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Contro la dottrina della guerra civile

Giancarlo Calciolari
(30.07.2015)

Giorgio Agamben, Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer, II,2, Bollati Boringhieri, 2015

Giorgio Agamben, per alcuni il filosofo italiano più noto all’estero, in particolare in Francia, dove è molto citato, e che ha un debito formativo mai estinto con Martin Heidegger, ha ripreso la questione della teoria della guerra civile il cui nome nella Grecia antica è stasis. Parte dalla constatazione di un altro autore, Roman Schnur, che nel 1986 annotava che mancava – e manca tutt’ora – una dottrina della guerra civile. Aggiungeva pure che la disattenzione nei confronti della guerra civile andava di pari passo al progredire della guerra civile mondiale.

Giorgio Agamben interrogandosi anche sull’ademia, sull’assenza di popolo, trova la questione dell’origine della guerra civile né nella famiglia né nella città, né nell’oikos né nella polis, ma nel funzionamento interno tra le due, ben che la sua origina la reperisca nella famiglia, ma si sviluppi in combinazione con la città. Si dovrebbe dire che la stasis nasce in famiglia e si consacra nella città. Questo aspetto che per Agamben è un risultato è invece da leggere, da porre in questione, come la coppia citata di Carl Schmitt di amico-nemico, che nasce nella Repubblica di Platone.

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Hiko Yoshitaka, Punto d’enigma, cifratipo su carta

La stasis starebbe al posto della soglia, della porta, dell’apertura: sarebbe la soglia delle congiunzioni e delle disgiunzioni, ossia la negazione dell’apertura come giuntura e separazione. La separazione non è una disgiunzione. Quella che Giorgio Agamben chiama la guerra civile mondiale è la questione chiusa in estensione. La questione chiusa risiede nei tre principi aristotelici, in particolare nel principio del terzo escluso, che è anche il terzo rappresentato nella dicotomia amico-nemico. E la guerra civile è la negazione della guerra intellettuale, che è arte della guerra in Niccolò Machiavelli. E poi non è la guerra civile a chiamarsi stasis nella Grecia antica: è stasis nella Grecia antica a tradursi oggi con guerra civile. E guerra appartiene a una costellazione linguistica che non è quella di stasis. Werra è stato il dispositivo germanico che è riuscito a scalzare il regno del dispositivo romano, bellum. La guerra è dispositivo, non convenzionale, sul quale l’impero è franato: ogni impero e ogni suo ricordo. Anche il terzo impero, il terzo Reich. Anche l’impero americano e oggi gli emergenti imperi asiatici.

La guerra intellettuale procede dalla questione aperta e dissipa ogni immaginazione e ogni credenza nel discorso della morte, che rimane tale anche nel testo di Giorgio Agamben, preso nell’ontologia dell’animale e in quello della famiglia e della città. La famiglia che procede dal discorso greco è la famiglia tragica e così la città che procede dal discorso greco è la città tragica, la città del capro, del tragos, della vittima.

E qual è il regno, l’impero del discorso greco? È quello della paura. Le sue quattro forme sono il terrorismo, l’unica forma citata dal filosofo, l’orrorismo (che non è il corollario di cui parla Adriana Cavarero), lo spaventismo e il panicismo. E dinanzi alla paura non serve né battere in ritirata, come fanno i presunti comuni mortali, né affrontarla come fanno i rari come Martin Heidegger. La paura va dissipata ciascuna volta. Non va accettata. A ciascuno, non a ognuno, spetta di non prendere parte alla guerra civile, a costo di essere privato dei diritti politici, come capita. Occorre trovarsi disarmati, senza più armi convenzionali, senza più una cartuccia da sparare nel circo della società dello spettacolo. Come si è trovato Francesco Petrarca dinanzi all’amore. Il disarmo è l’analisi, l’assenza di soluzione. Non è la soluzione perfetta alla guerra civile mondiale che pare dominare la scena con il terrorismo e la sua lotta contro.

Ora il confronto con la punta dell’elaborazione teorica della psicanalisi non c’è in Agamben, che non sembra nemmeno sfiorato dall’opera del giurista e psicanalista Pierre Legendre, che incrocia spessissimo i suoi campi d’indagine e ha un’opera considerevole e importante, anche se noi non gli abbiamo risparmiato le nostre obiezioni. E non c’è il confronto con la cifrematica di Armando Verdiglione, l’ultra-psicanalisi, per parafrasare l’ultra-filosofia di Giacomo Leopardi.

Ancora un cenno al disarmo: non è l’inoperosità di Agamben che vorrebbe disinnescare la macchina del potere. Occorre il disarmo come analisi, come dissipazione delle soluzioni offerte da ogni dottrina del potere, che in questo libro si specifica quale guerra civile come paradigma politico. La politica del fare, la sessualità e non la guerra erotica “uomosessuale”, non ha paradigmi. Nessuna logica della politica. La politica è l’altra faccia della logica: la richiede ma non è declinabile logicamente. La filosofia, e quindi anche la filosofia politica, è il tentativo impossibile di scrivere una logica della politica, da Platone a Foucault, da Aristotele a Agamben. E si tratta di un tentativo impossibile di padronanza e di controllo della vita. La prolessi della vita, l’anticipo che dovrebbe offrire la logica della politica (leggibile su un nastro di zero e uno sul quale Alan Turing stesso avrebbe potuto leggervi il suo suicidio) si realizza come metessi della vita, ossia una procastinazione di ogni elemento originario per sopravvivere nelle finzioni personali e sociali. I teologi più radicali e assoluti, come anche Maimonide, si accorgono che la via della filosofia è quella degli smarriti.

Quindi più nessuna ontologia della guerra civile e della sua dottrina, che ancora insegue Giorgio Agamben. Occorre che ciascuno dissipi la credenza nella guerra sostanziale e mentale, di cui la guerra civile ne è solo un aspetto. La guerra intellettuale è quella del disarmo, che solo l’amore può dare.


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26.04.2017