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La diagonale, il dispositivo, la verità, nonché lo spirito, la comunità, il seminario di Paolo

Armando Verdiglione
(21.05.2016)

Il risparmio e la misura non attengono alla superficie come apertura. Sicché
la diagonale è incommensurabile e irrisparmiabile. Il lato, il diagramma, la
barra, l’albero, il ponte, la verticalità. La traccia, il modo dell’apertura, è
intemporale. Il nodo, la croce indicano la diagonale. Aristotele scrive: nessuna
episteme dell’individuo, della diagonale e del tempo (del tempo come taglio).
Precisiamo: nessuna episteme della diade, della triade, della cifra.

La complessità viene dal tempo, già per Aristotele. Il tempo non è il concetto
di tempo. Né il concetto che Aristotele ha del tempo. E nemmeno il concetto di
tempo che ha Hegel: nessuno spirito del tempo.

L’idea che ognuno ha o non ha di sé non è libera. Idea agente, idea “creativa”
anche del soggetto: la “creazione” è propria dell’idea che ognuno ha di sé. La gnosi inizia con questa idea. Nella Bibbia non trovate la “creazione”. Leggete il
Genesi: nessuna “creazione”. Nella lingua ebraica nessun significante indica la
“creazione dal nulla”. Il verbo bara indica l’atto d’intervento in qualcosa che viene modificato, variato, trasformato. Nessun “creatore”.

Quello che, invece, pone il Corano è l’intervento dello spirito. Nessuna
trinità, nel Corano, ma unità, unità spirituale, unità dell’idea. È idea dell’uno. Il
Corano: “In verità, creammo […]” (Sura XXIII, 12). Sergio, il monaco ariano
persiano, ha raccontato a Maometto la Bibbia, l’ebraismo.

Opera di Christiane Apprieux, 2016, dettaglio

Nella Bibbia non c’è “io”, ma “noi”. In effetti, “Elohim” è plurale: impossibile
tradurre con “Dio”. La Bibbia non parla di Dio. Nei libri della Bibbia, che sono
libri di fantasmi e di guerre, libri storici e demonologici, non si parla di Dio. La Bibbia non parla mai di Dio. Il significante “Dio”, nella sua trascendenza,
onniscienza e onnipotenza, nella sua spiritualità, è assente dalla lingua ebraica.
Il concetto di theós è ellenistico. “Elohim” non può essere tradotto con “Dio”. Ci
sono varie denominazioni: Elyon, Elihim, El, Eloah, Jahweh. “Elyon” è uno dei
nomi di Elohim, quello che nella Bibbia viene tradotto con “l’Altissimo”, ma
che, in ebraico, letteralmente, è “superiore”, “che sta sopra”. In Deuteronomio 32,
8 e seguenti, i versetti dicono che quando Elyon divise le nazioni, stabilendo nei
territori i figli di Adam (i figli dell’uomo), e fissò i confini, a Jahweh venne
assegnata in eredità la parte del suo popolo, Giacobbe. Poi, Jahweh, dio
guerriero, sanguinario, terribile, salvaguarda il suo territorio, invade i territori
di altri dei, che, però, sono sempre Elohim.

Maometto, appunto, dice “noi”: “In verità, creammo l’uomo”. L’islam è
l’incastro di diverse dottrine gnostiche. La creazione è frutto della gnosi: il
concetto di creazione sta nell’islam, ma c’era ancora prima. Sura XXIII, 12-14:

In verità, creammo l’uomo da un estratto di argilla.

Poi ne facemmo una goccia di sperma [posta] in un sicuro ricettacolo,

poi, di questa goccia facemmo un’aderenza e dell’aderenza un embrione; dall’embrione
creammo le ossa e rivestimmo le ossa di carne. E, quindi, ne facemmo un’altra creatura. Sia
benedetto Allah, il migliore dei creatori!


Allah governa la fisica (Sura XIII, 12-13):

Egli è Colui che vi fa vedere il lampo, fonte di timore e di speranza, Colui che forma le
nuvole pesanti.

Il tuono Lo glorifica e Lo loda, e così gli angeli insieme, nel timore di Lui. Scaglia i fulmini e
colpisce chi vuole, mentre essi discutono di Allah, Colui che è temibile nella Sua potenza!


La computisteria del Corano è totale: tutto contiene e tutto comprende. Il Corano “non lascia passare azione piccola o grande, senza computarla” (Sura
XVIII, 49). E “non abbiano dimenticato nulla nel Libro” (Sura VI, 38).

Pierre-Simon Laplace (1749-1827), matematico, fisico e astronomo francese, offre il suo libro Exposition du système du monde (1836) a Napoleone, che gli
chiede: “Che posto ha Dio nel vostro sistema?”. Laplace risponde che il
fantasma è assunto a sistema: “Dio è un’ipotesi di cui non ho bisogno nel mio
sistema”. Appunto: “il mio sistema”.

Il dispositivo che si fonda sull’idea che ognuno ha o non ha di sé è un
dispositivo circolare, illuministico, erotico, conformista. Dispositivo di ritorno.
Di ritorno all’origine. Non è il dispositivo di direzione, non è il dispositivo
intellettuale, non è il dispositivo che abbia la sua condizione nel sembiante
(specchio, sguardo, voce).

L’idea che ognuno ha di sé è idea di padronanza, quindi senza equivoco,
senza differenza e senza malinteso. Idea “materna”. Idea, che spazza via la
madre, indice del malinteso indissipabile. Su questa idea che ognuno ha di sé,
che è fantasma “materno”, si fondano, poi, i sistemi politici. Ma nasce anche il
libro, la scrittura, su cui poggia ogni potere politico.

Viene chiamato “libro sacro” un libro assunto nella sua sacralità, distolto
dalla parola libera e dalla sua scrittura e riservato alla casta, alla classe, al
partito, alla comunità, posto a garanzia del potere politico. Libro sacrale. Senza
il “sacro”, senza il dire, senza il fare, senza la scrittura del viaggio. Libro dove
tutto è detto, tutto è scritto e da dove parte ogni significazione della vita sociale
e politica. È il privilegio di ogni classe, di ogni monarchia, di ogni governo, di
ogni partito.

Questa idea che ognuno ha o non ha di sé è un blocco sostanziale e mentale,
uno sbarramento ontologico dinanzi alla novità. Uno sbarramento rispetto al
viaggio, alla scrittura del viaggio, alla novità che sta nella scrittura del viaggio e,
anzitutto, della memoria. L’idea di origine dà alla memoria l’accezione di
anamnesi, di reminiscenza, di commemorazione, di rimemorazione, di ricordo.
Il dispositivo della memoria, la cui condizione sta nello specchio, nello sguardo,
nella voce, è la conversazione. Il dispositivo di scrittura della memoria è la
narrazione. Alla punta della scrittura, oltre il compimento della scrittura, sta il
dispositivo di lettura. Senza il dispositivo intellettuale, niente conversazione,
niente narrazione, niente lettura. Al punto che la parola diventi fenomeno,
epifenomeno, epifania. Il dispositivo cifrematico è il dispositivo intellettuale.
Noi leggiamo ciò che attiene all’epoca. Negli anni settanta, noi leggevamo ciò
che atteneva all’epoca: Hegel, Marx, Lenin, Stalin, Mao. Erano anche questi gli
scritti per analizzare l’epoca, quando sembrava che l’ideologia fosse trionfante e
pareva che restasse soltanto sottomettersi o darsi al terrorismo o rassegnarsi con
la droga. La psicoterapia, in Italia, s’installa negli anni settanta.

L’epoca esige l’analisi degli scritti che sono portati come la bandiera di un
potere politico, di un’idea politica di dominio del mondo. Analizzarli vale a
sfatare ogni paura. L’epoca prende la paura per la coda e la erige a codice, a
canone, a sistema, con il carosello della falloforia, della fallocrazia, della
tanatocrazia. La paura presa per la coda si fa sistema politico, sociale,
economico, finanziario.

Sta a noi cogliere la novità fra coloro che indagano, che s’interrogano intorno
all’epoca. Sta a noi, pure, cogliere gli indici di una direzione, nella produzione,
nella scrittura dell’arte e dell’invenzione, nella novità. Ben altra assemblea
s’instaura, come dispositivo del bilancio temporale, ben altra prova, ben altra
scommessa con l’istanza intellettuale, che è istanza pulsionale, istanza di
scrittura, fino all’istanza di cifra.

Le parole gravide di concetti, prese dai concetti, si iterano nella
luogocomunicazione. Sono concetti pesanti, opprimenti, asfissianti. Non
possono essere eseguiti! Non possiamo rispondere con la “sottomissione”, con
l’islam. “L’islam è la soluzione!”. Questo viene ripetuto nelle fonti e in ogni
proclama propagandistico politico dell’islam!

Non possiamo dare per acquisiti Platone, Aristotele, Parmenide, Eraclito,
Talete, Anassimene, Anassimandro, Anassagora, Protagora. Occorre analizzarli
e leggerli, come leggiamo e analizziamo “Omero”. Quanti hanno scritto l’Iliade?
Quanti l’Odissea? Sono poemi che appartenevano all’oralità. Ciascuna parte di
questi poemi era una pièce, che veniva cantata, non “rappresentata”. Ciascuno
metteva il gesto, la voce, il tono, il timbro. I cantori venivano da scuole
differenti: ciascuno aggiungeva. Oggi, non c’è un gruppo che rivendichi il
ritorno all’origine, così come sancito per rivelazione, nell’Iliade e nell’Odissea,
perché nessuno crede più in quegli dei.

Ciò non toglie che noi leggiamo questi poemi, perché, attraverso
metamorfosi, sistemazioni, sistematizzazioni, aggiornamenti, travestimenti,
arrivano a altro, a altre cose: sta a noi leggere tra le righe, nell’interdizione
linguistica, nel palinsesto, nella stratificazione.

Ci sono varie bibbie: la bibbia masoretica, la bibbia greco-ortodossa, la bibbia
ebraica, la bibbia copta, la bibbia samaritana, la bibbia siriaca. Le varianti sono
migliaia. Gli autori numerosi. Nessuno sa esattamente quante siano le
manomissioni né da che cosa siano state dettate. L’approccio filologico, storico,
linguistico riserverà molte sorprese.

Jean-Jacques Rousseau: la libertà è la volontà generale (Contratto sociale,
1762). Ovvero, sotto la volontà di bene, la “libertà” è la “pazzia”. Da dove viene
questo messaggio, che viene consegnato a Hegel, a Marx, a Engels, a Lenin, a
Stalin, a Mao? Questo messaggio, su cui si fondano i sistemi politici, da dove
viene?

Quello che è stato chiamato lo spirito, il soffio, il vento, è l’idea che non
illumina, l’idea della voce, l’idea del punto di astrazione e del punto di oblio,
l’idea della condizione del sogno e della condizione della dimenticanza. È l’idea
della condizione delle invenzioni e delle arti del giardino del tempo.

Il “successore”. Giuseppe Peano (1858-1932), matematico e logico: il “più di
uno”. Il “successore”, dove sta? Quello che è stato chiamato il successore non si
personifica: l’idea della voce. Questo è lo spirito. Senza successione né seguito.
Impossibile l’anfibologia dello spirito: benigno-maligno, spirito del bene-spirito
del male. Non è il daimon. E daimon non è il demone. La demonologia è senza il
daimon. E abbiamo pubblicato, di Furio Sampoli, il libro Daimon (1985).

Georg Wilhelm Friedrich Hegel: lo spirito vive nella comunità. Lo spirito
come Uroboro. “La morte, da ciò che essa significa immediatamente, dal nonessere
di questo singolo, viene trasfigurata in universalità dello spirito, che vive
nella sua comunità e in essa, ogni giorno, muore e risorge” (Fenomenologia dello
spirito
, capitolo terzo, 1807). È nel corpo mistico che lo spirito agisce. E lo
vivifica. L’apoteosi dello spirito, la bonifica, la liberazione dello spirito, il
soggetto collettivo, il soggetto comunitario: lo spirito di Hegel è l’androgino. La
trinità come unità e come androgino.

Ireneo di Lione (130-202), padre della Chiesa, santo per la Chiesa cattolica e
per la Chiesa ortodossa, affida allo spirito il principio femminile. Per Ernest
Jones (1879-1958), Sigmund Freud è il “Darwin dello spirito” (Jones ha scritto
l’agiografia di Freud, cioè la sua buona sepoltura). Arthur Schopenhauer (1788-
1860) suppone la fisionomia dello spirito.

Ma il più “luminoso” è Carl Gustav Jung (1875-1961): lo spirito come Sophía e
madre di Cristo. Uno dei vangeli apocrifi gnostici, scoperto nel 1773, scritto in
lingua copta, s’intitola Pístis Sophía. Il materno ispira la psicoterapia, che era
l’asse che coniugava, attraverso Jung, gli psicologi e gli psichiatri tedeschi e,
attraverso Adriano Ossicini (collegato con lo psichismo organizzato tedesco
negli anni quaranta, di cui abbiamo scritto nella “Cifra”, n. 1, Sessualità e
intelligenza
, Spirali 1988), gli psicologi e gli psichiatri italiani.

Lo spirito, l’esprit des lumières, lo spirito folgorante, fosforescente, illuminante,
è lo spirito che agisce, è lo spirito sordo, lo spirito delle visioni, delle rivelazioni.
È lo spirito di Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755):
“Io non tratto delle leggi, ma dello spirito delle leggi” (L’esprit des lois, libro I,
cap. III). Allo stesso modo tratta dello “spirito di uguaglianza”.

Da dove viene questo “spirito”, che arriva a Montesquieu, a Rousseau, a
Hegel, a Marx, a Mao? L’idea spirituale è l’idea della fine del tempo. Ancora
Hegel: “Il tempo è il concetto stesso, che c’è e che si rappresenta alla coscienza
come visione vuota; per ciò, lo spirito appare necessariamente nel tempo, e
appare nel tempo finché non afferra il proprio concetto puro” (Fenomenologia
dello spirito
). “Il tempo è il concetto stesso”. Concetto. Spirito. Autocoscienza.
Uroboro. Fenomenologia dello spirito è “il libro” di riferimento per l’ideologia in
tutti i suoi stati.

Ci siamo presi la briga, negli anni sessanta e settanta, di leggere, alla luce
dell’attuale, le opere di Marx, Engels, Lenin, Mussolini, Hitler, Gramsci, Mao,
Togliatti. Hegel: “[...] lo spirito appare”, epifania dello spirito. “[...] appare nel
tempo finché non afferra il proprio concetto puro, cioè finché non cancella il
tempo”. Così, è a posto. Detto, fatto. “lo spirito [...] cancella il tempo”: cioè lo
spirito è presente. Da dove arriva a Hegel l’idea che lo spirito sia presente?
L’idea spirituale: l’idea di casta, l’idea di classe, l’idea di partito. È lo spirito
della comunità. “Soltanto nel nome dei diritti universali della società, una classe
particolare può rivendicare a se stessa il dominio universale” (Karl Marx, Per la
critica della filosofia del diritto di Hegel
, Introduzione, 1844).

La comunità investita dallo spirito ha una vocazione universale: qual era
questa comunità? Era la comunità essena: gruppi di ebrei organizzati in
comunità sorte nel II secolo a.C. e diffuse in numerose città dell’area
mediterranea.

Marx: l’utopia, la salvezza, la liberazione, la conquista del mondo, il dominio
del mondo. Ma l’utopia sta già in Hegel: la comunità, un giorno, sarà
universale. Nessuno sarà fuori dalla comunità. Nessuno sarà marginale. Non ci
sarà più lavoro. Saranno tutti nell’utopia. Per Marx, lo stato è necessario, il
partito è necessario, ma, poi, si estingueranno, perché torneranno al concetto
puro. Lo spirito di classe. L’ideocrazia. La classe sociale è compatta, coesa.
Principio di unità dello spirito. Classis. In luogo del sembiante e del tempo. Cioè
senza il sembiante e senza il tempo. Si chiede Lenin: la classe, da sola, ritrova lo
spirito? Ritrova l’unità? Eh, no: la classe sta lì, ma chi coglie, della classe, la
scintilla è il partito. La classe senza partito è la classe senza scintilla. E la
scintilla è amata dallo spirito.

Lenin ha il concetto gnostico di classe, concetto che poggia sulla gnosi
ortodossa, come Mao ha il concetto gnostico di classe che poggia sulla gnosi di
Confucio. Anfibologia tra la classe dominante e la classe dominata.

La questione è questa: l’idea, l’uno e il tempo. “Essere e tempo”. Martin
Heidegger, Sein und Zeit, 1927: nel titolo sta tutto il libro. Libro circolare, ideale.
L’uno e il tempo. Se l’uno scende nel tempo, allora si divide in due: e avete la
dicotomia sociale, politica, che postula la lotta di classe. Ma la classe è la classe
eletta, è il “popolo eletto”. Sul principio della filiazione genealogica. Senatus
populusque romanus
: Augusto governa in nome di questa endiadi, “il senato e il
popolo”. Ma “il senato e il popolo” è una cerchia, una classe, una casta.

Il messianismo è essenico. Il salvatore, che lancia il popolo ebraico alla
conquista del mondo, sconfiggendo gli altri dei, è il messia, masiah, l’“unto” (in
ebraico) degli esseni. Ogni classe, ogni casta, è “eletta”: la casta medica, le
corporazioni, gli ordini professionali e confessionali sono “eletti”. Unti, in greco
christoì. Cristiani. I manoscritti ritrovati nel 1947 a Qumran, sulle sponde del
Mar Morto, con il testo ebraico della Bibbia, erano di una comunità di esseni.
Il sofista, il giullare, lo “psicanalista”: non c’è più classe. In nome della classe,
in nome del popolo, la “volontà generale” agisce. La “volontà generale”: lo
spirito, nella sua volontà di agire, lo spirito furioso, lo spirito pazzo. La lotta di
classe è positivo-negativo. Lotta e conciliazione, sintesi, soluzione. Vita-morte.
Vita? Hegel: no, morte! E, poi, soluzione! Perché, comunque, lo spirito muore e
risorge nella comunità. Hegel è la banalità fantasmatica diventata sistema.
Lenin: il partito è il partito della salvezza. Se, per Platone, la scienza
appartiene al filosofo, per Lenin la scienza appartiene al partito. Come, per
Antonio Gramsci, l’intellettuale è il partito. L’intellettuale gramsciano è
l’intellettuale organico, messianico. Mentre l’intellettuale sartriano è
l’intellettuale apocalittico, impegnato socialmente e politicamente.

E quanto studium, quanto affanno, quanto indaffaramento per intrappolare e
ingabbiare l’annunciazione, la memoria, ovvero la ricerca e l’impresa, per
convertire l’abbandono in abbandono di sé e in abbandono dell’Altro, sotto
l’idea che ognuno ha di sé e dell’Altro. L’insicurezza è un attributo dello
studium. La securitas è senza affanno. Altra è la cura, che non è affanno. È la cura
del tempo. Il rischio è senza studium. Il rischio è della cura propria del tempo. Il
rischio è immunitario. Lo studium è matricida. Perché studiare? Per evitare
l’equivoco, la differenza, il malinteso! Ogni studium è studium dominandi, per ciò
professionale e confessionale. Lo studium è sotto l’idea di morte, sotto l’idea
della fine del tempo. L’indecisione è la sua prerogativa. Il risultato dello studium
è ciò che viene sempre promesso, è eiréne, la pace, la pace promessa.
L’equazione ontologica. Sotto “lo spirito dell’uguaglianza”. Salam. Shalom. Zen.
Studium
. L’idea della cura è studium. Lo studium contro la memoria, contro
l’annunciazione. Lo studium è tanatologico. Appartiene alla genealogia della
morte. Suppone come escatologica la vita, sotto il segno dell’“ultimo”: contro il
rinascimento della parola e la sua industria.

Friedrich Nietzsche (1844-1900): “La nostra memoria poggia sulla visione
delle cose e sul fatto di spacciarle per identiche” (Considerazioni inattuali,
seconda parte, Sul vantaggio e lo svantaggio della storia per la vita, 1874). Questo è
lo studium, e non già la memoria. Questa è la memoria algebrica o geometrica.
Imparare è senza studium: senza l’idea che agisca come idea della fine del
tempo. Senza la paura presa per la coda. Imparare: senza fantasma algebrico e
senza fantasma geometrico. Imparare: senza lo studium, cioè senza la
spazializzazione della città, dell’impresa, dell’industria. Ma quanti addetti ai
lavori, professionisti, funzionari vanno a spazializzare la città, a organizzare gli
spazi? Le città di un tempo non erano ben spazializzate, bisogna spazializzarle
meglio! Con una severa volontà di bene. Anche le imprese vanno spazializzate.
Anche l’intervallo. Anche la clinica. Spazializzare la clinica: togliere la piega,
evitare la complessità e la semplicità.

La scrittura dell’esperienza è negata dallo studium. In breve, lo studium è la
negligenza. O l’approccio intellettuale o lo studium. Lo studium: la paura di sé, la
paura dell’Altro.

Tommaso d’Aquino (1225-1274), Summa Theologiæ, Quæstio 167, De
curiositate
: “[...]studiositas non est directe circa ipsam cognitionem, sed circa
appetitum et studium cognitionis acquirendæ
”, “[...]la studiosità non riguarda
direttamente la conoscenza, bensì la brama e lo studio per acquisire la
conoscenza”. La gnosi fonda lo studium! Lo studium serve alla gnosi. Anche per
san Tommaso, la sua utopia, la sua comunità, lo spirito di comunità si fonda
sulla comunità essena. Quæstio 166, De studiositate: “Studium praecipue importat
vehementem applicationem mentis ad aliquid
”, implica la forte applicazione della
mente a qualcosa. “Mens autem non applicatur ad aliquid nisi cognoscendo illud.
Unde per prius mens applicatur ad cognitionem, secundario autem applicatur ad ea in
quibus homo per cognitionem dirigitur
”. Proprio così. “Et ideo studium per prius
respicit cognitionem, et per posterius quaecumque alia ad quae operanda directione
cognitionis indigemus
”: abbiamo bisogno di essere diretti dalla conoscenza.
Ireneo, nominato vescovo di Lione nel 178, biblioclasta, contro le eresie, è il
primo grande vescovo teologo antieretico. Adversus hæreses, in cinque libri:
“Noi crediamo che nell’eucaristia ci sia il corpo di Cristo. Dunque Gesù ha un
corpo”. Ireneo non ha difficoltà a dimostrare l’incarnazione di Cristo: Gesù ha
un corpo, perché noi lo crediamo. Noi lo crediamo, quindi è così.

Mosè era egizio o babilonese? Gli studiosi discutono. I rilievi più recenti lo
indicano come babilonese. Molte tracce sono state trovate in Mesopotamia, con
le storie bibliche: il giardino dell’Eden, la trasgressione, la costola, il diluvio, il
viaggio di Abramo.

Docetismo: Gesù non è uomo. Arianesimo: Gesù non è Dio. Molti i contrasti, i
conflitti fra queste comunità. Il manicheismo si diffonde dalla Spagna alla Cina.
Poi, Costantino (274-337), che deve governare sull’impero, decide che queste
comunità devono mettersi d’accordo e indice il Concilio di Nicea (325). Il
Concilio deve stabilire una dottrina precisa, che vada bene per l’impero. Quindi,
il concilio decide che Gesù è Dio. Ario è sconfitto.

Paolo di Tarso è il personaggio principale del vangelo di Sigmund Freud.
Freud ha scritto il vangelo. Leggete Freud: è stato ucciso il padre primitivo, è
stato ucciso Mosè. Tutti sono in colpa. Gli ebrei, però, non ammettono di avere
ucciso il padre e continuano a circoncidersi, dicendo che sono privilegiati. E che
sono il popolo eletto, perché si circoncidono. E, invece, no! Lo hanno ucciso!
Vangelo di Freud: arriva Paolo e cosa fa? Paolo non s’interessa alla passione
di Cristo, alla sua vita, ai suoi miracoli. Non ne sa nulla. Ma nemmeno Pietro ne
sa nulla! Nemmeno Giacomo! Pietro e Giacomo sono della comunità essena più
stretta. Mentre Giovanni il Battista e Gesù sono nazirei, una variante della
comunità essenica. Risulta uno iato nella comunità essenica.

Vangelo di Freud. Cristo muore e risorge. Paolo, secondo Freud, toglie
questo senso di colpa. L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-38), Terzo
saggio, D. Applicazione: “[…] mediante l’idea della redenzione egli [Paolo]
scongiurò il senso di colpa dell’umanità”. Paolo introduce Freud! Rende un
servizio a Freud. Dio, attraverso suo figlio, va in croce e redime la comunità. La
comunità non è più in colpa: perché il concetto, l’idea va nel tempo, lo spirito va
nel tempo e ritorna. E, così, ritorna lo spirito puro e avviene la redenzione. Il
“concetto” di redenzione come tributario del concetto di riscatto e di liberazione
è gnostico. La salvezza è il segno della purificazione giunta al punto di saldarsi
con la vendetta. Il segno dell’equazione ontologica. Freud attribuisce a Paolo di
Tarso l’assunzione di tale concetto. Lo spirito che va nel tempo pratica il
sacrificio gnostico.

Paolo di Tarso. Tarso è una città antica di quattromila anni, nella regione
della Cilicia dell’Anatolia meridionale, che dà sul mare di fronte a Cipro.
Confina con la Siria, attraversata dalle vie dei commerci con l’oriente. Al tempo
di Paolo ha trecentomila abitanti. È ricca di mercanti e di artigiani che filano e
tessono il lino e il pelo di capra, che dà un tessuto ruvido, adatto alle tende e ai
sacchi per le carovane dei nomadi (il “cilicio”). Strabone celebra le scuole
filosofiche ellenistiche di Tarso, più importanti di quelle di Atene e di
Alessandria. La famiglia di Paolo è di ebrei benestanti (“io sono un fariseo,
figlio di farisei”, Atti degli apostoli 23, 6), che producono e commerciano tessuti
per tende, cittadini di Roma dal tempo della conquista della città da parte di
Pompeo (67 a.C.). Negli anni 51-50 a.C., governatore di Tarso è stato Cicerone.
Paolo, che studia filosofia e parla il greco, impara il mestiere di tessitore e,
quando va in una città nuova, in una comunità nuova, fabbrica qualche tenda. E
prosegue. Nel suo viaggio dopo la “folgorazione” (35 ca), Paolo va anche a
Efeso (53). Efeso ha la colossale biblioteca romana di Caio Celso e, secondo
l’Adversus hæreses di Ireneo di Lione, anche la casa dove sarebbe morta la
Madonna, recatasi lì con Giovanni, e il sepolcro di un Giovanni evangelista, su
cui sarebbe stata costruita una basilica.

Maometto è attratto da Paolo. Sulla base della Lettera ai Galati, Paolo viene
considerato, nell’islam, portatore di una vocazione di tipo profetico. Per gli
esegeti musulmani, la sua non è una conversione ma una vocazione profetica.
Lo stesso Paolo accennerebbe alla sua vocazione in un brano inserito all’inizio
della lettera ai Romani: “kletòs apóstolos”, apostolo per vocazione. È l’apostolo
delle ethnoi, delle genti, dei Gentili: “[…] perché noi andassimo verso le genti
[eis tà éthne] e loro verso i circoncisi [eis tèn peritomén]” (Lettera ai Galati 2, 9).
Un esegeta coranico, Ibn Ata’ Allah al-Iskandari (1250 ca-1309), scrive nel suo
Lata’if al-Minan, parlando della propria vocazione:

Anche Paolo [Bûlus, come viene chiamato dai musulmani] era un uomo di Dio, chiamato a
predicare la buona condotta ai Gentili; ma egli era ancora più: era un nabî [un inviato], e lo
testimonia il fatto che, a Damasco e a Listra, Satana cercò di farlo mettere a morte, ma gli angeli
vanificarono le azioni che i seguaci di Satana ordirono.


Il persiano Tabari (839-923), commentando la Sura IV del Corano, cita un
brano della Prima lettera a Timoteo (le lettere a Tito e a Timoteo sono lettere
“attribuite” a Paolo). Su un brano Maometto si trova d’accordo:

Alla stessa maniera facciano le donne, con abiti decenti, adornandosi di pudore e
riservatezza, non di trecce e ornamenti d’oro, di perle o vesti sontuose […]. La donna impari in
silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna d’insegnare, né di dettare legge
all’uomo […]. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; […] fu la donna che, ingannata, si
rese colpevole di trasgressione (I Timoteo 2, 9-14).


Per l’islam, Paolo ha il merito di avere abolito il sabato, la circoncisione e il
culto esclusivo nel Tempio di Gerusalemme. Come profeta, Paolo ha dato
all’islam questa opportunità. E “nel Giorno del Giudizio” o “Giorno del
Rendiconto” (Sura XXXVIII, 26), il “giudice di tutte le genti”, in rappresentanza
di Dio, sarà Gesù, non Maometto.

Anche l’episodio del Corano (Sura II, 34: “E quando dicemmo agli angeli:
‘Prosternatevi a Adamo’, tutti si prosternarono, eccetto Iblis […]”), in cui
Adamo viene portato in paradiso e Dio pretende che tutti gli angeli lo adorino,
viene confrontato da alcuni esegeti musulmani (come Abu Hayyan al-Gharnati,
1256-1344, teologo berbero del Sultanato di Granada) con la Lettera agli Ebrei (1,
6): “E di nuovo, quando [Dio] introduce il primogenito nel mondo, dice: ‘Lo
adorino tutti gli angeli di Dio’”.

Lettera ai Galati 4, 13: “Sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi
annunziai la prima volta il vangelo”. Paolo come Alessandro Magno, Giulio
Cesare, Pietro il Grande, Carlo V, Caravaggio, Dostoevskij, Maometto e come
altri, si cimentava con l’epilessia. Morbus demoniacus o morbus caducus, mal
caduco, associato alla stregoneria come punizione divina, ma anche privilegio
divino: l’epilessia era anfibologica. Comportava l’ékstasis: la rivelazione, la
visione, la beatitudine. L’epilessia segna il varco vita-morte. Avicenna trae la
demonologia dal morbo sacro al morbo psichico, che ha bisogno di psicoterapia.
Sta dinanzi, all’orizzonte, l’esprit des lumières. Tommaso Campanella (1568-
1639), nella Civitas Solis (1602), accenna a rimedi contro il “morbum sacrum”,
però “signum mirifici ingenii”.

Nella Lettera ai Colossesi (1, 19), Paolo introduce qualcosa che appartiene alla
gnosi valentiniana: Dio come pleroma. “Perché piacque a Dio di fare abitare in
lui ogni pleroma”. Nella gnosi di Valentino (gnostico cristiano egizio del II
secolo, diacono a Roma intorno al 150), Gesù è il “fiore del pleroma”, l’ultimo
Eone emanato dopo la caduta.

Ma, fino a un certo periodo, delle lettere di Paolo non se ne sa nulla.
Spariscono. Nel 140, arriva a Roma Marcione (85-160), vescovo e teologo di
Sinope, sul Mar Nero: reca con sé, insieme con il suo vangelo (il vangelo
marcionita), anche dieci lettere di Paolo. Egli punta a costituire un canone
cristiano. Secondo il resoconto ecclesiastico, invece, le lettere di Paolo sarebbero
state quattordici. Delle dieci lettere indicate da Marcione, gli storici della Scuola
di Tubinga, in base agli argomenti che potevano essere discussi negli anni di
Paolo, ne riconoscono come autentiche solo quattro (ai Romani, ai Galati, prima
e seconda ai Corinzi), con falsificazioni e intromissioni anche in queste quattro.
Altre scuole ne riconoscono sette, che contengono riferimenti gnostici. Un’altra
scuola ne riconosce sei. Invece, le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito sono
considerate testi apocrifi a lui attribuiti dai Padri della Chiesa, i quali avevano
interesse a regolamentare, con alcune disposizioni, le comunità locali.

Le lettere di Paolo, così come sono scritte, rispetto a eventi e a scritti
riscontrati in epoche differenti, prospettano una redazione in tre tempi. Emerge,
anzitutto, un Paolo filoniano, con elementi della dottrina di Filone di
Alessandria: “Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunciato non è
modellato sull’uomo; infatti, io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini,
ma per rivelazione di Gesù Cristo” (Galati 1, 11-12). “Nessuno può dire ‘Gesù è
il Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (I Corinzi 12, 3). “Questi tali
sono falsi apostoli, operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo.
Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce” (II
Corinzi
11, 13-14).

La gnosi di Paolo introduce una correzione nella gnosi della comunità
essena, dove stanno Pietro e Giacomo. Secondo la Prima lettera ai Corinzi (2, 6-
14), gli umani si dividono in tre categorie, con una tripartizione tipica dello
gnosticismo.

Tra i perfetti [teleíois] parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo
mondo […]; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta. […] L’uomo
psichico [psychikòs] però non comprende le cose dello Spirito [pneúmatos] di Dio; esse sono follia
per lui e non è capace d’intenderle […]. L’uomo di spirito [pneumatikòs] invece giudica ogni
cosa, senza potere essere giudicato da nessuno.


I perfetti sarebbero gli “pneumatici”, coloro che hanno ricevuto, attraverso il
battesimo del fuoco, l’iniziazione segreta. La prima categoria degli umani è la
categoria degli uomini pneumatici, pneumatikòs, gli uomini di spirito. La
seconda categoria è la categoria degli uomini psichici. L’uomo psichico è, forse,
l’uomo di Platone e di Aristotele. E la terza categoria è quella degli uomini in
carne: “Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini di spirito
[pneumatikoîs], ma come a esseri carnali [sarkínois]” (I Corinzi 3, 1).

Paolo chiama “corpo glorioso” il corpo nella resurrezione: non un corpo
fisico, ma un corpo spirituale. Lo intende così. Infatti, “la carne e il sangue non
possono ereditare il regno di Dio” (I Corinzi 15, 50). Distingue tra un corpo
animale e un corpo spirituale. Ecco il seminario di Paolo:

Così anche la resurrezione dei morti: si semina [speíretai] corruttibile e risorge incorruttibile;
si semina ignobile e risorge glorioso; si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un
corpo animale, risorge un corpo spirituale (I Corinzi 15, 42-44).

Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo
Spirito raccoglierà vita eterna (Galati 6, 8).


A Paolo viene anche attribuita un’Apocalisse gnostica. Nelle lettere,
pochissime volte scrive “Satana”, menziona piuttosto gli arconti, termine che
appartiene alla gnosi. Scrive:

Nessuno degli arconti di questo mondo ha potuto conoscere la nostra sapienza: se l’avessero
conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (I Corinzi 2, 8).

La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le
Potestà, contro gli arconti di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano
nelle regioni celesti” (Efesini 6, 12).


Secondo questa gnosi, il demiurgo è il Dio del Vecchio Testamento. E Paolo è
insofferente verso questo Dio.

Il vangelo di Marcione è il primo dei vangeli a comparire nelle comunità
religiose sparse nel Mediterraneo. E della Chiesa marcionita si hanno notizie
fino al VI secolo. Prima del 140, non ci sono altri vangeli. Marcione, poi, viene
allontanato da Roma, ma questo suo vangelo viene subito utilizzato per
costituire i primi due vangeli, attribuiti uno a Matteo e l’altro a Marco (infatti,
era opportuno attribuirli agli apostoli). E, poi, compaiono altri vangeli.
L’humanitas è il terreno dell’Altro. Non attiene al figlio. A Paolo importa,
intanto, che il figlio non sia schiavo. E non lo è se l’uno non si divide in due.
“Così tu non sei più schiavo, ma figlio. Giacché sei figlio, tu sei legittimo erede,
per Dio” (Galati 4, 7).

L’azione taumaturgica dello Spirito:

Questi saranno i segni che accompagneranno coloro che credono: nel mio nome scacceranno
i demoni [daimónia], parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno
qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno
(Marco 16, 17-18).


Non tutto è visione quello che viene chiamato visione. Per esempio, le
quattro entità viventi del quarto capitolo dell’Apocalisse di Giovanni
riprendono letteralmente il primo libro di Ezechiele.

Ruh, genere femminile, radice semitica. Ruah, in ebraico. Ruho, in siriano.
Aria in moto. Vento, anche vento infuocato che viene dal deserto. Ruha viene
tradotto con pneuma. L’accezione viene mantenuta dal Vangelo secondo Giovanni:
Il vento [pneûma] soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai mai da dove venga né dove
vada: così è di chi è nato dallo Spirito [ek toû pneûmatos] (Giovanni 3, 8).


La comunità cui appartenevano Jehoshua e Johanan è essena, autonoma
rispetto alla maggioranza degli esseni. Lo Spirito si definisce come l’idea che
agisce. Johanan (Giovanni) battezza Jehoshua (Gesù) con l’acqua. Ma lo Spirito
emette la sentenza: Johanan e Jehoshua sono Abele e Caino. Johanan deve
morire.

E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito [pneûma] discendere su di lui come una
colomba. E si sentì una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio prediletto [agapetós], in te mi sono
compiaciuto” (Marco 1, 9-11).


Una visione. Una voce. Il Vangelo secondo Matteo definisce questa visione
“Spirito di Dio”.

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di
Dio scendere come colomba e venire su di lui (Matteo, 3, 16).


Per Luca è lo Spirito Santo a scendere dai cieli aperti su Gesù “in apparenza
corporea [somatikô], come di colomba”. Anche Johanan vede lo spirito, come
colomba, discendere sul capo di Jehoshua, che, come Johanan, è nazireo, un
consacrato a Dio. Fino a allora, il battesimo era con l’acqua, da allora in poi è
con lo spirito. Il Vangelo secondo Giovanni vuole Johanan testimone: “Io ho visto
lo Spirito scendere dal cielo come una colomba e posarsi su di lui” (1, 32). In
nessun luogo dell’Antico Testamento compare questo zoomorfismo dello
spirito. E mai più comparirà in seguito.

Importa anche leggere il Codex Manichaicus Coloniensis, il codice manicheo,
risalente al V secolo d.C., scoperto nella città di Asyut, in Egitto, e oggi
conservato nell’Università di Colonia. Il codice riporta notizie, in lingua greca,
intorno alla vita di Mani e alla sua introduzione nella setta ebraicocristiana
degli elcasaiti, un gruppo di ebioniti gnostici del III secolo, di orientamento
giudaico, ma che non accettavano la predicazione di Paolo.

Il predicatore iranico Mani (215-276) ha assunto Paolo, come l’hanno assunto
anche Lutero, Calvino, Zwingli, Hegel, Marx, Freud, Mao. Sono tanti i
“pauliciani”. Nel codice manicheo sta l’esperienza mistica chiamata Visio Pauli o
Apocalisse di Paolo, scritto in greco, ma di cui oggi si conoscono solo edizioni in
lingua latina. Questa Apocalisse racconta l’ascesa di Paolo, cui si accenna nella
Seconda lettera ai Corinzi (12, 2-4):

Verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo […] che fu rapito
fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu
rapito in paradiso e udì parole indicibili [árreta] che non è lecito a alcun uomo pronunciare.


Nel codice manicheo di Colonia, il vescovo manicheo Baraia scrive: “Allo
stesso modo in cui sappiamo che l’apostolo Paolo fu portato nel terzo cielo,
come egli stesso racconta nella lettera ai Galati [errore per Corinzi]”. Gli
pneumatici, di cui parla Paolo, proponevano un’anamnesi effettiva della loro
origine divina. Le parole indicibili [árreta] erano i misteri celesti della gnosi.
Paolo propone per la Chiesa una struttura gerarchica unitaria. Mani,
nell’unità primordiale che egli postula, recupera Zoroastro, Buddha, Gesù e
Paolo e anche un’Apocalisse attribuita a Pietro. Altre comunità gnostiche
respingono questa dottrina. Per la sua chiesa, Mani assume a modello il
sacerdozio zoroastriano e il sangha (l’assemblea) buddhista. La Chiesa che stava
nascendo con Paolo, invece, assumeva il modello gerarchico dell’impero
romano, che le comunità essene non accettavano. Anche la Chiesa manichea,
comunque, era gerarchizzata. Le comunità manichee si estendevano dalla
Spagna fino alla Cina.

Nei differenti strati delle lettere attribuite a Paolo emergono tre personaggi:
un Paolo filoniano, aderente alla dottrina di Filone di Alessandria, un Paolo
gnostico e, poi, un Paolo che asserisce che Cristo si è incarnato. Per il Paolo
filoniano e per il Paolo gnostico, Cristo non si è incarnato, il Salvatore è
spirituale. Lo Spirito di Cristo.

Per Filone di Alessandria (5 a.C.-55), Dio muore e risorge, come Serapide, il
dio greco-egizio, come Marduk, il re degli dei babilonesi, come Dioniso, come
Demetrio, come Osiride, come Mitra. Muore e risorge: è un Dio. Per Filone, è il
Logos di Platone, che regola il mondo dal giorno della creazione. A un certo
momento, è stato agevole sostituire Serapide con Jehoshua, il Salvatore degli
gnostici. Ma senza il racconto della vita di Gesù. Tra i vari testi accolti da Filone,
c’è la Visione di Daniele, oggi attribuita dagli studiosi a un autore del II secolo
a.C. (Daniele 7, 13-14):

Guardando ancora nelle visioni notturne,

ecco apparire, sulle nubi del cielo,

uno, simile a un figlio di uomo,

giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui,

che gli diede potere, gloria e regno,

tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano;

il suo potere è un potere eterno,

che non tramonta mai, e il suo regno è tale

che non sarà mai distrutto.


Nel I secolo d.C., il Logos di Filone, procedendo da Dio, si trasforma in voce.
Ancora nel II secolo d.C. (quando vengono effettivamente composti i vangeli
accolti nel canone cristiano), i testi gnostici affermano che il salvatore discende
dal cielo sulla terra in apparenza d’uomo, che predica in tali apparenze, ma
resta purissimo spirito. Alla dea Iside, in Egitto, veniva invece attribuita
l’incarnazione.

Intorno al 150 d.C., fra gli esseni, che erano di origine ebraica e che
escludevano l’incarnazione del masiah (“unto”, in ebraico), altri esseni,
riprendendo il culto dei misteri, in particolare secondo la religione mitraica
(sorta in area ellenistica mediterranea, nel II secolo a.C.), inventano il
sacramento dell’eucarestia. Il Logos di Filone è il primo figlio di Dio. Su questa
base viene costruito il Gesù che si è incarnato. Secondo Filone, Dio ha creato il
mondo attraverso il Logos, che è il primogenito di Dio, e che ha preceduto tutte
le creature. Le creature procedono da esso. E Giovanni di Efeso, che scrive nel II
secolo d.C., riprende questa dottrina all’inizio del suo vangelo (attribuito dalla
Chiesa all’apostolo Giovanni): “In principio era il logos, e il logos era presso
Dio”, come dice Filone, “e il logos era Dio […] e tutto è stato fatto per mezzo di
lui”. “Logos” viene tradotto dagli ecclesiastici latini con verbum. “E il verbo
[logos] si fece carne e venne a abitare in mezzo a noi”.

Filone, vissuto all’incirca negli stessi anni di Cristo e degli apostoli dei
Vangeli, non parla né di Jehoshua né di Christós. Ma c’erano stati cristiani
espulsi da Roma già due volte (27 a.C. e 13 d.C.), sotto Ottaviano Augusto, e
un’altra, nel 19 a.C., sotto Tiberio (che rese illegali i culti giudaici). Ne parla
Tacito. Cristiani, senza Jehoshua. Secondo le analisi linguistiche compiute dagli
studiosi, non c’è un solo evento, nei Vangeli, la cui scrittura non sia precedente
l’epoca in cui Gesù sarebbe vissuto. A un certo punto, Filone chiama il Salvatore
Agathós, il Bene, il soggetto del bene. L’idea di bene si fa soggetto del bene.
Agathós corrisponde al dio Serapide, che discende sulla terra, muore e risorge
dopo essere disceso agli inferi. Agathós (platonico) viene trasformato in
Christós. Per altro, Filone parla anche di Terapeuti esseni, in Egitto, coevi agli
esseni. E la cosa è confermata dagli stessi padri della Chiesa, Epifanio e Eusebio.
Né Filone né Plinio né altri si accorge della vita o della crocifissione di Christós.
Filone ha scritto un vangelo sul dio Agathós (Serapide): sicché, sarebbe lui,
ebreo esseno di Alessandria, il vero fondatore del cristianesimo.

Leggere il testo integrale

Armando Verdiglione, "La diagonale, il dispositivo, la verità, nonché lo spirito, la comunità, il seminario di Paolo"

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15.11.2017