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Una riflessione su “Essere e abitare” di Tiziano Salari

Poesia ed erranza

Mario Fresa
(21.10.2014)

Una riflessione su “Essere e abitare” di Tiziano Salari

La speranza è nell’opera.

Vincenzo Cardarelli

1.

L’oggetto costante dell’interrogazione che fonda la sostanza dell’ultimo, grande lavoro saggistico di Tiziano Salari, Essere e abitare (Moretti & Vitali, 2010) è, in definitiva, l’Assenza.

Non si tratta, però, di un’Assenza che possa essere legata alla mancanza di un ente determinato, ma che è invece immersa nella vertigine del nulla assoluto: un luogo primordiale, privo di inizio e di riferimenti, in cui nessun nome reclama un significato e un desiderio.

Così, l’immagine dell’io frantumato che interroga e s’interroga nelle conversazioni che attraversano il libro di Salari tende a rammentarci l’impossibilità di rivolgerci a un salvifico fondamento, a un epistème strutturale che riordini e chiarisca le profonde e insanabili lacerazioni della realtà.

Perciò le varie maschere (A, B, C) del poeta interrogante che esamina, domanda, registra, indaga, non sono altro che l’espressione di una inattuabile ricucitura di senso e di identità che l’uomo tenta di ricomporre, illusivamente, nella finzione del soggetto.

2.

È la caduta nel nulla a indicare la possibilità di una momentanea salvazione.
Il soggetto determinato e le sue idee devono essere annientati, in modo da coincidere, finalmente, con la regione irrappresentabile e irriferibile dell’assoluto.

Soltanto così il soggetto, sminuzzato e destituito dei suoi falsi fondamenti, potrà recuperare una superiore, nobile liberazione che lo farà cadere, e azzerare, nelle spire di un infinito abbandono.

La vera, autentica libertà consiste, dunque, in una definitiva liberazione dal senso, dal soggetto, dalla volontà, dal fondamento.

3.

Sergio Givone osserva: «L’arte lavora a custodire il valore e il significato dei contenuti dell’esperienza umana nello splendore della loro nullità. E mentre li riporta, tutti, all’orizzonte d’un naufragare necessario, proprio così li consegna all’essere e li custodisce, li salva: singolare forma di fedeltà alla terra attraverso esaltazione del negativo».

Il perdersi continuo di questo naufragio impone l’accettazione totale dell’immagine della realtà come perdita e smarrimento, come inappartenenza ed espoliazione.
Per ritrovare la luce dell’assoluto, il poeta dovrà perdere se stesso, incanalandosi nel vuoto agghiacciante di un’ auto-espropriazione.

4.

Nietzsche ingiunge: «per ogni agire ci vuole oblio».

L’uomo deve imparare a dimenticare.

Deve imparare ad accogliere, in sé, la possibilità di una visione sovrastorica dell’esistenza: infatti, là dove il movimento non gode che di se stesso, e a dispetto di se stesso, precipitando, felicemente, in uno svanire senza perché, viene sempre a mancare quello spazio - non mai riferibile, ma solo sperimentabile nello scivolamento di un abbandono assoluto - in cui si apre la tensione all’ascolto della parola poetica.

Ciò può essere inteso soltanto ponendo attenzione a quel senso di necessità che agisce come crisi e sbandamento, come scandalo e infrazione.

Si avverte, allora, nell’acuto manifestarsi di questa oggettiva urgenza, una forza scardinante e inconsueta, che non appare soggetta alla scelta personale, né all’impero fisiologico dell’io psichico; si tratta proprio di quella medesima necessità, esterna e involontaria, già avvertita dal personaggio hofmannsthaliano di Hans Karl Bühl e definita un’esperienza «che ci sceglie d’attimo in attimo, che passa in silenzio rasente al cuore, leggera come un soffio eppure tagliente come spada».

5.

Quell’istante in cui l’uomo è visitato da tale legge, inevitabile e mai definibile (giacché la sua stessa natura non può essere totalmente compresa né risolta da una singola individualità) non tocca il limite di alcun modo costituito, ma si dirige in quella forma di libertà - priva di volontà e di coscienza - che è tutta iscritta in un’anima che ha deciso di farsi deserto puro e il cui unico bisogno diventa, infine, l’epifania di un amore privo di oggetto e di destinazione.

6.

Questo può insegnarci la scrittura: non si possono toccare quelle parole estreme se non con la rivincita di un silenzio dilatato.

Il paradosso, così, richiama una virtù più dolce: la poesia si configura solo come una parte del possibile, mostrando a se stessa (a chi l’accoglie) una remota risonanza dell’impossibile (del non pensabile); ed è così che il dicibile si rivela soltanto appena sussurrato dalla stessa poesia - certamente in forme alte, e memorabili - e ciò che riguarda la conquista più importante di uno spirito - il suo identificarsi con il nulla - è soltanto marginalmente avvertibile dal dire poetico, poiché la parola è sempre definizione di una presenza (là dove quella indefinibile conquista pretende una spoliazione e un’assenza che osano indicare nel vuoto e nella mancanza la più alta conoscenza, in cui nulla accade e niente fa pensare al penoso giogo delle differenze).

7.

Dunque, nella parola che coincide con la ricerca del nulla, non vi sono risultati né soluzioni. Non c’è progressione.

Tutto scivola nel negativo, ma non in quello della contrapposizione a qualcosa (poiché esso ci farebbe piombare nuovamente nel dolente imbrigliamento dei rapporti, nella continua mancanza segnata dalle relazioni di identità separate); è un negativo che non si rivolge a un altro elemento che possiamo definire positivo.

Esso è negazione anche dello stesso concetto dialettico di negazione.

Non se ne può parlare nemmeno, perché parlarne significherebbe confinarlo al modo del possibile.

La notte è un evento privo di parola, di rappresentazione e di linguaggio (essa, come ricorda Juan de La Cruz, è soltanto sperimentabile, non mai riferibile).

8.

Tiziano Salari indica, al lettore, un percorso di natura sovra storica, nel quale la parola si profila come continuo pensiero dell’erranza.

Questa, forse, è la strada della felicità?

Eppure, se la felicità coincide con l’inabissarsi nel nulla, si deve pur sapere, come avverte Salari, che discendere nel vortice dell’erranza e dell’oblio significa affrontare «un’interiorità incontrollabile e paurosa».

9.

Ed ecco: la parola dell’uomo rinasce sempre, inizia sempre a viaggiare.

Il suo percorso è pregno di deviazioni interne, di ritorni, di arresti.

Il viaggio è iniziato e non terminerà mai: perché l’io ha abbandonato la sua casa, la sua pretesa di identità, la sua illusione di riposarsi sulla pacificazione di un arché, di un rassicurante fondamento essenziale.

10.

Così, è la parola poetica, l’opera, a farsi strumento di felicità indefinita.

Qui si rivela un paradosso: solo nel fondo della tersa luccicanza della creazione poetica si manifesta e si vive profondamente la verità.

11.

L’opera poetica presuppone, però, l’Assenza.

Vi è sempre il bisogno – sia per chi scrive, sia per chi legge – di una momentanea intermissione, o sospensione, della volontà; è necessario accogliere, in sé, una piccola morte.

Infatti: «Qualunque poesia o scrittura, o qualunque parte di esse esprime o collo stile o co’ sentimenti, il piacere e la voluttà, esprime ancora o collo stile o co’ sentimenti formali e con ambedue una noncuranza una negligenza una specie di dimenticanza d’ogni cosa. E generalmente non v’ha altro mezzo che questo ad esprimere la voluttà! Tant’è, il piacere non è che un abbandono e un oblio della vita, e una specie di sonno e di morte» (Leopardi).

12.

L’uomo dimentico di sé - e preda della poesia; egli stesso divenuto poesia - abbandona saggiamente ogni patria, ogni dio determinato.

Il poeta - colui che è detto dalla poesia - non è mosso dal meccanismo di tipo pratico-finalistico della maggioranza delle azioni: egli non vive-per (né scrive-per).

La bellezza che gli si mostra non è mai «produttiva», secondo la volgare visione capitalistica del mondo, secondo cui è «buono» ciò che è utile; ed è «utile» ciò che può servire al Capitale, in quanto commerciabile, vendibile o acquistabile. Egli ripete: «essere un uomo utile mi è sempre sembrato qualcosa di molto repellente» (Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo, VI).

13.

La domanda di verità del poeta è colpita, tragicamente, dall’eco smisurata della voce mancante di una divinità salvatrice e di una ragione umana che possa conoscere e comprendere in modo esaustivo la realtà. Per questo motivo, Tiziano Salari osserva che «il sentimento poetico è sospeso tra la presenza simbolica e l’assenza di fatto di Dio, che si ripercuote nell’ambivalenza dell’attesa di un miracolo e nella negazione di una possibilità dei miracoli. La miseria è infinita, alla miseria non può essere portato alcun soccorso se non la pietà».

14.

Essere e abitare di Tiziano Salari è un libro di verifiche e di perdite.

Le parole febbrili che lo attraversano ci ricordano sempre che non vi è mai un libro sufficiente per la gioia, finché non si diventa ciò che si legge. Impone Angelus Silesius: «Amico, basta oramai. Se vuoi leggere ancora, / Va’ e diventa tu stesso la Scrittura e l’Essenza».

15.

Non si può, allora, comporre né agire.

Non si può voler essere; né si può desiderare di scrivere una poesia (poiché si deve essere una poesia).

L’uomo deve abbandonarsi alla grazia di essere còlti dal poetico, da quella intestimoniabile esperienza che permette la dolcezza di trapassare dall’arrogante luce della coscienza (falsamente ordinatrice) alle infinite rispondenze di una notte priva di nomi, priva di grevità, priva di tempo; e invece vuota e tuttavia ricca, eternamente, come un deserto inconosciuto, mai visitato, mai nemmeno desiderato – eppure amato da sempre.

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Opera di Hiko Yoshitaka, "Senza titolo", 2014, cifratipo, smalto su carta speciale

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26.04.2017