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Lo spazio intellettuale in cui ciascuno abita senza abitudini

La città cifrale

Giancarlo Calciolari

La cittadinanza ha uno statuto politico: è un effetto del cittadino come dispositivo del fare, in nulla legata alla mitologia del sangue, del suolo, della lingua, del popolo, della permanenza in un luogo, come le dottrine politiche dell’epoca vorrebbero.

(29.03.2010)

Ciascuno vive d’aria, di sogno, di dimenticanza e d’impresa. Senza ideali, ma rispetto a un progetto e a un programma di vita. La città del secondo rinascimento non è il luogo dell’idealità delle cose: è la città del tempo e della sua politica. Politica del fare, politica dell’impresa.

Senza il tempo ci si condanna alla sopravvivenza, sognando la città dell’avvenire, l’utopia, e realizzando la città del presente, il luogo comune, quello della città ordinale e ordinaria del soggetto alla morte.

Necropolis, in tutte le sue metamorfosi, da città arcaica a città postmoderna: edificata sulle macerie e le rovine di una città ideale che non è mai stata fondata. La città come ricordo dell’impero, la città di cui si occupa Piranesi.

A ciascuno la sua città, la sua impresa, propone Armando Verdiglione. Tanta chiarezza e semplicità può abbacinare chi persegue il lotto, la lottizzazione dello spazio, la fetta di città da accaparrare, amministrare e assumere, credendo nella città dell’Altro.

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Ettore Peroni, "Senza titolo"

Se la città fosse la riserva dell’Altro, l’uno si condannerebbe a riprodurla in modo economico, come riserva personale. La riserva mentale sospende le ragioni di vita, sospende l’arte, la cultura e la scienza per occuparsi politicamente della città spaziale da riorganizzare. Sino al riformismo estremo del terrore che fantastica di penetrare per effrazione nel muro della cittadella del potere.

Costruzione mirabile che è attraversata da una crepa, come insegna Schreber, che sente le voci, perché il muro del suono è insopprimibile. La città murata, fondata sull’esclusione del terzo, propone la chiusura del muro, contro l’apertura delle cose, e fa della partitura e del ritmo del suono una storia di partiti senza politica, senza sessualità, secondo una erotizzazione della scena che risponde alla metafora spirituale su cui ciascun partito ha nientemeno che la pretesa di essere il partito di dio.

Già vent’anni fa Verdiglione scriveva: a ciascuno, non ognuno, la sua logica. Ciascuno, ovvero quell’uno che è preso nella differenza da sé. Mentre l’ognuno, sarebbe l’uno tra i tutti. La città interamente spazializzata è per l’appunto l’utopia dove tutti gli uno sarebbero uguali. Dove uno è uguale a uno, e il popolo sarebbe la sommatoria di tutti gli uno. La città dell’algegra, quella della riduzione dell’infinito in una serie di raggruppamenti, sottoraggruppamenti e sovraraggruppamenti che il codice ecclesiastico ha nominato gerarchia.

Ovvero, l’indifferenza dell’uno da se stesso - com’è richiesto dal principio d’identità, A=A - non fa altro che imbattersi nella rappresentazione della differenza in ogni angolo e in ogni dove. E il programma di morte dei sudditi di necropolis è implacabile: per restare un uno puro, occorre seguire le prescrizioni e rispettare le proibizioni.

Occorre mantenere la credenza nella sostanza comune a tutti gli uno, nell’osservanza del luogo comune. Rispetto alla sommatoria infinita di tutti gli uno, si erige la serie finita. Il finito come l’inclusione di tutti i membri finiti. Cosicché il transfinito si rappresenta comme escluso, fondato di malfiniti e sfiniti.

E tra i vari ordini nella mirabile struttura c’è anche la nomenklatura, una sommatoria ristretta di uno che prescrive agli esclusi i modi per entrare e proscrive i modi che non sono consoni al sapere unificato. La nomenklatura in nome del bene della sommatoria ideale di tutti gli uno distribuisce il diritto di cittadinanza, e pure attribuisce o nega l’esistenza al cittadino.

In tal senso l’altruismo è il colmo dell’egoismo nella gestione del principio di esclusione. La nomenklatura nel magistrale controllo del limite, della frontiera, si preclude la scrittura e la clinica della parola. Così i suoi membri creano della postscrittura con passione e secondo la drammatologia del luogo comune. E’ con manierismo che declinano nel teatro della vita quotidiana tutte le figure della psicopatologia, ovvero della riserva mentale contro la vita intellettuale.

La cittadinanza non è la prerogativa di un gruppo più o meno grande, non riguarda una chiusura della relazione nella forma di un sistema sociale. La cittadinanza ha uno statuto politico: è un effetto del cittadino come dispositivo del fare, in nulla legata alla mitologia del sangue, del suolo, della lingua, del popolo, della permanenza in un luogo, come le dottrine politiche dell’epoca vorrebbero.

Lacan con la nozione di accesso fonda ancora la città sul principio del terzo escluso. Per certi aspetti, non ha tenuto conto della sua elaborazione nella questione della città, di modo che la sua è una cittadella para-universitaria, fondata sulla fine dell’università, sulla fine della città dell’Altro e quindi riproducendola economicamente in alcuni dettagli. La città di Lacan è antifilosofica (c’è ancora fascino e fastidio nei confronti della filosofia e dei filosofi), antialfabetica, ovvero fondata sulla trasmissione dell’ultimo matema in forma rovesciata.

L’algebra dell’ognuno trova un’articolazione nell’uno funzionale, nella funzione di resistenza, che è resistenza anche all’identità e resistenza al raggruppamento. L’uno entra nella serie senza serializzarsi, e nel suo funzionamento differisce da sé e rilascia la lettera.
E nell’intersezione tra la lettera e il simbolo, la cifra specifica la parola come cifrale.

La città cifrale, dove nell’itinerario dallo zero alla cifra la quantità approda alla qualità. E non la città alfabetica, degli A=A, che esclude i supposti non-A. Come ancora crede Carl Schmitt appoggiandosi sull’archeologia del sapere greco, secondo cui la polis trova il suo statuto nella discriminazione tra l’amico e il nemico.

La città non si sottomette alla linea d’inclusione/esclusione. E nemmeno sottostà al regno della paura sotteso al fratricidio. La città del tempo è senza paura, perché l’Altro è l’ospite, senza la coppia amico/nemico quale segno della buona o della cattiva predestinazione. Non c’è segno del segno, ma la tripartizione del segno in nome significante e Altro. Trialità che esige la dualità. La relazione comme due, come modo dell’apertura.

La città procede dalla relazione, dall’albero ingenealogico: senza la relazione la città diviene un’agglomerato di delatori. Il delatore, se esistesse, sarebbe colui che sparla sulla città dell’Altro; contandosi come uno qualunque si propone come metro di misura all’Altro affinché si verifichi la parità sessuale, la società dell’indifferenza.

La città nel discorso occidentale si fonda sulla copertura, sulla pietra tombale. Quale segreto e quale riserva sono custoditi nel cenotafio? La morte. Morte della parola, l’assenza di parola, il luogo comune.

Il luogo comune infatti è la morte ordinaria da assumere quotidianamente per restare al proprio posto, per non fare un passo. Senza il tempo la città resta alfabetica, città dell’iniziazione, dell’alfabetizzazione.

E l’esclusione del non alfabetico (dell’animale uomo che non è ancora diventato politico) incontra dei paradossi: il non-A può essere incluso in quanto non-A, come schiavo per esempio. Oppure il poeta dev’essere escluso sebbene sia ben alfabetizzato. Forse perché la poesia, già la poesia greca, non ha nulla della parola alfabetica e pone da subito la questione della qualità, della cifra delle cose.

La città originaira, poetica è quella dove il tempo dispensa l’evento, il miracolo, che talora Verdiglione chiamava il soggettuale. Per contro, il soggetto alla morte è dispensato dalla città dell’origine, l’altro nome di necropolis.

La città temporale debutta con il fare, con l’industria della parola. Senza il fare, la metafora spaziale sembra imporsi anche come sensazione, sino all’iperestesia: foresta, deserto, prigione, fortezza, mare, isola... Ma l’iperestesia sottolinea l’incodificabile del senso sessuale, l’impossibilità di rendere la metafora personale, lungi dal fondare il fantasma come livello della verità dura e pura.

La citta del sole di Tommaso Campanella non è una allegoria dell’utopia ma una profezia della città del primo rinascimento. Città che non ha nulla a che vedere con la metafisica delle rovine dei postmoderni dell’epoca, come Monsu Desiderio, alias François Nomé e Didier Barra, che nel XVII secolo dipingevano le rovine del vecchio mondo geocentrico.

La città del sole indica che la città non è terrestre, che non è quella del terrore. In tal senso, l’angoscia non è la risposta all’infinito delle galassie introdotto da Galilei: è la sensazione del finito, del cerchio, della sfera. Solo la sfera, il luogo chiuso, può fornire la ragione all’etimologia di angoscia, di angusto, di ristretto.

L’angoscia della sfera di tutte le sfere non è altro che l’incubo che si sfata nel paradosso, nel modo dell’apertura. Incubo vanificato dal teorema di Gödel. La città di Cartesio è moderna? Secondo il luogo comune, Cartesio fa tabula rasa e medita sul riciclaggio possibile delle macerie prima di rendere possibile la modernità. Ma si tratta piuttosto di postmodernismo.

Cartesio edifica la città facile, la città della facoltà umana, e non della difficoltà che esige la città temporale. Cartesio ricicla Galilei, cercando il minor rischio possibile, dividendo la difficoltà in tante piccole difficoltà. Se Cartesio per un istante sogna di confutare il sapere scolastico è perché si mette nella posizione laicista dell’ultimo amministratore del sapere.

Sì, Cartesio teme l’inquisizione religiosa dell’epoca, ovvero oppone il catastrofismo al sapere catastrofico, in tal modo che il suo pensiero non può che fondarsi sull’evidenza del luogo comune. Mentre Galilei apre all’infinito, Cartesio chiude la finestra del paradiso per la stanza dell’infinito potenziale del pensiero. La città di Dio di sant’Agostino lascia intoccabile il fantasma della voce, inspazializzabile il punto più alto.

La città è illocalizzabile, infigurabile, insignificabile. L’impero sulla città del cielo, come l’impero sulla città terrestre è sempre in scacco: perché è l’imperio sulla parola a non riuscire, perché la nominazione non è la facoltà di nominare. L’edificazione di Babele, della città la cui punta avrebbe dovuto toccare il cielo, non riesce.

E il Genesi indica già come la questione della città è la questione della parola: come la città di Babele abbia cercato la conquista del cielo affinché gli umani si facessero un nome, dalla paura di essere dispersi sulla superficie della terra.

Ma il nome non si fa. Piuttosto il lavoro è del nome. Lavoro onirico lo chiama Freud. Lavoro del sogno e non dell’incubo, non della paura. Tra il lavoro del nome e la produzione del significante, l’impresa è del tempo, dell’Altro dal nome e dal significante che esige il fare.

Come cessa la paura d’essere dispersi sulla faccia della terra? Facendo secondo la logica e l’industria della parola.

Prima pubblicazione: 2001


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19.05.2017