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La questione donna non è la questione femminile

Giancarlo Calciolari
(23.05.2015)

Lévi-Strauss, « Introduction à l’œuvre de Marcel Mauss », in Marcel Mauss, Sociologie et anthropologie, Paris, PUF, 1950, introduce la funzione semantica di un “significante flottante”, ovvero la funzione di un significante d’eccezione di valore zero, che secondo l’antropologo permette al pensiero simbolico di esercitarsi. Riprende così l’algebra di Boole. Tale funzione permetterebbe la complementarietà tra il significante e il significato. Nel 1953, in “Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicanalisi” (Écrits, 1966), Jacques Lacan introduce il termine: il nome del padre (Nom-du-père) nel confronto con il testo di Lévi-Strauss. E diventa un’altra cosa. È un’abduzione. Un’ipotesi del nuovo. Si svilupperà anche come punto di capitone tra il significante e il significato (Les psychoses, 1955-1956).

Eppure l’ipotesi del significato, che si compirà nella significazione del fallo come unica significazione, è un fantasma, un tentativo impossibile di erigere un’impalcatura (imposizione dell’imposizione) di un elemento della parola in posizione di uno. La funzione di figlio non muore, questo è il figlicidio, che non è l’infanticidio. E con il significante del nome del padre si tratta della funzione che nel mito scientifico del padre, in Freud, è quella del padre morto. E non fa problema a Lacan e agli psicanalisti lacaniani che il discorso dell’analista o discorso psicanalitico sia una branca del discorso della morte. Padre morto: figlio-padre (uomo-padre) e donna-madre. Per Armando Verdiglione la messa a morte del padre segue al matricidio, che non è solo la morte della madre ma anche quella della materia della parola. Freud in Totem e tabù (1912) descrive l’impero del fallo, che dal padre morto passa ai figli, altrimenti non passa. L’uno rimosso funziona come zero adiacente a un altro uno: allora il fantasma fallico si dissipa. E il fallo, senza più primato, è uno dei modi dell’apertura, che è giuntura e separazione, e non inclusione e esclusione. Un modo come il ponte, la barra, il nodo, la croce, la verticale, la diagonale…

L’interesse di Markos Zafiropoulos in La question féminine, de Freud à Lacan. La femme contre la mère, Puf, Paris, 2010, è per l’antropologia psicanalitica della femminilità, che si tratti di Freud o di Lacan. Le donne rimangono nel serraglio costruito dagli uomini in assenza d’uomo, di uno nella parola, che differisce da sé e si divide da sé. Non il soggetto diviso. Non l’ipnotizzato diviso per autocefalia, come nella presunta personalità multipla, e già nella doppia coscienza di Janet, dissipata dall’elaborazione freudiana degli inizi. La femminilità è un effetto della gerarchia sociale e politica. La politica senza più la gerarchia è la sessualità, la pragmatica, il fare. La politica del fare, scriveva già Armando Verdiglione quarant’anni or sono. Dire “femminilità” vale a chiudere la spirale della vita in un cerchio per confermare le donne come supporto degli inclusi (maschi, bianchi, eterosessuali…) e quindi sempre escluse dall’inclusione. Altro assoluto ideale, la cui bellezza è l’orpello dell’esclusione. Antropologia psicanalitica della femminilità, ossia ginecologia fantastica. E dalla vergine non madre di Lacan alla madre non vergine di Freud non si esce dalla ginecologia fantastica, il cui acme è nella domanda di Freud: “Cosa vuole la donna ?”, formulata all’indirizzo di Marie Bonaparte: “la grande questione rimasta senza risposta e alla quale io stesso non ho mai potuto rispondere, malgrado i miei trent’anni di studi dell’anima femminile […]: Cosa vuole la donna?” (Ernst Jones, La vita e l’opera di Sigmund Freud, versione francese, II, 445).

Le domande insolubili non cercano risposta, che per l’appunto non verrà mai. Indicano, tali domande, che la questione è connotativa e non denotativa, ovvero relativa alla notazione originaria. L’errore tecnico segue al desiderio del desiderio, al fantasma presunto governare il soggetto, anche dell’inconscio. Desiderio del desiderio anche come desiderio dell’Altro, nella sovrapposizione impossibile tra il sembiante e il tempo, come nel significante del fallo. La domanda “cosa vuole la donna” è lanciata dal teurgo per la dominazione completa, consistente e significata delle donne. Le donne, anche le psicanaliste, non rispondono a questa domanda, e non hanno mai fatto avanzare, quest’ultime, la teoria della femminilità e della sessualità femminile, non per mancanza ontologica, ma per non aderire al dominio maschile. È una domanda del padrone alla schiava. “Dimmi cosa vuoi, e ti dirò chi sei”. Invece le donne, confinate nell’harem dell’isteria, rispondono: “Ti dirò io chi sei, brutto stronzo di merda di un tiranno”, e si confermano belle e nella migliore delle ipotesi sociali restano subordinate al capetto di turno. Certo è un dio ridicolo creato da loro e in nulla è intaccato il primato del fallo. Eppure la questione della dissipazione della fantasmatica del fallo è nell’adiacenza e nell’abduzione. Il passo che si attiene alla libertà della parola è impassabile, è mantenuto persino nel contrappasso effetto della sua negazione estrema.

Markos Zafiropoulos riprende la lettera del giovane ventisettenne Freud alla futura moglie Marta, in cui algebrizza la donna, ossia detta come vuole la donna in quanto moglie: madre della casa. E troverà la donna non madre nella cognata Minnie, perché nessuno crede all’incredibile: ciò che si vede, ciò che appare. È la psicosi ordinaria. La domanda idiota, ossia dettata nell’idioletto, senza idioma, tale è “cosa vuole la donna?”. Domanda inquisitoriale, nella logica dell’interrogazione della risposta. Lo schiavo, se ben interrogato dal padrone, risponde “sì” o “no”. Qui si potrebbe intendere la serie delle nostre non risposte alle interrogazioni sociali e politiche. La domanda idiota (che rende principe o servo dell’idiozia chi la formula, e forse Freud si sente principe nel formularla alla principessa Bonaparte) ha altre varianti non esplorate, oltre a non essere stata esplorata linguisticamente nella sua variante affermata da Freud: Cosa può la donna? Cosa sa la donna? Cosa fa la donna? Cosa deve la donna? Volere, potere, dovere, sapere e fare non sono funzioni umane, non appartengono all’antropologia, nemmeno di orientamento psicanalitico e di occidentamento lacaniano. La domanda idiota è del soggetto, di colui che ha un’idea della cosa, in questo caso della donna. La non risposta delle donne, anche delle psicanaliste, procede dalla non accettazione della posizione di soggetto, di suddite, di subordinate. E il varco resta quello dall’insubordinazione (isteria) all’ordine della parola, che sospende anche la credenza nell’ordine paterno e nell’ordine materno. L’ordine è quello della procedura del viaggio, che non ammette ordini sociali e politici, e neanche professionali.

Dire “antropologia psicanalitica”, come fa tra gli altri Zafiropoulos, è ancora il tentativo di ordinare socialmente gli uomini e le donne, che spariscono già nell’antropologia, anche perché l’altra faccia, la ginecologia, è così connotata socialmente, d’essere ritenuta una faccenda per ginecologi professionisti e funzionari, mentre agli amatori è riservato il porno o la fantasia. Dire “antropologia psicanalitica del femminile” può tutt’al più connotare i padiglioni di un ospedale o di un campo di esclusione. E gli algebristi dell’antropologia psicanalitica del femminile possono non interrogarsi sul loro statuto di dottori nella gerarchia, che è una teocrazia, anche fatta da atei come Freud. Solo per celia, potremmo dire, che rari sono gli psicanalisti che si occupano dell’antropologia psicanalitica della maschilità. Zafiropoulos la sfiora, in un bel passo sulle donne che fanno l’amore con gli uomini castrati e morti, ma non dice che sono gli stessi morti-viventi che stuprano e vanno in guerra euforici o disforici.

L’indifferenza linguistica, che permette di prendere i termini che si vogliono nel supermarket della linguisteria quale impalcatura dell’alingua, non può distinguere tra antropologia e psicanalisi, tra sociologia e psicanalisi, tra qualsiasicosa a psicanalisi. Eppure o c’è la psicanalisi come pratica intellettuale e non ambulatoriale, o c’è l’antropologia, il discorso universitario, il sapere come causa. La negazione del sapere che è un effetto dell’inconscio. L’antropologia chiude la questione dell’uomo nella logia. L’uomo del discorso non è l’uomo della parola. Nel discorso diviene anche incognita (mistero e segreto: mistero di mamma e segreto di Pulcinella): la “x” che nelle formule della sessuazione permette a Lacan d’imperversare con la logica di Aristotele a colpi di quantificatori, universali o esistenziali. Solo per questo la donna risulta non-tutta per Lacan, come effetto del suo aristotelismo. Si dovrebbe dire, al modo di Zafiropoulos, come resto della sua filosofia psicanalitica.

Ancora: o è filosofia o è psicanalisi. Chi ha cercato d’acclimatare la psicanalisi in filosofia, come nel tentativo di Gilles Deleuze, con l’amico psicanalista Félix Guattari, è fallito. È impossibile intendere filosoficamente il funzionamento della rimozione, dello zero nella parola, che pone anche la questione del padre, per altro insolubile nella metafora paterna, nella funzione paterna, nel nome del padre. L’altro tentativo è quello degli psicopompi a orientamento psicanalitico lacaniano (rimanendo non visibili gli psicopompi a orientamento psicanalitico freudiano, per non dire junghiano, adleriano, reichiano…) che si ammantano di filosofia strizzando l’occhio a mamma università e alle insegne falliche che distribuisce, con tanto di titoli e lodi. La differenza tra la questione aperta e la questione chiusa, oltre all’inesistenza dell’alternativa tra di esse, perché la questione chiusa è solo la negazione dell’apertura, risiede nel viaggio: procedendo dalla questione aperta il viaggio non è predeterminato, mentre procedendo dalla questione chiusa il viaggio è circolare e predeterminato, secondo il sogno dei potenti e degli impotenti. L’ordine rotatorio che tanto scassa (tracasse) Lacan, e lo ha ingaggiato a uscirsene con la topologia (ma la topologia della caverna platonica, anche trasformata in cross-cap, non dissolve la prigione), non è di struttura ma di negazione della struttura linguistica in atto. Nessuna struttura immanente, nessun inconscio antecedente l’inconscio in atto. Nessuna ontologia, anche nella variante debole dell’antropologia, come nessuna sociologia e nessuna biologia, che in Freud vale come mineralogia del fondo roccioso dell’analisi, la negazione del femminile. Ma il femminile non è quello negato, e non si tratta di affermarlo.

La questione femminile, titolo dell’opera circolare di Zafiropoulos (che leggiamo senza rispetto per la sua circolarità) è la negazione della questione donna. Donna che non è più femminile né maschile. Donna che non indossa la maschera nella mascherata fallica. La maschera oscilla nella dimensione delle immagini. E non c’è più immagine della donna a cui le donne debbano conformarsi. La formazione inconscia sospende l’immaginazione e la credenza che hanno il nome di conformismo e anticonformismo. Attivo e passivo, presunta coppia oppositiva su cui Freud edifica la sua ipotesi chimerica del primato del fallo, o sono ossimoro, ipotiposi quale modo dell’apertura o sono maschere nel carnevale della vita. Se la teocrazia è dissolta con l’instaurazione dello zero nella parola, non c’è più bisogno di chiedersi come fanno i metazeri (despoti, tiranni e vampiri): cosa vuole la donna? La donna non vuole più, perché non l’ha mai voluto, essere madre nel rapporto sessuale, non vuole figli-padri, uomini-bambini o uomini-padri: non vuole despoti, tiranni o vampiri del desiderio, del godimento e della verità. Non vuole specchi sociali, sguardi abbassati a punti di vista, voce popolare o elitaria che la acclami come vergine non madre e come madre non vergine. Semmai c’è materia intellettuale nella “vergine madre” di Dante Alighieri. Per l’antropologia psicanalitica di Markos Zafiropoulos, via Lévi-Straus e Lacan, c’è nella stessa teoria dell’origine della società di diritto come una strana vicinanza tra la questione del padre e la questione femminile. Per cominciare, si tratta dello statuto della donna nella parola e non della questione femminile. La questione è aperta, non è più maschile o femminile. La questione chiusa richiede la dischiusura come in Heidegger, richiede lo strip-tease della verità e della donna. E questa è un’altra nota da scrivere.


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