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Il fallo e il cazzo

Giancarlo Calciolari
(18.03.2015)

Nessun soggetto al primato del fallo tollera la lealtà: è l’intolleranza totale quella che colpisce l’intellettualità. Ognuno ha le sue buone ragioni per definirsi nei suoi limiti, per pensarsi, distrarsi, sottrarsi, astrarsi: per frapporsi alla parola, edificando l’impalcatura dell’albero della conoscenza del bene e del male davanti all’albero della vita. Creatura dell’interrogazione chiusa, della significazione totale: il soggetto si conosce, si riconosce, si certifica nel cerchio, ovvero immagina e crede nella caverna platonica come prigione. Il regno e il governo del primato del fallo confluiscono nel regime carcerario, aspettando l’ordine totale del cimitero, sacralizzando il matrimonio mistico tra il passo e il piede del tempo. La relazione non è attribuibile al passo e al piede del tempo. E così non c’è treccia né intreccio tra il corpo e la scena ma combinazione. La treccia è un modo dell’apertura, del due, come la barra e il diagramma, e anche il dialemma o dilemma. L’altro nome del dubbio, che non è il doppio standard, non è il canone doppio, quello del Decretum Gratiani.

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Hiko Yoshitaka, "Senza titolo", 2012, cifratipo su betulla

La carta intellettuale non appartiene al canone algebrale e geometrale; e richiede la lealtà per instaurarsi. Quindi il primato del fallo è senza carta intellettuale e si occupa solo di carta straccia. La carta dello spreco, della codardia, della viltà, della pusillanimità, dell’ignavia: la carta della paralisi e non più dell’analisi. La ferita, la vulnerabilità, il danno sono esponenziali rispetto all’assenza di lealtà. È facile negare l’esperienza e il suo processo di valorizzazione, e imboccare la caverna prigione di Platone, attribuita al fratello Glaucone. Chiudersi nella prigione è la soluzione e il colmo dell’immaginazione e della credenza al potere. Il servizio intellettuale ha le sue prove (la prova di realtà e la prova di verità e di riso), le sue arti, le sue invenzioni, le sue scritture, i suoi dispositivi. Il servizio intellettuale è lo stesso processo intellettuale come processo di valorizzazione della memoria, per ciò lo statuto intellettuale. Nel primato del fallo il servizio inintellettuale è provato, certificato, giustificato. E doppio: servizio algebrale e servizio geometrale. L’algebra è l’abito del personaggio maschile e la geometria è l’abito del personaggio femminile. Gli uomini nella fila degli inclusi, degli assassini, e le donne nella fila degli esclusi, dei suicidi. E non altera la scena occupata dalle armate e dalle chiese la constatazione di Lacan che alcuni uomini si mettono sotto l’insegna della posizione femminile, come Gioacchino da Fiore. Tentazione che tocca anche Daniel Paul Schreber e la sua metamorfosi nella donna.

Il valore della scrittura dell’esperienza è inarrivabile per il disvalore della descrizione della negazione dell’esperienza. Il valore non è fallico, non può essere alto o basso, perché non è il valore stabilito dal sistema, non è il valore genealogico, non è il valore conformista, non è il doppio valore dell’homo duplex. Che cosa sostituisce l’homo phallicus alla carta del valore? La carta dei veleni e dei rimedi, la carta algebrale e geometrale, la carta della significazione totale del bene e del male. Il soggetto robot e automa è esente dalla tentazione intellettuale, e accetta la carta sostanziale e mentale. E l’apoteosi dei canoni discordanti può trovare facilmente la loro concordia. Parola del dio fallo, che non fa altro che contrabbandare la sfida con lo scherzo – la sfida come ironia della sorte, con lo scherzo con la morte – e contrabbandare la scommessa di verità e di riso con una scommessa inscritta nella presunzione di un
dominio del viaggio e nella presunzione della soluzione. Il dio fallo è contrabbandiere. E il suo patto della concordia nega la tentazione intellettuale a favore della tentazione sostanzialista e mentalista, fra esaltazione e umiliazione, fra trionfo e disfatta, fra euforia e disforia, fra arroganza e modestia. Tutte le tentazioni falliche si riassumono nell’interrogazione chiusa, nel sistema genealogico delle filiazioni sociali e politiche. Che valore è quello che dipende dallo statuto sociale? Corrisponde al disvalore, incollato com’è alla quantità senza la qualità. Nell’intervallo nulla finisce, quindi l’intervallo non può occuparsi, spazializzarsi. La colla dovrebbe stare al posto dell’intervallo, al posto del varco tra il passo e il piede. Le tentazioni falliche sono accettate dalle elite, come sono accettate dal volgo le tentazioni del cazzo. Occorre togliere il cazzo dalla volgarità, ossia indagarne il suo statuto come l’altra faccia del fallo, per gli uomini perfetti, ossia senza perfezione, perché la perfezione non è umana, come la precisione e l’esattezza. Per il volgo il cazzo è il significante dell’imperfezione, dell’imprecisione, dell’inesattezza, anche della perplessità e dello smarrimento. Senza ricerca e senza impresa, procedendo dalla questione chiusa, ognuno fa cazzate.

I perfetti e gli imperfetti, i pii e gli empi appartengono allo stesso ordine fallico, al sistema del fantasma che agisce e non si attengono all’idea che opera. L’idea del dio agente dei perfetti, che ha la sua apoteosi nel dio che vuole, se lo vuole, ovvero l’attribuzione della voluntas al dio fallo, è la parte nobile dell’animale fantastico anfibologico perfetto-imperfetto. La parte ignobile è l’attribuzione della volontà al cazzo. Gli umani governati dal cazzo. Il regno e il governo del cazzo. E mentre nel regno della perfezione (attribuita all’uomo a partire comunque dall’esagerazione del pene) la donna e il suo sesso non esistono (questa è la direzione delle descrizioni del femminile e della sessualità femminile date Freud a Lacan), nel regno dell’imperfezione la donna esiste come la signora e così anche il suo sesso, chiamato per l’appunto signora, il cui frutto è dolce come un fico. Il test dell’idiozia di massa, dell’estensione della macchia d’inchiostro a macchia d’olio, è quello di distinguere tra cazzata e figata, persino tra un tipo del cazzo e un tipo figo. E risulta difficile la comunicazione sociale, che pare facile, quando si mostri e si dimostri, si argomenti e si giustifichi non il dio-fallo ma il dio figa. E il fastidio a parlare così in un testo apparentemente per i perfetti e non certo per il volgo è dovuto al fantasma di concorrenza per la gestione del potere, che i minchioni non vogliono mollare alle fighette e ai loro compagni fighetti, ossia castrati. Per ritrovare dove gli adoratori del dio fallo (si chiamava Baal nella Bibbia delle origini) hanno confinato le donne ridotte al loro sesso occorre riandare alla Repubblica di Platone e leggerla tra le righe: le donne fighe alte, le vestali, la danno gratis agli uomini perfettamente castrati al potere, le donne fighe di massa (al centro) la danno in famiglia per la riproduzione, le donne fighe basse la danno a pagamento agli uomini imperfettamente castrati. Sia nel caso della perfezione che dell’imperfezione si tratta di prostituzione; e come ha rilevato qualche branca del femminismo radicale al centro le cose non vanno meglio (l’ipotesi al buio è quella della donna-madre). Il fantasma della moglie come prostituta di un uomo ha molti passaggi all’azione tra le chiese e gli eserciti. L’animale fantastico anfibologico moglie-puttana (tollerato ma meno dell’uomo-puttaniere) nella cosiddetta rivoluzione sessuale ha perso il trattino: a ogni donna si sono richieste le prestazioni della puttana. Il bel ragazzo franco-arabo al suo primo viaggio negli States era sorpreso dal fatto che, passata la soglia dell’indistinzione tra libertà sessuale e stupro, la prima cosa che facessero le ragazze era di prenderlo in bocca. La cosa è nota solo tra gli imperfetti e non si trova nei libri di teologia, di filosofia e nemmeno nelle teorie di genere quali aggiornamento della supremazia del fallo: in un film comico con Robert De Niro, il mafioso in crisi che va dallo psicanalista, rispetto alle sue richieste erotiche, di sesso orale, si sente rispondere perché non lo faccia con sua moglie, e lui risponde che non può con la stessa bocca che bacia i bambini prima che vadano a letto. L’altra faccia della comicità del basso è la tragedia dell’alto (e di questa se ne possono occupare rari filosofi e altrettanto rari psicanalisti, più donne che uomini): il governo della repubblica richiede uomini perfetti (anche perfettamente castrati nel loro approccio alle donne) e la vagina pubblica. Questo è Platone, sul quale non è giunta a sputare Carla Lonzi, che nel suo tornare alle origini si è fermata a Hegel. Sputare, putare, disputare. Nel luogo comune le donne perbene non sputano e gli uomini perbene da più di sessant’anni hanno perso le sputacchiere. Patty Smitt come segno di libertà sputa in pubblico, sul palcoscenico: è un’icona degli imperfetti. Imperfetti che abitano a Sodoma e Gomorra.

Ogni circostanza è propizia perché la cosa sia creduta, immaginata, significata e significabile, quindi volgare, cioè senza la cifra? Eppure il regno e il governo fallici sono presunti essere in mano all’élite e non al volgo. Nel pianeta non c’è una repubblica che sia una repubblica: la res non è proprio pubblica ma in mano a privati.

Compromesso cannibalico in cui padri divorano i figli e i figli divorano i padri. Si spacciano entrambi per uomini-padri, figli-padri, saldati sulla funzione umana di morte. Umana, ovvero troppo di morte, e in tal senso troppo umana. La significazione scorre e passa in tutti i punti del sistema piramidale, che è solo una parte del sistema circolare, quella algebrale, mentre quella geometrale è la trigonometria, la misura del cerchio per triangoli infinitesimali. La significazione elitaria dà il criterio di accettazione per il quale un libro dal titolo “Il fallo” non viene nemmeno più avvertito come provocatorio. La significazione del volgo è l’esecuzione di quella elitaria e quindi implica la non accettazione dell’algebra specificamente volgare. Un libro dal titolo “Il cazzo” sebbene ponesse la questione intellettuale del suo statuto linguistico sarebbe avvertito come provocatorio e volgare. Ecco una formulazione della perfetta castrazione sociale al potere, e è per l’appunto il titolo di un libro francese di psicanalisi: “Alla felicità del fallo” (Au bonheur du phallus). “Alla felicità del cazzo” non sortirebbe gli stessi effetti, e il pubblico alle presentazioni del libro non sarebbe lo stesso. L’immaginazione e la credenza appartengono al volgo e hanno la loro apoteosi nell’élite. Ecco perché Niccolò da Cusano a questo proposito parla di ignortanza dotta. L’élite fornisce gli algebrali e il volgo fornisce i geometrali: l’élite detta cosa fare e il popolo esegue. Quando uno salta dall’altra parte s’imbatte in una fonte inesauribile di guai, sino alla morte, dal figlio suicida del padrone al figlio omicida dello schiavo. Ovviamente ogni altra algebra e ogni altra geometria sono a disposizione dei soggetti robot e automa per presumere di agire sull’oggetto e sul tempo. Casistica infinita e sono pagine e pagine di psicoletteratura.

Ogni circostanza nel viaggio circolare è propizia per l’emergenza della soggettività, e nella bipolarità propria del primato del fallo corrisponde alla fase tumescente, euforica, poi c’è la sparizione del soggetto, la fase detumescente, disforica, chiamata afanisi da Ernst Jones, biografo di Freud. L’algebra della soggettivazione ha come altra faccia la geometria dell’assoggettamento. E Judith Butler pensa di cavarsela studiando il genere con la nozione di soggetto, che per altro c’è in Lacan ma non in Freud. In Freud c’è ancora l’anima, che per Lacan è un fantasma.

Emergenza della soggettivazione e sumergenza dell’assoggettamento: coppia apparentemente oppositiva dell’elusione della questione intellettuale. Il soggetto è preso dalla cura del male di sé e dalla cura del male dell’altro, dalle malattie mentali alle benattie organiche, dalla bulimia all’anoressia mentali del potere. E il mito di fare ciò che si vuole (tra le scelte obbligate offerte dal primato del fallo) corrisponde alla supremazia dell’intolleranza verso sé e verso l’Altro, che diviene ogni altro. Il soggetto robot fa ciò che vuole e si scalda, s’arrabbia, s’infuria, s’incollerisce, sino a uccidere. Anche il soggetto automa fa ciò che vuole e si fredda, si calma, si sfuria, s’immiserisce, sparisce, sino a suicidarsi. Ognuno facendo ciò che vuole si attiene al primato del fallo, al canone doppio, alle due misure secondo le quali sono governati gli uomini. Il diritto romano e il diritto canonico. Due misure dell’intolleranza verso la questione intellettuale.
Il primato del fallo è assurdo, e l’assurdo è l’indice dell’impossibile realizzazione del fantasma. Fantasma di padronanza dell’oggetto e di controllo del tempo, che va con la saldatura tra il passo e il piede, tra l’uomo e il padre, tra la donna e la madre.

La teorizzazione della subalternità della donna è quella elaborata da Aristotele nella Politica. La presunta inferiorità femminile trova mostrazione, dimostrazione, giustificazione in base alla dottrina delle facoltà dell’anima, della funzione umana come funzione di morte. Dopo aver chiarito che la funzione della donna nella famiglia è quella, imposta dalla differenza dei sessi, di cooperare con il maschio ai fini della procreazione e della cura dei figli e della casa, Aristotele osserva che se l’uomo si distingue dagli animali per il possesso della facoltà razionale, la donna si distingue a sua volta dall’uomo perché dotata di una razionalità solo parziale e, per così dire, "dimezzata", e l’animale politico penderebbe dalla parte dell’animale. La ragione e la competenza linguistica della donna sarebbero ristrette e limitate alla capacità di comprendere e obbedire agli ordini del capofamiglia (cosa che arriva sino a Freud e Lacan). Anche nell’ambito della procreazione, alla donna è assegnato da Aristotele un ruolo secondario. Nel concepimento, la madre interviene infatti come materia, cui il padre imprime (penetra) il suggello della propria forma. Uomo logos e donna mythos. Uomo-pene e donna-vagina. Pene privato (sino alla privazione del pene) e vagina pubblica (gratis, maritale o a pagamento).

Per chi indossa l’abito fallico, ogni circostanza è propizia per confermarsi nelle abitudini, nelle rappresentazioni della differenza dei sessi, nell’economia della morte. Il materiale è intellettuale, anziché sostanziale o mentale, ossia fallico, connotativo. Il materiale non è appeso all’albero fallico e quindi non è attaccabile dal principio della memoria selettiva e dal principio della memoria elettiva, cioè non è attaccabile dalla paura fatta cerchio e sistema. Il cerchio fallico, magico e ipnotico. Anche nel Decretum Gratiani, la base del diritto romano-canonico, sul quale si fondano anche le istituzioni attuali, la memoria selettiva esclude l’interpretazione ebraica dei testi e poi la memoria elettiva stabilisce la concordia dei canoni discordanti restanti: il diritto canonico e il diritto romano. La saldatura tra il monoteismo e l’idolatria. La gnosi cristiana, che oggi pare definitivamente secolarizzata e trapassata nell’ideologia e nella mentalità. Quella che viene chiamata la realtà, nella vita posta come elitaria o volgare, è la sua rappresentazione; anche la dura realtà del primato del fallo. Quella che ognuno crede, immagina, pensa sia la realtà è soltanto la sua rappresentazione. Quella che ognuno crede sia la realtà è soltanto la realtà dell’adesione al dio fallo. Tale è la realtà del soggetto e della sua certezza. La realtà fallica è obiettiva e durevole, senza l’oggetto e senza il tempo, soppressi nella loro sutura. Restano le sentinelle dei contrappassi e dei contraccolpi. La realtà sociale è la realtà convenzionale, connotativa, prodotta dall’ideologia quale secolarizzazione della teologia. Teologia come algebra, regno, e teocrazia come geometria, governo. Il primato del fallo, della teologia politica, ha un luogo: quello della paura condivisa. E i conflitti tra arroganza e modestia, nella lingua dei litiganti (Leonardo) sono l’apoteosi della paura. La realtà della coscienza è la realtà supposta comune, sociale. E l’autocoscienza può partire da sé per ritornare a sé, chiudendo la questione dell’enigma donna. La realtà della coscienza e dell’autocoscienza è l’abito, positivo o negativo. L’abito negativo è chiamato malattia. La questione della malattia psichica e dell’impero mondiale dello psicofarmaco e della psicodroga è tutta qui. Sotto il principio di unità, di conciliazione, di concordia, di sutura, si definisce necessaria la realtà della padronanza e del controllo, la realtà della linea e del cerchio. La realtà dei canoni discordanti dell’algebra e della geometria. E gli scriba che dettano la legge e la morale sociali prescrivono regole e norme. La mnemomacchina e la mnemotecnica della burocrazia proseguono la guerra civile contro la guerra intellettuale, artistica e culturale, sino all’autodafé dell’arte e della cultura. La lingua fallica è la lingua dell’economia della morte, quella che Victor Klemperer ha chiamato la lingua del terzo impero. La realtà non è fisica né metafisica: è linguistica, senza più necessità di dominare la lingua. Reale è l’impossibile e il contingente. Questa è la realtà intellettuale. E non c’è nessun al di là del principio di realtà. Il primato del fallo è assurdo, presume di togliere l’impossibile (per l’accesso diretto alla realtà) e il contingente (per l’accesso diretto al piacere). Prova di realtà è quella per cui la ricerca giunge alla comunicazione. E prova di verità è quella per cui l’impresa giunge alla comunicazione. Invece il primato del fallo resta immerso nella colla della significazione, colla anche tra il corpo e la scena e tra il labirinto e il paradiso. La colla umana, il legame sociale, è l’erotismo, che Lacan chiama il rapporto sessuale. La realtà intellettuale non oscilla tra realtà potenziale e realtà impotenziale. È il dio fallo che idealizza la potenza e la realizza come impotenza. Non arriva neanche a far vincere qualcuno alla lotteria. È il dio astro, il fallastro, il demiurgo, il facitore magico di miracoli, positivi o negativi. Certo il fallo è concreto ma non si può toccare con mano (Noli me tangere), non lo si vede, ma passa di generazione in generazione patrilinearmente.

Concrezione infernale, volgare, incarnazione del cazzo? Che altro si vuole da un agente, da un mago? La realtà non può essere presa nel finalismo, né del fallo né del cazzo. Ogni circostanza è propizia per cazzeggiare, ma la circostanza è propizia per il processo di valorizzazione della memoria, della ricerca e dell’impresa in atto. E la condizione del viaggio sta nell’oggetto. La materia dell’oggetto è la materia intellettuale. La materia del soggetto invece è sostanziale e mentale. Soggetto fallico per l’élite e soggetto del cazzo per il volgo. L’epoca, come sempre, volge verso la concordia dei canoni discordanti. E così la materia del soggetto, solo presunta, è appesa all’albero fondamentale, quello della conoscenza. Eppure nessun chiasmo tra l’individuo e il transfinito.

Come si edifica il primato del fallo, quindi la specularità, la visibilità, senza il nesso? Per falso nesso. Per bugiardo nesso. L’invidia del fallo e l’invidia del cazzo procedono dalla consustanziazione (la colla), quale negazione della transustanziazione, dell’eucaristia. E si dovrebbe accennare a un capitolo non scritto ancora, quello della commentalizzazione e della transmentalizzazione. Com’è noto, Nietzsche si è spinto sino alla transvalutazione. Oltre alla metamorfosi di una sostanza in un’altra, si pone la questione anche della metamorfosi di una mentalità in un’altra. L’invidia sociale è sostanzialista e mentalista, ha il suo posto nell’istituto dalla vendetta (della colpa e della pena) e, in questo senso, è vendicativa, e non colpisce solo l’altro, colpisce anche sé. Chi di spada ferisce di spada perisce. Chi si vendica perisce in un mare di guai, e non ha neanche una spada da rivendere. L’istituto della vendetta, nell’universalità fallica, è l’istituto della genealogia, l’istituto lineare e circolare, l’istituto della conoscenza, l’istituto della prolessi, della presunzione. Come immaginarsi prima, ossia presumere, se non con l’idea di sé e l’idea dell’Altro? Il dio fallo è amico degli uomini e nemico delle donne? Il sistema fallico si edifica su due categorie di personaggi, sempre in cerca di autore: i millantatori (i connessi al dio fallo) e gli sciacalli (gli sconnessi al dio fallo). I primi promettono o minacciano in nome del dio fallo e i secondi promettono o minacciano in nome di un dio del cazzo.
La promessa e la minaccia sono varianti della presunzione sull’avvenire, che sprona il bene ideale e realizza l’economia del male. Promessa del bene e minaccia del male. Ma l’idea che nessuno ha, l’idea che opera, sospende l’immaginazione e la credenza nell’agibilità della promessa e della minaccia. Affinché la promessa e la minaccia, oltre la sospensione, si vanifichino, occorre l’analisi. La conversazione, la narrazione, la lettura. Non il dialogo, non la conoscenza, non la coscienza. Senza fretta e senza calma. Eppure, quante promesse e quante minacce.
Com’è che ognuno diventa fondamentalista, del fallo o del cazzo? Ponendosi dinanzi l’alternativa fra il bene e il male. E la presunzione fondamentalista è di avere davanti l’albero della conoscenza del bene e del male.
Il dio fallo è di tutto rispetto e l’altra sua faccia, il dio cazzo, è di tutto disprezzo. Il dio fallo, la negativa di dio, l’idolo, il fantasma; e la sua verità inintellettuale è accettata e accettabile, la verità gnostica in tutta la sua significazione e in tutta la sua slealtà. Il dio dell’invidia sociale e dell’ingratitudine personale. Il dio degli “errori tecnici” e culturali, nonché scientifici. La significazione del fallo è arte falsa e bugiarda, cultura falsa e bugiarda, scienza falsa e bugiarda. Arte, cultura e scienza accettabilissime, che diventano canoniche per meglio escludere l’arte, la cultura e la scienza originarie. Al dio fallo è dovuto il culto del diavolo, di Satana, il separatore, mentre ciò che è separato da dio è santo per il luogo comune. Dio procede dalla giuntura-separazione, ossia dall’apertura, dal due. È il dio fallo concordatore della doppiezza a attribuire il tempo alla relazione, tagliando il due in due genealogie e rendendo possibili infinite altre algebre e geometrie. Genealogia del giunti e dei separati, degli inclusi e degli esclusi, della nomenclatura e del volgo anonimo. Le donne come indice dell’anonimato del nome (Verdiglione): prendere un fantasma per struttura, l’idolo per dio. Ovvero è una presunzione la donna come indice dell’anonimato del nome, sebbene questo aforisma sia tratto dall’elaborazione del fantasma di nominabilità delle donne, dagli uccelli-vagine del cielo che hanno nomi di donna (più vagina pubblica di così…) di Schreber al catalogo di don Giovanni. La nominabilità delle donne è il colmo dell’anonimato al quale sono condannate. E l’anonimato è lo splendore potenziale al di là del fallo, ossia al di qua. Al di là e al di qua come animale anfibologico circolare, imparagonabile.

Mettere in discussione il primato del fallo sino alla sua vanificazione non è cosa che si risolva con un uomo nuovo, magari femminista, non è cosa che riguardi la buona e la nuova volontà di un soggetto maschile finalmente pacificato. Il primato del fallo, come fantasma di padronanza è diffuso in tutta la realtà sociale, e quindi occorre mettere in discussione le gerarchie militari e religiose, economiche e finanziarie, partitiche e burocratiche… e non solo la gerarchia sessuale.


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26.04.2017