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"Cosa pretende una figlia dalla propria madre?"

Giancarlo Calciolari
(19.03.2016)

“Cosa pretende una figlia dalla propria madre?” è un libro di Malvine Zalcberg, psicanalista di Rio de Janeiro, Brasile. Il palinsesto della ricerca va dalla questione del rapporto tra madre e figlia, teorizzata tra Freud e Lacan, alla pratica analitica centrata su tale questione.

Ancora prima di entrare nei dettagli dell’elaborazione teorica di Malvine Zalcberg, occorre rilevare quello che è un impianto comune condiviso. Nell’ambito della psicanalisi a orientamento lacaniano, fra lacanismo e lacanoidismo, fra solide istituzioni e gruppuscoli effimeri, c’è un blocco di sapere fondato sulla non lettura del testo di Lacan. La vulgata infatti passa di bocca in bocca e non questiona più nessuno. E così una questione rimasta aperta in Lacan, e già in Freud, è data come chiusa e permette l’instaurarsi di un regime autoriproduttivo, finalizzato alla lottizzazione del mercato della sofferenza dal volto umano.

La litania è quella che all’origine esisterebbe una relazione assoluta e devastante tra la madre e i figli, in particolare tra la madre e la figlia. E il padre verrebbe a separare l’una dall’altra, unica via per non restare preda della trappola del desiderio materno, che talvolta è chiamato anche psicosi. L’inferno psicotico sarebbe dovuto alla non separazione tra la madre e la figlia. E quindi si tratta di una teoria dell’attaccamento, della negazione del distacco, che è una proprietà dell’oggetto e della causa: specchio, sguardo e voce. Causa di godimento, causa di desiderio e causa di verità.

Inoltre non c’è perché non è mai esistita la sostanza, che è l’altro nome della colla, che giunge sino ai protocolli del genere umano che non sa come reggersi. Quindi è solo postulando il rapporto sostanziale e mentale con la madre che compare la devastazione tra madre e figlia. Topos lacaniano. Se indaghiamo con lo stesso stile il rapporto tra padre e figlio o tra padre e figlia si può trovare di peggio. Non è devastante la trasmissione da padre a figlio dello spirito della guerra, come lo chiama von Clausewitz?

La frase che dà il titolo al libro è estratta dal testo sulla Sessualità femminile di Freud, del 1931. “Cosa pretende la bambina da sua madre?” Allora non è in posizione e statuto di bambina ma di figlia. E così è in effetti il titolo del libro: cosa pretende una figlia dalla propria madre? La pre-tensione non è la tensione di vita. Quando la vita tende alla sua qualità, alla sua cifra, la donna (non la madre, non la figlia, non la bambina: i bambini sono indici dell’infinito) è enigma e indice della parola. E i bambini non pretendono. Sono le donne-figlie e le donne-madri a pretendere. Come pretendono gli uomini-figli e gli uomini-padri. E per quanto di dica figlio o figlia la questione del figlio non è sessuata. Pretese maschili e pretese femminili?

Riprendiamo da Freud: secondo la sua fiaba, la figlia pretenderebbe la trasmissione del fallo per via materna. La domanda retorica di Freud allude a questo. Ne segue uno sviluppo del bestiario erotico, sul quale si specializzeranno esclusivamente i suoi seguaci. È anche il caso di Malvine Zalcberg. Il suo libro è un manuale pratico di matricidio: negazione della materia e negazione della madre. Negligenza della vita. Leggere la vita non è alla portata dell’antropologismo psicanalitico. Leggiamo un assunto conclusivo: “Avendo costituito una femminilità per se stessa e partecipando ai giochi della mascherata con un uomo nella commedia dei sessi, una madre introdurrà la figlia a dei giochi di finzione e di mistero, attraverso i quali edificherà la sua definizione come donna”. La madre costituisce e la figlia edifica. Costituzione della femminilità e edificazione della definizione della femminilità come donna. La figlia come donna. Non la donna come figlia e come madre, in cui figlia e madre non negano la donna. La madre (non la donna) costituisce una femminilità per se stessa, secondo Malvine Zalcberg, mentre per il femminismo la femminilità è dettata dal discorso patriarcale dominante. Addirittura la figlia è introdotta dalla madre a dei giochi di finzione di mistero attraverso i quali edificherà la sua definizione come donna. Ma questa edificazione non è un’impalcatura patriarcale? Se la costituzione e l’edificazione della femminilità appartengono alle donne che cosa resta dell’istanza del femminismo?

La vulgata freudiana e lacaniana è senza la materia della parola e si riduce a essere un discorso di discorsi: un luogo comune. L’ipotesi dell’attaccamento primordiale è l’idealità degli psicopompi per gestire la dogana del distacco. Il distacco ottenuto per separazione è pagato alla confraternita dei doganieri delle proprietà dell’oggetto. La logica della distinzione è data come inesistente e al suo posto c’è lo spaccio dell’immaginazione e della credenza nelle distinzioni personali e sociali, tra psicologia e sociologia. La tesi di Pierre Bourdieu è che la distinzione sia sociale, frutto della lotta tra le classi, che sono minimo due, come in Aristotele: quella degli uomini liberi e quella degli schiavi, ipotesi che si aggiorna nei secoli e che con Jünger diviene l’ipotesi degli uomini formati dai libri e di quelli formati dalla televisione. E così la coppia amico-nemico, che è già in Platone, si aggiorna con Carl Schmitt.

Leggiamo appena un passo, indicando come ciascun altro passo richiederebbe un’altra lettura. “ “Una donna si fa sempre lo zimbello di un’altra donna nella misura in cui s’immagina che questa altra donna possegga il mistero della femminilità. Questo è il rapporto isterico con l’altra donna”. È lettura questa? È analisi, ossia dissoluzione delle impossibili soluzioni dell’enigma donna? Come direbbe il matematico Quine: il costo ontologico dell’affermazione di Malvine Zalcberg è quello di ammettere l’esistenza, prima, del rapporto isterico. C’è qui una teoria dei rapporti, non esplicitata. Ci sarebbero anche il rapporto paranoico, il rapporto ossessivo e poi le combinazioni: il rapporto tra paranoia e schizofrenia, eccetera. E apparentemente qui non vale citare Lacan e il suo “non c’è rapporto sessuale”. Qui il rapporto è addirittura isterico, ossia fantasmatico. Ideale. Il rapporto con l’idea di sé e l’idea dell’altro. Andrebbe meglio: il rapporto con l’altra donna nel fantasma isterico? Rimarrebbe l’immaginazione e la credenza nell’altra donna, nel rapporto tra donne (ossia nel tentativo di erigere un’impalcatura di sopravvivenza per negligere la vivenza), facilmente trasponibile anche tra madre e figlia. Allora, nel fantasma isterico: una donna si fa sempre lo zimbello di un’altra donna? È questa la lettura del caso di Dora? Una donna s’immagina che un’altra donna possegga il mistero della femminilità? Una figlia s’immagina che la madre o un’altra donna possegga il mistero della femminilità? Quale donna possiede il mistero della femminilità? Quella che accetta ogni convenzione sociale, che è anche convenzione sui generi? Eppure, come potrebbero dire e hanno detto Freud e Lacan nessun’altra donna ha detto loro il mistero della femminilità.

È noto che Freud ha scritto alla principessa Maria Bonaparte che dopo trent’anni di analisi dell’anima femminile non aveva ancora risposto alla domanda sul mistero della femminilità: cosa vuole una donna? Nessuna donna e nessun’altra donna ha mai detto cosa vuole? Certo è una donna che s’immagina che ogni altra donna possegga il mistero della femminilità. L’uomo no, non crede nell’incarnazione del mistero della femminilità? Per altro il mistero della femminilità potrebbe essere inimmaginabile e incredibile e anche inopinabile. Qual è la condizione per la quale s’instauri la dissoluzione del fantasma isterico? In ciascun caso il fantasma, ossia la copia, non riesce a negare l’originario. Nessun fantasma originario.
Ancora verso la conclusione del suo lavoro Malvine Zalcberg si chiede “come separarsi quando si è così inseparabili da tanto tempo, come lo sono una madre ed una figlia?” La teoria della separazione si fonderebbe sul principio d’inseparabilità tra madre e figlia, nonostante un padre separatore, ovvero inetto alla sua funzione di separatore. Pare che la cosa gli riesca meglio con i maschietti. Tra l’altro è da notare come i maschietti separati dalla madre siano sempre dei bravi soldati, dei geometrali perfetti nell’eseguire i protocolli stilati dagli algebrali della guerra.

Il rapporto d’inseparabilità tra madre e figlia è fantasmatico e non originario. Originaria la relazione, quale giuntura e separazione. Nessun principio della giuntura (sarebbe questo l’attaccamento fondamentale, sostanziale e mentale) che richieda poi il principio della separazione. Ciascuno procede dalla relazione come apertura. Tale è la questione aperta. E la questione chiusa non può che richiedere il rapporto soggettivo o intersoggettivo. Il soggetto del rapporto. Il soggetto isterico, quello del rapporto isterico. Ecco perché Malvine Zalcberg predica la nascita del soggetto. “Non bisogna dimenticare che tutto ha avuto inizio dalla devastazione amorosa costituita dalla passione materna, e che è per sfuggire dai suoi effetti devastanti sulla propria esistenza che la figlia cerca di liberarsene e di costruire qualcosa per se stessa, perché nasca un soggetto, là dov’era l’oggetto della devastazione”. Il primato del fallo, in tutto lo splendore del suo ordine patriarcale, applaude alla riduzione della sottomissione delle donne a un affare tra madre e figlia. I padri separatori e neanche tanto efficaci nel loro potere di separazione possono proseguire a instaurare giunture per stuprare e uccidere. Possono anche continuare a chiedersi che cosa pretende una figlia dalla propria madre. Nessuno chieda che cosa vuole l’uomo. Nessuno s’interroghi sull’anima maschile per trent’anni.

Per gli uomini la vita è più facile. Per Malvine Zalcberg non esiste un sapere trasmissibile della femminilità e tocca a ogni donna crearselo. Invece per gli uomini esiste un sapere trasmissibile sulla mascolinità. I suoi funzionari e i suoi professionisti sono legione. Dalla culla alla tomba. Le cose potrebbero procedere dal due (giuntura e separazione) e invece il sistema eretto tra Platone e Aristotele divide gli uomini in due classi. I liberi e gli schiavi. Dominatori della trasmissione e dominati dalla trasmissione. Per le donne il sistema non prevede neanche un sapere trasmissibile. Ecco perché nessuna donna ha mai risposto all’idiozia inquisitoriale, alla quale non sono sfuggiti né Freud né Lacan.

Quindi il processo di separazione inseguito da Malvine Zalcberg come antidoto contro l’attaccamento devastante tra madre e figlia risponde a un’idiozia inquisitoriale. Per cominciare, è il caso di sospendere e di leggere ogni risposta che nei secoli è stata data.

Malvine Zalcberg, Cosa pretende una figlia dalla propria madre?, Mimesis, 2015


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26.04.2017