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L’ultima lettera di Nietzsche

Giancarlo Calciolari

Essere per l’impero, per la morte, per il primato del fallo si rivela un’indecenza. E i grandi della terra risultano animali da cerimonia.

(3.12.2014)

Tra le ultime lettere che Nietzsche invia da Torino prima di perdere la ragione, evento chiamato il crollo – questa è la versione ufficiale – l’ultima lettera indirizzata a Jakob Burckhardt, del 6 gennaio 1889, l’abbiamo letta più volte per il suo avvio: “Caro Professore, finalmente preferirei di molto essere professore a Bâle che Dio.”

Nietzsche nel 1869 all’università di Bâle prende il posto di storico che era di Burckardt. Quindi chi enuncia la frase era stato professore a Bâle e afferma nel crollo che avrebbe preferito essere il professore che era stato. Professore a Bâle. Professore piuttosto che essere dio. E qui forse non è Nietzsche che si identifica a dio ma dio che lo identifica a sé e lo disidentifica dal professore a Bâle che era stato. Si tratta di dio come sembiante, come oggetto della pulsione duale, nell’ipotiposi del professore divino e del divin professore. Nietzsche divide il professore da dio e come professore non ha nulla da fare e come dio ha il compito di creare il mondo.

Hiko Yoshitaka, "Irriducibile", 2014, cifratipo, smalto su carta speciale

Prosegue la lettera: “ma non ho osato spingere così lontano il mio egoismo privato che, per lui, mi dispensi della creazione del mondo”. L’egoismo privato non l’ha spinto a identificarsi con dio ma a dispensarsi dalla creazione. Nietzsche avverte che la creazione spetta a ciascuno, mentre ognuno, anche il professore di Bâle, se ne astiene. E Burckardt era un celebre storico svizzero. Nietzsche si è astenuto dall’essere un celebre personaggio. Poi reso personaggio dal nazismo.

La prima costruzione pare solida: avrebbe preferito essere professore a Bâle, in fine. E in effetti è alla fine della ratio alla quale è giunto come una conquista. E si realizza come? Ricreerà il mondo? Ci proverà Aldolf Hitler a compiere il messianismo di Marx ma per via nazionale e non internazionale? Non lo ricreerà. Si ammala. È malato mentale e ospedalizzato per dieci anni sino alla sua morte fisica, che arriva in ritardo di dieci anni rispetto alla sua morte intellettuale (almeno di trovare testimonianze intellettuali dei suoi ultimi dieci anni e non le ennesime conferme generali della sua alienazione).

In altri termini: il professore di Bâle che avrebbe preferito essere – piuttosto che essere dio – si compie come alienato mentale, e quindi è riuscito finalmente nella sua preferenza, osando a spingere lontano il suo egoismo privato, dispensandosi dalla creazione del mondo. Crolla nella creazione del mondo. Come ogni professore, non solo a Bâle. Ogni professore è un alienato, nasce nell’ospedale dei pazzi e vi muore, dispensandosi dall’essere dio e dalla creazione del mondo. È anche la vicenda di Dino Campana e di Georg Cantor.

Friedrich, figlio di pastore, come Jakob, mantiene l’impianto teocratico proprio annunciando la morte di dio e la divinizzazione di una aristocrazia di uomini. Non ogni uomo è divino per il filosofo, che mantiene la creazione come postulato. Il creazionismo è la sua teologia politica. Come creare il mondo se non per essere professore a Bâle alienato dalla culla alla tomba? È nel mondo, nel suo impianto gerarchico, quale riflesso celeste in terra, che i professori sono i castrati eletti alla sua direzione inintellettuale, e con il bisogno della vagina pubblica. Il professore di Bâle è dio in terra, anche oggi per i comuni mortali, gli animali politici, razionali; e anche per le donne che sotto lo stesso primato, chiamato da Freud primato del fallo, del sesso unico, vi figurano come castrate naturalmente, irrazionali, supplementari, sognanti la complementarietà.

Nietzsche avrebbe preferito essere qualcuno nel triangolo spirituale dispensandosi dalla creazione del triangolo. Trigonometria che sottende il cerchio. La vita circolare e la circolazione sociale. Lo spostamento cambiando di posto (Sils-Maria, Nizza, Torino), il punto d’arrivo che si doppia sul punto di partenza: dall’università all’ospedale, dall’università ospedaliera all’ospedale universale. Nulla di particolare, se non il fantasma – percepito – di essere dio. Nessuna dispensa dalla logica particolare e dalla missione di vita. E invece la grande dispensa di dieci anni, sino alla morte. Dispensa ospedaliera. Dispensario inintellettuale, temporale: finalmente. Non il dispensario del tempo. Non dispensario dell’avvenimento e dell’evento, che pare una creazione del mondo in una vita che è di sopravvivenza come professore a Bâle. Non si tratta di essere dio o di prendersi per lui o di indentificarsi a lui. Il lui è il terzo oggetto dell’identificazione: la voce come punto di distinzione. Altrimenti è il brusio sociale dei professori a Bâle o l’allucinazione personale. Le voci.

È la voce che impone a Nietzsche di essere dio e di non dispensarsi dalla creazione del mondo? O è la voce del padre, che morto è più forte che da vivo, come teorizza Freud?
È un dio condannato quello che parla con la voce di Nietzsche: “come sono condannato a distrarre la prossima eternità con cattivi scherzi”. Il prossimo eone di tempo, dopo quello di Cristo. Il tempo dell’anticristo, del protestatario, figlio di protestante. Martello delle streghe che diviene martello degli idoli, che avrebbe dovuto essere il titolo de Il crepuscolo degli idoli.

Questa lettera non è firmata Dioniso e nemmeno Friedrich Nietzsche, o il crocifisso, ma Nietzsche. Il nome del padre. Anche quello della prossima eternità. Il figlio non può che giocare cattivi scherzi: i suoi libri. Chi li legge senza preparazione muore, parola di Nietzsche a proposito di Ecce homo, nella lettera a Heinrich Koselitz del 30 dicembre 1888 . Come leggere il grande feullitoniste del gran mondo, Il dio innocuo? Colui che in fondo è ciascun nome della storia e che ha assistito due volte al suo funerale? L’artista al quale non c’è nulla da insegnare?

Scrive in italiano: siamo contenti? Sono dio, ho fatto questa caricatura. La creazione del mondo è una caricatura, come il dio stesso in abiti da studente. Come avrà modo di dire poi Edoardo di Filippo per personaggi meno divini: gli esami non finiscono mai, neanche per i professori a Bâle, Burckhardt compreso. Neanche per dio, che di tanto in tanto fa delle magie. Un dio che attenderà invano Martin Heidegger per ottenere la salvezza. Un dio che fa mettere Caifa in catene, sopprime tutti gli antisemiti e non solo Wilhelm Bismarck.
Non siamo sicuri di non aver fatto uso di questa lettera in modo da non offendere gli occhi degli abitanti di Bâle, non siamo stati gentili con i suoi professori. E non ci pare nemmeno di avere sminuito Friedrich Nietzsche, forse un buffone divino, il cui tentativo per noi resta da leggere. Le sue opere non sono libri ma destini. La sua missione infinitamente grave e difficile dividerà la storia dell’umanità in due: la questione del valore è posta come inversione di tutti i valori. Essere per l’impero, per la morte, per il primato del fallo si rivela un’indecenza. E i grandi della terra risultano animali da cerimonia.

Friedrich Nietzsche, Dernières Lettres, Rivages, 1992
Una scelta di lettere a partire dall’edizione stabilita da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Briefwechsel,Walter de Gruyter, Berlino-New York, 1984


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15.11.2017