due riferimenti obbligatori di filosofi che si dichiarano di sinistra. Non è un paradosso se lo si sviluppa. Quello che conta è la restituzioner in altra cifra dell’opera di Heidegger e questo resta da fare. Se i nuovi tribunali della storia confermassero il nazismo teorico di Martin Heidegger, con la sua conseguente esecrazione e sparizione progressiva dall’insegnamento della filosofia, ridotto a curiosità storica come è il caso per esempio di Antonio Rosmini, che per altro andrebbe letto con attenzione, ogni altro filosofo verrebbe esentato dal porre la questione di un dettaglio nazista nella filosofia, come ha titolato un suo libro Zarka rispetto all’opera di Schmitt.

Non ci resta che leggere i Quaderni neri che abbiamo ordinato.


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15.11.2017