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Il delirio di Lacan

Giancarlo Calciolari
(1.10.2014)

La logica o il delirio di Lacan. L’ipotesi del lacanismo e nemmeno di Lacan è che quando il nome del padre non s’inscrive come significante nell’inconscio, come luogo dell’Altro, allora al posto della metafora paterna s’installa una metafora delirante. Ebbene la nostra ipotesi è che la metafora non è paterna per l’intervento del padre come nome, come zero nella numerazione. E quindi non esiste nemmeno la metafora delirante, se non come negazione della funzione di nome, come negazione della metafora stessa: il compimento sintattico, la deduzione del nome. E quando il nome del padre, ossia il nome del nome, anche nella forma del nome della madre (come in Althusser) s’installa, come quando non s’installa (in entrambi i casi l’installazione è un fallimento), si tratta sempre di un’impossibile metafora delirante. In ogni caso, anche nel caso di Lacan, in cui è il nome di Freud che funziona come nome del padre. Il padre della psicanalisi.

Per ciascuno rispetto al discorso corrente, il viaggio è un delirio. La via, odos, ha tre aspetti: metodo, esodo sinodo. Nessuno appartiene al viaggio personale o sociale. Non si è ancora letto il delirio di Lacan, che non è nemmeno quello che suo genero, generato genealogicamente da Lacan come nome del padre (ossia padre morto di cui mimare la voce in “falsetto”), ha chiamato il sogno di Lacan, la matematizzazione, e quindi anche la topologia, come trasmissione reale della psicanalisi. Elaborare la matematica o la linguistica di cui si è occupato Lacan è essenziale per procedere e intendere il suo caso e la sua istanza intellettuale, ma non basta. Non è in quanto superesperto di ebraismo, di linguistica, di diritto o di lingua cinese che Lacan è intervenuto. Inutile rimproverargli una presunta non competenza o conoscenza nel diritto (come fa Legendre) o nella matematica (come fanno Brickmont e Sokal). Inoltre gli iper-esperti, come ha scritto Alessandro Taglioni, artista e scrittore, sono proprio coloro da non consultare sulla loro materia. Non è il caso di lasciare l’economia in mano agli economisti, non più che la guerra in mano ai generali. E nemmeno la psicanalisi in mano agli psicanalisti. Peraltro nessun ha in mano un bel niente, e ciascuno è preso nella parola.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Lacan legge testi di filosofia, di teologia, di linguistica, di diagrammatica, di topologia, di fisica, di ebraismo e di ebraico, di cinese, di giapponese, ma ciascuno di questi testi non dirige la ricerca, non è la ricerca, e tanto meno l’approdo. Certo, forse non ha torto Jean-Michel Vappereau, matematico e psicanalista, a dire che rispetto alla trasmissione della sua esperienza Lacan ha giocato au pire, al peggio; e con l’ultimo approccio, quello topologico, ha cercato di arginare la devastazione nell’incultura della psicanalisi e degli psicanalisti. Allora se la topologia è la struttura, se la topologia è il tempo, nessun analista può dispensarsi dal suo insegnamento, che invece è il gesto più facile e alla portata di tutti. Abiurare all’insegnamento del maestro.
In breve, non c’è da giustificare nessuna lettura che Lacan ha fatto in vari settori della cultura. È più importante come le ha fatte e come si è autorizzato a farle. Qual è l’accesso di Lacan ai vari autori? La domanda è ironica e ilare e fa il verso alla domanda stessa di Lacan: per quale porta ha avuto accesso Freud alla sua invenzione? E quindi: per quale porta ha avuto accesso Lacan alla reinvenzione della psicanalisi. Lacan ha connesso la sua scomunica proprio alla sua indagine intorno a I nomi del padre, mentre s’interrogava anche sulla porta di Freud. Questione alla quale abbiamo dedicato uno scritto.

La formulazione problematica dell’“accesso a” è la sentinella della questione dell’accesso, che risiede nel funzionamento stesso del nome, dello zero, del padre nella parola. Se la questione è aggirata per installare il nome del nome, anche come nome del padre, allora l’accesso è negato. Così fan tutti. Ognuno si nega la porta, come nel mito di Davanti alla legge di Franz Kafka. Quindi la questione non è solo quel che Lacan ha detto o non ha detto di topologia, ma che la topologia è un elemento linguistico che è entrato nella parola. Topologia come nome, come significante rimosso, è l’accesso stesso per una sua lettura inedita, per ciascuno. L’ipotesi del nuovo che ciascuno formula a proposito della topologia (per proseguire con questo elemento linguistico, materiale e immaginale) è il suo contributo alla reinvenzione della psicanalisi e della cultura. Che è quello che ha fatto appunto Lacan. E che non è alla portata di mano di ognuno, come scimmia antropomorfa. Nessuna mano di scimmia, nemmeno evoluta o evolutiva. Solo che dalla teoria dei giochi alla nodologia borromeana, dall’algebra dell’immaginario all’algebra del reale, passando per l’algebra del simbolico, non c’è nessun significante nuovo che verrà al posto dell’ipotesi del nuovo. Nessun supplemento di reale verrà operando matematicamente o topologicamente. Nessun supplemento di cifra o di verità, perché il metodo lacaniano si consegna alla decifrazione della struttura presente e quindi alla “decifra”, ovvero alla significazione in tutto il suo fallicismo. Ovviamente lavori eruditissimi potrebbero per esempio scoprire che la verità di Jacques Lacan è tale e quale a quella di Alfred Tarski. Psicanalisti matematici, come Nathalie Charraud, Jean-Michel Vappereau, Marc Darmon, constatano il funzionamento dell’algebra di Lacan.

Lacan lascia cadere varie elaborazioni, dalla teoria dei giochi alla questione dell’intersoggettività, la tripartizione del padre (immaginario, simbolico, reale), il nodo borromeo a tre per il nodo borromeo a quattro. E del resto Freud stesso è passato dalla prima topica (conscio, preconscio, inconscio) alla seconda topica (es, io, superìo). Indenne.
La questione non è che come è passato Freud dalla sua porta e come è passato Lacan dalla sua, ma come per ciascuno s’instaura il nome improprio, procedendo dalla porta. L’apertura inconciliabile. Non c’è da farsi chierico né devoto di Lacan per garantirsi la passe sulla negazione del passo intellettuale, ossia sessuale.
Ciascun psicanalista, e ciascun intellettuale, può leggere quanto è alla portata della sua elaborazione, anche se non ha le competenze sociali per occuparsi della cosa. Se un’intellettuale si occupa della teoria del diritto in Schmitt o in Kelsen o in Legendre, non lo fa in quanto competente o esperto della materia, ma per la logica e la procedura in cui il diritto, nei casi citati, entra in gioco. E come già notato gli esperti non si pongono le questioni teoriche ma quelle pragmaticistiche più che pragmatiche, e così i loro assiomi sono postulati, senza valore intellettuale.

La leggerezza con cui Lacan va dalla teoria dei giochi a quella dei nodi è pari alla pesantezza di chi vi rimane invischiato. La leggerezza è una proprietà del principio della parola; e quindi ciascuno non è recluso nella caverna e può trovarsi in viaggio e leggere ciascuna cosa scrivendo aforismi, catacresi, abduzioni e altre ipotesi del nuovo.

Ecco un’ipotesi del nuovo leggendo Lacan. Rispetto alla teologia e alla filosofia Lacan è di una chiarezza non lacaniana: “l’anima è tenuta per responsabile, allora che non è che il fantasma di cui si sostiene un pensiero, ‘realtà’ senza dubbio, ma da intendere come smorfia del reale” (Télévision, p. 17). Strano che il soggetto di Cartesio, che è un aggiornamento dell’anima, non sia inteso da Lacan come un fantasma. Ma anche la psiche, che proviene dall’anima… Quello che conta è il gesto sovrano di Lacan nello stato di eccezione in cui – solo come non lo è mai stato, in una solitudine estrema irrimediabile – decide che l’anima è fantasma. La lettura di questo gesto decide della lettura dell’intera opera di Lacan, e non solo. E così il soggetto dell’inconscio di Lacan è smorfia del reale. Smorfia inaccettabile è il primato del fallo.


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26.04.2017