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La tentazione, la bella, la grazia, il ragno

Armando Verdiglione
(25.02.2016)

Un critico fantastico è un saggio di Luigi Pirandello del 1905, che ha un
esordio da lui ripreso in una conferenza tenuta a Venezia nel luglio 1922 e
ripreso ulteriormente nella conferenza tenuta il 12 maggio 1934, in occasione
dell’inaugurazione della nuova sede della “Stampa” a Torino. L’articolo è uscito
il giorno dopo, il 13 maggio.

Un Tale entra in un negozio di occhiali e chiede al negoziante gli occhiali per
leggere. Il negoziante gli fornisce vari occhiali. Il Tale prova un paio di occhiali,
poi ne prova un altro, “ma, poiché nessun paio d’occhiali riusciva a far leggere
il pover’uomo, l’occhialaio, alla fine spazientito, dopo aver buttato giù mezza
bottega, sbuffò: ‘Ma, insomma, sapete leggere?’. Al che, meravigliato, il
pover’uomo: ‘Oh, bella! E se sapessi leggere, sarei venuto da voi?’”.

La tentazione non è la messa alla prova. E non è la messa alla prova degli
occhiali, dei paraocchi e dei paraorecchie della donna triforme: dunque non
sono gli occhi, non sono le orecchie per ascoltare e per leggere, ma sono i
paraocchi e i paraorecchie per mettere alla prova. Quali sono i paraocchi e i
paraorecchie?

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Opera di Christiane Apprieux

La tentazione non è la messa alla prova. La tentazione di Cristo, nella lingua
greca, reca i significanti propri della messa alla prova, non già della tentazione.
La messa alla prova è la tentazione sostanzialista e mentalista. Alla messa alla
prova forse Cristo risponde con la tentazione: all’interrogazione chiusa
risponde con l’interrogazione aperta. Colui che mette alla prova è Satana.
Dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno nel deserto, Cristo ha fame:
“avere fame” risponde all’impossibile sospensione dell’anoressia intellettuale.
“Non ho fame” e “Ho freddo” sono due formulazioni, due maniere
dell’anoressia. Questo brano della tentazione risulta un dialogo impossibile tra
la messa alla prova, attribuita a Satana, e la tentazione, attribuita a Cristo. Il
risultato è questo: non c’è più dialogo, non c’è più anfibologia tra Cristo e
Cristo, tra Cristo e Satana. Matteo propone un’anfibologia fra Cristo e Satana,
fra la tentazione e la messa alla prova. Se Cristo si sente, si considera, si pensa,
si crede, s’immagina messo alla prova, soccombe. È un’impossibile commedia,
un’impossibile tragedia, è una farsa insostenibile, inaccettabile! Per ciò, vale da
apologo. Ma diviene apologo perché non c’è più dialogo, perché non c’è più
anfibologia fra la tentazione di Cristo e la sua messa alla prova da parte di
Satana, perché non c’è più anfibologia fra Cristo e Satana.

Satana a Cristo: Tu sei figlio di Dio? Tocca i sassi, guardali, pensali: si
tramutano in pane. Cristo risponde: non è del pane che ho bisogno, non è
questa la fame che ho io, non ho fame di pane. Se la tentazione è sostanzialista,
allora io non ho bisogno della sostanza. Cristo fa una citazione: “Non di solo
pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo, 4, 4).
Qui, avviene come se si opponessero due citazioni. Il testo ebraico dice più
precisamente: “di ogni cosa che esce dalla bocca del Signore”. Cristo non ha
fame. Se non ha fame, la prima anfibologia è dissipata: Satana era
un’impossibile allucinazione visiva.

La seconda tentazione: Satana porta Cristo, ha il potere di portare Cristo, sul
pinnacolo del tempio. Qui, è la tentazione mentalista: buttati! Satana è un
detrattore e un “fariseo” che cita la Bibbia, oppone a Cristo il vecchio
testamento: “Sta scritto”. Non già l’atto, arbitrario, libero, ma ciò che sta scritto.
“Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti sorreggeranno con le loro
mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede”. Buttati: ti
salverai. Buttati: non morirai. Questa seconda tentazione è indicativa: è la
tentazione o è la messa alla prova con la volontà sacrificale? Perché un conto è
“Tu ti salverai” e un altro conto è “Tu non morirai”. La citazione è questa: “Ai
suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti sorreggeranno con le loro mani,
affinché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede”. Cioè, tu non morirai,
non già tu ti salverai: se mai, fa dipendere l’idea di salvezza dal fatto che Cristo
non morirà. Ma non può togliersi il malinteso. Non dice: tu cadrai, il tuo piede
urterà contro il sasso e gli angeli ti salveranno. No: gli angeli ti sorreggeranno, il
tuo piede non urterà contro il sasso.

Questo è il malinteso. Tu non morirai. Nessuna volontà sacrificale. Nessuna
vittima. Nessuna idea di salvezza. Non già l’idea di salvezza, perché tu cadrai,
morirai e, poi, ti salverai. Questo brano riguarda la crocifissione, la resurrezione
senza la “morte”. La resurrezione è “senza la morte”. La resurrezione è senza la
“morte”. La pulsione di morte è la pulsione senza la morte e senza l’idea di
morte, è la pulsione che trae alla scrittura frastica, nel registro dell’etica. E qui
Cristo: “Sta scritto anche: ‘Non mettere alla prova il Signore Dio tuo’”. Cristo,
parodiando, oppone una citazione alla citazione. Ma questa citazione è
un’interrogazione aperta: “Non mettere alla prova il Signore Dio tuo”.

Terza tentazione: un monte altissimo. Da lì, Satana fa una dimostrazione,
mostra a Cristo “tutti i regni del mondo e la loro gloria”. Satana dice a Cristo:
“Tutte queste cose io ti darò”. Quindi, se Cristo dichiara: “io ho fame”, Satana
gli dà tutti i regni del mondo e la loro gloria, “se, cadendo ai miei piedi, tu mi
adori”, oppure “se, prostrandoti, mi adorerai”. Qui, Satana non interviene con
una citazione: è una promessa diretta di felicità presente. Cristo risponde
ancora con una citazione: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”.

La tentazione non è umana. Non è una messa alla prova sotto l’idea di morte,
quindi sotto l’idea di salvezza. La tentazione di Cristo da parte di Satana è una
tentazione gnostica: tentazione sostanzialista e tentazione mentalista, quindi,
una tentazione del soggetto. È il fantasma di padronanza. È la stessa tentazione
medicolegale, la stessa tentazione giudiziaria, la stessa tentazione di chi, per
comprendere, non già per capire e intendere, si munisce di paraocchi e di
paraorecchie e, cioè, di postulati sorretti dal fantasma di “un unico dominus”.
La messa alla prova porta alla dimostrazione, al monstrum, alla realtà negata
e rappresentata e alla convinzione. La convinzione è un corollario della gnosi,
quindi è probabilista. L’habitus della tentazione gnostica è la pervicacia. Il
risultato dell’azione, che è un’azione salvifica, è il nullismo. Una delle tentazioni
che abbiamo appena letto è appunto la tentazione mentalista, quella che chiede
di barare. La tentazione gnostica è la tentazione del principium reddendae rationis,
come principio algebrico.

Chi estende la sentenza riassume in un paragrafo tutto ciò che emerge nel
processo: testimonianze, discussione, interventi degli avvocati e, segnatamente,
ciò che dice la difesa degli imputati. Se il postulato è questo, cioè che tutto è
finto perché è sotto l’azione di “un unico dominus”, allora non c’è il reato fiscale.
“In effetti, in sostanza” (p. 46), è ricorrente la formula “in sostanza”,
“sostanziale”, “sostanzialmente”: la realtà creata è sostanziale e mentale. “In
effetti, in sostanza, la Guardia di Finanza ha ricostruito un meccanismo di
fatturazione assolutamente circolare e autoalimentato”, è la donna triforme, è
chi estende la sentenza a scrivere così, non è la difesa. Ma, mentre riprende i
significanti della difesa, la donna triforme giudicante espone la sua realtà, non
quella che ha formulato la difesa. E nemmeno quella che hanno formulato i
documenti, gl’interrogatori, gl’imputati, i testimoni.

La Guardia di Finanza ha ricostruito l’Uroboro, il “meccanismo” stregonesco.
L’Uroboro è circolare e si autoalimenta: divora la propria coda, si alimenta con
la propria coda. Circola. Soltanto con l’Uroboro il punto di arrivo coincide con il
punto di partenza. Questo meccanismo è “in essere”, non in atto. “Ciò che è in
essere” è nella realtà sostanziale e mentale, la realtà creata e rappresentata dalla
donna triforme giudicante, che ricalca, rafforza e aggrava le formule della
donna triforme accusante, che, a sua volta, ricalca, rafforza e aggrava le formule
della Guardia di Finanza.

Il “meccanismo” rientra nel sistema e nel suo postulato: il meccanismo della
fatturazione, il meccanismo dei flussi, il meccanismo delle cessioni, il
meccanismo dei lavori, il meccanismo dei servizi. Ogni meccanismo è circolare
e autoalimentantesi, perché il sistema è circolare e autoalimentantesi.

Costituisce l’aggiornamento dell’antropologia criminale che da Cesare
Lombroso giunge al suo impiego massiccio nei regimi totalitari e nei regimi
giudiziari.

“In effetti, in sostanza, la Guardia di Finanza ha ricostruito un meccanismo
di fatturazione assolutamente circolare e autoalimentato, in essere fra soggetti
che la stessa accusa assume – e l’istruttoria dibattimentale ha provato – essere
del tutto formali”. Basta dire questo e l’istruttoria dibattimentale, una volta
negata, diviene un postulato, che contiene la negazione. L’istruttoria
dibattimentale non ha provato affatto! Le società non sono “formali”, nel senso
di “fittizie”! Per il Tribunale, le società sono o formali o sostanziali. Ma le
società non sono né formali né sostanziali, sono società effettive. Ciascuna
società è effettiva: ha un suo statuto, un suo business, ha i suoi dispositivi, e
paga (mentre le tre donne giudici scrivono che non paga nessuna tassa), anno
per anno, le tasse. Abbiamo le ricevute tratte dal cassetto fiscale, per ciascuna
delle ventidue società, dei pagamenti effettuati con F24 a Equitalia. Sono
pagamenti fatti durante l’anno, man mano che c’erano le scadenze. L’importo
globale pagato dalle società dal 2004 al 2009 è di euro 3.128.638,61. Non sono
“compensazioni”! Questo prova, primo, che venivano pagate le tasse; secondo,
che le società erano effettive; terzo, che avevano dipendenti, avevano costi,
c’erano contributi da pagare, che sono stati pagati fino al momento in cui sono
intervenute le conseguenze più gravi dalla calata dei trecento marescialli.
“[…] soggetti che la stessa accusa assume – e l’istruttoria dibattimentale ha
provato – essere del tutto formali”. Solo nella replica finale l’accusatrice
pubblica è arrivata a dire che non importavano le operazioni, non importavano
le fatture, e che, in realtà, la falsità e la fittizietà erano delle società. I due
marescialli non avevano mai detto questo. Uno dei marescialli aveva detto che
solo un’associazione, Le Chiffre de la Parole, non esisteva, in quanto aveva un
collegamento con me. In un documento di questa associazione, il
rappresentante legale dell’associazione fa una delega a me per la firma di un
atto notarile, perché non poteva recarsi dal notaio, a causa di un impedimento.
Ma avere una delega di questo tipo non significa essere il rappresentante legale
di quell’associazione, né significa che quell’associazione, a causa di tale delega,
non esista o che io ne sia il rappresentante legale. Il maresciallo soltanto di
questa associazione dice che non esiste. Ma adesso le tre donne giudici scrivono
che le associazioni svizzere forse esistono e che si sono prestate per questo
meccanismo, sono entrate nell’Uroboro.

L’istruttoria dibattimentale non ha provato che le società non sono effettive.
Non avrebbe potuto provarlo. Non ha provato che le operazioni non sono
effettive. Non avrebbe potuto provarlo. Neppure che le fatture non sono
effettive: non hanno neanche analizzato le fatture! In un suo documento,
l’Avvocato generale della Corte Europea scrive che le fatture, anche generiche,
sono fatture. Bisogna indagare se a queste fatture corrisponda un business e se i
flussi si rapportino con queste fatture. La Guardia di Finanza ha lasciato nelle
sedi tutti i documenti bancari, non li ha sequestrati, non ha compiuto nessuna
indagine, né in banca né attraverso le contabili dei versamenti, dei prelievi, dei
bonifici, né attraverso le matrici degli assegni. Indagare sulla rispondenza dei
flussi, delle fatture e del business avrebbe comportato, per la Guardia di
Finanza, la verifica fiscale, che non ha mai fatto! Non avendo fatto la verifica
fiscale, sono andati oltre, per diventare polizia giudiziaria, basandosi
esclusivamente sulla presunzione. Mentre la polizia tributaria deve compiere la
verifica, per valutare se questa presunzione regga oppure no, la presunzione
della polizia giudiziaria si basa esclusivamente su quello che viene chiamato
l’“indiziario”, che risulta la sintomatologia, appannaggio della semiologia
criminale.

I valori patrimoniali, i valori del fatturato, i valori dei bilanci, i valori del
capitale, i valori dei flussi, i valori dell’operatività, i valori delle opere d’arte, i
valori degli immobili, i valori dei lavori di restauro, i valori dei servizi sono
trattati tutti come apparenti, fittizi, falsi, gonfiati, disvalori, o valori annullati e
nulli, chiamati questi “valori reali”.

Un’opera d’arte è venduta a una società da chi ne è proprietario. Questi cede
il suo credito al socio della stessa società. Il socio rinuncia al credito
trasformandolo in conto aumento di capitale. La società acquisisce un bene
strumentale alla sua redditività e lo patrimonializza.
Tutta la rappresentazione “fenomenale” è prodotta da “meccanismi” creati
e comandati da “un unico dominus”. Tutto è postulato come artificio patologico,
come psychopathia criminalis, a fronte di un’ideologia naturalista. I “valori reali”
sono i valori ideali, fantasmatici, inseguiti dalla superstizione propria della
donna triforme giudicante.

“In effetti, in sostanza, […]”. È in effetti o è in sostanza? Perché ciò che è in
effetti non è in sostanza, non è sostanziale. La sostanza è ciò che sta sotto.
Quindi, non è la realtà intellettuale che importa, con la sua dimensione di
sembianza, con la sua dimensione di linguaggio, con la sua dimensione di
materia, ma importa ciò che sta sotto. Per cui, tutto ciò che sta sopra è fittizio.
Ciò che sta sotto, sotto la realtà, quello sì, quella è un’altra realtà, è la realtà
creata dal postulato di ciò che sta sotto, di ciò che giace sotto. La donna triforme
si ritualizza fra l’incubo e il succubo.

Nella sentenza spazia una bulimia di questo Uroboro: si alimenta, si gonfia.
“In effetti, in sostanza, la Guardia di Finanza ha ricostruito un meccanismo
di fatturazione assolutamente circolare e autoalimentato, in essere fra soggetti
che la stessa accusa assume – e l’istruttoria dibattimentale ha provato – essere
del tutto formali, di fatto inesistenti sul piano imprenditoriale”. Siamo dinanzi a
tre donne esperte, che hanno occhiali speciali per mettere a nudo e, quindi,
comprendere dove c’è o non c’è il business. In particolare, il business che esse
riconoscono è quello del muratore o dell’imbianchino o dell’affittacamere o del
cuoco o del cameriere. Un business fatto senza cervello, senza intellettualità.
“[…] e, in definitiva, un meccanismo di fatturazione in essere fra soggetti che la
stessa accusa assume essere […]”. Ecco la serie: “in effetti”, “in sostanza”, “in
essere”, “di fatto”, “in definitiva”. “In definitiva”: nessuna sentenza è definitiva.
Tantomeno questa.

“[…] in definitiva, delle mere scatole vuote”. Qui si manifesta in pieno la
competenza del tribunale, la competenza della donna triforme. La donna
triforme giudicante rettifica la donna triforme accusante. Infatti, la donna
triforme accusante parlava soltanto del computer, che, come il vaso di Pandora,
contiene il probabile e il verosimile, ossia i mali. Ma, qui arrivano “delle mere
scatole vuote”.

Per ciò, che cosa trova nel computer? Scatole vuote, mentre è chiaro che la donna triforme preferisce scatole piene! Scatole vuote,
perché “costituite strumentalmente per finalità illecite”. Questo giudizio passa
attraverso gli occhiali. Gli occhiali della donna triforme sono paraocchi o
paraorecchie, con cui non legge, non intende, non ha bisogno di udire, di capire,
non ha bisogno di leggere.

“Ciò nonostante, la Guardia di Finanza ha considerato – in capo a ciascun
soggetto – gli importi di cui alle fatture attive emesse come ricavo/reddito
imponibile ai fini delle imposte dirette”. La Guardia di Finanza ha considerato
la stessa fattura valida, imponibile, per chi la emette, e non deducibile, per chi la
riceve. “[…] Da qui la determinazione di valori reddituali enormi in capo a
ciascun soggetto giuridico [società] considerato (correttamente ritenuto
autonomo”, chi estende la sentenza giudica che cosa è o non è corretto, se le
scatole sono piene o vuote, “(correttamente ritenuto autonomo e singolo
contribuente, non risultando rapporti formali di partecipazione societaria
reciproca fra i diversi soggetti giuridici attenzionati)”. La Guardia di Finanza
“attenziona” i soggetti!

Questo è un gruppo culturale, un gruppo societario. Gli enti, gli associati, le
società stanno nel Movimento cifrematico internazionale e, secondo la direttiva
2006/112/CE (art. 11), rispetto al fisco, sono un gruppo. Nella sua deposizione,
il consulente avvocato Carlo Cortinovis indica appunto che è un gruppo
rispetto a un unico interlocutore, il fisco, e che, se tutto fosse stato finto, l’erario
non avrebbe perso nulla. Non c’è danno per l’erario. Ma, qui, arriva la svolta
della sentenza: i marescialli e lo stesso Pubblico ministero avevano sorvolato sul
reddito e sull’imponibile, quindi sull’Ires, e avevano focalizzato la loro
attenzione sull’Iva. Non avevano detto qualcosa che qui, invece, viene detto in
modo chiaro: “Sennonché. Se è vera – come è vera – la premessa, ossia che tutti
questi soggetti non erano operativi”, prima aveva detto “inesistenti sul piano
imprenditoriale”, “si deve concludere necessariamente per la sostanziale
insussistenza di qualsiasi attività di impresa reale, come tale capace di produrre
e generare redditi effettivi”, quindi, società fittizie, nessuna attività di impresa,
nessun reddito, “che costituiscono unico legittimo presupposto impositivo ai
fini delle imposte dirette (capacità contributiva, art. 53 Cost.)”. In assenza di
reddito, non c’è imponibile: lo sostiene la donna triforme! Il presupposto
dell’imponibile è la capacità contributiva. Ma, qui, non c’è capacità contributiva,
perché non c’è reddito, e non c’è reddito perché non c’è attività di impresa, e
non c’è attività di impresa perché la società è fittizia. E la società è fittizia,
perché c’è “un unico dominus”. Villa San Carlo Borromeo è fittizia. Numerario
srl, che ha quindici dipendenti, ragionieri, commercialisti, e che ha solo questa
attività (gestire la contabilità di diverse società e associazioni) è fittizia. Però,
paga i dipendenti e paga i contributi per ciascuno dei dipendenti! Così la
Cooperativa Spirali/Vel, che gestisce l’hotel e il ristorante, paga i dipendenti,
paga i contributi, paga gli F24, e ha diverse sedi: è fittizia. Ancora, la
Cooperativa sociale Sanitas atque Salus, con numerosi dipendenti, una
cooperativa di lavoro. Il curatore non sa nemmeno che cosa sia una cooperativa
di lavoro, soggetta a controllo annuale da parte dalla Lega delle cooperative:
anche per lui, è fittizia. Anche i suoi dipendenti sono fittiziamente assunti.
“Dal momento che la convulsa e frenetica attività di fatturazione si è
sviluppata fra soggetti che sono tutti meramente formali […]”. “Convulsa e
frenetica”: psychopathia criminalis. La nuova malattia: la dissidenza, i servizi
intellettuali, il Brainworking, l’Artbanking, le opere d’arte, le attività culturali, i
libri, la ricerca scientifica, la cifrematica, i congressi. Questa “attività di
fatturazione” non sarebbe “convulsa e frenetica”, se i “soggetti” non fossero
“tutti meramente formali”. E perché “formali”? Sta nella premessa, in tutta la
prima parte dell’esposizione: sono formali, perché c’è “un unico dominus”.
Senza “un unico dominus”, senza l’idea di padronanza, non sarebbero formali.
Ma l’idea di padronanza appartiene alla donna triforme, a chi mette alla prova!
“[…] e non vi era, quindi, un terminale della catena (utilizzatore finale)”, anche
nel primo processo c’era la catena, che, dicevamo, non era la chaîne signifiante di
Jacques Lacan, “che fosse soggetto economico effettivo e operativo, interessato
ad usare fatture per sé passive, emesse da altri, al fine di abbattere il proprio
effettivo reddito imponibile”, non c’era, quindi, chi potesse utilizzare tutte
queste fatture per pagare meno tasse!, “non può configurarsi in chi ha emesso le
fatture in contestazione la specifica finalità di consentire a terzi l’evasione dalle
dovute imposte dirette e, in chi le ha utilizzate, la specifica finalità di evasione”.
Allora, rispetto al reddito, non ha evaso chi ha emesso la fattura e non ha
evaso chi l’ha ricevuta: questo lo dicono le tre signore giudici! Ma la donna
triforme giudicante compie un travestimento. “[…] rispetto a propri effettivi
obblighi tributari sempre correlati alle imposte dirette. E questo per la semplice
ragione che, nella sostanza, non esiste un reddito reale da tassare. Ad analoghe
conclusioni peraltro sembra giunta la stessa Agenzia delle Entrate (per quanto
riferito dalle difese in ordine ad ipotesi transattive in discussione sul piano
amministrativo)”. Infatti, il presunto accordo con l’Agenzia era in questi
termini: pur in assenza di reddito, veniva data una sanzione, poiché,
comunque, c’era stata tutta quella farsa. Non incassiamo sul reddito, non
incassiamo l’Iva, dobbiamo, comunque, incassare: questa era la base
dell’accordo così come è stato riferito a me. Solo che non era stato scritto, in
quanto l’Agenzia avrebbe voluto prima il versamento, e il nostro interlocutore,
l’imprenditore, chiedeva, invece, l’accordo prima del versamento. E ciò
avveniva nei mesi di maggio e giugno 2014.

“[…] tenendo conto dell’art. 8 comma 2 del D.L. 02.03.2012 n. 16, laddove si
prevede che in caso di emissione/utilizzazione di fatture per operazioni
inesistenti non si debba tenere conto ai fini della determinazione del reddito
imponibile dei ricavi da esse risultanti; salvo applicare, in capo al soggetto
emittente, una sanzione compresa fra il 25% e il 50% del volume di fatturato
inesistente creato”. La norma prevede una percentuale sui costi, non sul volume
di fatturato. Qui, confondono i costi con il fatturato.

“Peraltro, l’analisi del consulente di parte, ha dimostrato come,
rideterminando l’imponibile di ciascuno dei soggetti coinvolti dall’anno 2004
all’anno 2009, al netto delle fatture contestate scambiate con altri soggetti
attenzionati dagli operanti [la Guardia di Finanza] sia dal punto di vista attivo sia
dal punto di vista passivo, il risultato è sempre negativo; anche con riferimento
ai soggetti che invece, contabilizzando tutte le fatture contestate, hanno
dichiarato modesti utili e, quindi, un se pur minimo reddito positivo”.
Ma ecco la svolta. Se la società è fittizia, se non c’è attività d’impresa, allora
non c’è reddito, quindi non c’è imponibile e non c’è tassa. Io non posso pagare
l’Iva, per esempio, su una cravatta che non ho comprato. Non ho usufruito, non
ho goduto, non ho consumato – dicono i fiscalisti – questo bene: se consumo,
pago l’Iva; se non consumo, non pago l’Iva. Consumare per pagare. Il consumo
e l’Iva sono strettamente correlati. Se non c’è stato l’acquisto – perché non ci
sono stati i servizi intellettuali, non c’è stata la vendita delle opere d’arte, non ci
sono i lavori di restauro della Villa – allora non c’è nemmeno l’Iva. Sicché l’art.
21, comma 7, D.P.R. 633/1972, qui non sta in piedi, perché vale dove c’è attività
d’impresa e dove, per esempio, una fattura non viene registrata da chi la emette
e viene consentito a chi la riceve di detrarla, quindi, è una fattura di favore.
Oppure, io ho la possibilità di emettere una fattura e consento a un altro di
evadere: anche in questo caso, c’è un dispositivo di evasione, per chi la emette e
per chi la riceve. È questo che sta sotto, secondo il giudice, nel nostro caso? No.
Le tre donne giudici dichiarano qui che non c’è il reato fiscale. Riconoscono che,
se non c’è reddito, non c’è imponibile e, quindi, che non c’è danno per l’erario.
Nemmeno rispetto all’Iva. Il fisco dice: tu ti godi questa cravatta? Devi
riconoscermi il 22%. Tu non hai goduto, non hai utilizzato questa cravatta, non
l’hai neanche comprata? Io voglio, comunque, il 22%, dice la donna triforme, lo
voglio, lo voglio, lo voglio! La donna triforme lo vuole. Ha le scatole da
riempire e, quindi, lo vuole.

“Non può invece giungersi ad analoghe conclusioni, e quindi accogliere gli
argomenti delle difese, con riferimento all’IVA. Se è vero infatti che ai fini IVA
l’effetto di due fatture reciproche speculari - vere o false che siano - è sempre
nullo (saldo zero, per effetto del principio della cosiddetta neutralità dell’IVA),
è altrettanto vero che l’ipotesi che qui interessa è oggetto di una specifica e
chiarissima disposizione normativa: l’art. 21 DPR 633/1972”.

L’articolo 21, comma 7, non c’entra niente. Abbiamo il paraocchi, la lente. La
lente è il codice tributario o il codice penale, assunti per analogia, per potere
annientare e distruggere, condannare.

“La disposizione normativa citata, quindi, modifica il fisiologico regime di
‘neutralità’ dell’IVA vigente in situazioni normali”. La donna triforme
giudicante si mostra esperta di fisiologia. E di patologia. Infatti: “[…] proprio
con riferimento all’ipotesi patologica di emissione di fatture per operazioni
inesistenti”. C’è la patologia, scrive la donna triforme giudicante, perché,
comunque, ci sono operazioni inesistenti. Le società sono inesistenti, quindi non
c’è reddito, non c’è imponibile né Iva, ma sono inesistenti: c’è la patologia e,
quindi, colpiamo la patologia! Facciamo pagare l’Iva senza tenere conto che la
fattura è stata ricevuta e senza tenere conto del principio di neutralità tra costi e
ricavi. Gli elementi sono perfetti, ci consentono di dire che c’è la patologia, e,
quindi, condanniamo.

“A fronte di un dato normativo tributario letteralmente inequivocabile”, in
questo testo, sono assenti il simbolo, la lettera e la cifra, “disquisire se anziché
trattarsi di un obbligo collegato a una imposta effettivamente dovuta […]”.
Quindi non è importante discutere se si tratti di un obbligo collegato a
un’imposta effettivamente dovuta? Trascuriamo questo? Non c’interessa se sia
dovuta o non dovuta? Non c’interessa se ci sia o non ci sia danno per l’erario?
Diciamo che c’è comunque! Decretiamo, sanciamo: come il principio di non
contraddizione secondo Aristotele. Sanciamo che è così. Benché la donna
triforme non sia Aristotele.

“A fronte di un dato normativo tributario letteralmente inequivocabile,
disquisire se anziché trattarsi di un obbligo collegato a una imposta
effettivamente dovuta si tratti piuttosto di una norma a valenza sostanzialmente
sanzionatoria”, ma allora, se si tratta di una sanzione, non può riguardare il
processo penale! Lo riguarda se c’è un danno per l’erario e se questo danno è
voluto!, “appare francamente”, questo “francamente” è la necropoli, “una pura
speculazione intellettuale”! Discutere se si tratti di un reato penale o di una
sanzione tributaria, discutere se ci sia danno per l’erario oppure no: tutto questo
è una pura speculazione intellettuale, “come tale irrilevante in questa sede”. La
donna triforme ama le scatole piene, non ama la speculazione intellettuale! Nel
primo processo parlavano di scatole cinesi, qui parlano di scatole vuote: c’è un
interesse del tribunale per le scatole, non più cinesi, nel frattempo, ma vuote.
La speculazione non è la ricerca dell’avvenire sotto l’idea dello specchio
come idea che agisce. Quella della donna triforme è speculazione, sì, ma
ideologica. La speculazione intellettuale è il pensiero sintattico e il dispositivo
commerciale. Senza specularità.

“[…] una pura speculazione intellettuale; come tale irrilevante in questa
sede”. In quale sede si trova questa donna triforme? È la sede in cui la Guardia
di Finanza ha potuto dire che erano irrilevanti i documenti e le descrizioni
sull’effettività delle fatture, presentati in quantità adeguata, senza averli
guardati. È la sede in cui è stato considerato irrilevante il testo consegnato il 17 dicembre 2015, dove ciascuna obiezione della requisitoria scritta e della
requisitoria orale veniva contrastata in modo preciso e in cui venivano
presentati documenti essenziali. È la sede in cui hanno potuto dire che era
irrilevante che ci fosse un apporto intellettuale, organizzativo, di studio, di
ricerca, d’indagine, di coordinamento, di organizzazione, al restauro della Villa:
e che rilevante era soltanto l’opera dell’imbianchino e del muratore. Chiamate
un imbianchino a restaurare un affresco! La fattura dell’imbianchino è tollerata,
quella del restauratore, quella dello specialista, no.

“Sulla base della normativa fiscale e tributaria oggi in vigore in materia di
IVA (DPR 633/1972) [ancora l’art. 21, comma 7!] quindi non può che
concludersi nel senso che, con riferimento alla emissione di fatture relative ad
operazioni inesistenti, da parte di un soggetto IVA a carico di un altro soggetto
munito di partita IVA, il trattamento fiscale dell’imposta indiretta preveda
come effetto il sorgere del solo debito tributario a titolo di IVA in capo al
soggetto emittente, e non il correlativo sorgere di un credito IVA in capo al
destinatario della fattura”.
Se i servizi sono effettivi, se i negozi sono effettivi, se la fattura è effettiva,
allora c’è il principio di neutralità tra costi e ricavi: le tasse sono state pagate,
tutto è regolare. Se diciamo che non è così, allora non c’è reddito, quindi non c’è
imponibile e non c’è nessun danno per l’erario, neppure per quanto riguarda
l’Iva. La sentenza cita a vanvera la Cassazione, una citazione inopportuna,
come ha notato Paolo Duranti. Cita una norma, che è valida nel caso in cui ci sia
attività d’impresa. E la applica. Se c’è attività d’impresa c’è l’Iva. Se non c’è
attività d’impresa non c’è l’Iva, né per chi emette fattura né per chi la riceve.
L’articolo 21, comma 7, esige l’attività d’impresa.
Ci sono sentenze successive, in particolare la sentenza della Cassazione del
27 maggio 2015 n. 10939, presentata da noi il 6 novembre 2015 e il 17 dicembre
2015, dove l’Agenzia delle Entrate, avendo perso in Commissione, aveva fatto
ricorso. La Cassazione ha risposto: no, non è possibile fare pagare l’Iva a chi ha
emesso la fattura se non si consente di detrarre l’Iva a chi la riceve. Se l’Iva non
viene detratta, non può esigersi il pagamento dell’Iva da chi ha emesso la
fattura. Altrimenti, sarebbe una duplicazione d’imposta, un’imposta che viene
pagata due volte. Si tratterebbe di un illecito arricchimento da parte del fisco.
Nel nostro caso ci troviamo dinanzi alla richiesta, da parte dell’Agenzia delle
Entrate, di pagare 1.263.866.002,00 di euro per tutte le società: lo stato si
arricchirebbe, indebitamente, di un miliardo e duecento ottanta milioni. Infatti,
se la fattura è valida per chi la emette e per chi la riceve, allora è stata già
pagata; se non è valida, allora non è da pagare.

“È allora evidente come, nel caso in esame, si sia al di fuori del perimetro
tracciato dalla giurisprudenza comunitaria ai fini del riconoscimento del diritto
alla detrazione dell’IVA relativa a fatture per operazioni inesistenti, sia perché
nel caso in esame siamo in presenza di fatture per operazioni oggettivamente
inesistenti sia perché è evidente come tutti i soggetti, unitariamente gestiti,
fossero perfettamente consapevoli della voluta operazione frodatoria”.

Quindi, anche se non c’è reddito, l’Iva è comunque dovuta; anche se le
fatture sono state contabilizzate in modo preciso e messe nel bilancio, anche se i
bilanci sono veritieri, perché rispecchiano le fatture, quest’Iva è dovuta perché
lo diciamo noi, lo stabiliamo noi, lo sanciamo noi. Hanno voluto provare? Non
c’è nessuna prova. Se il fisco non ha avuto nessun danno, se l’evasione non c’è,
dove sta la frode? L’Uroboro è rappresentato dalla donna triforme giudicante.
Rappresentato con quella pervicacia che è circolare.

“Peraltro la documentazione rinvenuta e le dichiarazioni [del noto
ragioniere] sopra esaminate dimostrano” (il postulato, sorretto dal fantasma,
deve dimostrare se stesso) “come ci fosse una maniacale attenzione” la donna
triforme giudicante deve dimostrare la psychopathia criminalis. Prima, era
“frenetica” e “spasmodica”, qui è “maniacale”: non è una sentenza, è una
cartella psichiatrica di regime e di casta. “[…] dimostrano come ci fosse una
maniacale attenzione nella individuazione dei soggetti che dovevano figurare
come emittenti e utilizzatori delle diverse fatture […]”. “È pertanto certamente
[…]”: che bisogno ci sarebbe di dire “è indiscutibile”, “è incontestabile”, “è
inconfutabile”, “è evidente”, “certamente”, se si trattasse di cose precise, di
prove? Con la prova non c’è bisogno che si dica “è indiscutibile, è
inconfutabile”: questo rientra nell’ordine della rappresentazione, della
dimostrazione, del probabile, non già della prova. È dell’ordine della
convinzione, che qui viene chiamata, sempre, convincimento. Discrezionalità
assoluta per il libero convincimento!

“È pertanto certamente sussistente, nell’ambito del vorticoso giro di
fatturazione analizzato […]”. Ma che analizzato? Non ha analizzato nulla! Un
tribunale penale deve fornire le prove dell’accusa, non può soltanto presumere.
Non può soltanto formulare un postulato, sulla base di un fantasma. Non c’è
neanche l’ombra, qui, dell’analisi. Qui è la sintesi della sintesi della sintesi. “È
pertanto certamente sussistente, nell’ambito del vorticoso giro di fatturazione
analizzato sia la specifica finalità dei soggetti emittenti di consentire l’evasione
IVA in capo al destinatario del documento fiscale”: ma, se ha appena detto che
non c’è reddito, che cosa deve consentire? “[…] sia la specifica finalità di
evasione dell’IVA in ogni caso dovuta (anche per fatture per operazioni
inesistenti) da parte del soggetto utilizzatore”. Non è una conclusione, è la
formulazione del postulato: viene postulato che ci sia stato danno per l’erario,
che ci sia stata evasione. Così, viene praticata la duplicazione d’imposta.
Prendiamo il capitolo delle banche. La donna triforme giudicante parla di
flussi, ma non di flussi bancari. Parla di “movimentazione”. Come se ci fosse
una “movimentazione” fatta apposta per dimostrare i flussi, per dimostrare il
business. Fino al punto in cui si prelevino soldi da un conto corrente, per creare
uno scoperto, e, poi, si versi un assegno per coprire. Un’attività gigantesca fatta
per “dimostrare”! Ma come potrebbero le banche, per dare un mutuo, basarsi su
queste operazioni di sportello?

E, poi, la questione dello sconfinamento, cioè della differenza tra saldo
liquido e saldo contabile – stando sempre nei termini del fido – è sorta sopra
tutto dopo la calata dei trecento marescialli. La prima calata, il 18 novembre
2008, era stata di una cinquantina di marescialli; la seconda calata, il 24 marzo
2009, di trecento. Sono seguiti quattro mesi di intercettazioni telefoniche: in quei
mesi, la Guardia di finanza aveva già fatto sentire le conseguenze della sua
azione annientatrice e distruttiva in tutte le banche. Versare un assegno in una
banca crea una differenza tra saldo liquido e saldo contabile, che, però, viene
tollerata dalle banche: è una prassi aziendale. Ma, in quel momento, le banche
erano particolarmente critiche, per via dell’assalto intervenuto.

Una banca ha i suoi analisti interni, ha un comitato interno di esperti che
esamina la documentazione. Consideriamo che esamini un nostro bilancio di
quell’epoca, dove c’è, sì, un fatturato, ma siamo ancora nella fase in cui si
stanno costituendo gli asset delle ventidue società e, quindi, non c’è ancora un
utile netto considerevole. Un utile di cinque-diecimila euro non può interessare
la banca. La banca non può concedere un mutuo sulla base del fatturato. Può
concederlo sulla base di altri parametri.

Le banche, per dare un mutuo, si lasciano ingannare da un imprenditore
intellettuale? Le tre donne giudici mescolano le carte da loro stesse create, al
servizio di un finalismo pantoclastico e distruttivo.

Ciascuna banca ha fatto la sua valutazione. Ciascuna banca ha concesso il
mutuo sulla base di una perizia.

MPS Capital Services eroga a Villa San Carlo Borromeo srl un mutuo di 7
milioni di euro nel mese di febbraio 2007, sulla base di una perizia del 31 luglio
2006 commissionata alla società REAG, che dà un “valore commerciale”, nel
caso in cui l’immobile sia venduto all’asta, di euro 71,4 milioni. Valore di
garanzia
, quindi. Non già valore di mercato.

leggere la seconda parte:
La tentazione, la bella, la grazia, il ragno. II


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26.04.2017