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Heidegger e la questione chiusa

Giancarlo Calciolari
(27.05.2016)

"L’Essere stesso è circolare", Martin Heidegger, "Sein und Zeit", GA 2, 315



Per Heidegger nel passo n. 132 (67) dei Quaderni neri, Nietzsche non capì l’antico problema dell’essere e non riuscì a infrangere la predominanza della tradizione. Infrangere l’impalcatura. Non la sua articolazione e dissipazione. “Ma il tutto era senza radici, sottomesso al XIX secolo, ai suoi schemi e ‘problemi’”. Il risultato è che l’idea di radice di Heidegger (che è senza l’idea a senza la radice), ossia anche i suoi schemi e i suoi problemi sono diventati il secolo XXI, la sua più potente impalcatura, che per ognuno costituisce quella che Wilhelm Reich ha chiamato corazza caratteriale. L’armatura. Senza l’arma della parola. Da qui il linguaggio polemologico di Heidegger, la conquista, la distruzione, il fremito, la furia… Il suolo, il sangue, l’essenza germanica come radice e poi gli ebrei senza radici, sradicati, mondiali.

Il movimento di Martin Heidegger è semplice, oltre l’impalcatura linguistica del suo argomentare: oscilla tra l’origine e l’originario. Rare le brecce in cui si coglie l’originario, per lo più il discorso primeggia sulla parola, in tutto il fallicismo anche delle sue conquiste erotiche. Quindi: “riguadagnare l’inizio” (68) contro l’impalcatura, il secondariato del fallo, nella sua mascheralità seriale. Il “fendersi” dell’impalcatura deve creare l’orizzonte per l’esserci: la negazione dello spazio e del tempo distrutta lascerebbe emergere lo spazio e il tempo originari dell’essere. Non si tratta di cogliere l’essere dalla proposizione vera (giudizio), perché non è questa la verità (69). La verità approda all’effetto, quale punta della qualità e cifra dell’esperienza (e non dell’essere né della esistenza), ma Heidegger deve riguadagnare l’origine, l’inizio; e quindi va alla ricerca della verità d’origine, della scaturigine iniziale dell’essere. E questo è un orpello della questione chiusa. Dallo stesso allo stesso passando per lo stesso (Zeit und Sein, 1962).


Certo, il dubbio si profila: “Ma perché tornare indietro all’inizio?” si chiede Heidegger (70). “La domanda riguardo all’essere” è il “modello reale” per Heidegger, e non è altro che un modo della questione chiusa, circolare, fenomenologica, ontologica. L’impalcatura è corretta e non vera (71) e tale è il nascondimento (a un passo dalla ricerca dei nasconditori, gli antagonisti del vero). Allora ecco la forza della verità di Heidegger, che come quella di Alfred Tarski è logica, ossia contenuta nelle premesse, nell’inizio, nell’origine, nel fondamento. E qui Heidegger va a braccetto con la matematizzazione del sapere che considera un peso sulla nostra esistenza (74), l’altro è il consolidamento e la trivilizzazione [aspetti dell’impalcatura] della già esteriorizzata antica comprensione dell’essere. Peso che la filosofia del fondamento può far “esplodere”: questa è una promessa dello scriba del potere, della liberà servitù del primato del fallo. Il dasein è in preda all’erotismo, magico e ipnotico. “Noi dobbiamo porci di nuovo indietro nel grande inizio” (72). Questo è un ricordo di copertura. Lo percepisce appena Jacques Derrida e lo dà per perso: da qui la sua teoria del supplemento all’origine che non c’è più. “L’uomo deve essere necessariamente fondato di nuovo nella sua essenza tramite la questione dell’essere” (72). Cercando l’idea di origine, dell’inizio, di fondamento, Heidegger deve tutto conformare a questa idea, anche l’uomo. Questo cammino a ritroso, senza fango né marciume, “non significa altro che conformarsi all’essenza dell’essere!” (75)[il corsivo è di Heidegger].

“Il mondo è prima di tutto un ‘essere assieme’” (75). Alcuni però sono pastori dell’essere e dell’avere, altri fürer, conduttori, dal volto di viandanti solitari, dalle loro torri della vendetta ai castelli delle rivendicazioni. Nel discorso di rettorato, Heidegger assume il fürerprinzip. Il principio gerarchico, il primato del fallo. E nell’opera e nell’esperienza forse oscilla tra il solo a intendere [Cristo] e il gruppo dei pochi che intende, gli evangelisti [Paolo]. Nessuna idea della scena e neanche del cosmo. Nessuna cosmologia e nessuna scenologia (nessuna visione del mondo). La questione non è chiusa, in cui gli umani non possono che essere insieme da A a B, governati da pastori, conduttori, maestri, coachs, leaders e altri avatar. Non “essere assieme” ma la “via insieme”, il sinodo, che non è terreno di caccia e di proprietà dei vescovi. Come l’inconscio non è proprietà di Hartmann né di Freud né di Lacan…



[La numerazione delle pagine è quella dell’edizione italiana. Inoltre nessun rispetto per l’uso tedesco di mettere le maiuscole ai sostantivi.]



27 maggio 2016


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