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A proposito di Thomas Szasz.

L’impossibile credenza nella malattia mentale.

Christiane Apprieux

"Il mito della malattia mentale è un libro sconvolgente e rivoluzionario. Analizza e smonta le impalcature ideologiche e disciplinari della psichiatria e di ogni psicoterapia. Nonostante le istituzioni sacramentali e profane e gli apparati medicolegali abbiano fatto di tutto per metterlo all’indice, questo libro ha riscosso un successo mondiale, con un’incidenza enorme sulla cultura, sull’arte, sulla scienza, sulla filosofia".

(24.11.2008)

Thomas Szasz ne "Il mito della malattia mentale" (Spirali, 2003, pp. 393, € 30) esplora la natura e la funzione delle metafore psichiatriche. La sua ricerca linguistica è essenziale per l’instaurazione della distinzione, per esempio tra malattia e metafora, ovvero per non prendere una metafora come malattia. Qual è la metafora della malattia mentale?

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Paolo Pianigiani, "Foglio di taccuino", 2004

Il fantasma di una credenza che non c’è. Szasz si chiede come accade che un comportamento (indesiderato) venga trasformato in malattia (mentale).

Il cervello non è una malattia. La mente non è una malattia, non aggettiva la malattia in quanto mentale. E considerare la malattia - la marcatura di ciò che non va e ciò che non funziona nella sembianza - come organica e come mentale toglie l’indicazione che offre all’itinerario, alla via, al tao.

Nella psichiatria non c’è la questione della fede nella riuscita delle cose che si fanno, c’è la credenza nell’ideologia, nella psichiatria come logia, come psico-logia applicata. Tolta la fede, c’è il fideismo nel bene e nel male, nella benattia e nella malattia, tra credenti e miscredenti (i migliori creduloni).

Al vertice dell’associazione psichiatrica, prima americana e poi mondiale, si giunge al consenso e un atto diviene patologico oppure non lo è più. Questo è il ciclo, citato da Szasz, anche della masturbazione e dell’omosessualità.

È l’isteria del medioevo che diviene malattia mentale nella nostra epoca? Come la stregoneria nel medioevo e poi l’isteria nel penultimo secolo, nell’epoca c’è la malattia mentale, la credenza nella possessione, nell’uomo agito da un demone agente (dio minore) che lascia gli altri immacolatamente agiti da uno spirito buono (dio maggiore), ovvero c’è la credenza nella delega a Dio.

E tutto ciò che tocca la nomenclatura del comitato della credenza (emanazione del dio superiore, del suo volere e potere, nonché del suo essere supremo) diviene malattia mentale dell’essere infimo, subdolo, infero. Un bambino vispo? Adesso è affetto da una malattia di iperattività, adhd, che ovviamente richiede le mani pulite per effettuare lo sporco lavoro di igiene mentale, che richiede i detersivi in pillole per smacchiare l’anima, e rendere tutto alla buona animazione sociale.

L’isteria sorge come fantasmagoria in reazione al rinascimento, all’irruzione delle donne. "Isterica" è coniato nel 1568. "Isteria" ha una prima definizione nel 1731 e una seconda e più definitiva (è lo scopo della definizione di farla finita con la struttura del segno) nel 1771. E nel 1834 ha valore di "esaltazione". L’euforia delle donne? Non è il buon trasporto, ma quello cattivo. Levatrici vs medici? Sarebbe la disforia delle donne. Quella che azzera l’euforia degli uomini, che tentano l’ultima falloforia con l’inquisizione.

Troppo facile dire che l’isteria delle cosiddette "streghe" era soltanto una cosa negativa rispetto alla chiesa e per cui dovevano essere bruciate, o dire che l’isteria è una malattia mentale e come tale da incarcerare in un ospedale psichiatrico, ieri, e oggi da immobilizzarsi con gli psicofarmaci (ospedale psichiatrico portatile).

Thomas Szasz indica che tutto questo è solo una finzione sociale, che sviluppa il business dello psicofarmaco, ovvero una briciola di realismo pragmatico: in altri termini di cannibalismo umano, dove lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è una postilla alla pastiglia. E non viene colta la questione intellettuale posta dalla cosiddetta isteria, e ancor meno quella posta dalla "malattia mentale".

Questo dibattito non è ancora affrontato; e come nota szasz è evitato anche dall’antipsichiatria e dai suoi epigoni. La questione della psicosi è ancora relegata alla nozione di malattia mentale, come se fosse una questione di gestione sociale della circolazione umana.

Chi è l’agente morale, un agente di Dio? È quello che agisce rispetto al conformismo sociale, alla regola di ognuno, alla medicina di Platone senza ascoltare, senza fare, senza intellettualità. Lo psicopompo è l’agente morale (legale; lasciando sullo sfondo gli agenti immorali, illegali: maghi, fattucchiere, sensitivi, guaritori...), agente di Dio.

E qual è il Dio della psicopompoiatria? L’alchimista di François Perrier, il farmacista di Platone e il pharmakos di Derrida. In effetti, le discipline psy, dalla psicologia alla psichiatria, si formano nella farmacia negromantica e glaucomantica di Platone. Tuttavia, la nozione di "agente morale" in Szasz non toglie la responsabilità dalla parola. Nessuna sospensione della legge e ancora meno dell’etica. E la clinica è senza pazienti, poiché "la psichiatria è una pseudoscienza".

La malattia mentale è una malattia che non esiste ed è per questo che la psichiatria tratta o cura il paziente secondo l’ordine dei medici, secondo l’ordine sociale.
Questa tesi d’inesistenza della malattia mentale e della psichiatria come corporazione poliziesca è quella di Thomas Szasz, psichiatra, che sostiene da quasi cinquant’anni, "che non sono affatto sintomi organici, anzi, che non esistono cose che siano sintomi organici". L’organico è il sostanziale, l’altra faccia del mentale. Entrambi sono la negazione della materia di vita. Per questo la psichiatria si riduce a uno spaccio di sostanze, ammansito dal discorso umanitario, la "nobile menzogna del tiranno", dal segreto corporativo al segreto di stato.

Certamente le sostanze psichiatriche sono legali e come tali vengono poste di fronte allo spauracchio delle sostanze illegali. Pura convenzione. L’eroina è nata come prodotto legale della Bayer per diventare poi un prodotto illegale. Il vino è legale per la religiosità cristiana e illegale per la religiosità islamica.

Thomas Szasz con ironia dice che "il frutto proibito è sempre dolce", sebbene poi risulti amaro. Per l’appunto, il dolce legale diviene amaro, allora l’amaro illegale diviene dolcissimo. Eccetera.

In "Teologia, stregoneria e isteria", Thomas Szasz fa un’elaborazione molto interessante rispetto all’isteria e alla malattia mentale, infatti, per lui è molto chiaro che il medioevo e l’epoca moderna hanno la stessa posizione rispetto alla questione, "che la credenza nella stregoneria non abbia fatto che precorrere, nella storia, la moderna credenza nella malattia mentale".

Il business della morte (colpire l’altro come nemico per trarne un vantaggio personale e sociale) non è una prerogativa della psichiatria, che talvolta rimane presa nel tritacarne come nel caso di Oskar Panizza e di ogni altra panizza cassée et brisée. Un processo alle streghe (e oggi l’inquisizione psichiatrica della malattia mentale) non è questione né di medicina né di scienza.

Un processo a una "strega" o a un "malato di mente" offre già il colpevole. La nozione di "strega" o di "malato di mente" come quella di pharmakos, è la nozione di vittima, di capro espiatorio.
Un processo di stregoneria, o la somministrazione di psicofarmaci, è troppo facile, è come per un cacciatore sparare in un pollaio, con il rischio che il pollo da cacciato divenga cacciatore, mentre il cacciatore si candida a fare la fine del pollo.

La credenza che sta alla base della psichiatria è la stessa che sta alla base di quella nelle streghe: che Dio agisca, bene o male, per il bene o per il male del soggetto. Capro premiato o capro espiatorio. Ma sempre animale farmaco-drogologico. Dio che non è il Dio del monoteismo ma del politeismo, del paganesimo: alchimista superiore o inferiore, legale o illegale. Sistema sostanziale e mentale. Malattia sostanziale e malattia mentale. Malattia corporea e malattia psichica. Cose che capitano quando l’uno si divide in due, come Arlecchino, e poi si fa in quattro come ognuno.

Per Szasz: "la psichiatria è una definizione vuota". La malattia mentale è un mito della società, più precisamente una mitologia, "un" gioco, una regola codificata. Ma "un" gioco non esiste, i giochi sono infiniti. Non esiste il monogioco convenzionale e sociale. E la regola resta incodificabile. La dissidenza è dell’inconscio e non della presunta malattia sociale, che permette d’integrare nel codice artisti e autori che accettino di farsi cavie della psichiatria.

E quale sarebbe il ponte tra l’etica e la psicanalisi che prospetta Szasz? Il gioco, che irride la serietà e la gravità del discorso della morte, anche declinato dalla psichiatria. Gioco non semiotizzabile, senza più gnosi, quindi senza più dia-gnosi. E più che trattarsi di giochi infiniti, il gioco poggia sull’infinito in atto, sull’impossibile rappresentazione dell’Altro come alieno o alienato, come terzo da escludere (significante la buona inclusione della corporazione psichiatrica e della setta dei suoi grandi e piccoli corpi obbedienti).

Szasz esplora i paradossi della psichiatria. Questo è il suo contributo alla dissipazione della credenza nella psichiatria e nel professionismo dei pazienti (professionisti dell’assistenza e della protezione). La vita blindata non riesce.
C’è ben altro da fare che andare dallo psicopompo (psichiatra, psicanalista, psicoterapeuta, psicologo...). C’è da affrontare la questione di vita e di morte.

Qual è il contributo essenziale del libro? Lo smantellamento della tesi che le malattie mentali siano malattie cerebrali, nonostante il biologismo trionfante, la più comune forma di razzismo. La ricerca di Thomas Szasz è incessante, si pone come interlocutore, non rispettando la convenzione comune della psichiatria, che si fonda sull’esclusione dell’interlocutore, del sembiante e che tenta sempre "una spiegazione neuromitologica della cattiveria umana", trasmutando la "possessione" in malattia mentale (mentre la possessione della benattia rimane ovviamente appannaggio della iatrocrazia).

Forse Thomas Szasz conduce una battaglia intellettuale dall’interno della psichiatria. Ma interno/esterno è un modo dell’ironia, dell’apertura. Non è ironica la vicenda del flogisto nella chimica o dell’etere nella fisica? E quando la malattia mentale procederà dall’ironia sino a dissolversi come il ballo di San Vito?

Per Thomas Szasz la psichiatria scientifica esige il riconoscimento della non esistenza della malattia mentale, che è una "malattia metaforica, cioè non una malattia".

Riscritto e ristampato, questo libro di Thomas Szasz è stato pubblicato per la prima volta nel 1961, e non ha subito nessun invecchiamento. È di una freschezza e di un’attualità estrema. E per dirlo in chiarese, affidiamoci alla presentazione della casa editrice:
"Il mito della malattia mentale è un libro sconvolgente e rivoluzionario. Analizza e smonta le impalcature ideologiche e disciplinari della psichiatria e di ogni psicoterapia. Nonostante le istituzioni sacramentali e profane e gli apparati medicolegali abbiano fatto di tutto per metterlo all’indice, questo libro ha riscosso un successo mondiale, con un’incidenza enorme sulla cultura, sull’arte, sulla scienza, sulla filosofia. Questa edizione è la traduzione dell’ultima versione redatta dall’Autore. Un libro da tempo sparito dalle librerie e tanto atteso dai lettori, non soltanto dagli addetti ai lavori.".

Christiane Apprieux, codirettore di "Transfinito".


Prima pubblicazione: 18 maggio 2005


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