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Non c’è più soggetto

Giancarlo Calciolari
(1.11.2015)

Lucien Goldamnn nella discussione che seguì alla conferenza di Michel Foucault su « Qu’est ce qu’un auteur ? » imputò allo strutturalismo una negazione del soggetto. Lacan replicò che si trattava di « dépendence du sujet ». Questione che già in Freud è quella della sovradeterminazione della vita stessa e non solo del processo inconscio. A proposito di “processo”, Louis Althusser, che l’ha evitato per l’assassinio della moglie Hélène, teorizzava il processo senza soggetto. E strano come tutta questa assenza di soggetto e di soggettività, se non di assoggettamento, sfociasse anche in sceneggiate in cui Althusser apostrofava Lacan di “vecchio arlecchino” e Lacan gli ritorceva un “antifilosofo”.

Destituzione, scomparsa, dipendenza, alienazione, annientamento. Ecco la descrizione che ne fa Catherine Millot (La logique et l’amour, p. 43) : « Non plus agent mais produit, non plus substance mais pur effet du jeu des signifiants, essentiellement décentré, divisé, destitué dans ses prétensions à la souveraineté, à l’autonomie et à l’unicité, tel apparaît le sujet depuis Freud ». Tali questioni rimangono ancora aperte in Freud e Lacan, ma nei vari ismi che a loro seguono ridiventano dei monumenti prescrittivi, rocce normative e di normazione.

Opera di Hiko Yoshitaka, 2008

Sembra una gran cosa la destituzione soggettiva, quando vengono attribuite al soggetto le cose che non vanno e che non funzionano, rappresentate e realizzate anche come violenze, guerre, stupri, uccisioni. Invece anche la destituzione soggettiva risulta la rigenerazione dalle proprie ceneri per meglio proseguire nel cerchio della macelleria umana e non solo animale. Ovvero la destituzione soggettiva ha il soggetto come orizzonte e appartiene al soggetto per la sua ricostituzione. E sarebbe da riprendere l’indagine intorno alla terna: costituzione, istituzione, destituzione.

La destituzione soggettiva è il modo di leggere la psicanalisi come discorso che mette in causa il pensiero come prodotto di un soggetto, prodotto al quale si aggancia per eccellenza la coscienza. La psicanalisi avrebbe messo in luce l’esistenza di pensieri inconsci e senza soggetto: tali sarebbero le formazioni dell’inconscio. Si tratta per i teorici e pragmatici dell’inconscio “di liberarsi dal postulato fondamentale che la filosofia francese non ha mai abbandonato dopo Descartes, rinforzato dalla fenomenologia” (Michel Foucault, Dits et Écrits, t. IV, p. 52).

Quello che non c’è in Foucault è l’analisi e la psicanalisi. Gli sarebbe bastato leggere Guy Rosolato nei primi anni sessanta, e non solo apparentemente confrontarsi con Lacan, per accorgersi che liberarsi dal postulato fondamentale ingrassa lo stesso postulato. Legge del rovesciamento, secondo Rosolato. La teorematica, che non sa Foucault malgrado la sua volontà di sapere e non di potere, è che “non c’è più soggetto” perché non è mai esistito se non come una creatura gnostica tardiva dell’hypokeimenon. Porterebbe lontano qui analizzare le implicazioni di quel che sta sopra (episteme) e di quel che sta sotto (substantia) ciò che appare, ciò che si vede.

Foucault non è mai riuscito a liberarsi dal postulato fondamentale e oscilla a proposito del soggetto tra soggettivazione e assoggettamento. Eredità presa in carico anche da Judith Butler, ne La vita psichica del potere, che non sa però come venirsene a capo, se non nel modo consueto di una critica dell’assoggettamento (anche la biopolitica di Foucault è questo) e di una apologia della soggettivazione, che oggi in ambito femminista a orientamento psicanalitico si chiama teoria del riconoscimento reciproco. La parte buona del soggetto riconoscendo la parte buona dell’altro dissipa l’assoggettamento quale regno dell’assenza di riconoscimento reciproco e impero della lotta di prestigio per il riconoscimento esclusivo dei giganti della montagna a scapito degli scalognati dei piani inferiori, ai quali per altro Marcel Duchamp ha portato la luce e il gas. Sistema di soggetti monumentali e di soggetti senza monumento, anche senza sedia e senza calzari.

Certo la descrizione dell’archivista Foucault è precisa e annota appunto che il postulato fondamentale del soggetto è rinforzato dalla fenomenologia. Martin Heidegger ammette che la sua nozione di Dasein (être-là, être-le-là, esserci, essere il ci) è forgiata per evitare l’impasse del soggetto cartesiano. Ovvero per abbracciarlo. Non è un caso che il filosofo François Raffoul passa dall’essere per la morte di Heidegger al suo soggetto alla morte (Heidegger and the subject, letto nel dattiloscritto originale francese).

Resta qualcosa della filosofia se togliamo il postulato fondamentale? Ecco la risposta di Nietzsche in Al di là del bene e del male: “Poco a poco, ho appreso a discernere che cosa è stata fino ad oggi la grande filosofia: la confessione del suo autore, una sorta di memorie involontarie e che non erano prese come tali”. Al posto di attenersi a ciò che resta, alla scrittura dell’esperienza, ci si attiene alla scrittura del proprio personaggio, che si chiama autobiografia. Ecco Michel Foucault che a più riprese evoca il carattere autobiografico delle sue opere. C’è chi come Giorgio Agamben arriva a scrivere che il sadomasochismo è innanzitutto per Foucault un esperimento di fluidificazione delle relazioni di potere” (L’uso dei corpi, p. 146). Forse vale quel che un personaggio di Paolo Villaggio dice a proposito di un film notissimo di Sergej Eisenstein : “è una boiata pazzesca!”

Tenere un discorso negativo sul soggetto, le esperienze di dissoluzione, di scomparsa, di negazione o di rinnegamento del soggetto, valgono a occupare un posto sul palcoscenico della società dello spettacolo, diventato oggi trasparente, che è uno dei tanti nomi del biopotere e del primato del fallo. E per inciso, il sadomasochismo, cosiddetto, è una doratura del fallo in tutta la sua falloforia. Non c’è nemmeno da accontentarsi di una delle grandi perle del sapere foucauldiano: « le sujet n’est pas originaire » (Dits et Écrits, t. I, p. 614-615), giacché non gli impedisce il tentativo « d’arracher le sujet à lui-même » (Ibid., t. III, p. 590), ovvero di mantenere il soggetto non originario, quindi secondario. Con gli strumenti di lettura di Foucault è impossibile leggere Il sosia di Dostoevskij. Un’impresa di disoggettivizzazione quella di Foucault? Ossia di risoggettivizzazione, proprio sostituendo se stesso al soggetto: « mes livres, je les ai toujours conçus comme d’expériences directes visant à m’arracher à moi-même, à m’empêcher d’être le même » (Ibid., t. IV, p. 42). È il colmo della soggettività impedirsi qualcosa e garantisce di rimanere se stessi.

Armando Verdiglione, in una prima fase della sua elaborazione, in luogo dell’evento e dell’avvenimento, aveva introdotto il soggettuale come effetto, e oggi il suo gesto risulta una parodia del soggetto di Cartesio e degli altri. Alain Badiou, in quanto filosofo, non distoglie l’evento dall’essere (L’être et l’évènement), che ha come sua altra faccia il sistema dell’avere, proprio quel capitalismo che combatte. Dovremmo quindi parlare del sistema dell’avere e dell’essere, che in Freud si chiama primato del fallo e che è stato introdotto come questione e come parola da Aristotele: “sistema” che è adottato da ogni gerarchia e che sfavilla oggi come anti-sistema. Questo permette a Foucault di precisare niente di meno che il compito della filosofia: « La tâche de la philosophie actuelle et de toutes les disciplines théoriques (…), c’est de mettre au jour cette pensée d’avant la pensée, ce système d’avant tout système (…) Il est le fond sur lequel notre pensée “libre” émerge et scintille pendant un instant » (Ibid., t. I, p. 515). Per altro il sistema prima di ogni altro sistema è interessato a sopprimere anche l’istante. E per questo basta attribuire la libertà al pensiero, ossia al soggetto. Invece la libertà è una proprietà del principio della parola e non del soggetto come sua ipostasi. Occorre sfatare che il secondario possa coprire l’originario. Allora del tempo emerge l’eternità di ciascun istante. Il tempo è misura e non è misurabile: non c’è “un” istante quale eccezione al tempo come durata, in cui ogni altro istante sarebbe spento, senza scintilla. Il tempo è la schisi, il taglio, la divisione. Non c’è soggetto che possa assumerla, neanche come divisione del soggetto. Il soggetto diviso rimane soggetto, anche quando è posto come inconscio.

Le cose che noi diciamo, confrontandoci con la teoria di Armando Verdiglione, appartengono a quel testo che Michel Foucault non può leggere e a maggior ragione i suoi epigoni non possono farlo. Lacan è arrivato a dire che l’anima è un fantasma ma non investe con lo stesso metodo il soggetto, che è pura rappresentazione. Come altro leggere l’aforisma celebre di Lacan: un significante rappresenta un soggetto per un altro significante? Per questo aspetto, Lacan stesso e non solo la psicanalisi d’orientamento lacaniano, rafforza la fenomenologia, ossia il postulato fondamentale. Infatti anche « le visage incliné vers une nuit dont nous ne savons rien » (Ibid., t. I, p. 595) appartiene alla costellazione del soggetto. Inclinazione soggettiva. Se Michel Foucault avesse intrapreso il sentiero della notte si sarebbe imbattuto nella rimozione originaria. E se avesse imboccato anche il sentiero del giorno si sarebbe imbattuto nella resistenza originaria: non dell’avere e non dell’essere, che avrebbero vanificato la sua immaginazione e la sua credenza nel soggetto. Sul non dell’avere e sul non dell’essere (sul funzionamento della rimozione e sul funzionamento della resistenza) non si può edificare (costituire e istituire) nessun soggetto. Ecco perché è inutile la destituzione soggettiva, se non come quell’impalcatura ideologicamente destituente ma effettivamente soggettivizzante e assoggettante.

Il viaggio di vita, dal latte al miele, dal due all’infinito, non ha bisogno del concetto di soggetto. Anche l’amore non ha soggetto. L’Amore è senza più soggettivazione e assoggettamento, come tenta di fare invece Giulia Sissa (La jalousie) che gli incolla a fianco la gelosia e non contenta anche la collera. Occorrerebbe riprendere anche il discorso amoroso di Roland Barthes e valutare se i suoi frammenti non siano ancora quelli di un soggetto, non più diviso ma addirittura frammentato.


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14.09.2017