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Freud scrive: "Principessina, mia principessina".

La scienza della vita

Francesca Bruni

Il business, come fare che diviene profitto scrivendosi, è il business intellettuale. Si tratta di un profitto intellettuale, quindi, distolto dalla visione del profitto facile, soggettivo, geometrico o algebrico.

(18.06.2014)

Come nascono gli umani? Lungo i secoli, il compito del discorso filosofico e poi del discorso
scientifico sembra quello di dover fornire una risposta certa a questa domanda, in base all’idea che la vita sia riferibile a qualcosa di convenzionale o di naturale.

Che la vita, in origine, sia quindi data a ognuno naturalmente, oppure sia edificabile secondo un modello sociale prescritto da convenzioni. Una domanda, quindi, che conterrebbe in sé una soluzione, una risposta svelatrice di qualcosa già creato, già ideato o già codificato. E una risposta che dovrebbe rivelare l’esistenza di un sistema calcolato da Dio mentre egli, in origine, esercitava il suo pensiero. A questa domanda, lo scienziato avrebbe il compito di rispondere, nella sua missione di portare a manifestazione un ordine del mondo, attraverso il calcolo del probabile e l’applicazione della statistica alla casistica.

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Hiko Yoshitaka, "Aforisma", 2003, acrilico su juta, cm 100x 105

Originariamente, non c’è l’idea fondante e, tantomeno, l’idea di un ordine del mondo. Originariamente c’è la questione aperta, die Frage, la domanda da cui procedono le cose. È la questione stessa dell’analisi, secondo cui le cose sono senza soluzione e si rivolgono alla qualità intellettuale. La vita come dispositivo intellettuale è la vita artificiale, e l’artificio pertiene al racconto, alla favola, alla poesia, all’intelligenza, costituendo quella "similitudine" di vita di cui parla Leonardo da Vinci. Le cose, pertanto, non sono né da credere né da vedere, né da nascondere né da svelare: le cose non sono rappresentabili idealmente o realisticamente. Non è pensabile, quindi, una loro origine o genealogia, tentando di dipanarne le loro ramificazioni fantastiche, botaniche o animali.

Paradossalmente, il discorso sulla scienza sembra dedicato a cancellare la scienza, quando la scambia con l’ingegneria o con la tecnologia. Già Freud avvertiva questa questione rispetto alla psicanalisi, quando, nella postfazione del 1927 al testo Die Frage der Laienanalyse scrive: "Io voglio essere soltanto sicuro che s’impedirà alla terapeutica di uccidere la scienza".

Il saggio di Freud intorno alla questione dell’analisi laica indica essenzialmente che non esiste un’analisi che rientri nel discorso medico e tecnologico; che l’analisi non rientra in una logia: semplicemente, l’analisi non c’è nel discorso medico, e la psicoterapia non è l’analisi. Lo scritto di Freud indica, quindi, che non c’è una scienza che rientri nel sistema scientista. Armando Verdiglione sottolinea come la questione aperta da Freud intorno all’analisi non medica sia la questione stessa della parola originaria e della sua scienza, la scienza della parola.

Procedendo dalla questione aperta, non c’è più genealogia delle cose. L’analisi non medica e la scienza originaria - annota Armando Verdiglione - indicano la parola che fa breccia e che emerge. Lo statuto della scienza concerne la questione dell’intellettualità: è la questione del dispositivo intellettuale a comportare lo statuto scientifico, quindi, non più lo statuto stabilito dall’illuminismo, dall’empirismo e dal positivismo, che deve trovare inquadramento in un sistema di controllo sulla vita. L’inscrizione della scienza nel sapere o nel potere della tecnologia costituisce l’ultima maschera dell’opposizione alla questione intellettuale.

Zwi Lotane, uno psicanalista di New York, in una recente intervista, forniva alcuni elementi intorno alla situazione attuale della psicanalisi negli USA.

Oggi, diceva, l’APA, che ha dominato la scena per molti decenni, ha perso molto del suo potere, anche in seguito alla competizione che si è scatenata fra i vari gruppi e le connotazioni politiche della scena americana. Si basava su una stretta ortodossia freudiana, mentre nell’ambito della psicologia americana stavano intervenendo cambiamenti radicali, come quello della scuola relazionale, per esempio. Oggi, diverse posizioni ideologiche sono sorpassate e, avendo perso parte della loro identità, cercano di riacquistare terreno, tentando di rifarsi una nuova identità attraverso le neuroscienze.
Uno sviluppo in questa direzione si è avuto a New York con l’istituzione di una neuro-psicanalisi generale, anche a partire dallo studio delle lesioni organiche del cervello. Le vecchie malattie organiche del cervello oggi vengono resuscitate nel tentativo di dare criteri scientifici alla psicanalisi.[1]

Pensare che Freud aveva colto qualcosa della logica inconscia per via dei lapsus, delle dimenticanze, delle sbadataggini che intervenivano nei racconti delle persone che incontrava, e che giungevano al suo ascolto dalla millenaria tradizione della lettura midrashica del Talmud, dove ciascun dettaglio conta e ha rilievo, e secondo cui non esiste mai un’interpretazione unica delle cose, neanche dello stesso termine. Cose, che la "vera scienza", la Big Science, considererebbe marginali o evanescenti, non sostanziali, forse proprio perché impossibili da sistematizzare e da generalizzare!

Seguendo un filo del romanzo storico scientista del Novecento (non tutto, nel XX secolo, era scientismo!), troviamo che intorno ai primi anni del secolo, emerse, negli Stati Uniti, la nozione di ingegneria umana. Questa nozione rappresentava la punta di un programma e di un tentativo di applicazione dei principi scientisti e delle loro tecniche ben sperimentate a cosiddetti "processi educativi e sociali", mirando a stabilire un certo ordine sociale. I principali settori di studio dell’ingegneria umana - supportata dalla sua tecnologia di controllo, la psicobiologia - erano quelli della personalità e del comportamento.

Un’indagine storica intorno a questo programma del discorso scientifico di quel periodo è compiuta da una ricercatrice americana del MIT, Lily E. Kay, che suggerisce l’ipotesi - esplorata a più riprese da Armando Verdiglione - di come il discorso filosofico greco fosse applicato alla biologia e come questo comportasse il suo trionfo nel Novecento. Questa visione scientista mirava a stabilire la prevalenza dell’uniforme sul differente, prendendo le mosse dall’idea che ci fosse una "piattaforma" primigenia della vita localizzata nel "codice" genetico e nelle sue ramificazioni: un’ereditarietà universale, dove tutti soggiacciono all’uniforme in osservanza di un significante biologico.

Già Platone aveva parlato di come la necessità "logografica" sarebbe dovuta essere analoga alla necessità biologica, e, più precisamente, zoologica - necessità cui ognuno era affidato, arrivando a descrivere il logos come un essere vivente e animato: un discorso vivente, il cui processo comporterebbe la trasmissione della vita e i suoi rapporti generativi[2].

Nel 1933, in una riunione tenuta presso la Fondazione Rockefeller, Warren Weaver - che era allora il direttore - presentò un nuovo programma, che proponeva l’applicazione dei metodi e degli strumenti sistematici della fisica meccanica e termodinamica alle scienze biologiche. In questa occasione, Weaver affermò alcune cose:

La scienza ha compiuto un progresso magnifico nell’analisi e nel controllo delle forze inanimate, ma non ha fatto gli stessi avanzamenti per quanto concerne il problema più difficile, più delicato e importante dell’analisi e del controllo delle forze animate. [...] Le questioni importanti sono le seguenti: possiamo raggiungere una conoscenza sufficiente della fisiologia e della psicobiologia del sesso, cosicché l’uomo possa porre sotto controllo questi aspetti della sua vita? [...] Possiamo sviluppare estensivamente una genetica che faccia sperare in futuro di generare uomini superiori? Possiamo risolvere i misteri delle varie vitamine, così da poter nutrire una razza sufficientemente sana e resistente? Può la psicologia essere modellata come strumento efficace per la vita quotidiana? In breve, possiamo razionalizzare il comportamento umano e creare una nuova scienza dell’uomo?[3]

Nei due successivi decenni, Weaver destinò i finanziamenti della Fondazione a scienziati salariati, in particolare biofisici - selezionati con molta cura e diretti con la massima attenzione - i quali cominciarono a studiare i problemi delle biologia come se fossero meccanismi biomolecolari.

Weaver investì in tecniche che in seguito avrebbero avuto amplissima applicazione, come l’elettroforesi, l’ultracentrifugazione, la spettroscopia e la cristallografia ai raggi X. Questa fu solo la prima fase di ciò che, anni dopo, diventò la biologia molecolare vera e propria - una definizione che pare avesse coniato lo stesso Weaver nel 1938. Il programma illustrato da Weaver rappresenta il primo "prototipo" della politica scientistica contemporanea, il cui schema portò a quello stile, detto "Big Science", della biomedicina postbellica. Una naturalizzazione dei "rapporti di potere" sorti nell’ambito della seconda rivoluzione industriale - una reazione, quindi, alla seconda rivoluzione industriale - comportò la sottomissione della ricerca al management industriale, gettando le basi dell’odierno establishment dell’ingegneria genetica.

Il programma della Fondazione, in effetti, fu un tentativo - ancora oggi in auge - di tecnologizzare la scienza della vita, assumendo un’ideologia delle soluzioni e delle risposte progressive rispetto alle questioni poste dalla ricerca.

Un capitolo curioso riguarda l’introduzione del microscopio elettronico nei laboratori di ricerca. Strumento costosissimo, di cui i laboratori degli istituti collegati con la Fondazione erano ampiamente forniti. I primi biologi a utilizzare questo microscopio s’imbatterono nell’inaudita complessità delle cellule: ciò che ebbero la fortuna di osservare mutava costantemente, si spostava, scivolava, sgusciava e inciampava. Accadde allora che l’istituto Rockefeller stabilì degli standard per una visione "corretta" dei micrografi elettronici, istituendo una sorta di discriminante disciplinare. Questi standard furono subito accettati dagli scienziati residenti, i quali avevano trovato ormai il loro posto protetto in queste istituzioni. Gli standard passarono anche in molti altri centri di ricerca, che finalmente poterono attingere al ricco materiale della Fondazione, quando il governo americano aumentò i finanziamenti per la ricerca postbellica.

L’applicazione di questi standard avrebbe reso possibile rendere visibile l’invisibile, trovando il suo modello nell’obiettivazione, nel tentativo, quindi, di assumere l’astrazione, sistematizzando e purificando le cose dalla loro complessità. Un’astrazione senza più l’oggetto scientifico, che fa brancolare nel buio pensando invece di far luce. La nuova biologia, che fu pretesto per l’idea di un potere sulla vita senza precedenti, si basava su una "visione molecolare della vita", che, man mano, si applicava alla scienza e alla società.

Questi spunti storici, che fanno parte di una ricerca svolta nell’ambito di fonti riguardanti istituzioni americane - che sarebbero da verificare ulteriormente - forniscono alcuni suggerimenti per la lettura di una tendenza che ha preso poi a generalizzarsi anche a altri settori e a arrivare fino a oggi. Nell’agenda della Fondazione fu data una grandissima enfasi all’ereditarietà. Sin dal 1930, aveva già finanziato diversi progetti di ricerca di stampo eugenetico, i cui scopi giocarono un ruolo significativo nella creazione della biologia molecolare, che, come dicevamo, provvedeva a fornire un presunto fondamento scientifico all’ereditarietà e al comportamentismo, anche in vista di una pianificazione sociale selettiva. Tra i dirigenti del gruppo Rockefeller e la leadership della Fondazione era reperibile una convergenza di scopi, che prendeva le mosse da un mix di discorso protestante e di visoni tecnocratiche, basate su categorie come la razza, la classe e il genere, mirando a definire le norme e le devianze per i singoli e per i gruppi.

Nessuna istituzione come il Caltech, il California Institute of Technology, il principale istituto della Fondazione, impersonò di più la saldatura tra patronage, scienziati e strutture istituzionali. In quell’unico centro di ricerca si svilupparono alcune tra le tendenze principali del sapere scientifico dell’epoca: l’accento sulla genetica psicochimica, l’importanza data alla strumentazione, la prevalenza del paradigma della proteina, con un grande rilievo sull’immunologia. Questo "gruppo" cercava di sviluppare una biologia meccanicistica, che si costituì come perno di una "nuova scienza dell’uomo" che facesse da base ad una sorta di ingegneria sociale.

Concezioni meccanicistiche oggi d’uso comune, come il comportamento, la personalità, la socializzazione, trovarono in quel contesto una sorta di legittimazione scientifica attraverso le cosiddette scienze sociali, che mappavano in modo convenzionale i sentieri del labirinto molecolare del corpo e della psiche degli umani.
In quell’era del progresso, anche i programmi di riforma sociale erano pensati in termini di controllo soggettivo. Nell’alveo del "controllo sociale" dovevano rientrare il lavoro, il sesso, la famiglia, la religione, la legge. Questo nel contesto della filosofia naturalistica di Spencer e di certe "categorie" che attribuivano un valore di tipo morale all’impresa privata e alla padronanza di sé, come qualità innate dell’elite protestante e anglosassone.

Un giovane sociologo americano dei primi del Novecento, Edward Ross, riprendeva l’idea illuministica e romantica che esistesse un’elite predestinata alla superiorità, risentendo molto della paura nei confronti dei nuovi immigrati mediterranei in America. In questo periodo sembra emergere, negli USA, il ricordo dell’impero romano, con l’idea di un’unicità e centralità e di un eccezionalismo americano, per cui la dottrina della predestinazione e il concetto calvinista di "chiamata" implicavano la rappresentazione di una devozione sacralizzata del lavoro contro il dispendio - un lavoro finalizzato a raggiungere la ricchezza come segno della riuscita sociale, così che il servo, finalmente, potesse tramutarsi nel padrone del suo destino!

Se il programma scientista della Fondazione Rockefeller, con i suoi riferimenti alla meccanica e alla termodinamica, sembra gestire la scena americana dagli anni Venti agli anni Cinquanta, dagli anni Cinquanta interviene, in biologia, una diversa ideologia estrapolata dall’informatica e telematica. Ancora Lily E. Kay, in un suo libro intitolato Who wrote the book of life?, fa notare come la sequenza del DNA, il "Big One", fosse immaginata come il discorso fondativo della vita, quindi, il genoma umano costituisse un sistema di informazioni da decodificare e da decifrare: una visione che oggi guida le teorie e le pratiche dei biologi molecolari.

Tra le istituzioni che forniscono i fondi per questo tipo di ricerca, ci sono i famosi National Institutes of Health statunitensi, che si muovono spesso con una logica ordinaria e generale che pretende di gestire l’ingestibile, ossia la logica originaria particolare a ciascuno per cui le cose non approdano mai all’universalità e alla totalità. Se il DNA, come libro della vita, è pensato come se stesse al principio di tutte le cose, allora è un libro immanente, creazionista, che esiste per essere decodificato dagli scienziati. Quasi fosse un principio cosmologico.

Numerosi teorici propongono diverse visioni sulla nascita di questo libro ontologico della vita, il DNA. La visione platonica assegnerebbe alla natura la creazione del DNA, che sorse per una congiunzione casuale di eventi prebiotici, comportando l’informazione delle proteine primitive. In questo caso, la natura sarebbe la causa a-temporale delle scritture molecolari temporali, fornite di informazioni ereditarie, in attesa di essere decodificate dagli scienziati. Secondo un’altra visione, di stampo costruzionista, la causa e la mediazione di questa scrittura molecolare sono gli scienziati, pur non negando l’esistenza di questa anche al di là del pensiero umano. In questo caso, i ricercatori produrrebbero scritturalmente la rappresentazione dei fenomeni genetici.

Una terza visione, di tipo decostruzionista, considera questa rappresentazione del DNA come una dialettica tra episteme e tecnhe: sebbene non neghi che i geni e le proteine esistano esternamente al pensiero umano, essa mette in dubbio che esistano come oggetti - quindi come codice - al di là del discorso scientifico.
Si cerca un punto da cui incominciare, ma il DNA è una spirale indefinita come "il nastro di una cassetta srotolato e aggrovigliato per terra nel buio di un’automobile", scrive Kary Mullis, premio Nobel per la chimica. Il passatempo preferito di Kary Mullis è quello di cucinare: gli ingredienti che utilizza sono gli enzimi e i prodotti chimici del suo laboratorio. Una sera, recandosi in macchina verso la sua cucina speciale, "filamenti di DNA si avvolgevano e volteggiavano nell’aria: immagini di molecole elettrificate, colorate di rosa e blu scuro"[4], sfilavano tra i suoi occhi e la strada che, dinanzi, stava percorrendo...

Nella cellula, nulla si cela: è una cellula senza segreto, pertanto, senza nulla da svelare. Il disegno a spirale è costitutivo della cellula e l’immagine che la concerne sfugge a qualunque padronanza e a qualsiasi visione.
Esiste un’altra ob-servatio che non serve lo sperimentalismo o il naturalismo, che non fa riferimento a ontologie o a deontologie: l’ob-servatio da cui ciascuno, ciascun scienziato, è provocato, ossia il servizio intellettuale; un servizio che, distolto dalla necessità e dalla finalità, ritrova quell’occorrenza con cui le cose si fanno.

Quale scienziato, che possa dirsi tale, sapeva preliminarmente quale fosse la direzione del suo viaggio? Eppure, senza la direzione a introdurre il punto, Colombo non avrebbe varcato le colonne d’Ercole. Nel pregiudizio comune, l’intellettuale e lo scienziato dovrebbero servire la verità rappresentata come causa. Negli ultimi due secoli, l’intellettuale è stato pensato come uno statuto sociale che dovesse rendere servizio a un’utopia, quella che oggi è chiamata scienza: una scienza come discorso in cui il viaggio è cancellato nel tentativo stesso di gestirlo, di stabilirne i protocolli e i fini.

Come riuscire vivendo, ovvero, annota Armando Verdiglione, "in che modo non essere invischiati nel fantasma della genealogia", e "in che modo non appartenere all’epoca". Come vivere? L’itinerario della vita abbisogna di uno statuto intellettuale , che implichi la riuscita: riuscita nella ricerca, la cui prova è la prova di realtà, e riuscita delle cose che si fanno, con la prova di verità. Così, la riuscita non dipende dal soggetto e non risente della preoccupazione, della preoccupazione di riuscire, con l’indaffaramento che l’accompagna. Un modo di formulare la questione "come riuscire vivendo?", annota Armando Verdiglione, è "come riuscire parlando?": riuscita, quindi, di ciascun’atto nella parola libera, con le sue strade, i suoi mezzi e i suoi strumenti.
L’utopia attribuita al pianeta nega la profezia, che è la provocazione stessa, l’oggetto ostacolo a qualsiasi presa, ciarliero, profeta inafferrabile e questionante. Nel 1885, in una lettera alla fidanzata Martha, Freud scrive:

Principessina, mia principessina,
come sarà bello! Vengo con del denaro e rimarrò a lungo e porterò qualcosa di bello per te e poi andrò a Parigi e diventerò un grande scienziato e poi ritornerò a Vienna con un prestigio, grande, grande, e poi ci sposeremo presto, e curerò tutti i malati insanabili, e tu mi conserverai in salute, e io ti bacerò finché sarai forte e serena e felice - e se non son morti, vuol dire che sono ancora vivi. (...) Il tuo presentimento dei millecinquecento marchi = seicentootto fiorini si è avverato. Mi aspetto buone cose dalla sorte. Risulta, dunque, che non sono malvisto nel collegio dei professori. Sono indicibilmente felice. Giugno è davvero un bravo mese . (...) Ti saluto affettuosamente e non riesco a capacitarmi che anche io ho fortuna. Ma proprio il diciassette giugno, tre anni fa, non ho incontrato la fortuna più grande?
Con 100.000 baci che dovranno essere tutti consegnati,
tuo Sigmund.[5]

La profezia, procedendo dalla questione aperta, diviene per ciascuno condizione dell’umorismo, del motto di spirito e del riso, fungendo quindi "da pretesto per l’ossimoro o per la metafora o per la metonimia o la catacresi", scrive Armando Verdiglione nel suo libro Leonardo da Vinci, figure essenziali del viaggio nella parola.

Portando un esempio letterario, la meccanica - presa in una figura retorica - risulta lontanissima dal meccanicismo e dall’idea che esista un’arte meccanica opposta a un’arte liberale: la metonimia comporta uno spostamento costante che esclude l’idea di una disciplina sul sapere tecnicistico. Il brano che segue è dalla Meccanica di Carlo Emilio Gadda. Scrive Gadda:

Nel giovinetto Velaschi si palesò una precoce affezione per le trovate migliori della meccanica e dipoi un cotale studio tutto lo prese. Egli congegnava piccole utilità e suonerie da sé solo, e dava riparo ai guasti di certi arnesi o serrature o dell’orologio vecchio di casa, quando vi si rientrava dopo settimane e, costernati, érane spento il solenne tic-tac.
La bicicletta, la motocicletta e poi l’auto furono la grammatica, la retorica e l’umanità nel di cui soccorso gli venne addestrato lo ingegno e preparato a sostener l’arrembaggio de’ più orrendi marosi. Carpentiere e meccanico dalle mani callose ed unte (non per il pane) combinò anche seggiole, cornici "artistiche" per i ritratti de’ nonni e de’ zii, un ingranaggio per gelatiera, una piccola mola da smerigliare e affilare, con pedale, un rimando completo per girare film con il motorino della pompa, in villa: oltreché padroneggiava nella maggior sicurezza i campanelli, la luce, il telefono, il montacarichi, lo scaldabagno e fino il termosifone. Le motociclette vecchie, strapazzate e giù di moda suscitavano in lui quella stessa dolcezza, con inavvertito tranghiottir di saliva, che nel pervicace e paziente amatore desterebbe un Petrarca (...). All’incontro de’ più ansimanti cilindri, de’ più buggerati copertoni, egli sognava subito riparazioni voroffiane degli stantuffi e de’ carburatori, sfolgoranti rimesse a nuovo de’ freni stanchi, vulcanizzazioni trascendenti delle camere d’aria, innesti e sintesi in somma di tre macchine in una, con un soccorso mutuo nelle distinte ambasce.
Il frugare in una scatola di legno piallato e sudicio, a scomparti, che contenesse viti e madreviti usate, bulloni unti, lamette di rasoio, candele scompagnate, chiodi di scarpe da montagna frusti mescolati con matassine di trecciuola di rame, pezzi cordoncino isolato o anche malamente scabbioso, qualche bottone di madreperla, qualche fondo vetrato di scatola di fiammiferi, qualche penna di pollo rotta in due, per untare, qualche spazzolino da denti consunto destinato in vecchiaia alle candele e a’ magneti, il frugare pazientemente in questo repertorio gli dava ore fuggevoli, lieto di quella serenità e di quel medesimo oblio, come al giovanetto poeta quando scartabella e fruga fra i vecchi poeti le lor giovani, gemmanti parole, vivida e fresca rugiada che la notte loro depone davanti la sua alba meravigliosa[6]

Anche Leonardo compie un’indagine intorno alla meccanica utilizzando l’allegoria: i carri semoventi o volanti, il moto dell’acqua, il vento che va e poi viene. Con Leonardo, la meccanica diviene un approdo alla qualità, quando scrive: "La meccanica è il paradiso delle scienze matematiche, perché con quella si viene al frutto matematico".
Perché negli Stati Uniti non esiste un dipartimento o un ministero della cultura del governo federale? Esiste solo un dipartimento che si occupa della tecnologia, e quindi della scienza come branca della tecnologia. Le arti meccaniche avrebbero prevalso sulle arti liberali? Eppure gli Stati Uniti sembrano compiere una scommessa costante sulla cultura e sull’arte, come aspetti essenziali al fare, all’affare, al business. Le Università hanno proprie case editrici, vendono royalties e si avvalgono di molti altri dispositivi d’impresa intellettuale, che nell’Europa continentale praticamente non esistono. Il business, come fare che diviene profitto scrivendosi, è il business intellettuale. Si tratta di un profitto intellettuale, quindi, distolto dalla visione del profitto facile, soggettivo, geometrico o algebrico. Secondo l’aritmetica, non secondo l’algebra o la geometria, le cose che occorre fare non sono né difficili né facili: esse procedono per integrazione e si rivolgono al capitale, un capitale non commercializzabile né capitalizzabile, dove la vita diviene qualità.

Note

[1] Ogni vita è una storia, in "La città del secondo rinascimento", n. 7, aprile 2003, Associazione culturale progetto Emilia Romagna, p.13.
[2] Cfr. J. Derrida, La dissemination, Éditions du Seuil 1972, p. 98.
[3] Nicolas Rasmussen, Picture Control. The Electron Microscope and the Transformation of Biology in America, 1940-1960, Stanford University Press 1997, p. 9, (trad. del brano di F. Bruni).
[4] Kary Mullis, Ballando nudi nel campo della mente, Baldini e Castoldi 2000, p. 9.
[5] Sigmund Freud, Lettere, Bollati Boringhieri 1960, p. 132.
[6] Carlo Emilio Gadda, La meccanica, Garzanti 1991, p. 78.

Riferimenti bibliografici

Lily E. Kay, The Molecular Vision of Life. Caltech, the Rockefeller Foundation and the Rise of the New Biology, New York 1993, Oxford University Press.
Lily E. Kay, Who Wrote the Book of Life? A History of the Genetic Code, Stanford University Press, Stanford, 2000.
Nicolas Rasmussen, Picture Control. The Electron Microscope and the Transformation of Biology in America, 1940-1960, Stanford 1997, Stanford University Press.
Armando Verdiglione, Manifesto del secondo rinascimento, Milano 2002, Spirali.
Armando Verdiglione, Leonardo da Vinci, Milano, 1993, Spirali/Vel.
Armando Verdiglione, La medicina, l’industria, la salute, in "Il Secondo Rinascimento", n°89-90, 2001, Spirali.
Armando Verdiglione, "Come riuscire vivendo", in Il brainworking, La direzione intellettuale. La formazione dell’imprenditore. La ristrutturazione delle aziende, Milano 2003, Spirali.
Armando Verdiglione, "Brainworking e clinica dell’impresa", in Il brainworking, La direzione intellettuale. La formazione dell’imprenditore. La ristrutturazione delle aziende, Milano 2003, Spirali.

Francesca Bruni è psicanalista e imprenditrice nell’ambito dell’arte e della cultura.

Il testo è pubblicato per gentile concessione della rivista "Rhytmos. Quaderni dell’Associazione psicanalitica Il tempo della parola".

Prima pubblicazione su "Transfinito": 1.9.2003.


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26.04.2017