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Il corpo, il nudo, la politica. Di un processo sommario e frammentario

Armando Verdiglione
(4.02.2016)

L’incipit del congresso di Tokio del 1984: “Il 1984 non è l’anno di Orwell, ma è
l’anno del secondo rinascimento”. Ma il tribunale di Orwell non si conclude nel 1984.
E l’anno del secondo rinascimento non inizia e non si conclude nel 1984.
George Orwell. Il suo tribunale. O’Brien si rivolge a Winston: “Tu sei
un’imperfezione del sistema, Winston, sei una macchia che va cancellata. Non ho
forse appena finito di dire che noi siamo diversi dai persecutori del passato?”.
L’eretico dell’Inquisizione – dice O’Brien – è un “martire”, un testimone. Sarebbe
dovuto essere soltanto una vittima, ma non è una vittima: è un testimone, che viene poi
celebrato, un testimone che non confessa, nonostante la delazione e la tortura (così
descrive un capitolo forte, sostanziale e mentale, del Malleus maleficarum). La strega
non confessa.

Ma poi vengono i regimi totalitari, viene lo stalinismo. E qui la confessione è
necessaria: tortura su tortura fino alla confessione di ciò che non è mai avvenuto! Ma
anche chi è colpito dal tribunale dei regimi totalitari, sarebbe una vittima, poi risulta un
“martire”, un testimone.
Il tribunale di Orwell è ben altro tribunale: è il tribunale del Grande Fratello, dove
non c’è posto per il “martirio”, per la testimonianza. “La prima cosa che devi capire è
che qui non c’è posto per i martiri […] Non possiamo tollerare che un pensiero
sbagliato esista in una parte qualsiasi del mondo, per quanto innocuo e recondito possa
essere. […] Il comandamento dei dispotismi di una volta [e del tribunale
dell’Inquisizione] era: ‘Tu non devi!’. Il comandamento dei totalitari era: ‘Tu devi!’. Il
nostro è: ‘Tu sei!’. Nessuno di quelli che portiamo qui riesce a resisterci. Tutti vengono
mondati. Quei tre miserabili traditori, Jones, Aaronson e Rutherford, nella cui
innocenza tu un tempo hai creduto, alla fine siamo riusciti a piegare anche loro. Io
stesso ho preso parte all’interrogatorio. Li ho visti fiaccarsi a poco a poco, li ho visti
strisciare, frignare, piangere. Alla fine non erano più lacrime di dolore ma di
espiazione. Quando abbiamo finito con loro, erano dei gusci d’uomini, che dentro di
sé ospitavano solo dolore per quello che avevano fatto”, e non avevano fatto nulla!, “e
amore per il Grande Fratello”, erano convinti dell’errore, della devianza!, “Era
commovente vedere quanto lo amavano. Chiesero di essere passati per le armi subito,
in modo da poter morire con la mente ancora pura”. Il tribunale della purezza. Il
tribunale della morte. Il tribunale del nudo.

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Opera di Christiane Apprieux

Con il tribunale del Grande Fratello, nel suo romanzo, George Orwell realizza il
tribunale indicato da “Socrate”, personaggio di Platone.

Nel Gorgia (523a,b,c,d,e, 524a,b), il personaggio “Socrate” si rivolge a Callicle: “E
allora, ascolta, come si dice, un gran bel racconto, che tu considererai un mito
[mythos], credo, e che io, invece, considero un ragionamento [logos, discorso, discorso
come causa finale]. Infatti, ti narrerò ciò che sto per narrarti come se fossero cose vere.
Come racconta Omero, Zeus, Posidone e Plutone si spartirono il potere, dopo che
l’ebbero ereditato dal padre”. Crono lascia il potere ai tre figli: Zeus, dio dell’Olimpo,
Posidone, dio del mare, Plutone, dio dell’aldilà, più che dell’inferno, perché l’aldilà si
suddivide in superno e inferno. Qui l’inferno non è la Geenna dell’ebraismo, ma è il
Tartaro.

Nell’epoca di Crono (chrónos, il tempo, il taglio), vigeva un ordinamento: chi
viveva in modo corretto e santo, morendo sarebbe vissuto felice nelle “Isole dei Beati”
senza più il male, senza più il negativo, senza più l’impuro, il peccato, l’incesto. Chi,
invece, fosse vissuto in modo scorretto e ateo sarebbe vissuto in un carcere, che è
appunto il Tartaro, per espiare la pena. Ma la pena non è suddivisa in Purgatorio e
Inferno (il concetto di Purgatorio è del secondo millennio d.C.).

Chi giudicava i vivi nel giorno della loro morte, quindi mentre erano ancora vivi,
era un Tribunale. Ma c’era in questo ancora un’imperfezione, c’era una macchia, c’era
ancora il corpo. Quindi i giudizi non erano ideali, severamente puri. “Allora Plutone e i
guardiani delle Isole dei Beati andarono da Zeus a dire che arrivavano da loro, nell’uno
e nell’altro luogo, uomini che non meritavano di essere mandati lì”. Questo giudizio
non era puro, il tribunale non arrivava al nudo, non era il tribunale del nudo, della
messa a nudo, del denudamento! Zeus prende subito un provvedimento, redige un
decreto, che non viene sottoposto a nessuna assemblea: “Farò in modo che questo non
accada più. Ora i giudizi sono andati male, perché coloro che vengono giudicati, sono
giudicati vestiti [vestiti del corpo!]: vengono infatti giudicati da vivi. Molti, dunque, pur
avendo anime cattive, indossano bei corpi, nobiltà e ricchezze e, quando si tiene il
giudizio, vengono molti testimoni a deporre, in loro favore, che essi hanno vissuto nel
rispetto della giustizia. I giudici, allora, si lasciano impressionare da queste cose, e
giudicano a loro volta da vestiti, avendo l’anima coperta dagli occhi, dalle orecchie e
dal resto del corpo”. I giudici non devono avere né occhi né orecchie né corpo, così le
anime che devono essere giudicate. “E tutte queste cose sono loro d’intralcio, sia i loro
abiti sia quelli di coloro che vengono giudicati. Come prima cosa, dunque, bisogna
fare in modo che, d’ora in poi, non prevedano la propria morte, perché ora la
prevedono. Ed è già stato dato ordine a Prometeo di far cessare questa loro
preveggenza”. La previsione. “Poi, devono essere giudicati nudi di tutte queste cose:
bisogna che siano giudicati dopo che siano morti. Anche il giudice dev’essere nudo,
morto, e la sua anima deve contemplare l’anima di ognuno subito dopo la morte, da
sola, senza tutta la sua parentela, e dopo che abbia lasciato sulla terra tutta quella
ornamentazione, perché la sentenza sia giusta. Questo, o Callicle, è ciò che ho sentito
dire, e ritengo che sia vero”.

Ritengo, penso che sia vero, dunque è vero. È un ragionamento, è un discorso.
Cosa detta questo discorso? Che la morte non è altro che la separazione di due cose:
l’anima [psyche] e il corpo. Allora il tribunale del nudo: il tribunale di Osiride, il
tribunale di Platone. Per Platone (Gorgia, 493a) il corpo è segno, tomba. La libertà per
Platone è la libertà dal corpo, è la libertà del nudo, è la libertà di morire. L’idea del
nudo è l’idea di morte
. Aristotele non ha bisogno di fare la separazione tra psiche e
corpo. Il corpo dev’essere già severamente puro, purificato, e quindi propone il
sistema, l’unità. Sta qui il dualismo psicofisico. Il sistema di Aristotele è il sistema
morfologico-dinamico come sistema politico e sociale. È il sistema che presiede al
tribunale del nudo. In tutta la sua genealogia.

Lo stesso Jean Paul Sartre: “Il corpo è l’oggetto psichico per eccellenza” (L’être et le
Néant
).

Tutto ciò potete leggerlo negli scritti in merito all’Inquisizione, ma già nel Manuale
dell’inquisitore
del 1376, di frate Nicolas Eymerich, che precede di gran lunga il
Malleus malleficarum.

In breve, il corpo è il corpo sacrificale, il corpo dell’homo mortalis/immortalis, il
corpo che si elide a vantaggio del nudo, per ciò della purezza ideale. È il corpo stesso
della tortura, lontano da ciò che dice Euripide, che pone una questione di vita o di
morte, cioè la questione aperta, quando scrive: “Chi può sapere se vivere non sia
morire, e se morire non sia vivere?”. Platone, nel Gorgia (492e), cita questo verso
euripideo.

Il corpo della strega, il corpo del drogato, il corpo drogologico, il corpo
psicofarmacologico, il corpo della ghigliottina. Quindi: tribunale della ghigliottina,
tribunale della camera a gas, tribunale dello psicofarmaco.

Persino nella Pietà Rondanini, Ida Magli, antropologa, intravede che il corpo della
donna è un corpo che cova la morte, il corpo che porta dentro di sé il segreto
invincibile della morte (articolo su “Il Giorno”, 16 dicembre 1999). Il corpo della
verità, il corpo della morte, l’idea del doppio nell’antico Egitto. Il cadavere
imputridisce. Quindi la mummificazione. Quanto dura la mummia? Il basalto dura di
più. Per ciò, la mummia più l’immagine che viene scolpita sulla mummia: è il doppio,
un corpo di soccorso.

Per altro, il Genesi (3, 7): “Si aprirono gli occhi di tutti e due”, di Adamo e di Eva,
“e si accorsero di essere nudi. Intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”. La
conoscenza stessa vale come denudamento. La gnosi, la messa a nudo come messa a
morte, come purificazione.

Il giudizio ultimo è il giudizio proprio del tribunale del nudo: denudamento,
smascheramento, scopertura. Scopertura della pentola a pressione, del vaso di
Pandora, del computer del ragioniere morente.

Il concetto del nudo, la metafora del nudo, la metonimia del nudo, la ricerca del
nudo. Il concetto dell’abito, del male dell’Altro, del peccato dell’Altro, dell’incesto
dell’Altro.

Questo tribunale del nudo si estende per l’intero discorso occidentale, tra un
filosofo e l’altro: Cartesio, Kant, Hegel, Heidegger. E così, Heidegger scrive in Essere e
tempo
(§ 74, La costituzione fondamentale della storicità): “La finitudine, una volta
afferrata, sottrae l’esistenza alla molteplicità caotica delle possibilità che si offrono
immediatamente (i comodi, le frivolezze e le superficialità)”, e lo abbiamo notato nella
descrizione di Platone, “e porta l’esserci [Dasein] in cospetto della nudità del suo
destino”. Ma come s’intende questa nudità? Come la morte in quanto possibilità
incondizionata. Per Heidegger, la storicità autentica è l’essere per la morte come
decisione anticipatrice, essa imbastisce l’esserci nella nudità del proprio destino.
L’irrisione di Friedrich Nietzsche: “Continuano ancora a esistere ingenui osservatori
di sé”. L’osservazione di sé, l’osservazione dell’Altro. La cura di sé, la cura dell’Altro. Il
rispetto di sé, il rispetto dell’Altro. Lo stupore di sé, lo stupore dell’Altro. E, addirittura,
l’amore di sé, l’amore dell’Altro. “Continuano ancora a esistere ingenui osservatori di
sé i quali credono che vi siano ‘certezze immediate’, per esempio, ‘io penso’, oppure,
secondo la superstizione di Schopenhauer, ‘io voglio’, come se qui il conoscere
potesse afferrare puro e nudo il suo oggetto”, Nietzsche sfata la gnosi, “quale ‘cosa in
sé’ e non potesse aver luogo una falsificazione né da parte del soggetto né da parte
dell’oggetto. E non mi stancherò di ripetere che ‘certezza immediata’ così come
‘assoluta conoscenza’ e ‘cosa in sé’ comportano una contradictio in adjecto. E ci si
dovrebbe sbarazzare pure una buona volta della seduzione delle parole!”(Al di là del
bene e del male
, Parte prima, 16).

Sembra rivoluzionario Hegel, ma rimane platonico, quando scrive, nella
Fenomenologia dello spirito, che il nudo del pensiero, il ragionamento, non è il nudo
osso del cervello.

La metafora del nudo è metafora della morte, oppure è metafora della polvere e di
ciò che farebbe parte della stessa impurità. La stessa polvere è impura. Infatti, che cosa
fece Giobbe? “Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si
prostrò e disse: ‘Nudo sono uscito dal seno di mia madre e nudo tornerò in seno alla
terra”.

Ma Platone, ogni tanto, ha qualcosa di differente, di contraddittorio. Così, per
esempio, nel Simposio: “L’amore non ha né padre né madre. E nessuno, né in poesia
né in prosa, glielo ha mai attribuito” (17, 8b).

Il nudo è inconcettuale. Nessuna metafora del nudo, nessuna metonimia del nudo,
nessuna confisca del nudo a vantaggio del cannibalismo, a vantaggio dell’apoteosi del
soggetto, del trionfo dell’ideale, a vantaggio del monopolio mondiale sulla pornografia.
Il nudo è proprietà della “cosa”, proprietà del narcisismo della parola: proprietà
dell’autismo, senza più l’erotizzazione (che è impossibile) dell’oggetto e della causa;
proprietà dell’automatismo, senza più l’erotizzazione del tempo, del fare, dell’Altro,
dell’impresa, della finanza. Come proprietà dell’automatismo, il nudo è anche indice
della castità, nonché della sessualità.

Il nudo è senza dimostrazione, senza monstrum. La parola è nuda, la ricerca è
nuda, l’impresa è nuda, il business è nudo.

Il nudo, il suo teorema: niente più erotismo. Il nudo è “scientifico”, il nudo è della
“scienza”, cioè senza più conoscenza, senza più apocalisse, senza il tribunale
dell’apocalisse, che è il tribunale della verità come causa finale.
Il tabù del nudo è il tabù della vendita tanto del sembiante come venditore quanto
del tempo come venditore, quindi dell’imprenditore come venditore. Abbiamo notato
che il tribunale del nudo è il tribunale dell’androgino.

La demiurgia segue la metafora dell’agenzia divina: contro la vendita sta l’idea di
morte.

Leonardo da Vinci: “Per parere gran disegnatori fanno i loro ignudi legnosi e sanza
grazia che pare a vederli un sacco di noci, più presto che superfizie umana, ovvero un
fascio di ravanelli; più presto che muscolosi nudi” (Codice Leicester, 79r). “E se
altrimenti farai, piuttosto un sacco di noci che figura umana arai imitato” (Codice di
Madrid, II, 128r). Mimetismo, autonomia, il concetto di nudo, l’algebra del sacco, la
geometria del sacco, il corpo come sacco. “Non mi pare che li omini grossi e di tristi
costumi e di poco discorso meritino sì bello strumento”, sì bello strumento il corpo!,
“né tante varietà di macchinamenti, quanto li omini speculativi e di gran discorsi, ma
solo un sacco dove si riceva il cibo e donde esso esca. Ché, invero, altro che un
transito di cibo non sono da essere giudicati, perché niente mi pare che essi participino
di spezie umana altro che la voce e la figura. E tutto er resto è assai manco che bestia”
(Codice Windsor, 80v). Leonardo non accetta questo concetto di corpo come partecipe
della bestialità, il corpo bestiale.

Il corpo non appartiene all’homo mortalis/immortalis come animale fantastico. È il
corpo della parola, è il corpo della pittura, è il corpo proprio del paragone delle arti e
delle invenzioni.

Aequilibrium. La bilancia equa. Libra, la bilancia. La calibratura. È la bilancia
sostanziale e mentale? È la bilancia di Osiride? È il bilancio di Osiride? O è il bilancio
intellettuale? È la bilancia della conciliazione tra positivo e negativo, cioè
dell’economia del negativo, dell’economia della morte? O è la bilancia
dell’inconciliabile, la bilancia dell’apertura? O è il bilancio senza sommarietà, senza
frammentarismo, che attiene all’amministrazione?

Il nudo, la maschera nuda di Pirandello? Il nudo dell’immagine, il nudo della
sembianza, il nudo del linguaggio. Quindi il nudo anche della maschera. Ma allora è
sempre la maschera come l’indice della irriducibilità dell’alterità.

Il velo come maschera, oppure il velo come il nudo, il nudo del tempo.

Nudo è l’omphalós, nudo è il tempo. Ma nessuna messa a nudo dell’omphalós,
nessuna messa a nudo del tempo, che sarebbe l’idea della fine del tempo. L’omphalós,
l’ombelico.

Nella sembianza, nuda anche la vestis. Nessuna vendita senza il nudo. Il nudo non
è ideale, non appartiene all’idea di bello né all’idea di bene, contrariamente a ciò che
ritiene ancora Kant, per il quale l’ideale di bellezza è la forma umana.

Il nudo. La demonologia non tollera il nudo. La pedagogia aborrisce il nudo come
proprietà della “cosa”, ma compie la confisca del nudo. La confisca del nudo è a
vantaggio del cannibalismo, sia paterno sia materno, è a vantaggio dell’apoteosi
dell’imperatore, dell’apoteosi del pontefice massimo e dell’apoteosi del soggetto.
Questa mattina, arrivando qui, quattro ragazzi e una ragazza uscivano dalla
discoteca. Uno di loro, in odore di alcool, esclama: “Se avessi questa sciarpa, sarei il re
del mondo”. Guardava me. Qui il nudo come equivalente generale dei valori
sostanziali e mentali dello scambio è il fallo, rappresentato dall’Uroboro. Ma il fallo
non è il fallo come indice, come la fenice, come la croce, non è indice come l’ombra,
come indice della relazione. Il fallo non è equivalente generale. Nessuna significazione
del fallo. Nessuna immagine del corpo.

Corpus delicti, corpus maleficii, corpus della malattia, di ogni malattia. E ogni
malattia, da Ippocrate all’ultimo medico ospedaliero, è mentale. Corpo della
stregoneria, corpo della tortura. Ma l’anatomia non è anatomia del corpo, è anatomia
della sembianza, e la sembianza non è l’immagine del corpo, non è una gamma di
immagini del corpo. Nessuna immagine del corpo, nessuna maschera del corpo.
L’anatomia è il tempo nella sembianza.

Lo stesso Marcel Duchamp chiama nudo qualcosa che non si presta all’erotismo.
La politica del tempo, la politica del nudo. Il nudo della politica. Il nudo del diritto,
il nudo della ragione. Diritto dell’Altro, ragione dell’Altro. Il nudo del giudizio.
Ciò che elabora Leonardo intorno al rebus e al velo è preciso. Il velo esclude la
messa a nudo, esclude la maschera del tempo. È impossibile togliere il velo: ciò che
indica il rebus.

E l’ombra, dice Leonardo, non va portata nell’opera. Non va portata
nell’ingegneria, nell’arte, nella cultura, nella pittura, nella scultura, nell’architettura.
Dice Leonardo: “L’ombra, se confusa macchia scura, portata nell’opera sarà di legnosa
resultazione”. Si servirà non della lingua diplomatica ma della lingua di legno. La
lingua di legno: un’opera, un romanzo, un saggio scritti con la lingua di legno, senza
redazione. Ognuno scrive con la lingua di legno, porta l’ombra nella scrittura. E allora
sarà un’opera legnosa, senza velo, messa a nudo, senza rebus, senza ascolto, senza
lucidità.

Il processo per stregoneria è il processo della messa a nudo. Tagliare i capelli della
strega, evitare lo sguardo della strega. Niente capelli, niente sguardo, niente vestiti,
niente velo. Sopra tutto, niente istanza intellettuale.

Così accade quando un giorno arrivano due ospiti, due ospiti della città e bussano
alla casa. La casa è la casa museo, la casa editrice, la casa intellettuale, la casa dell’arte
e dell’invenzione, la casa della città, è la città stessa. Gli ospiti bussano alla casa di Lot
e Lot apre. Egli ha due figlie, ma apre la casa a questi due ospiti, non si preoccupa per
le due figlie. Ma ci sono i vicini, il paese. Arriva la gente, il popolo, la casta, la classe,
la corporazione. La corporazione è differente dal corpo. La corporazione si basa già sul
corpo ideale: i corpi dello stato, i corpi ideali dello stato, i corpi ideali dello stato
ideale. Allora il popolo chiede: “Ehi tu, Lot, cosa fai?”. Per Lot l’ospite non è il fratello,
non è l’amico, non è il nemico, né amico né nemico. Non è l’ultimo. Non è
nell’escatologia che Lot accoglie l’ospite. Ma arrivano i compatrioti, i compaesani, i
concittadini, le corporazioni, le caste o la casta, il popolo: “Ehi tu, Lot, noi vogliamo
conoscere questi tuoi due ospiti. Mandali fuori, buttali fuori. Ce ne occupiamo noi. Li
spogliamo, li denudiamo, li guardiamo, li mettiamo a nudo, li demistifichiamo, li
smascheriamo. Tagliamo la barba, tagliamo i capelli, togliamo i vestiti. Li illuminiamo,
li mettiamo davanti al fuoco, li mandiamo nel fuoco”. Ma Lot: “No, cari compatrioti,
prendete le mie figlie, vi do le mie figlie”, vi do le mie figlie, non i due ospiti.

Portare il velo vale a credere nel nascondimento come messa in palio della
questione della verità.

Il nudo è un tabù non soltanto nel Mediterraneo, in Europa e in Medioriente, ma
anche in Oriente. La Cina ignora il nudo nella pittura, ignora il due, il tempo, ignora la
funzione di zero, la funzione di uno, la funzione di Altro. Senza bisogno del sistema
instaurato da Aristotele. Nella propria mitologia. Il tabù del nudo è un tabù osservato:
negato il nudo, trionfa l’erotismo. L’erotismo è l’ombra nel viaggio, l’ombra
nell’autismo, l’ombra nell’automatismo. Erotizzazione senza l’oggetto e senza la causa,
senza lo specchio, senza lo sguardo, senza la voce. Erotizzazione senza il tempo.
Abbiamo notato, viaggiando, discutendo, leggendo e traducendo, gli scrittori
giapponesi nel loro interesse per il rinascimento, per il nudo (per questa proprietà
dell’autismo e dell’automatismo) e per la sessualità nella pittura, nella scultura. Così
Yasushi Inoue, a Firenze, guarda e riguarda a lungo l’Annunciazione dove interviene
anche Leonardo, l’ascolta: si tratta del tempo e della sessualità. Lo stesso Iukyo
Mishima si accorge della sessualità attraverso la pittura rinascimentale.

Il nudo: la proprietà dell’autismo e dell’automatismo, la proprietà della “cosa”.
Il nudo della scienza, il nudo dell’arte e della cultura, il nudo della scrittura, il
nudo della scultura, il nudo dell’architettura. È quel nudo che non è tollerato dal
discorso occidentale, non è tollerato dal tribunale di Osiride, dal tribunale di Aristotele
e, ancora di più, dal tribunale dell’islam. “Ognuno” realizza questa negazione.
Idealmente.

1891, Il ritratto di Dorian Gray. Quando il ritratto è puro, severamente puro. Il
male nel ritratto. Il mondo nel ritratto. L’errore morale nel ritratto. Il monstrum: la
dimostrazione del tu, dell’io e del lui nel ritratto. In breve, la vita come ricordo. Il
vissuto: il mio vissuto, il tuo vissuto. Il vissuto nel ritratto. Nessuna dimostrazione sulla
sua pelle. Il ritratto di sé è impossibile sulla sua pelle. Questo ritratto, non può portarlo
appresso, farlo notare a altri, presentarlo, addirittura mostrarlo. Lo tiene nell’angolo.
Solo lui, Dorian, può vederlo. E lui, quindi, nella vita, vaga, cammina, attraversa, parla,
incontra, gioca, danza, ascolta. E la sua pelle, la pellicola della vita, non ha questo
ritratto di sé, nessuno si accorge di questo ritratto di sé. Ma lui, poi, si ritira in sé. Senza
incontri, senza la parola, senza interlocuzioni, senza conversazioni, se ne sta tra i suoi
pensieri e con i suoi ricordi. È da solo nel suo angolo e indugia, indugia a guardare il
ritratto. Si sofferma, guarda, riguarda, immagina, crede che, lì, in quel ritratto non ci sia
oggetto, non ci sia ostacolo assoluto, che sia un vero e proprio ritratto di sé, il ritratto
naturale di sé. Si convince. È il nudo del ritratto! La sua pellicola, pura come un abito.
Questa purezza è l’acme ideale. Si attiene a questa idealità. E che cosa fa? Trafigge il
ritratto. E muore. È il risparmio totale. Ognuno risparmia quel che non ha. Lo
gnosticismo è la forma fondamentale di naturalismo. Dorian realizza da solo il
tribunale di Orwell. Idealmente.

Il corpo non è quello che soggiace al fantasma materno del corpo, al fantasma di
morte. Il corpo non è il corpo dell’apocalisse. Non è il corpo da epurare. Non è il
corpo del consociativismo e del corporativismo. È il corpo dell’acrobazia. Il corpo
della parola.

L’acrobazia. Assioma dell’acrobazia: il corpo e la scena si combinano nella cifra.
Teorema dell’acrobazia: non c’è più corpo mortale, non c’è più corpo sacrificale.
Il tribunale del nudo è il tribunale della bilancia sostanziale e mentale. Il suo
processo è sommario e frammentario, cioè algebrico e geometrico.

La negazione del nudo passa attraverso due generi di vergogna e due generi di
pudore. La vergogna è l’estetica resa personale (e qui il dolus è negato) e la poetica
resa personale (e qui il dolor è negato). Il pudore è tanto l’estetica resa sociale quanto
la poetica resa sociale. Con l’estetica resa sociale, nessuna funzione di zero e nessuna
responsabilità: è il processo sommario. Con la poetica resa sociale, nessuna funzione di
uno e nessuna capacità: è il processo frammentario. Il concetto del pudore è il concetto
del soggetto irresponsabile e incapace. Questa irresponsabilità e questa incapacità
passano dai funzionari e dai professionisti della morte ai soggetti che essi stessi creano
e che usano nel proprio erotismo.

I principi di unità, di cerchio e di linea presiedono sia al processo sommario sia al
processo frammentario. Il nostro processo è sia un processo sommario sia un processo
frammentario.

Il 29 gennaio 2016, è stata resa disponibile la sentenza emessa il 17 dicembre
2015 e depositata il 20 gennaio 2016. Dopo le prime centocinquanta pagine, costituite
dall’elenco dei capi d’imputazione (che riguardano le fatture emesse) e dall’elenco
delle fatture emesse (solo quelle emesse! Vale sempre l’emittente, mai il ricevente!), ci
sono centoventi pagine circa di apparenti motivazioni. Abbiamo letto la prima pagina
di queste motivazioni. Il “cosiddetto” Secondo Rinascimento, la cultura, l’arte, i libri, il
Brainworking, il restauro dei monumenti storici, tutto ciò “mai messo in discussione o
negato neppure dalla Pubblica Accusa”, scrivono le tre giudici (citando le
testimonianze di Marek Halter, Augusto Ponzio, Marco Maiocchi e di altri). Ma tutto
ciò, il Secondo Rinascimento, viene riassunto così: è “un messaggio teorico antiideologico”.
Le tre donne giudici devono dimostrarsi illuminate, devono dimostrare di
conoscere il messaggio: scrivono che è anti-ideologico. La scienza, l’arte, la cultura, la
scrittura, i libri, i congressi, il Brainworking: tutto questo contro l’ideologia!
Ma perché tutto ciò non viene negato? Perché questo è il primo livello: è il vestito,
è la copertura! Ma poi le tre donne giudici dicono di passare all’altro livello: togliamo
il vestito, togliamo la copertura, tagliamo i capelli, facciamo la messa a nudo! E così
Armando Verdiglione viene messo a nudo! Le tre donne giudici sono esperte,
impiegano tutto il loro erotismo per rappresentare Verdiglione messo a nudo. Quindi,
ecco le fatture! Verdiglione nudo è il fattucchiere: ha dettato, ha autorizzato, ha
emesso, ha fatto emettere tante fatture. Sì, Verdiglione faceva tante cose, in Italia, in
vari paesi, ma poi è stato messo a nudo! Quando è avvenuta questa messa a nudo? Con
le intercettazioni telefoniche tra aprile e luglio del 2009, dopo che, il 24 marzo 2009,
trecento marescialli erano arrivati in cinquanta siti in varie parti d’Italia, con un’azione
devastante e terroristica, e dopo la prima visita del 18 novembre 2008. È stata messa a
nudo la “ricerca sfrenata”, in quel periodo, di provare a pagare le rate dei mutui,
nonostante quello che era accaduto.

Il tribunale del nudo. Il tribunale di Orwell. Il tribunale di Milano, che non
dimentica il tribunale della Colonna infame. Il tribunale contro l’unzione, contro la
stregoneria, contro la realtà intellettuale, contro il dispositivo intellettuale.
La “sentenza” crea la falsificazione e la erige a sistema. Falsificazione ideale.
Sistema ideale. Spariscono le prove, i documenti, le testimonianze, le dichiarazioni, gli
scritti. Sparisce la parola. Sparisce il dibattimento. Questa “sentenza” espone la
vendetta in tutto il suo erotismo. È l’apoteosi della demonologia.

30 gennaio 2016


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