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Peregrinatio aetherea. Divagazioni sull’anima [1]

Roberto Panichi
(6.02.2015)

Sermo generatur ab intellectu et generat intellectum.

Abelardo

L’anima non è psicologia, psichiatria. È rovesciamento dell’assunto e della metodica per cui non ci sono protocolli clinici da osservare. O animal grazioso e benigno / Che visitando vai per l’aere perso / Noi che tignemmo il mondo di sanguigno (Inf. V.88 ss.). È la chiave di rispetto introito alla questione. Siamo alla prima battuta, il movimento e il suo contrario. L’Ermete Trismegisto del Rinascimento intendeva anima una sostanza vitale che assume la conoscenza dell’occhio precipuamente e la metafora di che si serve torna al platonismo puro ché, orbata della visione, perde l’incontinenza mondana che la nutriva mentre "per la veduta delle quali [opere della natura] l’anima sta contenta nelle umane carceri": "oscura prigione" (TDP 12 e 20: J.R. 34) è la cortina corporea che riduce l’apertura e tarpa le ali allo spirito, l’anima è un caso ancipite senza speranze. Nell’apostrofe è tutto. Il pensiero occidentale si è speso nell’inquisire il problema diatribando nel presagire l’esodo. Si perde l’anima col corpo, suo compagno di ventura, o conosce un seguito, corollario che predica la sua immortalità e, se del caso, oggetto anche questo di dispute, un’individualità distinta o un nulla nel mancamento della memoria e dei sensi che l’avvertivano del mondo o ombra eloquente, loquace o muta nell’eterno, non attimo fuggente, ascritta a una dimensione non misurabile, negletta, immaginata o vagheggiata nella nostalgia pungente dell’assente?

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Opera di Roberto Panichi

La scienza e l’esperienza comune non vanno oltre l’identità di corpo e pneuma, un lemma che alloga la vexata quaestio. Sono con-sistenti, co-esistenti cioè strutturalmente inscindibili per cui non c’è un dopo quando la somaticità si dissolva e con essa la mente e il suo universo emotivo, il memoriale del vissuto o, altrimenti detto, la processione delle rimembranze dolci e amare, quel parco di archeologie mute che l’avevano arricchita, l’archivio dell’onore stesso che l’aveva illusa e cullata, tutto si spegne e oblitera.

La controdeduzione segna il terreno e lo marca a fuoco col sangue del martirio che ribalta il teorema e si autorizza pietra angolare di un altro futuro. Alla constatazione di rito e al certificato di morte che incombe la via di uscita, su chiamata improrogabile non emendabile né per sortilegi di lingua imputabile, è una realtà altra di cui hanno contezza testimoni di santità, geni del pensiero, taumaturghi di spiritali avvenenze, misteriosofi e mistagoghi. L’iniziazione che travolge l’assuefazione alle matematiche evidenze, l’enigma, l’arcano che media visibile e invisibile e rende congruente l’inesplicabile. Se la psicologia si occupa assolutamente di tutto ed è universale dal momento che continuamente ci troviamo di fronte a fatti psicologici (JANET), in questo planetario che è l’immaginazione creatrice non c’entra. G.GURDJIEFF sostiene l’interdipendenza perché non c’è niente che sia separato. Tutto dipende da tutto; tutte le cose sono legate insieme. Se le persone potessero cambiare, tutto potrebbe cambiare. Lo strutturalismo veste l’inadattamento e il disquilibrio, l’uomo bloccato non conosce il punto di partenza né di arrivo, neppure l’esistenza delle sue possibilità, gira come in apnea, a vuoto. L’educazione e la formazione parentali generano stati d’animo, un’intossicazione delle cellule cerebrali. La moralità non è la moralizzazione, la volontà che non distrugge è invisibile o si frammenta nella dispersione. Se il baricentro deflette subentrano le affezioni, abulia, malinconia, anoressia. Siamo a Schopenhauer e Leopardi. A giustificazione del surmenage, che è un errore e una valutazione distorta del pensiero. La matrice fisiologica è nella pubertà, ancora JANET. Quindi gli sviluppi della fantasia e le constatazioni in re sono acquisizioni della mente non riconducibili a pregiudizi o a insane incubazioni di quell’età.

Il materialismo ha dei limiti, galleggia sulla materia che non è una categoria gnoseologica, in sé è un nulla: sostrato comune del mutamento e insieme principio di individuazione, matrice originaria del divenire corporeo quale prefigurava PLATONE (Tim. 51 a ), una specie invisibile e amorfa "che tutto accoglie e che in qualche modo molto problematico partecipa dell’intelligibile ed è assai difficile a comprendersi". Transita da una privazione a una forma immanente al divenire di ogni cosa. L’ipotesi di una materia prima , qualcosa di originario "di cui non si dice più che è fatto di qualche altra cosa"(ARISTOTELE, Metaph. IX.7, 1099 a, 24-26). Pura potenza quindi indistinta per sé di cui si può avere solo una conoscenza analogica. Materia è principio passivo inerte e senza qualità di cui si predica l’estensione e la resistenza. Per la coscienza religiosa il male originario e l’assoluta indigenza, un puro non-essere. La sostanzialità fu poi finalizzata, invece, a conferma della tesi creazionista. La scienza sta ai dati di fatto, non elucubra definizioni filosofiche. Con una certa versatilità è apparsa, la materia, spirito addormentato o inconscio o degenerazione nella ripetitività e nell’abitudine. Il materialismo è contraltare della spiritualità e insieme un’altra metafisica per cui il pensiero è rispetto al cervello quel che la bile rispetto al fegato (K.VOGT). Qui si misura il limite e la povertà. Il pensiero debole, la materia pensa. Paradosso assurdo che non spiega lo scarto incolmabile tra l’homo sapiens e l’impianto animale. Questo non pensa perché non organizza e sviluppa in progress i dati dell’esperienza, l’essere vivente al grado zero, il differenziale c’è tutto, l’analogia di sostanza in questo caso manca. VOLTAIRE (e come lui altri illuministi), lingua fina e avvezza a dividere in due il paradosso e il paralogismo, si fermava alla soglia della negazione e si teneva a distanza da posizioni apodittiche, di un LAMETTRIE e dei philosophes fustigatori di ascetici furori. Ostacolo all’infinito l’intelligenza e il suo consuntivo, la razionalità sensata. Dimenticando che c’era stata anche una superfetazione della ragione che aveva gettato luce nei meandri meno chiari del pensiero pensato e aveva fatto aggio sulla forza del sentimento e dell’intuizione. Qui l’osservazione e l’adesione che aprivano alla metafisica, alla contemplazione e allo sforamento dell’estensione, trasumanar significar per verba non si poria (Par.1, 70). Non devozione né genuflessione, i simboli invece nella loro nutritività più stimolante e fervida, il pane mistico, l’agnello sacrificale, il buon pastore, la rosa mistica e la mistica navicella, una dottrina inoculata per immagini, slanci ineffabili di spiriti amanti. La cesura tra il questo-qui e la parola che sana incertezze e perplessità. In mezzo non ci sono ponti, la dubbiosità non risolve e intercetta mondi alieni. Il pericolo è che dietro la mistica e la sua liturgia alligni l’impostura per delega, adultera e falsa, in una società mistilinea e mistilingua, un amalgama di sciocchezze, non genialità, mistura che è, in un parlar legato, solfato di rame atto a irrorare le viti, quanto meno le anime, e più contro la peronospera che insidia le vigne.

La vita per afflato divino è modus explanandi che, messo tra parentesi il fondo virtuale e dommatico, coglie il punto di rottura tra la materia organica e inorganica, la sutura tra un’anterorità primigenia anodina e un’efflorescenza organizzata sé-riproducente e pensante non definibile. Ne consegue la dualità, che ripudia l’identità. La risposta per theologiam, che però è unilaterale, non accede al massimo comun denominatore che è la dea ragione. Se c’è un creatore l’anima è il polo ricettore che a lui ritorna, interpolazione del magma cruento che assume per sé rilevanza ed è un’ipoteca sul futuro senza tempo. Il sé-costituente è mente e cuore, termometro dell’emotività e del consenso allargato, della inseità e dell’espansione. L’anima è multifunzionale, ecfrastica nella sua epifania e occlusa in interiore hominis, cassa di risonanza del bene e del male di che sono sensori i tempi e le circostanze. La collazione delle varianti la trovi nella grande poesia e negli archimandriti del pensiero, postille, chiose, glosse, parerga, additamenta prolegomeni di una medesima attualità che si protrae all’infinito, l’effimero e la mortalità e insieme la redenzione intellettuale, bagliori notturni dell’oltre. Anime inquiete, ammonenti per la dismessa carnalità, fanno lievitare nella poesia di PINDARO progettualità tautologiche perché sono traslazione, pura e semplice, di modalità esistenziali dove l’esistente non è superato e non perviene all’essere (Threnorum Fragmenta).

L’arché nei preocratici è animazione universale, movimentazione di materia primordiale che si sfrangia e rigenera in perpetuo, divinizzata l’anima quando si uniforma al moto eterno degli astri, lo zodiaco vaneggiante nell’eclittica per algide plaghe che danno le vertigini e ammutoliscono nella loro cangiante insondabile profondità. Natura eterea è l’approssimazione per cui la sparizione destinale non costringe l’anima nell’involucro ingegnoso in cui si è formata gradualmente, sedimentazione di innumeri immagini sensazioni e rielaborazioni che sono operazioni cifrate sovrapposte in serialità algebriche sempre sé-riproducenti fino alla separazione ultima.

L’anima è aerea, volatile. Conseguente il dualismo nell’epitaffio trovato al Ceramico dei guerrieri uccisi davanti a Potidea nel 432 a. C.: "L’etere ha accolto le anime, la terra i corpi", immortale anch’essa "come gli esseri divini sole, luna, cielo si muove incessantemente (ALCMEONE, Diels I.210, A I.12), aeriforme integrata al cosmo, la vita stessa aria in quanto legata al respiro. Intelligenza è numero e dèmone immortale che per via di rinascite compie il ciclo del suo destino, aspetti molteplici nell’aporia e nell’autoesclusione che inibisce. Ma non è univoco e certo confine nella trepida leggera natura del principio vitale inafferrabile com’è, terra e fuoco "senza il sopravvento di nessuno di questi" (PARMENIDE), caldo freddo e pure logos che accresce se stesso, accumoli noetici a segnare la distanza dalla materia organica in sé, nel suo aspetto inferiore esalazione che trae la sua sostanza dall’atmosfera e dal sangue. Se la differenza noetica e lo scarto corporeo restano l’anima è Urania o Afrodite celeste nell’anelare alle sottili ragioni dell’ultima conoscenza, ingenerata incorruttibile immortale per un’ascendenza pregressa dal momento che essa è "prima e più antica del corpo per origine e virtù". PLATONE oscilla tra cielo e terra e sposta in alto il baricentro ontologico. Anche PLOTINO ha spiritali intuizioni, l’emanazione e il processo circolare, l’epistrophé, la svolta e il ritorno sono le chiavi ermeneutiche che dicono il degradarsi dall’Uno, necessario, cui riallacciarsi nel possibile conato di una volontà libera e consapevole. L’anima è ipostasi in un grado ridotto che si rapporta al principio primo unificante e all’Intelligenza. Al di fuori la brulicante anonimia di calchi sbiaditi, sopra la theorìa la pura disinteressata contemplazione. Formidabile intuito dei Greci l’anima Logos che accresce se stessa in quanto non è ciò che è ma ciò che diventa, un fluttuare essenziale che non si lascia comprendere, compendio dell’universo visibile e invisibile, entità media, possibilità delle possibilità. Qui gli incunaboli della Theologia Platonica di Marsilio Ficino e del De hominis dignitate di Pico della Mirandola non meno che della scuola neoplatonica di Cambridge nel XVII secolo. La centralità della psyché, esaltata nella raccolta degli oracoli [della Sibilla Caldea o Eritrea] in età alessandrina, "fiore dell’intelletto"(PROCLO), ha ascendenze remote nella tradizione orficopitagorica, e tale la eredita la mistica medievale, Maestro Eckhart domenicano e la teologia tedesca da lui informata, nel cuore dell’innografia cistercense conclamata. Nei sogni, nel sonno, nella morte la proiezione fantasmatica, la prima idea di anima plasmata successivamente nella interiorizzazione delle esperienze sociali funzionali alla vita e alla sua continuità. Pascolo di etnografi e antropologi che assumono la ricerca sperimentale e l’evoluzione pour cause o il negazionismo strutturalista che si foggia un soggetto larvatico punto casuale di snodo e intersezione com’è di statuti che lo comprendono e lo svuotano di una coscienza storica propria e quindi di un destino individuo. Visione antistoricista, antiumanistica in cui la coscienzialità soggettiva, ancora nella fenomenologia e nell’esistenzialismo dato fondativo, è recisamente negata.

I dossografi primo lo Stagirita forniscono la cartografia dell’anima per il mondo antico, le linee di lettura primaria. L’anima non moto infinito né ipotizzabile nella continuità, la postilla aristotelica sulla dottrina dell’entelécheia pone un essere realmente in atto in contrapposizione allo stato potenziale o virtuale: "Nulla si sa di certo sul nous e la facoltà conoscitiva, ma sembra trattarsi di un altro genere di anima" (De anima, II.2, 413 b). Calore e vento si disperdono nell’oblio, l’anima somatica è congettura indiziale obbligata e neanche la sua divisione, dipartimenti e facoltà dello spirito su cui discettano stoici ed epicurei, appiana, non si dà che associazionismo dal corpo al corpo né passa la variante della simbiosi corpo/incorporeo, la spirituale, per cui tutto il discorso viene a ruotare intorno all’esito destinale, vive nell’Invisibile, le porte dell’Ade sempre aperte e odiose ai mortali e la individualità permane come in Omero e Dante nella sua impronta carnale e sanguigna? La serena accettazione del fato e delle sue leggi è lezione di EPITTETO e MARCO AURELIO, quest’ultimo nel munito vallo dell’impassibilità ammonisce a non profanare il divino che è in noi. Il gran tour dell’anima suggerisce a SENECA un viatico o un’omelia, dipende, la demonizzazione del giorno estremo traduce in un’apertura all’eterno che è, dice, come il giorno natale, chiude un sipario e ne apre un altro sull’infinito. Nei miti dell’anima c’è la trasmigrazione e il riflusso, al corpo ermetico risale un sapere primigenio, un coacervo di intuizioni folgoranti visionarie ma anche di pure fantasie travasate nella dossografia che fa scoprire la fralezza di costruzioni esoteriche e soteriologiche, rimandano all’invasamento del dio e a un pampsichismo che parcellizza il divino e lo consuma in carnali dispense, non del pane di sapienza, non esenzione da ascetici digiuni dove la sacra mania contamina il canto e l’estatico rapimento, una droga, si decompone e scolora in profumi ed essenze psicotrope. Diradate le nebbie delle infatuazioni misteriosofiche regge la contiguità cogli astri immortali, il paradigma dell’anima continua ad affascinare i cultori dello spirito e non meno quanti nutrono dubbi su quel modello o lo screditano come una rappresentazione arbitraria. Un trattato retorico di età imperiale, lo PSEUDO LONGINO, indicava il carisma letterario, al di là di una solida cultura, in doti naturali, pensieri elevati in primis e dall’altra vigore e ardore di sentimento, pathos, peculiarità che di per sé designavano un abito dell’anima grande, il sublime, dove però il critico, peraltro geniale, incedeva a una prospezione ottimistica -conosceva la Bibbia (IX.9) - che vale la pena di riproporre per la pertinenza che mantiene nel chiarire le posizioni in gioco: "Che cosa mai videro dunque quegli spiriti divini [grandi scrittori] i quali pur aspirando alla perfezione dello scrivere disprezzavano la meticolosità dei particolari? Tra l’altro questo: che la natura non giudicò l’uomo un animale meschino e ignobile, ma introducendolo nella vita e nel mondo come ad una festa solenne destinandolo ad essere spettatore di tutte le sue bellezze e competitore zelantissimo, tosto ingenerò nella sua anima un invincibile amore per tutto ciò che è grande e per così dire più divino di quel che a lui si addice" (XXXV.2).

L’esegesi religiosa assume un’intuizione miticometaforica, la formatività nel racconto biblico (G II, 7) dove il Signore Dio formò l’uomo "ex limo terrae et inspiravit in faciem eius spiraculum vitae et factus est homo in animam viventem": spiraculum id est soffio, ma l’immagine racchiude il dettaglio, spiraglio/apertura, che completa icasticamente l’atto divino. L’anima è detta superfluamente vivente, corpo organico, organismo, la sua natura immortale s’incarna e si salda alle peripezie dei progenitori e al peccato originale. Versione teologica che risponde al fine di spianare una difficoltà ermeneutica che tuttora sussiste al di là di posizioni apodittiche ideologiche. La psicologia cristiana dei primi secoli ha problemi nel confrontarsi col pensiero classico, tra essi l’anima mundi -veste atemporale di un mondo concepito nella sua forma sensibile lontano dal Bene ma pur il migliore possibile- filtrerà ben oltre il dibattito patristico. Lo Spirito permea l’apologetica paolina chiave di volta dell’itinerario a Dio. Con Paolo è un fatto compiuto il divorzio dalla filosofia organica cui si contrappone la sapienza per infusione. TERTULLIANO lamenta (De anima c.23) "bona fide Platonem omnium haereticorum condimentarium factum", "ipsae denique haereses a philosophia subornantur" (De praescript.haereticorum, c.7). L’anima ha una diversa predestinazione in base a una nomenclatura intellettualistica da cui sono esclusi gli uomini materiali, iliaci, contrapposti ai redimibili, psichici, e ai predestinati,pneumatici. Idee che circolavano nella scuola alessandrina in cui c’era una presenza nutrita di convertiti di cultura giudeoellenizzante tra i quali Filone. Si attengono alla linea ortodossa Ireneo, Giustino, Lattanzio, il volo pindarico ad aethera presume l’eredità -e la conserva difatti- del verbo platonico con varianti e spostamenti semantici che attengono all’etica come riguardo alla salvezza per le buone opere. Arnobio si foggia un suo percorso al divino che lo porta a utilizzare il materialismo lucreaziano addebitando poi la bizzarra contaminazione al Cristo, ignora l’insufflazione genetica e sceglie la tesi di una derivatio mediata. Contesto teologico esistenziale che aveva oggettive difficoltà ad accordarsi con i caratteri in genere della tradizione che si era consolidata nell’avversare la dispersione linguistica filosofica denunciata da Tertulliano. E a corollario le tesi supplenti dell’anàmnesis e della metempsycosis. La costruzione apologetica è farraginosa, i motivi dottrinali risultano manipolati e arrangiati con arbitrarietà e approssimazioni varie. Origene e Clemente Alessandrino si muovono nell’ombra platonica, rielaborano variano ibridano. La libertà cioè il libero arbitrio è orpello di pregio che disvela l’origine e si dà per accertata la congruità tra il principio e il suo derivato. La teologia dei primi secoli non è univoca, diversi motivi intorbidano la dottrina come nel corso di vari concili e secoli definita, si tratta di un’ermeneutica per così dire erratica. Una sinossi delle principali varianti ne fece SAN GIROLAMO nella lettera CXXVI a Marcellino, dopo il 400, indicandone ben cinque sul tema cruciale dell’origine dell’anima. Il corporalismo di Aristotele è demonizzato ma le ricette sono più d’una, l’eclettismo commenta il disorientamento dove si fa fatica a trovare un filo conduttore. L’idealismo platonico in genere è in simbiosi con la nova religio che delega l’incorporeità e l’immortalità dell’anima a baluardi intangibili della fede. Con oscillazioni. Se la dottrina della preesistenza (ORIGENE) può passare per una variante, l’eresia di APOLLINARE giunge a negare al Cristo un’anima realmente umana. Il traducianesimoipotizza l’intervento divino riservato ai progenitori per cui le anime sarebbero di seconda generazione, per via naturale nella procreazione parentale. Tertulliano e Sant’Agostino speculano ai margini e arrivando al moderno si muove ancora in questa riserva Antonio Rosmini. L’anima mundi è accorpamento inadeguato perché non salva l’individua sostanza, e del pari le dottrine che fanno pernio sull’emanazione ’necessaria’ di origine plotiniana o guardano a una condizione di eternità togliendo spazio all’esistente e al suo inveramento nell’Essere. Inficiato ne verrebbe a essere il libero arbitrio che autentica il giudizio divino messo a repentaglio nel determinismo Fato/Moira, "il detto e la parte che spetta". SAN GREGORIO MAGNO distilla le aporie che fanno velo alla tesi ufficiale (Ep.ad Secundinum). SANT’ISIDORO di Siviglia l’etimologista compitava da parte sua, e senza tentennamenti, la substantia incorporea (Differ.I, II c.27). L’anima mundi identificava nello Spirito Santo il VENERABILE BEDA (De elem.philos.) per il quale si davano due anime, l’abbrivio a Gen. I, 2 "Spiritus Dei ferebatur super aquas". Lo seguiva su questo terreno deduttivo Guglielmo di Conches, discepolo di Bernardo di Chartres, un platonizzante razionalista costretto poi all’abiura.

Ma a procedere anche in un semplice spoglio dei testimoni e degli agonisti si va incontro a un’elencazione di variazioni sul tema, declinazioni con inserzioni combinatorie che rispondono all’esigenza, anche, di autenticare la dottrina ufficiale ortodossa. Quanto alla filosofia araba sul tema era rimasta ferma alla speculazione greca. Gli scettici sono spesso epigrammisti felici e sensati analisti come Locke, Hobbes, Gassendi. La palla al piede è il razionale e non sempre è chiara la via di uscita. L’impasse è nella sequenzialità delle acquisizioni scientifiche. MALEBRANCHE sviluppa l’occasionalismo espressione dell’agostinismo secentesco per cui è Dio a determinare le modificazioni mentali relativamente alla materia e quelle che sembrano cause reali, gli effetti del corpo sull’anima e viceversa, erano da riguardare quali "cause occasionali" dell’intervento divino, sensazioni movimento ubbidivano a questa logica provvidenziale. Corrivo era poi Malebranche quando a proposito dell’immortalità psichica affermava: "è chiaro dunque che non essendo il pensiero modificazione dell’estensione [la materia, res extensa di Cartesio, contrapposta a res cogitans], la nostra anima non è affatto annientata anche se si suppone [!] che la morte annienti il nostro corpo" (Recherches IV.2). Di sostanze, composti corpi discettano anche Spinoza e Leibniz ma nel più delle volte si tratta di dispute accademiche e dissertazioni apodittiche dove la dubitatività avrebbe dovuto essere di rigore stando alla metodica osservanda. Sorprende che in tempi di lumi o prelumi ci si addentri a sceverare le intenzioni di Dio e il suo ruolo creativo, così ad esempio LEIBNIZ: "Dio ha la funzione di inventore e d’architetto nei confronti delle macchine e delle opere della natura....mentre ha la funzione di re e padre per le sostanze che hanno l’intelligenza e la cui anima è uno spirito formato a sua immagine" (Considerations sur le principe de la vie, 432; Epist.ad Wagnerum de vi activa corporis, de anima, de anima brutorum, 1710). Un’epigrafe tombale: non nominare il nome di Dio invano. Gli empiristi di rango per lo più evitano di attaccare le chiese, avanzano considerazioni serie e procedono con i piedi di piombo a differenza degli agnostici e negazionisti radicali, questioni esorbitanti richiedono altra chiave e misura. John Locke e David Hume citano le Sacre Scritture nel ricercare una coerenza almeno formale, il probabilismo è la posizione che denomina spiriti liberi fuori dagli steccati manichei. Un passo di HUME (On the immortality of the soul, 1757) chiarisce : "Con la pura luce della ragione appare difficile provare l’immortalità dell’anima : gli argomenti per essa sono comunque derivati o da temi metafisici o morali o fisici. Ma in realtà è il Vangelo, e solo il Vangelo, che ha fatto conoscere vita e immortalità", ciò che si genera secondo natura è mortale in quanto "ciò che è incorruttibile deve essere ingenerabile" (Ibid.). La controproposta è la vocazione di Matteo il pubblicano. Così in questi termini ragionava anche VOLTAIRE (Diction. s.v.anima 1764): "L’articolo anima e tutti quelli che concernono la metafisica devono cominciare con una sottomissione sincera ai dogmi indubitabili della Chiesa. La Rivelazione senza dubbio vale più di tutta la filosofia. I sistemi esercitano lo spirito, ma la fede lo illumina e lo guida......il più grande beneficio di cui siamo debitori al Nuovo Testamento è di avere rivelato l’immortalità dell’anima". Escluso il romanzo dell’anima, ci sarà il bon ton dell’uomo di mondo esperto dei casi e della storia. Non fu materialista il CONDILLAC che anzi andò oltre Voltaire nell’estendere le sinergie di scienza e fede sino a ritenere probabile l’immaterialità dell’anima. Nel Cours d’études pour l’instruction du Prince de Parme avvertiva a non spingersi oltre nella notomia psicologica per non assecondare vane curiosità: "Non sta a noi penetrare le vie del creatore". Su questo versante Jean Jacques Rousseau, un moderatismo il suo ben lontano da LA METTRIE riduzionista consequenziario per il quale i movimenti psichici erano né più né meno un derivato della materia organica; e nell’homme machinesi riconosceva anche il D’Holbach. Nel dibattito animale CHRISTIAN WOLFF si schiera col laboratorio, osservazioni e registrazioni secondo lui fanno giustizia di incensi e albagie tuttologhe, si muove sul terreno della psicologia empirica e razionale. KANT, che in una prima fase del suo pensiero si era attenuto alle dottrine metafisiche correnti, ebbe a osservare poi nella CDRP (1781): "la pneumatologia degli uomini può chiamarsi dottrina della loro ignoranza necessaria riguardo a una supposta specie di esseri...della vita della natura, i diversi fenomeni e le loro leggi sono tutto quanto ci è dato conoscere". I paletti sono posti contro eccessi della ragione speculativa, "il materialismo senz’anima", o uno "spiritualismo senza fondamento"(Ibid.). Pagine egotiche quelle di FICHTE che si promuove all’eterno in forza della necessaria finitudine della sua opera che, in quanto tale, postula una revisione infinita. Stati d’animo, pensieri divaganti sull’infinito e la Natura connotano gli scritti di SCHELLING, l’altro dioscuro dell’idealismo germanico, insieme alla consapevolezza aristocratica che divide con Fichte di un presente prefazio dell’eterno e che in quanto tale si fa attesa nel farsi carico della spiritualità più nobile, un diaframma al contrario per quanti nell’esistente si identificano cadendo nell’errore di trasferirne i limiti nell’Essere, come dire la cronaca nell’atemporale. Nella Fenomenologia dello spirito (1807) e nella Enciclopedia (1817 e ss.)HEGEL la motilità animale fa confluire in una diversione allo Spirito [Geist] che opera con processualità dialettiche sì che la dicotimia tradizionale finisce per dissolversi nel movimento la cui sintesi si protrae all’infinito. Indagine fenomenologica in cui, a parte schematismi e meccanicità, ci sono passaggi fondativi illuminanti dell’anima nel suo pervenire alla soglia della coscienza.

Fine prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte


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30.07.2017