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"L’amore non è zimbello del tempo"

Giancarlo Calciolari
(19.03.2016)

Jamie Ford, Il gusto proibito dello zenzero, Garzanti, 2012 (Hotel on the Corner of Bitter and Sweet, 2009). Occorre narrare l’amore più forte delle convenzioni sociali che cercano di irreggimentarlo per non ledere agli interessi del sistema. E occorre narrare lo scandalo della violenza e della guerra che i più accettano come un accadimento naturale. Ci sono queste istanze nel libro di Jamie Ford, un americano figlio cinesi, da più di una generazione.
Henri è un bambino di dodici anni e Keiko è una bambina di dodici anni. S’innamorano, come possono innamorarsi i bambini. Lui figlio di cinesi e lei figlia di giapponesi, al tempo della seconda guerra mondiale, quando Stati Uniti e Giappone sono in guerra e sono nemici. La famiglia di Henri non ne vuole sapere dell’amichetta giapponese del figlio. E gli States non ne vogliono sapere degli americani di origine giapponese e li internano in campi di prigionia.
Come da scuola americana di letteratura, Jamie Ford non giudica, non emette sentenze, racconta la storia e lascia a ciascun lettore e a ciascuna lettrice di formulare i suoi giudizi.

Qual è il testo e qual è il discorso di Jamie Ford ne Il gusto proibito dello zenzero? L’intrico c’è anche nella traduzione italiana del titolo del libro che toglie il riferimento alla geografia sostituendovi il gusto proibito dello zenzero. Vendere il proibito è facile: è andare in direzione della cosa idiota, dell’abisso del luogo comune. Il testo è che l’amore non muore. Il discorso invece sostiene che la morte è necessaria come farmaco per reggere all’amore assoluto che nessun soggetto regge. Apparentemente è necessaria la morte della moglie di Henri affinché Henri ritrovi l’amore perduto di quando era bambino. Henri è l’uomo della ricerca dell’amore assoluto, senza soluzioni, senza condizioni. Eppure la ricerca dell’amore è senza amore. Infatti il modo del ritrovamento del tempo perduto è di una tristezza infinita. Si tratta di un cinquantaduenne la cui vecchiaia è cominciata a tredici anni, dopo aver mancato Keiko, anche per la coniugazione dell’odio da parte di suo padre. La moglie di Henri è l’impiegata della posta che accetta su pagamento di non inoltrare la posta di Keiko a Henri. Una donna che va a prendersi una manciata d’amore di quello di Henri per Keiko. E muore di cancro per aver fatto di testa sua, per l’impossibile omotopia del nome.

Nell’amore ci si imbatte, in modo imprevisto. Chi lo cerca, anche chi non lo cerca, non lo trova. Philippe Sollers scrive in Trésor d’amour che capita raramente su un miliardo di volte mancate. Le cose procedono dall’apertura e non dalla chiusura personale o sociale. Le cose non procedono dalle coperture, ovvero dai ricordi. La vita non è mnemonica. La memoria è in atto e non è un archivio di ricordi. Il ricordo nega l’amore. Chi sopravvive di ricordi non si trasferisce in nessun altro. E nel transfert, che è l’altro nome dell’amore, l’incontro non è uno scontro sociale, come mette in scena lucidamente Shakespeare nel Romeo e Giulietta. E così il testo dell’esperienza di Henri e di Keiko non è il discorso d’amore che pare supportarlo, i cui personaggi in cerca d’autore sono a termine: inscritti nella durata, nella finitezza, nell’inferno. È proprio Shakespeare a intendere che l’amore non è lo zimbello del tempo. E così l’amore di Keiko e di Henri va oltre la durata del discorso della mortificazione sociale e personale che lo dà come impossibile e idealmente bellissimo lasciandolo realizzare come nascita di Eros tra la povertà e l’espediente, ossia ridicolo o triste. Cos’altro propone il personaggio Henri sul viale del tramonto, vedovo e pensionato? La gioia della scrittura di Jamie Ford è quella di non aderire alla polarità fantasmatica del cliché dell’amore passione assoluta, oscillante tra idealità e realismo, e di narrare la storia singolare di un amore, che nemmeno le impalcature sociali della guerra tra le nazioni sono riuscite a cancellare.


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14.09.2017