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Chi osa e chi rischia

Armando Verdiglione
(27.01.2016)

Il matricidio è un fantasma, il fantasma di morte della materia, per tanto anche
della madre. Il fantasma di morte agisce, si fa sistema. Nessuna funzione di
madre: ma il matricidio postula la funzione di madre come funzione di morte,
togliendo idealmente la madre. Sta qui il discorso occidentale. Sta qui ogni
sistema di gerarchia sociale e politica. Il fantasma materno si erige a principio
della paura come principio di dominio del mondo, in tutti gli apparati propri di
questa che diventa una fallocrazia. Il fantasma di morte è anche il fantasma di
fine del tempo, quindi il fantasma di segreto e rivelazione. Il tempo non finisce:
non c’è più segreto, non c’è più segreto di mamma. Il tempo finisce: il segreto è
apocalisse, strip-tease.

Opera di Christiane Apprieux, 2015, terracotta patinata

Chi osa non è un soggetto. Chi osa non è “chi osa cercare” o “chi osa fare”,
“regnare” o “governare”, “comandare” o “osservare”, “intraprendere” o
“fermarsi”. Chi osa: l’audacia, come proprietà dell’ostacolo, della causa, proprietà
del sembiante, proprietà dell’oggetto. Chi osa non è “l’audace”. L’audace nega
l’audacia, la assume, assume il fantasma di morte come fantasma di paura.
Chi osa sul principio della paura è eroe. Togliete l’autismo: e avete l’eroismo.
Togliete l’automatismo: e avete l’autonomia, quindi l’automaticismo. Il coraggio e
l’altra sua faccia, la codardia, confermano la paura, la esaltano, la dimostrano.
L’eroe si dimostra pavido. Togliere l’autismo “significa”, idealmente, togliere
l’identificazione, la mimesi, significa fondare il mimetismo. La negazione del
mimetismo come caricatura comporta il principio della paura, come principio di
morte, che è il principio di ereditarietà, il principio del dominio del mondo.
Ancora Eschilo riporta la superstizione religiosa, cioè che la hybris umana
viene punita con la nemesi, con la vendetta, per diverse generazioni. Non
altrimenti nella Bibbia, dove si discute del principio di ereditarietà della pena fino
alla settima generazione. Sofocle descrive l’eredità, e sospende il principio di
ereditarietà. Sofocle fa ciò che l’ideologia psichiatrica e la genetica non hanno
mai fatto. Alcune acquisizioni moderne di Euripide emergono già in Sofocle, che
sospende la coppia hybris-nemesi. L’hybris, come la sicurezza, è proprietà del
sembiante. Non è umana né soggettiva né collettiva.

I corollari dell’eroismo e del mimetismo sono il cannibalismo economico,
chiamato altrimenti pasto senza amore (ovvero senza il custode della sintassi e
della frase), e il cannibalismo finanziario, chiamato altrimenti pasto senza odio
(ovvero senza il custode del pragma). Questi corollari sono la struttura chiusa del
labirinto e la struttura chiusa del giardino del tempo. Senza l’audacia l’accesso al
labirinto appare diretto: accesso diretto al senso e al dispendio, al sapere e alla
ripetizione. E senza il rischio l’accesso al paradiso appare diretto: accesso diretto
all’evento, nonché alla verità e al riso.

Chi osa. Chi rischia. Sul principio della paura nessun rischio, quindi nessun
dispositivo finanziario. E nessun rendimento, quindi nessun dispositivo clinico. Il
rischio è assioma e la sicurezza è teorema Mater secura, senza più
preoccupazione, senza più affanno, senza più indaffaramento, senza più studium,
senza più abbandonarsi. Il rischio è proprietà dell’odio, quindi, del tempo che
non finisce e della finanza. Il rischio: non abbandonarsi mai, non cedere mai sulla
riuscita, non buttarsi mai. “Buttati, non rischi nulla, ti salvi”. Mai abolire il rischio.
Il fare senza rischio? È il fatto, cioè il fantasma di morte, quello che istituisce nel
fare il finito, il definito.

Nell’intervallo, nel giardino del tempo, il rischio è temporale, finanziario.
Rischio proprio dell’influenza e della finanza. La base del rischio è il malinteso.
Abolire il malinteso è abolire la madre, è abolire il rischio e fondare il pericolo
come pericolo di morte.

Il fantasma di morte appartiene al “visionario”, che si preclude l’ascolto. Il
visionario è il “venditore sordo”, il venditore senza avvenire, senza ascolto. Il
“venditore illuminato”, cioè senza luce. Il pericolo prospetta la morte come
necessità, probabilità, possibilità. L’eroe e l’autonomo scelgono di affrontarla
come possibilità incondizionata, come propria della condizione umana.
Hobbes: la condizione dell’uomo è una condizione di guerra di ogni uomo

contro ogni altro uomo (Leviatano, I, cap. XIV). La guerra dei sessi, la guerra delle
classi, la guerra degli stati, la guerra propria dell’uno che si divide in due. Proprio
la guerra definisce la condizione umana, una volta accettata la morte, quindi la
vendetta, quindi la colpa e la pena. La volontà di Osiride è la volontà di bene che
giustifica la guerra, in nome della libertà, in nome della pace, in nome della vita.
La preparazione è un aspetto dell’apparato: la preparazione della guerra, la
preparazione della morte. “Preparati!”. Para. Para bellum, para mortem. In questo
discorso, che è il discorso della guerra come discorso della morte. George
Santayana può scrivere: “Only the dead are safe; only the dead have seen the end
of war” (Soltanto i morti sono al sicuro; soltanto i morti hanno visto la fine della
guerra) (Soliloquies in England, 1922). E il generale Douglas MacArthur, nel 1962,
attribuisce il detto a Platone. L’economia politica è economia della guerra. E ogni
tribunale del popolo è il tribunale di guerra. Il tribunale di Osiride. Il perno del
tribunale di Osiride è biforcuto, cioè si avvale della sostanzialità e della mentalità,
della negazione del due e del tempo.

Il concetto di guerra globale è arcaico. Non riguarda soltanto un esercito
contro un altro. La guerra sostanziale e mentale avviene dove si nega il due.
Questo è il “sistema” che esercita il monopolio della guerra. Quella che viene
chiamata guerra è la guerra negata, la guerra che, negata, viene assunta dal
discorso. Il tribunale di Osiride è il tribunale che nega il dispositivo della battaglia
e della lotta, quindi anche il dispositivo chiamato dibattito, e lo tramuta in
dispositivo del dibattimento come dispositivo conformista. La guerra, la battaglia
e la lotta sono proprietà industriali, che non dipendono dalla volontà, tanto meno
dalla volontà di bene.

L’industria. Ingenium industria alitur (Cicerone): parodiando, scrivevamo
Ingenio industria alitur. Industria: la struttura dell’Altro. Anche questa, struttura
originaria. Struttura originaria è la ricerca, quindi la sintassi e la frase. Struttura
originaria è anche il fare, la struttura dell’Altro.

Come avvengono e come divengono le cose: de rerum natione. La nazione è
l’industria. E non è popolare. L’ingegno: proprietà e virtualità dell’Altro. La
ragione e il diritto senza l’ingegno sono la ragione e il diritto senza l’Altro e senza
il tempo. Sono la ragione e il diritto sotto il fantasma della fine del tempo.
Baltasar Graciàn: “L’ingegno aspira al bello”. Il bello, qui, è il bello della
differenza e della varietà innegabili, senza mediazione e senza superamento.
Machiavelli: “La ‘ndustria vale più che la natura”. Non la causa vale, non
l’oggetto vale, non l’ostacolo vale. Non è la condizione a valere. L’ostacolo, la
causa, l’oggetto sono la condizione del processo di valorizzazione. Il processo di
valorizzazione è il processo della parola e è strutturale, è la struttura chiamata
sintassi, la struttura chiamata frase, cioè la struttura propria della ricerca. La
struttura vale, la memoria vale. Per valere, si scrive. L’esperienza vale. Per valere,
si scrive. “Più che la natura”. La natura è il “dove”: da “dove” e “dove”, il punto e
il contrappunto. Da dove vengono e dove vanno le cose: de rerum natura. La
natura: nascita e rinascimento. La natura: nella dimensione di sembianza. E il
rinascimento: nella dimensione di linguaggio.

La lotta intellettuale. La guerra intellettuale. La memoria si scrive, la struttura si
scrive, l’esperienza si scrive. L’amministrazione è impossibile senza la narrazione,
senza la scrittura dell’esperienza, e senza l’intervento dell’idea, dell’idea assoluta,
dell’idea originaria, dell’idea che opera, non dell’idea che agisce. Questa
accezione vale sia per l’amministrazione rispetto alla scrittura della ricerca sia per
l’amministrazione rispetto alla scrittura dell’impresa. Il principio della paura come
principio di dominio del mondo è il principio di severità e di purismo, quindi è
principio che non tollera l’amministrazione e non tollera il dispositivo
intellettuale, la guerra intellettuale, la lotta intellettuale, l’ingegno, la poesia,
l’ingegneria, le opere e i prodotti d’ingegno, i servizi intellettuali, gli assets che
non siano sostanziali e mentali, cioè che non neghino il due (l’apertura) e il
tempo (lo squarcio).

Il modo del due e il modo del tempo. Il modo del due: la famiglia senza
principio di ereditarietà, senza principio della parentela. La famiglia come traccia.
La famiglia come disegno. La famiglia come diagrammatica. Il disegno ha due
accezioni: il modo del due e il modo del tempo, nella dimensione di linguaggio,
e il modo dell’anatomia, nella dimensione di sembianza. L’amministrazione sta
dove la fiaba si scrive e dove la favola si scrive. Il disegno è anche modo della
scrittura: modo di quella che viene chiamata la grafica, nella dimensione di
sembianza, e modo della scrittura, nella dimensione di linguaggio.

Scrive Leonardo: “Il disegno è di tanta eccellenza che non solo ricerca le opere
di natura, ma infinite più che quelle che fa natura”. La lezione di Leonardo viene
raccolta da Machiavelli: “La ‘ndustria vale più che la natura”. Il disegno non ha
nulla di naturale né di sovrannaturale. Il disegno è industriale, disegno della
struttura dell’Altro. “La ‘ndustria vale più che la natura”. Sta qui il disegno
originario. Non è il disegno ideale. È il disegno pragmatico e scritturale. Disegno
industriale. La combinatoria fra il corpo e la scena è impossibile senza il disegno.
Dei “Centoventi libri di anatomia” di Leonardo è rimasto poco, ma quanto è
rimasto è molto indicativo. I quaderni di Leonardo sono attraversati dal disegno. Il
pittore, Leonardo lo indica anche come “disegnatore”.

Il disegno, il ghiribizzo, il rebus, l’aforisma. Il disegno. Essenziali alla struttura
sono la macchina e la tecnica, l’invenzione e l’arte, quindi il disegno, perché
l’invenzione e l’arte, la macchina e la tecnica si scrivano. Il disegno è essenziale,
oggi, nel pianeta. Il disegno e la moda. Il disegno e la telematica. Il disegno e
l’informatica. Nel festival del 1983 (L’informatica e il secondo rinascimento,
Milano, 20-22 maggio 1983), definivamo l’informatica come qualcosa che attiene
alla questione: dove si scrivono le cose. Ma come si scrivono? Né la tecnica né la
macchina sono manuali. A Roma sta un meccanico tedesco di cui Leonardo si
avvale, in una conversazione impossibile, perché riesca a “porre in atto” alcuni
suoi disegni. Il meccanico è lo specialista, ma non del disegno.

Il disegno come traccia è il disegno dell’ombra, dell’inconciliabile, ed è
contraddistinto dalla verticalità. Il disegno come modo dello squarcio, a proposito
del tempo e dell’anatomia, è il disegno industriale.

Come irrompe il tribunale di Osiride per la guerra, irrompe il tribunale di
Osiride per il disegno. Il tribunale di Osiride per il disegno diventa il tribunale di
Aristotele, il tribunale del disegno ideale, il disegno in nome del bene, il disegno
sotto la volontà di bene, quindi il disegno di ciò che deve essere automatico, di
ciò che deve essere robotico, di ciò che deve servire alla scala mondiale, di ciò
che deve tenere conto della severità e del purismo. È il disegno puro, che deve epurare l’invenzione e l’arte. In Italia, in Europa, in America, in Giappone, in
Corea, in India, in Australia, in vari paesi, lo iato sta fra il disegno originario e il
disegno d’origine, che è il disegno come standard della produzione industriale,
modello ideale della produzione industriale. Non è il modo, ma il modello ideale
o modulo ideale. La modellistica ideale, la modulistica ideale, la formulistica
ideale. Il disegno che risponde all’idealità è il disegno che risponde al fantasma
materno. Così il disegno di Osiride, il disegno di Aristotele.

La diagrammatica e la programmatica: il disegno. La vera cartografia è quella
che si attiene alla carta intellettuale. Il disegno dell’ombra – quello per cui l’alto e
il basso, la montagna e la pianura sono inconciliabili – o il disegno dello
squarcio: ciò che si fa si disegna.
Il disegno ideale è il disegno senza l’Altro. Disegno spirituale. La
robotizzazione è spiritualistica. Il postulato di tanti centri di elaborazione dei
disegni per il mondo è il postulato che l’idealità diventi disegno, è il postulato
dell’ideografia. Il disegno non è ideografia, cioè non è l’idea che agisce. Se l’idea
agisce, allora l’ideografia. Siccome l’idea non agisce ma opera, non c’è più
ideografia.
Avevamo indagato, negli anni settanta, negli anni ottanta, la questione del
disegno, così essenziale, a Parigi, a Venezia, a Roma, a Tokio, a Gerusalemme, a
Barcellona, a New York, a Francoforte, a Londra, a Caracas. Oggi, ancora di più.
Nel settembre 1985, intitolavamo un numero del “Giornale di cultura
internazionale Spirali”, Parlare video, la lingua diplomatica. Ma il video e il
disegno sono la lingua diplomatica, oggi. Sono la nuova lingua diplomatica. E
vale a Tokio, a Seul, a New Dehli, a Berlino, a Parigi, a Milano, a Londra, a New
York, a Los Angeles, a Gerusalemme e in molte altre città. Vale nella casa, vale
nella città planetaria. Perché il video? Perché nel video è in atto il disegno. Il
disegno dell’ombra indica che il due è originario. Il disegno dello squarcio, del
tempo, indica che l’intervallo non si spazializza. Siccome il due è originario, non
può lasciare il “posto” (non è un posto) al sistema.

Nella parodia, diciamo “pensare” la pittura, “pensare” la storia, “pensare”
l’esperienza, “pensare” il disegno. Ovvero senza più l’eroe, senza più chi “osi
pensare”, senza più chi si ponga come soggetto del cogito. Pensare l’esperienza,
la memoria, la storia, la ricerca, l’impresa, pensare il disegno: il pensiero è
l’operazione. L’esperienza non si scrive senza l’operazione, ma anche il modo
della scrittura non s’instaura senza che l’idea operi. Se l’idea agisce, niente
disegno, ma l’ideografia, il tribunale di Osiride, il tribunale di Aristotele.
Per ciò avevamo convocato a un confronto i cosiddetti designer, importanti
designer che avevano lavorato in Italia negli anni sessanta, settanta, ottanta. Non
s’incontravano mai tra loro: ognuno guardava l’altro, anzi, per non ridere, non lo
guardava. Ognuno restava nella sua autonomia, come chi crede di stare in questo
mondo come una monade caduta da un luogo d’origine. Poi, abbiamo costituito
alcune società per gli assets rispetto al progetto e al programma, che si
chiamavano “Design City” e “Design Galaxy”, non per il postulato ideografico, il
postulato del disegno ideale. È la questione del dispositivo, del Designbrain.
Bisogna interrogarsi intorno al Designbrain. Siamo qui, a Milano, città del
design: il Designbrain dove s’instaura? In che modo il Designbrain è
indispensabile per chi, da qualche parte, coglie il disagio delle generazioni? In
che modo è indispensabile instaurare questo dispositivo del modo di
valorizzazione della memoria, quindi dell’esperienza, per ciò del modo con cui
l’insegnamento e la formazione si scrivono? Perché l’insegnamento e la
formazione sottostanno al disegno ideale oppure si scrivono in virtù dell’idea che
opera e in virtù del dispositivo. Quindi: Designbrain.

Le dottrine e le ideologie che hanno sistematizzato le religioni perpetuano il
disegno ideale, il disegno ideografico, cioè la standardizzazione della vita civile e
sociale, dell’industria, delle famiglie, dell’educazione. Il disegno ideale è il
disegno che si rende anfibologico, disegno divino, “il disegno di Dio” come dice
papa Francesco, e disegno diabolico. L’umano deve sottostare a questo disegno.
Così, il disegno fonda il destino. Sta qui la predestinazione, sta qui il disegno sotto
la volontà di bene.

I passi principali della dottrina di Aristotele li troviamo enunciati nella tragedia
greca, dove però, accanto a tanti altri passi, dimorano in un tessuto linguistico, la
cui lettura può restituirci un altro testo. Aristotele compie un’epurazione rispetto
al mito, rispetto alla poesia, rispetto all’arte e all’invenzione. Il primo principio è
il disegno ideale.

Così, il Pubblico ministero può dire che il disegno è una “costruzione a
tavolino”. E, in effetti, è una costruzione a tavolino quella inaugurata il 18
novembre 2008 e perseguita con fatti conseguenti, dove ciò che dev’essere
colpito anzitutto è il Designbrain.

Qui, giunge quello che il Pubblico ministero chiama “un numero
spropositato”. Quindi, abbiamo un “numero propositato” e un “numero
spropositato”, c’è un numero a proposito e un numero a sproposito: sarà un
numero ordinale e ordinario il “numero propositato”! E il “numero spropositato” è
il numero cardinale. La distinzione tra il “numero propositato” e il “numero
spropositato” sarà quella tra un numero ordinale e ordinario, ideale (di un disegno
ideale, di un disegno dettato dalla volontà di bene) e un numero cardinale. “Un
numero spropositato di società e di associazioni culturali rappresentate da
persone”. Quindi, questi non sono dispositivi, sono soggetti. E importa la
rappresentazione: “rappresentate da persone”. E non basta: perché sono “persone
legate”. Non “persone slegate”, ma “persone legate”. Quindi, “un numero
spropositato” e, poi, “di società” – quindi, di dispositivi intellettuali – “e di
associazioni culturali”. L’associazione è la condizione del dispositivo
intellettuale.

Sia le società sia le associazioni sono “rappresentate da persone”. “Legate”.
Non è che importi ciascuna persona: no, “persone legate”, quindi soggetti, perché
la persona non legata non è soggetto. “Persone legate”. Non importa verificare in
che modo siano legate: con lo spago, con la corda, con il filo, con una treccia?
Sono “legate in qualche modo”, non importa come? “In qualche modo”: in modo
demoniaco. “Un numero spropositato di società e di associazioni culturali
rappresentate”: quindi, abbiamo un numero ordinale e ordinario, il numero
ideale, il disegno ideale, poi, abbiamo “un numero spropositato”, un disegno
spropositato che è “una costruzione a tavolino”. Quale tavolino? Da una parte il
vaso di Pandora, il computer, dall’altra il tavolino. Al tavolino spetta la
costruzione. Nel vaso di Pandora, dove vengono immessi i frutti della
costruzione, i malefici. Un maleficio si fa “a tavolino” (perché ci vuole il tavolino
per fare un maleficio!) e, poi, i frutti di questo maleficio, i mali veri e propri, i
prodotti, li mettiamo nel vaso di Pandora. “Un numero spropositato di società e di
associazioni culturali rappresentate da persone legate”: non sono persone che
pensano, persone che fanno, persone che rischiano. Leggete l’arringa di Alberto
Dall’Ora (A.A. V.V., Il tribunale contro le idee, Spirali/Vel 1987): trovate uno
spessore intellettuale, una nozione precisa del Movimento, delle persone,
un’annotazione sul rischio in un’accezione intellettuale, di estremo interesse. Il
rischio intellettuale. No, qui sono “persone legate”, persone che sottostanno a un
disegno diabolico. Un disegno che è sempre ideale, ma diabolico. L’idea
prospetta qualcosa che appare come bene, ma che in realtà è male. Ed è la
volontà di bene, la volontà divina, a riconoscerlo come male.

“Un numero spropositato di società e di associazioni culturali rappresentate da
persone legate in qualche modo al Verdiglione Armando”. Tutto qui. Questo è il
capo d’imputazione. Il “tavolino”, il “vaso” (il computer): tutto qui. È chiaro che
“un numero spropositato” che cosa può fare? Può fare giri, convulsioni,
contorsioni, può mettersi a svolazzare. E, quindi, ci sono i “giri vorticosi”. Ma
questi “giri vorticosi” non si mettono a girare dappertutto. Una parte dei “giri
vorticosi” sta nel vaso, un’altra parte sta fuori dal vaso e, lì, meglio non andare a
indagare. Nel vaso, ci sono solo “giri vorticosi” di fatture. Fuori dal vaso, “giri
vorticosi” di assegni. Pacchi, pacchi, pacchi, armadi: lasciamoli lì, non ne
parliamo. Estratti conto, contabili bancarie… niente. Via! C’interessa un solo “giro
vorticoso”: quello che sta nel vaso. La “costruzione a tavolino” del Pubblico
ministero è quella che deve scoprire il vaso.
Questa procedura vi sembra erotica?

23 gennaio 2016


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