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Amore e potere?

Giancarlo Calciolari
(19.03.2016)

Se il libro di Jessica Benjamin del 1988 si fosse intitolato Il concetto di riconoscimento nella psicanalisi americana degli anni settanta avrebbe avuto la stessa diffusione? Avrebbe meritato la traduzione attuale? Legami d’amore affigge la parola amore nel titolo e questo va in direzione della vendita, ossia della svendita della materia intellettuale. Restano la sostanza e la mentalità erotiche, confluite anche nelle teorie psicanalitiche americane dell’epoca. E si tratta invece di teorie psicoterapeutiche in salsa psicanalitica del riconoscimento, che è una categoria psicologica.

Per Jessica Benjamin il riconoscimento è del soggetto. Il desiderio è del soggetto. E l’edipismo, il pettegolezzo, è preso come la materia della vita, invece è la sostanza distillata nella sua più pura mentalità della sopravvivenza. Il libro è un bestiario di falloforia. Un bestiario erotico. E La sia esattezza è algebrica e geometrica, non intellettuale.
Qual è l’alternativa al fallo, si chiede Jessica Benjamin. Non c’è l’alternativa alla falloforia. O il fallo è modo del due, dell’apertura, del cielo, oppure la falloforia regge il genere umano e si annida anche nel concetto di riconoscimento, che non è un possedimento esclusivo dell’autrice, così come il termine “genere” non lo è di Judith Butler.

“Qualche forma di dominio è inevitabile, l’unico problema è stabilire quale debba essere”. E chi sono coloro che stabiliscono le forme di dominio inevitabili? Gli appartenenti alla nomenclatura, in questo caso anche Jessica Benjamin.
Nessuna scelta tra autorità (repressiva) e natura (indomata). L’autorità della parola, un aspetto della funzione di nome, sospende il dominio, il sistema di potere edificato – impossibilmente – sul nome del nome. In nome di dio prima e in nome del popolo dopo. Questa l’impalcatura: la realtà convenzionale. Sotto le frasche protocollari la colla della nomenclatura, appunto la forma di potere inevitabile: il governo e il regno delle bande, la nomenclatura. Il gruppo e il gregge e gli egregi nomenclatori quali eccezioni interne dello stesso sistema gregario. I sovrani sono inestricabilmente bestie: a questo c’era arrivato il filosofo Jacques Derrida.

Il desiderio prodotto dal mondo è quello di cui alcuni vorrebbero rompere le catene; e invece rompere le catene è il modo di crearle e di ricrearle. E così contro il discorso imperante è il discorso imperante. Resistere alla normatività edipica e alla sua regolazione con l’obiettivo di produrre qualcos’altro toglie l’altrove, e così l’economia e la finanza. Rimane l’economicismo e la fine delle cose. E così il popolo e i suoi tribuni hanno la certezza che l’anomalia verrà esclusa a vantaggio del criterio universale di somiglianza, che in Aristotele diviene persino principio d’identità. Principio di elezione, per il quale l’eletto domina gli elettori.

Maschile e femminile, tramite attivo e passivo, vengono associati con i ruoli di padrone e di schiavo. Apparterrebbero quindi al sistema di dominio. I ruoli? E chi arruola se il padrone è già inscritto nei ruoli? L’algebrista infatti, il dettatore, il dittatore (per quanto a Roma fosse un dispositivo e non un soggetto) e geometrista rispetto alla verità che spaccia come esente dalla falsità. L’algebrista rimanda a un altro algebrista e la serie dovrebbe concludersi nel meta-algebrista che le moltitudini e i loro tribuni chiamano “dio”. Maschile e femminile sono maschere nel carnevale della vita: non sono costruzioni sociali come presumono i tribuni e gli scriba delle teorie di genere, che sono la reincarnazione epocale dei nuovi dominatori. Ultimi tiranni, predicatori che una qualche forma di dominio sia inevitabile. L’indice di coppie gnostiche dicotomiche, padrone-schiavo, amico-nemico, maschile attivo-femminile-passivo, è quello del sistema di dominio che è il discorso occidentale, qualificantesi come primato del fallo per Freud rispetto alla sessualità. Eppure il tempo non si sovrappone alla relazione. L’apertura non ha durata. Nessun conto alla rovescia in nome del nome, ma lo sbaglio di conto, il funzionamento stesso del nome, che procede dall’apertura, dalla questione aperta. Allora maschile e femminile non sono una coppia dicotomica ma una figura impossibile del due. Non sono una rappresentazione dell’Altro nella relazione. La relazione non è tra due: è il due, giuntura e separazione.

Qual è l’ordine sessuale che permea la nostra vita psichica, culturale e sociale? Rispondiamo alla domanda di Jessica Benjamin. L’ordine erotico, dicotomico, anche come ordine della vita organica e della vita psichica. La vita psichica è senza intellettualità: è già ordinata eroticamente. Legami d’amore? Dalla relazione procede anche l’amore come custode del cielo.

Per Jessica Benjamin è necessario non schierarsi tra idealizzazione del maschile e valorizzazione reattiva del femminile (8).

“Svolgere in fantasia entrambi i ruoli” (70). È questione di scenari, di immagine di sé e di immagine dell’altro. Siamo con Jessica Benjamin nelle esperienze secondarie. Il regno della fantasia sessuale per Laplanche è la sessualità. “Una specie di frenetica antivita”. Forse anche la pazzia e la furia di Orlando.

Il cavallo pazzo è nella frenetica antivita. L’unione erotica (74) la sancisce. E l’aggressività è necessaria alla vita erotica (74).

La madre come prototipo, la donna-madre.

Disidentificarsi dalla madre (78) non avviene con la separatezza ma con la sovranità, la punta della funzione di rimozione. Disidentificarsi dalla madre? Non più l’animale anfibologico figlia-madre. Irrompe sulla scena la donna. La donna che non si sacrifica più, che non sta più dolorosa.

Le donne complici della sottomissione (79).

Il desiderio di interezza nega l’intero.

L’amore e l’odio procedono dal legame. Il legame d’amore? Diviene “slegame”.

“Maschio e femmina adottano ciascuno uno dei due lati interdipendenti di un tutto” (87). Qui il tutto è il sistema fallico, il principio di significazione.

La sopravvivenza dell’altro nel terreno del rispetto reciproco, e non il terreno della sottomissione della rivalsa (35).

La complicità dei sottomessi? La tensione tra il desiderio di essere liberi e quello di non esserlo? La vita non è umana e nemmeno la condizione non si riveste di umanesimo. Tale sarebbe la vita psichica e la sua altra metà organica. Qui l’organico è la negazione del corpo, del da dove vengono le cose. Le componenti erotiche e fantasmatiche della vita umana sono l’impalcatura della mascherata personale e sociale: un modo tra i tanti di negare l’immagine e la sua dimensione di sembianza.

Il dominio non ha origine come suppone Jessica Benjamin in una trasformazione della relazione tra il sé e l’altro. Nessuna relazione tra l’oggetto e il tempo, ipotizzata dalla filosofia prima e dalle scienze umane poi. Il dominio, in tutte le sue forme, è il tentativo di edificare il nome del nome. Ogni negazione della negazione (del non dell’avere) erige un dominio. La relazione diviene sistema, come in Aristotele. Non viene meno la tensione necessaria tra l’affermazione del sé e il riconoscimento reciproco che permette al sé e all’altro d’incontrarsi su un piano di assoluta parità. Viene meno, impossibilmente, il nome, la funzione di rimozione, che è anche rilievo e rigetto. Il piano di assoluta parità è senza rilievo, senza rimozione. È il piano anonimo e nominabile. Lo spazio antropologico e sociologico, organico e psichico, con tutta la sua vita. Il sé, il sembiante, s’instaura e non si afferma. Non richiede l’affermazione e il suo soggetto. E tolta la differenza c’è la differenziazione tra sé e l’altro, come soggetti. Con queste premesse lo sviluppo dell’individuo è dello zombi. Tolto il lapsus, il riconoscimento è umano, senza la funzione inumana, la rimozione. Non c’è filosofia né scienza umana che abbia potuto integrare questa nozione. È lo scacco anche di Gilles Deleuze.
Il riconoscimento è significato (12). È la significazione del fallo, nel cui ambito si esercita ignara Jessica Benjamin.
La conoscenza e la riconoscenza dell’avere e dell’essere seguono al tentativo di togliere la rimozione e la resistenza.
Il riconoscimento è per Jessica Benjamin un unico concetto che sovrasta tutto. Il significante padrone di Lacan, che sta al posto del nome (è il nome del nome) e può lasciare un buco se non si inscrive nell’Altro come tesoro dei significanti.
Riconoscimento reciproco.

“Un sé, un soggetto maschile o femminile a pieno diritto” (18). Apoteosi del soggetto. Antropologismo.

“L’elemento cruciale che esploriamo con la teoria intersoggettiva è la rappresentazione del sé e dell’altro come esseri distinti ma in relazione tra loro” (19). L’immagine di sé e l’immagine dell’altro: il sé e l’altro come soggetti. Oggetti mentali e sostanziali. Sé e altro reali. Affermazione e riconoscimento.

Separazione e distinzione, dall’unione alla separatezza.

Come l’affermazione di ciascun sé non s’imbatte nella guerra civile quale proseguimento del fratricidio che segue alla messa a morte del padre e della materia?

Lotta di potere: ricerca di riconoscimento e affermazione. Questa è la vita erotica, robotica e automatica.
Per Jessica Benjamin il riconoscimento è del soggetto. Il desiderio è del soggetto. E l’edipismo, il pettegolezzo, è preso come la materia della vita, invece è la sostanza distillata nella sua più pura mentalità della sopravvivenza. Il libro è un bestiario di falloforia.
Qual è l’alternativa al fallo, si chiede Jessica Benjamin. Non c’è l’alternativa alla falloforia. O il fallo è modo del due, dell’apertura, del cielo, oppure la falloforia regge il genere umano.

“La corrente principale del pensiero psicanalitico è stata largamente indifferente alla critica femminista della scissione tra una madre di attaccamento e un padre di separazione” (135). E la questione resta da leggere. Certamente anche il lacanismo rispetta questa mitologia dogmatica rilevata dal femminismo teorico.
Un aggiustamento dicotomico. Una dicotomia tra le tante. Il due tagliato in due uno e l’uno che si divide in due, che si moltiplica. La dicotomia è nella falloforia. Il riconoscimento dei soggetti della dicotomia è l’idiozia condivisa.
Teoria dell’amore. Il transfert: tucto mi transferisco in loro. La teoria dell’amore di Machiavelli e non solo del cibo e non solo del transfert.
In un libro dal freudismo e dall’antifreudismo convenzionali vale la lezione ereditata dal discorso occidentale, la cui base è la filosofia, la ricerca della verità, ossia il metodo più sicuro di barare. C’è anche in Freud: Eros lega e Thanatos slega, divide. E qual è il legame erotico? Penia manca l’incontro con Poros: una poverella fa all’amore con un semidio ubriaco. Questo è l’erotismo: non è neanche la rappresentazione impossibile del primato del fallo da parte di un uomo, come sarebbe stato un ratto, una violenza, uno stupro. È una donna in scalata sociale: meglio un semidio ubriaco che un suo pari sobrio. Almeno Eros, il figlio, lo sarà anche di un semidio. Poi la questione dell’amore incontra dio. Testimone ne è anche Agostino. L’amore di dio. E l’amore non è eros. In Dante l’amore muove il mondo e le altre stelle.
Qual è l’amore senza più gnosi, senza la conoscenza dell’amore, senza la verità dell’amore? È l’amore che non lega e nemmeno slega. L’amore procede dalla relazione, che non è mai sessuale. Se lo fosse sarebbe la relazione inscritta nel tempo, nella durata: l’amore impossibile che diviene possibile e poi che ritorna impossibile. L’amore come trasporto, l’amore come metafora, l’amore come transfert è una proprietà che sfugge agli umani, anche a quelli eccezionali, ossia a ognuno. Sfugge a Dante Alighieri come a Francesco Petrarca. Sfugge a Rainer Maria Rilke come a Albert Cohen. Sfugge a me come a te. La metafora è il transfert, il lievito della vita. E non c’è l’amore di transfert perché l’amore è il transfert. Tucto mi transferisco in loro dice Machiavelli a proposito della conversazione con gli antichi. E questo è amore, come in ciascuna conversazione, quando il dialogo e ogni altra forma di pettegolezzo è sospesa. Non è nel momento di massima resistenza che s’instaura il transfert, come credeva Freud. Il quel momento si erge il pettegolezzo, il fantasma, l’idea di sé e l’idea dell’altro. L’idealità. Anche l’amore ideale, quello tra papà e mamma. Essendo l’amore reale irrappresentabile, nel senso che l’ontologia sospende l’amore, lo nega. E così fare l’amore è l’erotismo. Non si può fare la metafora, fare il transfert. Fare l’amore nega il fare e anche l’amore.
“La polarità soggetto-oggetto è lo scheletro duraturo del dominio” (209). Lo scheletro è la falloforia, il primato del fallo. Il fallo non è primo: è un modo del due, che non è più il successore dell’uno. Successore è il tempo, non qualcuno.
“Il dominio priva di riconoscimento sia chi soggioga sia chi è soggiogato” (210).
Il riconoscimento è senza specchio, senza sguardo e senza voce.
La via del dominio ha due facce: l’abisso e la morte. La caduta e la caduta a morte.
Il riconoscimento sta nella questione chiusa, nel circolo vizioso (217).
La logica tradizionale di soggetto e oggetto è confermata dalla logica non standard del riconoscimento tra soggetti uguali.
“Il femminismo ha aperto una nuova possibilità di riconoscimento reciproco tra uomini e donne” (221) Se così fosse la guerra dei sessi non avrebbe mai fine. Il femminismo pone l’istanza della vita originaria delle donne e non più della vita secondaria di donne-figlie o di donne-madri.

Jessica Benjamin, Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose, Raffaello Cortina Editore, 2015 [1988]
[annotazioni di maggio-giugno 2015]


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15.11.2017