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La caccia e il pericolo. Ovvero la busta di Licurgo e la società perfetta (prima parte)

Armando Verdiglione
(12.03.2016)

Nel 1797, Ferrara si trovava in un certo scenario politico, insieme con Parma
e Modena, e Giuseppe Compagnoni stava, per l’occasione, a Ferrara. Scrive un
libro: Elementi di diritto costituzionale democratico. La casa editrice Spirali l’ha
pubblicato nel novembre del 2008, nella collana chiamata “Questioni aperte con
i classici”, con prefazione e cura di Italo Mereu.

Questo libro risente dell’epoca in cui è scritto e dell’entusiasmo per chi si
trovava in una repubblica e non più in una tirannide. Ha anche un’oscillazione
fra le istanze del diritto romano e forse del rinascimento e le istanze proprie
dell’epoca e, cioè, con il riferimento al Contratto sociale di Jean-Jacques
Rousseau. Enuncia, in modo semplice, questioni serie e non esita a porre
obiezioni a Cesare Beccaria in merito alla pena, alla pena chiamata “pena di
morte”. Ma qualsiasi pena, ogni pena, è pena di morte, è la morte come pena.
La morte come vendetta, la morte come colpa, la morte come pena. Ogni pena.

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Opera di Christiane Apprieux, 2015, terracotta patinata

La repubblica, per Giuseppe Compagnoni, non ha bisogno della pena di morte.
Anche su altro scrive qualcosa che ha ancora oggi interesse. Rispetto
all’ideologia della Costituzione, in parte, Giuseppe Compagnoni partecipa, si
collega e, in parte, se ne scosta. A noi interessa per la parte in cui si scosta
dall’ideologia della Costituzione. Diremo tra poco qual è l’ideologia della
costituzione.

Riprenderemo, poi, lo iato fra Giuseppe Compagnoni e Jean-Jacques
Rousseau. Ma, ora, in questo esordio, leggiamo una nota – perché a volte ciò
che sta a piè di pagina assume più rilievo di ciò che scrive nella pagina: “Ma chi
non vede che tutti i governi sostenuti fin qui non erano in fondo che una
cospirazione dei forti contro i deboli e dei ricchi contro i poveri? I despoti e i
tiranni, di loro natura, sono paurosi e i paurosi sono crudeli”. Tra poco, diremo
qualcosa intorno a chi è il pauroso per definizione, a Atene e a Gerusalemme.
Non è così chiaro a Roma.

Il fondamento del probabile, tra l’informativa, la requisitoria e la replica, va
dal noto ragioniere – noto per gli inquisitori – al computer. Nella replica, ormai,
non era più questione del ragioniere, era questione soltanto del computer. Nelle
arringhe, sono state rivolte obiezioni intorno a questo presunto fondamento:
perciò la replica si è fissata su ciò che il Pubblico ministero riteneva l’ultima
roccaforte del probabile e, cioè, sul computer, dove stavano i “documenti
fiscali”, ma nella loro forma rarefatta, cioè nello schema della fattura, non già
negli allegati, non già nelle descrizioni, non già nel contesto, non già nel testo,
non già nell’effettività degli scambi, dei servizi, della cessione di opere, dei
lavori di restauro. La sentenza, invece, insiste sul computer. Ma prova a
recuperare, dalle informative della Guardia di finanza e dalla documentazione
presentata dal Pubblico ministero in aula e allegata alle informative, tutto ciò
che possa ancora dare ragione e conto di questo fondamento, riposto ancora, in
qualche modo come garante, nel ragioniere. C’è un computer, ma c’è un garante
che il computer effettivamente contiene, va interpretato, va commentato, va
letto in questo modo: è il ragioniere. Nel computer del ragioniere, dunque, c’è
un documento che sta a casa sua: non è chiaro in quale data fosse stato scritto, a
chi si rivolgesse, chi l’abbia scritto e che attinenza abbia, effettiva, con
l’amministrazione e con la contabilità. Ma viene dato come “decisivo”. Assurge
a dimostrazione del nulla. Poi, viene trovato un altro documento. Quindi, anche
tutto ciò che non è entrato in aula, tutto ciò che non è entrato nel dibattimento
viene riprodotto nella sentenza.

Questo altro documento è relativo a corsi del Fondo Sociale Europeo.
Nessuno lo ha mai visto. Nessuno lo ha mai letto. Stava a casa del ragioniere.
Sarebbe stato un suo studio della legge, della normativa e del modo suo, che
aveva pensato, per rispettarla, aggirarla, un modo contorto? Noi avevamo
esperti, consulenti, professori, commercialisti, a Milano, in grado di dare
suggerimenti e avevamo anche, come consulenti legittimati, i funzionari della
Regione stessa, dove noi andavamo a chiedere delucidazioni e istruzioni sulla
procedura. Oltre al fatto che la legge stava scritta e poteva essere capita, anche
senza avvalersi di consulenti e di tecnici della Regione. Questo documento, che
non è firmato, ma è indirizzato a me, senza data e senza mittente – non è una
busta, è un dattiloscritto –, viene subito assunto. Il ragioniere viene ricreato
dalle tre donne giudicanti addirittura come un superesperto che redige un suo
modo di interpretare – lui che viene dalla provincia, che non ha esperienza di
corsi e di pratiche con la Regione –, d’interpretare a suo modo la legge
comunitaria, la legge europea sui corsi.

Abbiamo fatto una verifica se questo “documento” – se questo, che esse
chiamano documento, che è documento per loro, ma è un pezzo di carta, un
pezzo di carta anonimo, senza data – potesse avere attinenza con la nostra
pratica relativa ai corsi. I corsi si sono tenuti, sono stati seguiti, gli allievi si sono
formati, e ciascuno di loro ha trovato lavoro. I docenti c’erano. Tutto è avvenuto
con una regolarità assoluta e la Regione aveva, comunque, il controllo dei corsi.
Ma le tre donne giudicanti ignorano la legge regionale. E assumono il
ragioniere come loro superconsulente. Credono alla sua interpretazione. La
legge regionale prevede che il volontariato non ci sia: cioè, se un ente tiene corsi
con una partecipazione volontaria dei docenti, questo aspetto non può essere
pagato. I corsi si sono tenuti. Dice la sentenza (p. 97) che “mancavano i
presupposti fattuali, normativamente previsti, per accedere ai finanziamenti
pubblici indicati, che non erano semplicemente l’effettivo svolgimento di corsi e
seminari”. Come non importano le opere d’arte, la cessione delle opere d’arte, i
lavori della Villa, i servizi, non importano neanche i corsi. Il fatto che i corsi si
siano tenuti, che gli allievi abbiano tratto vantaggio, che si siano formati, che i
corsi fossero di qualità: abbiamo fatto venire esperti, professori, Emilio Fontela,
Giorgio Antonucci, Thomas Szasz, vari scienziati da tutto il mondo. Non
importano i corsi, importa che, secondo questo documento del noto ragioniere,
ciascun intervento era volontario. Ma, qui, nulla era volontario! Tutti erano
registrati, tutto era pagato, anche con la ritenuta d’acconto, con la dichiarazione
dei redditi. Abbiamo trovato tutti questi documenti.

L’analisi dell’impalcatura ideologica di questa sentenza sembra già
compiuta in altri nostri scritti, molto precedenti a questi otto anni, di diversi
periodi. Se noi andiamo a leggere, tanti libri che noi abbiamo pubblicato
sembrano all’insegna dell’analisi persino dell’impalcatura ideologica che sta
alla base di questa sentenza.

Ci troviamo nella parte finale della sentenza, quella che riguarda gli enti
citati ex articolo 231/2001: Villa San Carlo Borromeo srl e Frua De Angeli
Holding spa. Nel processo, ma anche nelle cinque informative principali, quelle
dal 14 gennaio 2010 in poi, e anche nelle precedenti, non ci sono elementi che
indichino un vantaggio – dato il postulato, nella sua assurdità – per le persone e
per le società. Ma è molto semplice: se la stessa sentenza riconosce, e l’abbiamo
verificato e letto, come, del resto, la Guardia di finanza, come l’Agenzia delle
Entrate (questo sta alla base, loro lo riconoscono, della trattativa della
conciliazione con l’Agenzia delle Entrate) che non c’è danno per l’erario, allora
non c’è vantaggio né per le persone né per le società. Posto che i giudici non
tengono conto dell’esperienza, dell’impresa, delle attività, dei servizi, di ciò che
avviene nell’“infragruppo” – e hanno torto, in base alla legge europea recepita
dall’Italia e anche in base alle acquisizioni più recenti, messe in rilievo, oggi, da
Paolo Duranti – posto questo, non c’è, comunque, danno per l’erario e non c’è,
quindi, vantaggio per le società, né per le persone.

Gli altri due temi sono il contributo del Ministero dei beni culturali e i
finanziamenti da parte delle banche
. Il contributo del Ministero è stato dato
per la struttura che stava crollando, che sarebbe crollata, nel gennaio 1985, con
la grande nevicata, come sono crollate altre ville, e che è stata portata a uno
splendore che non aveva mai avuto, perché la cura è stata nei dettagli, con la
tecnologia, con precisione e strumenti che una volta non c’erano. Quindi, è una
restituzione in qualità, anziché una restitutio in pristinum. E, qui, il contributo
ministeriale avviene sulla base della constatazione, da parte dei tecnici e dei
funzionari del Ministero, di un lavoro che è stato compiuto. E basta. Contributo
parziale, parzialissimo. Non sono stati gonfiati i lavori! I lavori stavano lì, e
sono stati valutati secondo i parametri del Ministero. Qual è il vantaggio per le
persone nel fatto che viene dato un contributo parziale per il restauro della Villa
San Carlo Borromeo? È un vantaggio per il monumento, è un vantaggio per la
collettività. Sono il monumento e la collettività a avere tratto vantaggio. Il
Ministero ha soltanto elogiato il lavoro compiuto. Funzionari, soprintendenti,
direttore generale, vicedirettore generale, viceministro, ministro hanno elogiato
il restauro. Hanno anche detto che è un esempio rarissimo, c’è stato chi ha detto
che non c’è un esempio come quello e che nessuno, se non per ragioni culturali
e artistiche, ha profuso tante risorse, tante forze, tanto impegno, tanta cura per il
restauro di un monumento. Basta confrontare con i restauri pubblici, con la
Villa Reale di Monza. Fiumi di denaro sono stati impiegati, per quale risultato?
Che a ogni tempesta leggiamo sul giornale che c’è stato un allagamento? Ci
sono tanti esempi, in Italia, di monumenti pubblici, ma non ci sono esempi di
monumenti privati che abbiano ricevuto tanta cura. Allora, dove sta il
vantaggio per le persone? A meno di dire, dinanzi a un’opera di restauro che
diventa un’opera d’arte e d’invenzione, che è una soddisfazione che
quest’opera sia riuscita. Questo è un vantaggio? Sì. Un vantaggio intellettuale.
Senza nulla d’illecito.

E così per quanto attiene alle banche. Le banche hanno valutato con le loro
perizie, affidate a periti propri o a enti esterni, e sulla base di un “valore di
realizzo”: nel caso di messa all’asta, hanno valutato quanto potevano rischiare
e, su questa base, se quel mutuo potevano darlo. Poi, è chiaro che, se si restaura
un monumento, un monumento importante che diventa produttivo, esso
aumenta di valore. È aumentato di valore con la crisi del 2007-2008. Aumenta di
valore oggi. Una massa liquida enorme, a livello mondiale, giunge dalle banche
centrali, dalla Banca centrale cinese, da quella europea, da quella americana. E
dove viene canalizzata? Nelle imprese? No, in questo momento, non c’è la
fiducia. Nell’oro? Può essere una cosa problematica perché da un momento
all’altro lo scenario può cambiare e l’oro non è un bene produttivo. E allora,
dove? Nell’arte e nei monumenti di prestigio, che siano strumentali. Questo sta
avvenendo, oggi! La valutazione compiuta un anno fa, oggi, non è appropriata.
Il complesso monumentale può avere un altro valore, nonostante il fallimento,
nonostante che la Villa San Carlo Borromeo sia stata abbandonata dal 26 giugno
2015. Questo è l’interesse enorme, oggi, intorno a questo bene dell’umanità. E
anche per Villa Rasini Medolago. Perché per le due ville e il parco che sta in
mezzo si manifesta un interesse industriale e finanziario internazionale: un
parco di quasi ottanta ettari, che è nel progetto, e due ville collegate tra loro, con
servizi alle aziende, alle multinazionali, quindi alle forze produttive
internazionali e intersettoriali, che vedono Milano protagonista nei prossimi
anni. Questo, oggi, ha un altro valore.

Ma da dove viene che tutto ciò che riesce diventa un disvalore e deve essere
colpito con la pena? Lo narriamo ora.

Le società, dunque, sarebbero imputabili e condannabili in relazione ai reati
commessi “nelle persone di Verdiglione Armando e Frua De Angeli Cristina”. Il
“duo”. Queste due persone hanno commesso questi reati. “Persone fisiche”,
(quelle che scrivono sono persone psichiche) “che hanno commesso reati
nell’interesse e a vantaggio finale delle due società citate”. Quindi, non per il
loro vantaggio, ma a vantaggio delle due società.

Dinanzi a questo, tre grandi formule categoriche, caricaturalmente
apodittiche: “è stata certamente raggiunta la prova di sussistenza di tutti gli
elementi costitutivi dei reati”. È stata raggiunta la prova dei reati “di cui
all’articolo 416”, associazione per delinquere. È stata certamente raggiunta la
prova? In tutta la sentenza, qui siamo alla conclusione, non c’è l’ombra della
prova, l’indizio della prova, la sentinella della prova, il sentore “dei reati di cui
all’art. 416 c. p. contestati al Verdiglione e a Frua De Angeli”. La prova dei reati
contestati. “È altrettanto indubbio”, “è stata certamente raggiunta”: la formula
categorica si appesantisce con la caricatura dell’anafora. “È stata certamente
raggiunta la prova”. “È altrettanto indubbio”, indubbio! Ma qui il dubbio è
tolto. La questione è chiusa. Per principio. “È altrettanto indubbio che
Verdiglione e Frua De Angeli rivestissero ruoli apicali”. Grande raffinatezza
linguistica! L’apice, lo zenit: la cima, la sommità, il vertice è assumibile da un
soggetto, da uno statuto professionale e confessionale, da un ruolo: “ruolo
apicale di amministrazione, di gestione delle società in esame, non solo per le
cariche formali dagli stessi rivestite”. Quindi: è indubbio che erano
amministratori. E che cosa facevano, questi amministratori? Restauravano la
Villa San Carlo Borromeo, facevano pubblicità, dirigevano l’ufficio stampa,
facevano venire da tutto il mondo ospiti e clienti (multinazionali, compagnie di
assicurazione, di telecomunicazione, aziende automobilistiche, banche, aziende
di moda). Di questa Villa parlavano, in tutto il mondo, i clienti e gli ospiti.
“Rivestivano ruoli apicali, di direzione, di amministrazione, non solo per le
cariche formali dagli stessi rivestite ma anche perché ne detenevano, pure
indirettamente, tramite diversi soggetti giuridici...” – la Fondazione – “ne
detenevano le quote azionarie”.

Il 99,5 % delle quote di ciascuna di queste due società è della Fondazione,
che è “persona giuridica” riconosciuta dallo stato, con i controlli da parte del
Ministero e, oggi, della Prefettura, dove non ci sono né possessori né padroni né
eredi – non ci sono eredi! –, dove non ci sono quote. Queste due persone non
possedevano e non possiedono la Fondazione. Non l’hanno mai posseduta. Io
non l’avrei neanche fatta! Chi va a costituire una fondazione, riconosciuta dallo
stato come “persona giuridica”, per utilizzarla – in Italia! – come suo strumento
per esercitare il potere, anziché intervenire direttamente nelle società? Forse,
queste donne rispettabili sono abituate a trovarsi dinanzi alle fondazioni nel
Liechtenstein, alle isole Cayman, alle isole Vergini o in altre isole, dove stanno
fondazioni di altro genere. Fare una “Fondazione Armando Verdiglione” per
mascherare Verdiglione! Io voglio mascherare, e la chiamo “Fondazione
Armando Verdiglione”! Per mascherare, per non far capire che è lui! Una cosa
geniale, furbissima!

“Ne detenevano, pure indirettamente, tramite diversi soggetti giuridici le
quote e le azioni…”. Questa è una falsità. È stata dichiarata “falsità” dal
Tribunale del riesame, che ha rigettato, ha annullato il sequestro nel giugno del
2011. Con questa tesi il Pubblico ministero aveva ottenuto il sequestro; con
l’osservazione del Tribunale del riesame che quella tesi era assolutamente
insostenibile è stato ordinato il dissequestro. le due ville non sono mai state
nella disponibilità di Armando Verdiglione e di Cristina Frua De Angeli. “… e
di fatto assumevano le decisioni strategiche e operative che li riguardavano,
oltre a esercitarne i controlli”. Ma perché, le società decidono da sole? Queste
società è come se fossero delle donne, le tre donne giudicanti le trattano come se
fossero donne, che non decidono, non operano, non controllano; sono queste
due persone che decidono, operano e controllano. E, magari, tante altre.

“… è stata raggiunta la prova e la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi
del reato di cui all’articolo 416 del codice di procedura penale. È altrettanto
indubbio che Verdiglione e la Frua De Angeli”, qui non sanno: l’articolo, a volte
lo adoperano, a volte no. Prima era: “Nelle persone di Verdiglione Armando e
Frua De Angeli Cristina”, persone fisiche. Poi dicono: “contestate al Verdiglione
e alla Frua De Angeli”. E poi: “È altrettanto indubbio che il Verdiglione e la
Frua De Angeli rivestissero ruoli apicali.” “È ugualmente evidente”, quindi, “è
stata certamente raggiunta la prova”, “è altrettanto indubbio”, “è ugualmente
evidente”, “come le condotte poste in essere dal Verdiglione e dalla Frua
fossero in definitiva funzionali al conseguimento di vantaggi e interessi
economici a favore delle due società citate e rinviate a giudizio ex articolo
231/2001”. E, qui, le falsità sono, assolutamente, in netto contrasto con le
informative della Guardia di finanza e, sopra tutto, con il processo. E con la
realtà imprenditoriale intellettuale.

“Quanto alla Villa San Carlo Borromeo, avverrebbero nella stessa le
condotte truffaldine di cui all’articolo 1”, cioè rispetto agli enti pubblici,
“beneficiando di ingenti finanziamenti pubblici”. E, qui, in tribunale noi siamo
stati imputati soltanto per quanto riguarda il Ministero, non per quanto
riguarda la Regione Lombardia. È una cosa molto controversa, perché vaga,
nell’esposizione fatta dalla Guardia di finanza, e non è stata sostenuta dal
Pubblico ministero né portata come imputazione in tribunale.

La tre donne giudicanti vedono tutto gonfio e gonfiano tutto. Quindi,
“beneficiando di ingenti finanziamenti pubblici”, cioè il finanziamento cui
fanno riferimento di 2.635.371,34 euro è irrisorio rispetto al finanziamento
necessario per il restauro che è stato attuato. Dove notiamo, ancora una volta,
che i valori effettivi dei lavori vanno ben oltre i valori delle fatture. Chi restaura
un monumento con quella cura, con quella attenzione, con quella profusione di
forze, proprie e di molti esponenti, anche, del Movimento cifrematico
internazionale, e di molti amici, e di restauratori, può rendersi conto di questo.
“Quanto sia alla Villa San Carlo Borromeo sia alla Frua De Angeli, le attività
poste in essere per l’associazione per delinquere erano dirette, da un lato a
ottenere consistenti…”, ecco anche qui “consistenti”, “finanziamenti bancari, di
cui entrambi hanno usufruito, dall’altra ricorrendo alla falsa fatturazione, ad
abbattere ogni forma di debito erariale”. Questo è assurdo. Non c’è stato nessun
“abbattimento” di debito erariale. Quello che ha calcolato la Guardia di finanza
per quanto riguarda l’Iva, tenendo conto soltanto delle fatture emesse e non
delle fatture ricevute, soltanto dei ricavi e non dei costi, non riguarda un debito
Iva, non riguarda un danno all’erario. Non può essere calcolato come debito
Iva, nel postulato di fatture inesistenti, ma solo come una sanzione! E anche
come sanzione è insostenibile, assurda! E noi l’abbiamo analizzato, anche
rispetto a sentenze, molto precise, di Cassazione. “Per incrementare
artificiosamente… la consistenza del capitale sociale”. Il valore del capitale
sociale è di gran lunga inferiore al valore dei beni. E nell’operazione di fusione
c’è un parziale adeguamento fra il valore del capitale e il valore dei beni. E il
valore dei beni cresce in riferimento alla loro produttività aziendale.

Poi, ancora: le tre donne giudicanti fanno come se si trattasse di una società
quotata in borsa o di un gruppo di società, tutte quotate in borsa, le quali hanno
un obbligo, di cui dice la sentenza: “Tantomeno, nel caso in esame, gli enti
giuridici in questione hanno fornito la prova liberatoria dell’assunzione, ed
effettiva adozione, di modelli organizzativi adeguati a prevenire i reati in
discussione, né dell’esistenza di un organismo autonomo di vigilanza e
controllo”, come una banca, che ha un organismo di controllo e un organismo
di vigilanza, “che avesse efficacemente esercitato i suoi compiti, né della
fraudolenta elusione dei modelli di organizzazione da parte degli autori dei
reati presupposti”. Ci sarebbero modelli di organizzazione, per le società, che
non sono stati seguiti. Modelli di denuncia degli illeciti, quali la vendita di
opere d’arte a una società, i servizi intellettuali, il restauro della Villa? In realtà,
le società erano sottoposte a vari controlli: collegio sindacale, tre società di
revisione (Ernst & Young, BDO, Moore Stephens).

Tutto ciò poggia sul postulato del reato associativo.

Leggiamo l’informativa che ha portato alla richiesta di sequestro delle due
ville, già in gennaio 2010. In quell’occasione, la richiesta fu respinta dal Gip. In
aprile 2011, la richiesta è stata rivolta a chi non poteva negare il sequestro. La
Procura ha scelto di andare sul sicuro? O è capitata sul sicuro? Nell’informativa
del 14 gennaio 2010, la Guardia di finanza non è sicura del reato associativo. E
nemmeno dopo, nelle informative successive. Pertanto, sottoponendo alla
Procura tutto ciò che ha raccolto, dichiara: “si presume”, “si ritiene”, “appare”,
“ci sembra”, “queste circostanze ci fanno pensare”. Tutte queste probabilità o
tutta questa materia, che non è materia intellettuale ma materia probabile, senza
prove, che mai avrà prove, la sottopone alla Signoria Vostra, cioè al Pubblico
ministero. “La Signoria Vostra è pregata di valutare l’eventuale sussistenza del
vincolo associativo relativo all’articolo 416 bis relativamente a Verdiglione
Armando”, questo “bis”, nel testo, è una cosa che è sfuggita, perché,
dappertutto, costoro dicono 416, “relativamente al Verdiglione Armando, alla
Borraccino Mariella, all’Amati Maria Grazia, alla Costa Elisabetta, al Rozza
Gianluca, alla Persico Stefania, alla Vazzoler Carla e agli altri soggetti che la
Signoria Vostra riterrà responsabili delle condotte ritenute penalmente rilevanti
nei confronti degli istituti di credito”. Però, non è menzionata Fabiola Giancotti,
non è menzionata Cristina Frua De Angeli. “La Signoria Vostra è pregata altresì
di valutare la posizione ai fini delle rispettive responsabilità penali del
rappresentante legale delle varie società emittenti fatture per operazioni
inesistenti, tenuto conto che a carico delle medesime si configura, a parere dei
militari, quantomeno un concorso”. E, poi, esamina le varie posizioni, dove non
postula l’associazione a delinquere, per nessuno, ma il concorso. L’associazione
a delinquere è un reato, il reato più grave, un reato a sé stante. Come tale, a
prescindere dai reati-fine, va punito. Ma, nell’esame delle varie posizioni,
nell’informativa del 14 gennaio 2010, non viene menzionato il reato associativo
ma soltanto il concorso. Non c’è associazione a delinquere: ha commesso reato
chi ha concorso, e ha una pena rispetto a quel reato, ma non rispetto
all’associazione per delinquere. Il Pubblico ministero, poi, ha esteso il reato
associativo a tutti quei casi per i quali la Guardia di finanza aveva postulato il
concorso nel reato e non il reato associativo. “Si può configurare un reato,
quantomeno un concorso con il Verdiglione Armando indiscusso dominus e
amministratore di fatto di tutti i soggetti economici rientranti nella sua orbita
d’affari”. Poi aggiungono: “Si ritiene che la Frua De Angeli concorra con il
coniuge Verdiglione quantomeno in qualità di firmataria dei documenti ufficiali
della società di cui è rappresentante legale”, quindi, non viene menzionata lì,
viene menzionata dopo, “(bilanci di esercizio, dichiarazioni dei redditi e Iva)
che vengono presentati a istituti di credito ed ai preposti soggetti pubblici”. “Si
ritiene”, così. “Concorre”. “Concorso”. “Si ritiene” che l’accusato concorra:
quindi, è un concorso, non un reato associativo. “In ogni caso”, la Guardia di
finanza conclude così, “dalle attività di intercettazione telefonica è emersa la
posizione sfumata della Frua relativamente all’attività amministrativa e
burocratica di contatto con banche ed enti pubblici (ad esclusivo
appannaggio del Verdiglione e dei suoi stretti collaboratori), limitandosi la
stessa pressoché esclusivamente ad attività intellettuali, scrittura di libri,
articoli, pubbliche relazioni con la stampa per la promozione della Villa San
Carlo Borromeo”
. Questo è ciò che la Guardia di finanza ha portato alla
Procura e in tribunale. I marescialli, in tribunale, non hanno mai rivolto nessuna
accusa, non hanno mai mai menzionato Cristina Frua De Angeli, né sono
emersi elementi durante il dibattimento, a meno di citare François Keller,
quando dice che, per quanto riguarda il restauro della Villa, un coordinamento
era assicurato da Cristina Frua De Angeli, ma questo lo riconoscono anche i
marescialli. Allora, che cosa è intervenuto di nuovo, per la condanna a sette
anni? Di nuovo, nel processo, è avvenuto l’intervento di Cristina Frua De
Angeli il 19 maggio 2015. Ha preparato sessanta pagine, ne ha esposte sei o
sette e, poi, ha avuto un “attacco ischemico” con “amnesia globale transitoria”,
chiedeva dove fosse: “Cosa è successo?”. E, poi, non ha potuto proseguire.
Infatti, le tre donne giudici annotano che ha interrotto, “per un malore”. Il
verbale reca questa annotazione. È questo il fatto nuovo, determinante? Non lo
dicono. Dicono soltanto che è “moglie” e che Verdiglione si consulta con lei,
quindi che è interlocutrice di una scommessa. La incontriamo e diviene statuto
intellettuale e interlocutrice di una scommessa nel dispositivo cifrematico.
L’impalcatura di questa sentenza sembra ben analizzata anche in una
conferenza molto articolata, quasi fosse il compendio di un libro che sta
nell’Affaire fiscale, conferenza del 3 gennaio 2009: chi è il più pauroso? Nel
Prometeo incatenato – che noi abbiamo pubblicato non a caso, con una cura
speciale: la nostra edizione (1988) indica la portata di questo libro nei vari
secoli, fino a oggi – Efesto dice: Zeus non tollera la novità. Poi, interviene
Kratos: “Nessuno è libero, tranne Zeus”. Ma quale libertà ha Zeus, qual è la
libertà di Zeus? Che cosa porta Prometeo, secondo Platone? “La scienza del
fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena” (Protagora, 321 d.). Inventa le
ragazze d’oro, Efesto, inventa tutto ciò che serve alla vita nell’Olimpo, lo
inventa attraverso due interventi: grazie a lui nascono gli umani e grazie a lui,
per suo intervento diretto, nascono gli ateniesi. Com’è noto, Zeus dà in dono a
Efesto Afrodite e, a Epimeteo, dà in dono Pandora.

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26.04.2017