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La dissidenza, l’urgenza, la scrittura civile

Armando Verdiglione
(17.03.2016)

Cancellare, annullare, abolire, localizzare è una procedura eseguita con
una mentalità che è il luogo comune e che si rivolge contro la parola, contro la
sua particolarità, contro la sua struttura e contro la sua scrittura. Sono colpite
l’associazione, la società, la casa, la casa editrice.


La casa editrice: la casa della produzione e della comunicazione, la casa del
messaggio, la casa della scrittura, la casa dell’edizione. In occasione del primo
processo – che era, come questo, l’affaire Italia, più che l’affaire Verdiglione
abbiamo pubblicato un libro, Il tribunale contro le idee (A. Dall’Ora, M. Jodeau-
Grymberg, R. Tomassini, L. Vanni, A. Verdiglione, con prefazione di Mauro
Mellini, Milano 1987), che raccoglieva l’interrogatorio – che ancora oggi è, da
solo, una pièce –, le arringhe degli avvocati e le mie dichiarazioni finali al
processo di secondo grado. Un altro libro era il Libro bianco. Sotto il nome
d’incapace
, che raccoglie i contributi di Mauro Mellini e di molti altri (Milano
1989). Leggete la sentenza della Corte costituzionale che abolisce il reato di
plagio, n. 96 del 1981. Un libro noto s’intitolava Sotto il nome di plagio (Milano,
1969). La sentenza che abolisce il reato di plagio si rapporta a quel libro e al
processo contro Aldo Braibanti. Avevamo analizzato quel libro, ma noi abbiamo
scritto Sotto il nome d’incapace: il primo processo aveva questo pretesto, il
postulato dell’incapace nel codice penale. Alcuni dissidenti russi (Eduard
Kuznecov, Vladimir Maksimov, Victor Nekrasov, Aleksandr Zinov’ev) avevano
scritto: Per Armando Verdiglione (Milano 1987). È sempre il tribunale contro la
parola, il tribunale contro le idee, il tribunale contro la speranza, il tribunale
contro la fede, il tribunale contro la condizione del viaggio, il tribunale contro la
dimensione intellettuale, il tribunale contro la funzione.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Oskar Panizza: “Pensare”, è una formulazione su cui ha posto l’attenzione,
in un suo messaggio, oggi, Giovanni Chiarini, “Pensare è sempre una cosa
cattiva”. E ancora Oskar Panizza:

Chi sulla base di una qualunque idea, oppure richiamandosi a essa – da Platone a
Smith, da List a Lassalle, da Campanella a Marx – giunga alla conclusione della necessità
di limitare, di ridurre o, addirittura, di potere svilire o fare a meno delle monarchie
tedesche (ivi incluso il Lichtenstein), che sono invece decise da Dio ab aeterno e da Lui
stesso istituite, ecco, costui è a priori malato. Egli ha in sé, senza che se ne accorga, il
dolus criminis lesae majestatis conficcato dentro come una trave nella propria carne. Per il
fatto stesso di essere giunto a una conclusione di tal genere egli è diventato – senza che
il Signor Presidente abbia neppure bisogno di proferire verbo – un criminale. Lo Stato
moderno, però, seguendo in ciò la tendenza del secolo e per rispetto all’idea – in quanto
non si sa ancora veramente bene se essa provenga da Dio (da cui ha origine comunque
anche il diritto divino dei Principi) – intende alloggiare queste persone in asili, in
ospedali, in nosocomi delle idee. Per il giovane medico, dunque, per il funzionario di
polizia si tratta logicamente di accertare il più presto possibile i primi sintomi di questi
invisibili deleteri stati mentali criminali – che per lo più s’insinuano attraverso i libri –,
e tutto ciò onde non perdere tempo in sospensioni dal servizio, in destituzioni oppure
in terapie a base di acqua diaccia, offrendo con estrema rapidità allo spirito malato la
quiete di chiusi istituti di provincia.


I libri, le opere d’arte, le opere d’ingegno, i servizi, i prodotti editoriali:
come mai la sentenza cancella, omettendo in ogni modo di parlarne, la casa
editrice? Di tutte le società vengono riportate le fatture emesse, tranne che della
casa editrice! Nemmeno una! Ma come? I libri fanno problema? Un lapsus
dell’idiozia o della mentalità? Pagine e pagine di fatture emesse – non certo di
fatture ricevute! Solo che le fatture sono state ricevute da un ente, da un
destinatario, ma non ce n’è una emessa della casa editrice. Il reato fiscale è per
ogni società, ma non per la casa editrice! Perché? Perché è la casa, la casa
editrice: la base, il perno, i dispositivi, la bottega, l’università, il politecnico. La
casa editrice: l’insegnamento, la formazione, il dibattito, il dispositivo di parola.
La casa editrice: casa museale, casa editoriale, casa che punta all’edizione, alla
riuscita, al messaggio, alla missione, alla qualità. Casa che offre una tribuna
internazionale e intersettoriale, una tribuna planetaria: la tribuna della parola.
La tribuna rispetto alla novità e a ciascuno che dia un apporto intellettuale,
scientifico, artistico, culturale. La tribuna rispetto a ciascuno che produca
qualcosa di nuovo.

L’associazione, il movimento, il Movimento freudiano internazionale, il
Movimento cifrematico internazionale: ciò per cui avviene l’incontro, ciò per cui
e secondo cui avvengono la conversazione, la narrazione, la lettura, ciò per cui e
secondo cui avvengono la conferenza, il congresso, ciò per cui e secondo cui
s’instaura la casa editrice. L’associazione è una proprietà dello specchio, dello
sguardo e della voce, una proprietà del sembiante, dell’ostacolo assoluto e della
causa. L’associazione è ciò secondo cui e ciò per cui s’instaurano la ricerca e
l’impresa, come pure i dispositivi della ricerca e dell’impresa.

Ma, ecco la sentenza. Nella casa non ci sono ruoli, ma statuti: questa è la
Societas
. C’è una mira pedagogica, nella sentenza, che serve, ovunque, per
indicare la legalità politica di una casta, la moralità politica – moral majority – e
la mentalità di una casta. Per fornire le prove del reato associativo occorrono il
consortium e il pactum con finalità criminale. Ma le tre giudicanti non
espongono queste prove
, bensì che cosa? Un orecchiamento da maestrine
rispetto a una legge del Codice Rocco – mai modificata, curiosamente, in tanti
anni di repubblica – a proposito del reato associativo. Stabilita la formulazione
pedagogica, piatta e piana di questa legge, tutto viene detto in conformità. Ma
nessuna prova! Sono asserzioni, che riformulano il postulato e il fantasma.
Cioè, data la formulazione pedagogica della legge e dati il fantasma e il
postulato, non servono le prove. In tutta la sentenza, non servono le prove!
Perché è già tutto mostrato: è già mostrato il fantasma, è già mostrato il
postulato. E, allora, basta. Non c’è più nulla da provare. Non c’è da provare il
reato. Basta ripetere, nel rituale, il fantasma della riconducibilità di una società,
di un’associazione, di un negozio a “un unico dominus”.

Il diritto canonico, Il martello delle streghe, Cartesio: “supponiamo”,
“presumiamo” che tutto ciò che sta dinanzi sia stato creato da un demone.
Allora, tutto ciò che sta dinanzi è falso. Questo è Cartesio. Questo è il discorso
occidentale. Questa è l’inquisizione, è il discorso inquisitorio. Ma non è il
processo. È la sentenza senza il processo.

Leggiamo: “La sussistenza del reato associativo presuppone la formazione e
la permanenza di un vincolo criminoso continuativo fra tre o più persone”.
Rimane un presupposto. Basta che sia così. Basta asserire, formulare questo
orecchiamento. Le tre giudicanti non hanno bisogno di approfondire, di
precisare, di capire, d’intendere, di dire che cosa sia il reato associativo e se per
caso c’entri con la nostra realtà. Non c’è bisogno! Basta prendere la
formulazione, nella maniera più pedagogica, più piatta, più piana, più spaziale
e dire che tutto è così perché noi lo presumiamo e, se lo presumiamo, allora è
certo e sicuro, è un fatto! Se noi lo presumiamo, è un fatto, e il fatto combacia
con la presunzione e nella presunzione rientrano il fantasma e il postulato.

“La sussistenza del reato associativo presuppone la formazione e la
permanenza di un vincolo criminoso continuativo fra tre o più persone,
caratterizzato dallo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti”, e
quando è avvenuto questo incontro? In quale incontro si è stabilito di
“commettere un numero indeterminato di delitti”? “…nell’ambito del quale”,
cioè nell’ambito dello “scopo”, “ciascuno degli associati fornisce il proprio
concreto contributo di mezzi, funzionali alla attuazione del programma
illecito”. Di cosa sta parlando? Di una cosa che avrebbe attinenza con la realtà
che ci riguarda da quarantatré anni? “…e, pur non partecipando
necessariamente in modo attivo a uno o a tutti i reati fine, rimane perfettamente
consapevole di far parte del sodalizio”, il tale era “consapevole” perché così
dice la legge: siccome la formulazione pedagogica dice che ognuno deve essere
“consapevole”, allora le tre giudicanti appiccicano a ognuno che era
“consapevole”. Ma, dove sta questa “coscienza” di commettere reati? Dove sta
la “coscienza” di un accordo per commettere reati? Dove sta la “coscienza”, che
le tre giudicanti traducono con “consapevolezza”? Dove sta questa coscienza di
fare parte di un banda criminale? “…rendendosi disponibile ad agire per la
realizzazione dell’attività programmata”.

Quindi, viene fantasmatizzato un incontro in cui, naturalisticamente,
illuministicamente, è superato lo stato di natura e è fatto un accordo
, in cui
ognuno dice: accordiamoci su un programma indeterminato di reati, siamo
disponibili, forniamo i nostri mezzi, siamo, evidentemente, coscienti,
consapevoli. “…in ciò assumendo la condotta una connotazione di disvalore
proprio e autonomo”. Con il comportamento, con la condotta, questi sono
soggetti. E la condotta è un “disvalore proprio e autonomo”: qui la parola
“disvalore” sostituisce la parola “reato”, come se fosse un sinonimo. Questa è la
questione: le tre giudicanti hanno messo tutta la realtà sotto la categoria del
disvalore, in virtù dell’azione di “un unico dominus”. “…disvalore proprio e
autonomo, penalmente rilevante a prescindere dai reati fine”: e questo viene
esposto nella maniera che è propria della mentalità delle tre giudicanti, senza
nessun dibattito intorno alla realtà.

“Nella vicenda in esame, il sodalizio criminoso che ha legato con
continuità”, ed elenca una serie di nomi, “dando luogo ad una vera e propria
attività imprenditoriale illecita”: questo era l’accordo, quindi ogni attività è
illecita, perché relativa a tale accordo. L’accordo intorno a un programma
criminoso fa sì che ciascun atto divenga illecito, criminale, divenga un
disvalore! L’associazione, la società, la casa. “…attività imprenditoriale illecita
diretta, in definitiva, a procurarsi ingenti ingiusti profitti patrimoniali, è emerso
in termini inequivocabili”. La formulazione pedagogica della norma del codice
penale viene applicata. E subito diventa inequivocabile. Senza prove. Senza
processo.
E, poi, queste persone avrebbero procurato “ingenti ingiusti profitti
patrimoniali”, salvo, poi, che le tre giudicanti dicono che non l’hanno procurato
per sé ma per il monumento, per Villa San Carlo Borromeo, oppure per Villa
Rasini Medolago. Le persone avrebbero procurato profitti per le società, salvo
che queste società erano apparenti, formali, false dietro queste società c’era la
disponibilità diretta da parte del “duo”, come loro lo chiamano, del “duo
Verdiglione-Frua”. La formulazione, da parte delle tre giudicanti, subito, diventa
inequivocabile. “Ingenti ingiusti profitti”: il restauro della Villa San Carlo
Borromeo è un profitto per la collettività, per l’umanità, è un profitto di arte e di
cultura, è un profitto di scrittura.

Questa potrebbe chiamarsi la “tesi”, la posizione delle tre giudicanti. Loro
sono state lì lungo tutto il processo. E come riassumono, come rendono conto,
per potere contrastare, della ragione e del diritto dell’Altro? Come rendono
conto delle prove, come rendono conto del dibattimento? Non lo fanno! Le tre
giudicanti rendono conto solo di ciò che sostiene la difesa. Se le prove, le
dichiarazioni degli imputati, gli interrogatori si cancellano, le tre giudicanti
hanno dinanzi, in tutta la sentenza, soltanto la difesa, che riassumono sempre in
maniera beffarda, minimizzante, ridicolizzante, e dicendo che, “comunque”, ciò
che enuncia la difesa è “irrilevante” per principio. Perché rilevante è soltanto la
tesi.

“La difesa di tutti gli imputati è stata essenzialmente improntata nella
direzione di sostenere l’insussistenza dell’associazione illecita e di un
programma criminoso unitario e condiviso. Si sarebbe piuttosto trattato
dell’esercizio lecito e costituzionalmente garantito del diritto di associarsi
liberamente per motivi, peraltro, di natura culturale e, al più, ove ritenuti
sussistenti specifici e isolati profili illeciti, di decisioni del tutto occasionali,
assunte singolarmente solo da alcuni dei soggetti in questione, senza alcuna
precisa e studiata relazione fra loro e, soprattutto, determinate dalle
contingenze del momento”: è un grottesco riassunto, una squallida
rappresentazione di quanto hanno potuto enunciare gli avvocati nelle loro
arringhe o nei loro interventi.

Carl Gustav Jung, nel suo libro Psicologia e religione (1940), scrive che la
dissidenza è un fenomeno di un inconscio bestiale e diabolico. La dissidenza è
della parola
, della parola originaria, libera, integra, leggera, della parola
contraddistinta dalle virtù del suo principio, del principio della parola. La
dissidenza è stata convertita nel dissenso
, nell’opposizione, nella divergenza,
nel diverbio, cioè nell’idiozia, che è propria di chi nega la dissidenza. Così
l’ideologia dell’invidia è l’ideologia della vendetta e ideologia della
rivendicazione
. E il dissenso è stato rivolto verso la rivendicazione, quindi in
tutto ciò che possa consacrare il sistema. Lo scrive Hegel: ogni regime, per
mantenere il sistema, ha bisogno del dissenso
. Ma non della dissidenza. La
dissidenza, il numero, l’idioma, la particolarità, l’inconscio, la fondazione.
Questa è la dissidenza: la diade e la triade. La dissidenza è la relazione, la
distinzione, la dimensione, la funzione e l’operazione. Dissidenza è la speranza,
dissidenza è la fede, dissidenza è la profezia, l’oggetto, l’ostacolo assoluto,
dissidenza è la dimensione intellettuale, dissidenza è la funzione singolare
triale. La relazione è il due. E il numero è sia diadico sia triadico, quindi
singolare triale. Il luogo della dissidenza? Il sistema, l’universalismo, l’unità, il
fondamento, l’idiozia.

In questa epoca rissosa, litigiosa, che raggiunge la sua apoteosi nel
pettegolezzo, viene molto esaltata la conciliazione. Qualcuno ha anche coniato
lo slogan: non più proselitismo ma conciliazione. Questo vuole Dio. Questo
vuole il popolo. Questo vuole lo stato. Questo vuole la società della
normalizzazione globale
. E, allora, si esaltano la lentezza e la fretta. Ma la fretta
è l’altra faccia della lentezza. Viene esaltato tutto ciò che stia al di là
dell’urgenza, al di là della ragione dell’Altro, al di là del diritto dell’Altro. Viene
esaltato tutto ciò che consenta, appunto con il principio della lentezza e della
fretta, che è il principio della riserva mentale, di abolire il tempo e di abitarlo. Il
principio della lentezza o della fretta è il principio dell’infinito potenziale.

L’urgenza risalta rispetto all’infinito e all’eternità del tempo. Con
l’urgenza, il tempo non scorre e non passa. L’urgenza: esigenza sociale,
ovvero esigenza politica, esigenza diplomatica, esigenza del dispositivo
politico, esigenza del dispositivo diplomatico o, ancora, esigenza sessuale,
esigenza finanziaria.

La catacresi, il racconto, il sogno e la dimenticanza, la poesia,
l’occorrenza, l’opportunità, il bisogno, l’azzardo: in questa costellazione della
parola, nell’intervallo, sta l’urgenza. Urgenza della ragione e del diritto,
urgenza dell’ospitalità, urgenza della scrittura civile. L’Altro, espunto, è
idealmente sostituito con la dicotomia amico-nemico, positivo-negativo, vitamorte.
Ciò che si scrive nell’intervallo è ciò che si fa e ciò che si fa è ciò che si
racconta. Qualcosa si racconta, per abuso, per catacresi. Nel novembre del
1997, abbiamo pubblicato il n. 49 della rivista “Il secondo rinascimento”: La
scrittura civile.


L’Altro accoglie. Tolleranza dell’Altro. La corda e il filo del crepuscolo,
dell’altro tempo, dell’Altro. Il paradiso si attaglia all’ospitalità. Zeus ospite.
Dopo l’esodo dall’Egitto, l’ammonita e il moabita non sono andati incontro con
il pane e con l’acqua. L’ospite ignoto va accolto, ma c’è chi lo ha ridotto a
schiavo.

Nel Malleus maleficarum, il giro è doppiato dal raggiro e il raggiro, si chiama
perversio. La perversione eretica: Institor e Sprenger tramutano la strofe, strophé,
in perversione eretica.

Il profitto intellettuale è il profitto della parola. Viene negato. Ma qual è
il profitto del processo? Qual è il profitto di sette anni e mezzo, e di quanti ce
ne saranno, di questo processo? A chi giova? A quale società giova? I princìpi
europei, da Maastricht in poi, come i princìpi dei trattati internazionali di
questi ultimi vent’anni, sono più che divini: sono princìpi soprannaturali,
innati. E, se prestate adeguata attenzione, vengono molto prima dei dieci
comandamenti. Sono princìpi che, nell’ultima tornata, quella dell’epoca
nonostante la quale noi stiamo vivendo, non si limitano a fare scomparire il
ceto medio ma puntano a limitare, a sottovalutare, per controllarle e renderle
merce convertibile, l’impresa, l’industria, la nazione, a favore di una società
civile o politica che, oggi, non è più, vagamente e confusamente, come
quaranta o cinquant’anni fa, la “società segregativa”, ma che, andando
sempre nella stessa tendenza, come società progressuale e evoluzionale, è
società circolare. La globalità intesa come circolarità.

All’inizio degli anni sessanta, Roland Barthes parlava della “società di
massa”. Guy Debord, vent’anni dopo, della “società dello spettacolo”. Poi, è
venuta la “società tecnologica” e, poi, quella che Emilio Fontela chiamava la
“società dell’informazione”, cioè, ancora una volta, supertecnologica. Ma,
sempre, è società della normalizzazione, è l’altro nome della relazione sociale
stabile, è una società che postula il sistema. Società del pettegolezzo. Società
cannibalica.


I governi dei paesi, le istituzioni, le aziende devono, sempre più,
conformarsi al regime, cioè a un nuovo imperialismo finanziario e militare.
Tutto deve essere convertibile, gli atti, i gesti, i servizi, i patrimoni, gli utensili, i
macchinari. Il purismo finanziario e militare non ha come priorità la nazione,
cioè l’industria, o l’impresa. Può utilizzarle, controllarle, purché servano la
circolarità.

È un regime universale. È il regime della relazione sociale o della società
relazionale o del dispositivo relazionale. È il regime della nostra epoca come
epoca senza qualità. È quella che è stata chiamata la democratura.
Nel secondo lustro degli anni settanta, quando l’epoca sembrava quella del
postmoderno, noi, invece, dicevamo che si erano conclusi due secoli
d’illuminismo e, allora più che mai, indicavamo qualcosa come il secondo
rinascimento
e, cioè, che il principio della parola è inviolabile. Il secondo
rinascimento è la parola nel suo numero, nella sua logica, e nella sua cifra.

Abbiamo pubblicato i libri Fondazioni della psicanalisi, 0. La peste; Fondazioni della
Psicanalisi
, 1. Dio. Le fondazioni della parola. Il libro La peste attiene proprio al
numero.

I princìpi dell’illuminismo sono i princìpi della società contemporanea
come società cannibalica, per un imperialismo finanziario e militare. Anche
oggi, noi riscontriamo un naturalismo descrittivo e un globalismo normativo.
Dovunque, è un’oligarchia a esercitare il potere e a determinare, con i propri
mezzi e con i propri strumenti, un regime, che possa controllare la vita di
ciascuno, le istituzioni, le famiglie, le imprese. Arma fondamentale del
regime, per l’esercizio della democratura, è la burocrazia, che non ha bisogno
di lucidità, di razionalità, di cultura, di arte, d’intelligenza, d’ingegno. Basta il
luogo comune.


Nel febbraio 2009, escono presso Spirali due libri, La politica e la sua lingua e
La libertà della parola. Come gli altri libri che la casa editrice ha pubblicato,
appartengono a un itinerario e, rispetto al progetto e al programma, sono
qualcosa che resta ancora da leggere, qualcosa che resta esposto alla lettura. Sta
a noi leggere. Sta a noi anche leggere i libri che la casa editrice ha pubblicato in
merito alla scrittura civile: leggere il numero di “Spirali” intitolato Il carcere
(luglio 1982), e i vari libri giuridici. Vittorio Frosini sull’informatica giuridica,
che abbiamo pubblicato con il titolo L’uomo artificiale, un titolo profetico dato
dalla casa editrice, non dall’autore. Non è l’intelligenza artificiale: l’uomo
artificiale
è l’uomo soggetto alla circolarità, soggetto alla società cannibalica.

Abbiamo pubblicato libri di detenuti e di ex detenuti per un’analisi, una
messa in discussione della cosiddetta amministrazione della giustizia in Italia. Il
grado di dibattito raggiunto in Italia in quegli anni si è spento, per dir così, nel
periodo successivo, negli anni duemila, sopra tutto negli anni duemiladieci.
Non per quanto riguarda la casa editrice. Così il libro di Piero del Giudice, Le
nude cose
(1983) con i contributi di Gianni Baget Bozzo, Paolo Calcagno, Franco
Fortini, Giancarlo Majorino. Il libro di Giuliano Naria, un caso importante: In
attesa di reato
(1991). Il libro di Emilio Vesce, assolto dopo cinque anni di carcere:
Bacioni e bestemmie. Come eravamo (1989) I due libri di Franco Bartolomei, un
avvocato che ha subito l’ingiustizia: L’incarcerato di Montacuto (1995) e Magistrati
del malefizio
(2000). Abbiamo pubblicato anche libri di brigatisti, che io ho
incontrato nel noto albergo. In uno di questi libri c’erano, tra gli autori, alcuni
degli esponenti principali delle Brigate rosse e dell’assassinio di Aldo Moro:
Labirinto (di Lauro Azzolini, Francesco Bellosi, Franco Bonisoli, Enzo Fontana,
Vincenzo Scaccia, Giorgio Semeria, 1988), che, trasformato in pièce, è stato
rappresentato al Teatro Pier Lombardo, oggi Teatro Franco Parenti. I due libri di
Enzo Fontana: Il fiore di Mnemosine (1988) e Le prigioni dei media (1988). Abbiamo
pubblicato anche il libro di Massimo Centini e Ezio Ercole, Processo d’appello a
Gesù Cristo
(1991). Abbiamo pubblicato pure il libro di Agostino Viviani Il nuovo
codice di procedura penale: una riforma tradita
(1989). La riforma è stata tradita
anche oltre questo libro: non era una riforma vera e propria, e poi, man mano,
con modifiche, rettifiche, correzioni, ha reso il processo come uno strumento
degli interessi di chi l’amministra. Abbiamo pubblicato anche i libri di Mauro
Mellini Il regime gattopardo (1998) e Il golpe dei giudici (1994), intorno agli anni
dell’euforia giudiziaria, dal 1992 al 1996. E, ancora di Mauro Mellini, Nelle mani
dei pentiti. Il potere perverso dell’impunità
(1999) che denuncia l’uso del pentitismo
in Italia. Ancora, un libro di grande interesse è quello di Domenico Marafioti,
L’egemonia giudiziaria (1999). Si è discusso di egemonia ideologica per decenni,
in Italia, e, qui, Marafioti, a un certo punto, scrive, sedici anni or sono,
L’egemonia giudiziaria. Ciò che contraddistingue quest’epoca va oltre l’egemonia
giudiziaria.
Leggete pure, però, i libri, numerosi, editi da Spirali, dei dissidenti.
Come accade, dunque, che i principi dell’illuminismo sono oggi i principi
della società cannibalica? Un libro è fondamentale rispetto a qualsiasi
“teorizzazione” successiva, da Hegel a Marx, a Lenin, a Stalin, a Togliatti, a
Hitler e alla democratura: il libro di Jean-Jacques Rousseau, Discours sur l’origine
et les fondements de l’inégalité parmi les hommes
(1754).
La formula impiegata da Aristotele è koinonìa politiké: Αὕτη δ´ἐστίν ἡ
καλουμήνη πόλις καὶ κοινωνία ἡ πολιτική
(Politica, 1252a). È Leonardo Bruni a tradurre la formula con societas civilis, la società civile, nell’edizione della Politica
da lui curata. Questa locuzione viene inseguita, poi, da Jean Bodin, Thomas
Hobbes, John Locke. Comunità statale? Società civile? La questione è questa, per
Aristotele: la polis tende al bene. E, allora, la società di Aristotele è la società
farmacologica, criminologica.

Leggiamo l’inizio dell’opera di Rousseau: Discours. Cartesio: Discours.
Rousseau: Discours. “Le discours de Rome” (Jacques Lacan). Discours: il logos, il
discorso come causa. A chi dedica Rousseau questo discorso? A la république de
Genève
. Ginevra ha due uomini illustri: Jean Cauvin e Jean-Jacques Rousseau. Il
fondamento della società ideale, dello standard ideale sta qui.

Come incomincia Jean-Jacques Rousseau? Con il participio passato:
“Convaincu qu’il n’appartient qu’au citoyen vertueux de rendre à sa patrie des
honneurs qu’elle puisse avouer, il y a trente ans que je travaille à mériter de vous offrir
un hommage public”
: “Convinto che appartenga solo al cittadino virtuoso”, e chi
è?, “rendere alla sua patria onori che essa possa confessare, da trent’anni io
lavoro a meritare di offrirvi un omaggio pubblico”. “Et cette heureuse occasion
suppléant en partie à ce que mes efforts n’ont pu faire, j’ai cru qu’il me serait permis de
consulter ici le zèle qui m’anime, plus que le droit qui devrait m’autoriser”
. Civetteria.
Una “sintassi” contorta. “Ayant eu le bonheur de naître parmi vous”, è una diceria,
“comment pourrais-je méditer sur l’egalité que la nature a mise entre les hommes et sur
l’inégalité qu’ils ont instituée”
. Il “buon selvaggio” è tutto d’un pezzo, è un
“pezzo tutto”, fabbricato sul principio di uguaglianza di sé a sé: nel rapporto di
sé a sé si ottiene il principio di uguaglianza, principio d’identità, che procede
dal principio del terzo escluso. “…sans penser à la profonde sagesse avec laquelle
l’une et l’autre, heureusement combinées dans cet État, concourent de la manière la plus
approchante de la loi naturelle et la plus favorable à la société, au maintien de l’ordre
public et au bonheur des particuliers?”
.

Questa è la società civile: società politica, società statica, che fa gl’interessi
di tutti. Soltanto l’oligarchia, ben stabilizzata, può fare gl’interessi dei deboli,
dei piccoli, che calpesta e controlla ciascuna cosa e ciascuno! Questa è
l’ideologia. “En recherchant les meilleurs maximes que le bon sens puisse dicter sur la
constitution d’un gouvernement”
. Le migliori massime! Non è sulle minime, ma
sulle massime. Sulle migliori massime, anziché sulle peggiori minime. Dalle
migliori massime può controllare le peggiori minime. Le bon sens. Senza la legge
della parola. La responsabilità ispirata al “buon senso” è la responsabilità della
suggestione sociale e politica, è una responsabilità normalizzante.

Responsabilità del soggetto. “…j’ai été frappé de les voir toutes en exécution dans
le vôtre que même sans être né dans vos murs, j’aurais cru ne pouvoir me dispenser
d’offrir ce tableau de la société humaine à celui de tous les peuples qui me paraît en
posséder les plus grands avantages, et en avoir le mieux prévenu les abus”.

È il proclama della globalizzazione! Dopo la sentenza, si può leggere, come
libro istruttivo, il Discours sur l’origine et les fondements de inégalité parmi les
hommes
. Poi, il Mein Kampf e poi, ancora di Adolf Hitler, le Conversazioni a tavola
sui destini del mondo
. L’avevamo letto con attenzione negli anni settanta, come
avevamo letto tutto ciò che avevano scritto non solo Hegel e Marx, ma anche
Lenin, Mussolini, Togliatti. Ciò che hanno scritto questi brillanti rappresentanti
dei regimi del diciannovesimo e del ventesimo secolo stava già, esposto nei suoi
principi, nel Discours di Jean-Jacques Rousseau. “Si j’avais eu à choisir le lieu de
ma naissance, j’aurai choisi une société d’une grandeur bornée par l’étendue des facultés
humaines”
: “Se avessi dovuto scegliere il luogo della mia nascita”, ne parla con il
cuore!, “avrei scelto una società contornata dall’estensione delle facoltà umane”,
“c’est-à-dire par la possibilité d’être bien gouvernée, et où chacun suffisant à son
emploi, nul n’eût été contraint de commettre à d’autres les fonctions dont il était chargé:
un État où tous les particuliers se connaissant entre eux, les manoeuvres obscures du
vice ni la modestie de la vertu n’eussent pu se dérober aux regards et au jugement du
public”
: vizi e virtù sono sotto lo sguardo e il giudizio del pubblico. Questa la
società bella, buona!, “et où cette douce habitude de se voir et de se connaître, fit de
l’amour de la patrie l’amour des citoyens plutôt que celui de la terre”
. Non c’erano
condannati, in quel momento, ma ce ne saranno moltissimi dopo. Potete
confrontare questo libro di Jean-Jacques Rousseau con un suo epigono, la
sentenza.

La questione è la società stato, lo stato società, la società senza lo stato, lo
stato come strumento della società. Dopo la fine dei tempi, dopo la fine della
storia, dopo la fine della rivoluzione, dopo la fine della politica, dopo la fine
delle nazioni, ci sarà la vita civile e sociale senza lavoro! È la società futura, la
società ideale, la società perfetta.

La questione è questa distinzione tra lo stato di natura e la società. Nel suo
libro, Jean-Jacques Rousseau distingue tre fasi in cui questo avviene, con la
controversia se la proprietà privata sia o non sia da abolire, o se appartenga a
una fase. E così lo stato. Ma, intanto, la società stato. Ma la descrizione di Jean-
Jacques Rousseau è favolistica, come l’utopia dello stato di natura. La base, per
cui tutto è giustificato, anche la società cannibalica, è lo stato di natura, è il
naturalismo.

Hegel distingue tra società civile, nella sfera privata, e società politica, lo
stato. Hegel parte dal principio naturalistico, perché per lui la società civile si
definisce “lo stato della necessità dell’intelletto”, che comprende la sfera dei
bisogni. E, per lui, l’intelletto è l’altro nome dell’individualismo. L’intelletto, per
Hegel, è analitico, mentre la ragione è sintetica. Naturalismo e idealità sociale e
politica: quella della ragione. Per Hegel, la società civile è la comunità degli
individui e la società politica, quindi lo stato, è la comunità dei citoyens. Questa
elaborazione è precisa nel libroLa politica e la sua lingua (1909). La società civile
sono i “poteri forti”, la “nomenklatura”, l’“oligarchia”, la “casta”.
Era illuminista anche Emile Benveniste – che, per altro, ha dato un
contributo alla filologia e alla linguistica – quando affermava che “la lingua è il
sociale”. Quale lingua? La lingua naturale, la lingua nazionale, quella, sì, può
essere il sociale! La lingua della nomenklatura, la lingua della casta, la lingua di
legno, la lingua di fiele!

Noi scrivevamo allora che il sociale è l’alingua, ciò per cui non c’è un
governo sulla parola. L’anarchia è una virtù del principio della parola. Non c’è
un governo sulla parola perché non c’è una presa sulla parola. L’alingua è
quella per cui l’afasia non è un disturbo mentale ma una proprietà della parola:
l’altra lingua (la lingua del labirinto, la lingua con cui si scrive la ricerca, la
lingua per cui nulla è chiuso, e non c’è nessun tunnel, nessun luogo della
parola) e la lingua altra (la lingua della scrittura civile, della scrittura che è
frutto del diritto e della ragione dell’Altro, è la lingua per cui, per l’intervento
dell’operazione pragmatica, per l’intervento dell’idea della voce, la politica,
l’impresa, la città, l’industria, l’ospitalità si scrivono).
L’associazione, la società, l’impresa, l’industria, le opere d’ingegno, i libri, la
parola non sono reati e non si offrono come prede della società cannibalica.


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19.05.2017