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Il porco e la puttana

Giancarlo Calciolari
(9.09.2014)

“Posso testimoniare che, almeno nell’ultimo mezzo secolo, non sono mai mancate tribù di Signori Oracoli, sempre pronti a sputare sentenze per sbarrare l’una o l’altra strada della ricerca e ci vorrebbe un Rabelais per mettere in scena tutto il ridicolo racchiuso nelle loro arie di infallibilità.”

Charles Sanders Peirce, “Un argomento trascurato per la realtà di Dio”, 1908

L’articolo di Peirce citato nell’esergo è stato preso sul serio, mentre è un massacro delle illusioni della teologia e anche della teologia politica, ossia del “mondo” nella direzione inintellettuale che lo caratterizza. Contro la ricerca intellettuale si erigono le tribù di Signori Oracoli, gli Orchi: è il caso anche dello pseudo dibattito sulla legalizzazione della prostituzione in Francia, in cui anche la sinistra radicale se ne fa portatrice.
In questa storia chi paga? Gli uomini pagano le donne? No, si appagano: sono le donne a pagare. Gli orchi in favore della legalizzazione hanno argomenti per ogni tendenza dell’opinione comune, sovra determinata sia nel senso di Marx che in quello di Freud. Dall’articolo di Mona Chollet, “Sorprendente convergenza sulla prostituzione” (Le Monde diplomatique, septembre 2014) apprendiamo tre di questi argomenti: il primo dice ai socialisti che la prostituta è una lavoratrice che si organizza in un sindacato; il secondo assicura ai liberali che è una questione di libera scelta e che la prostituta non è altro che un’imprenditrice del sesso; il terzo si rivolge alle femministe dicendo che le donne devono poter disporre del loro corpo, e quindi anche le prostitute.

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Opera di Hiko Yoshitaka, cifratipo, smalto su carta, 2014

Non è il caso di scomodare un patto silenzioso o un complotto a proposito della prostituzione tra la sinistra postmoderna e la destra neoliberale. Inutile seguire, mappare o controllare l’algebra e la geometria della donna, ossia il modo di teorizzare la donna e il modo di farle eseguire tale algebra come un protocollo. Un altro conto è leggere ciascun dettaglio sulla questione della prostituzione e dissipare la sua presunta sostanzialità: dall’ipotesi popolare del più vecchio mestiere del mondo alla teoria della vagina pubblica nella Repubblica di Platone. Tra l’altro “Sputare su Platone” nessuna femminista lo ha scritto. Non è poi così noto che Carla Lonzi ha scritto “Sputiamo su Hegel”, e Adriana Cavarero è giunta a “Nonostante Platone”, la cui tesi principale è anche la nostra da più di trent’anni.
La battaglia per l’abolizione e la guerra per la legalizzazione della prostituzione paiono epifenomeni se confrontati al mercato della prostituzione. È come se l’abolizione della pena di morte l’avesse per davvero abolita, e come se la dichiarazione di non ricorrere alle guerre come modo di risoluzione dei conflitti avesse ridotto le guerre. Anche qui le teorie degli orchi – che hanno i loro scriba – teorizzano guerre giuste e missioni umanitarie. Jacob Taubes si era accorto che la negazione della guerra ha comportato una scalata nella sua efferatezza.

Che sia l’uomo come animale violento o l’uomo come costrutto sociale impiantato sul primato del fallo: il risultato è il medesimo. L’orco e la puttana. Orco che diviene anche Homo duplex nell’elaborazione del giurista e psicanalista Pierre Legendre. E “donna” che nella Grecia era trina (le Parche, le Eumenidi) e poi diviene sempre più “bina”: fata e strega, madre buona e madre cattiva… Appunto madre. Si tratta della condanna mondiale (non riguarda solo il discorso occidentale) della donna a essere madre nel rapporto sessuale. L’orco che va dalla prostituta va da sua madre, oltre che negare la materia della parola, anche rappresentandosi l’enigma donna tra una donna enigmatica e una donna senza enigma. Per millenni la prostituta avrebbe avuto quel sapere sessuale che è valso all’iniziazione degli uomini.

Non sono nemmeno in gioco i limiti della prostituta e i limiti dell’orco nell’atto prostituivo. E a nulla valgono le elezioni della puttana: dalla prostituta di Tiro eletta da Simon mago alla moglie di Auguste Comte. È anche il caso di Dino Buzzati, che Un amore non lo ha solo scritto ma anche vissuto.

A nulla vale anche l’autoelezione, nella figura della rarissima prostituta perversa e felice, come Grisélidis Réal, la “puttana iconoclasta”, come l’ha apostrofata l’editore Yves Pagès nella prefazione di una raccolta postuma delle sue lettere; donna che negli anni settanta e ottanta si è battuta per i diritti delle prostitute.

L’articolo di Mona Chollet riporta ben altra cronaca, meno mitica: da chi affitta stanze in cambio di rapporti sessuali al turismo sessuale… E nonostante le guerre in atto nel pianeta non ne vengono rubricati gli stupri.

Un’annotazione molto precisa di Mona Chollet è che i movimenti che pretendono di dare la parola alle puttane, ben che battezzati “sindacati” giocano il ruolo di lobby in favore della legalizzazione, al punto che “puttofobi” sarebbero gli abolizionisti.

Prendiamo spunto da una considerazione di Mona Chollet per procedere in direzione di un’altra analisi. “Sotto una patina leggera di vernice di progressismo, la società continua a considerare la sessualità eterosessuale come votata alla sola soddisfazione del desiderio maschile”. Ci troviamo già in una società costruita in cui la sessualità a sua volta è divisa tra eterosessualità e omosessualità, tra sessualità maschile e sessualità femminile. Si sa l’estrema attenzione che la psicanalisi, da Freud a Lacan e oltre, ha portato alla sessualità femminile, ponendo raramente la questione della sessualità maschile, per altro affrontata in modo folcloristico e non teorico radicale in Francia. In Italia non è mai stata affrontata.

Portiamo l’attenzione sul primato del fallo, sul suo impianto, che è solo un avatar del sistema di Aristotele, in cui la donna è supporto e supplemento dell’uomo. E così nei monoteismi, che vanno ancora alla grande, a giudicare dalle guerre di religione in corso. L’altra faccia del primato del fallo è il nome del padre, dal nome di dio al nome del popolo.
Contro un presunto caos primordiale: il nome del padre unisce là dove il fallo divide. Il fallo divide l’umano in uomo e donna, e con l’estensione delle teorie del genere divide in cinque o più generi. Il fallo divide la società in strati e in infinite genealogie: dalla divisione detta appunto sociale alla divisione sessuale, anche quella che rompe l’enigma donna in Eva e Lilith, in fata e strega, in donna privata fattrice e donna pubblica attrice.

Questo impianto non è messo in discussione neanche dagli abolizionisti, che non intendono mettere in discussione il loro posto nella gerarchia sociale. Nota Mona Chollet che “abolire le relazioni a pagamento non corrisponda a imporre una ‘buona’ sessualità non più alienata: un fantasma di sottomissione può ben dispiegarsi nel quadro di un rapporto gratuito”. Annotiamo inoltre che sotto il segno della gratuità il rapporto rimane prostituivo.

Occorre ben altra avventura per ciascuno. Occorre che s’instauri il parricidio nella parola e non più la messa a morte del padre per l’edificazione del nome del padre. Lacan è chiarissimo a questo proposito: il nome del padre è quello del padre morto, ossia messo a morte. Freud ha chiamato rimozione la funzione di padre o funzione di nome o funzione di zero. Quando il nome s’instaura, ossia funziona, cessa il bisogno del padre (sancito anche dal filosofo Roberto Esposito) e dei suoi avatar, quindi cessa il bisogno di guide e anche di orchi che portino le donne al mercato.

Apparentemente solo la psicanalisi con la sua formalizzazione del primato del fallo, da Freud a Lacan, è in condizione di dare un’altra lettura del primato stesso. Non lo fa per non mettere in discussione l’assetto delle istituzioni psicanalitiche, che si reggono sullo stesso impianto fallico. Si può dire che Lacan, che con la sua pratica e la sua teoria ha scosso l’armata religiosa o la chiesa armata dell’Associazione psicanalitica internazionale, ha dissolto la sua scuola per non aver trovato una via di trasmissione intellettuale della psicanalisi, ovvero una trasmissione non fallica, non gregaria, non gerarchica. Quella che ha intrapreso subito suo genero, Jacques Alain Miller, che ha creato in più di trent’anni una armata religiosa o una chiesa armata parallela a quella fondata da Freud.

Occorre che l’impianto del fallo sia letto e dissolto nella sua presunta struttura che non è altro che fantasmatica. L’apertura non è fallica, nel senso che il due è irrappresentabile in due genealogie, dalle quali procederebbero infinite altre. Le cose procedono dall’apertura e non più dalla chiusura teologico politica, gerarchica. Allora la divisione non taglia più la relazione in due ma è il taglio stesso. E il tempo come divisione ha il suo mito, quello della madre, che è anche il mito dell’impossibile messa a morte della materia della parola.

Lacan si è avvicinato a un’altra lettura dell’impianto fallico, in particolare con l’aforisma: “Non c’è rapporto sessuale”, nel senso che il due non è un rapporto tra due. Il due è originario. Nessuna algebra del due; e in questi termini la sua formulazione può intendersi come: non c’è geometria sessuale. Nessuna geometria del due. E ancora: se esistesse come scrivibile – come pornografia sacra o profana – tale sarebbe la prostituzione. Ma l’algebra e la geometria della vita, ossia la sopravvivenza, non riescono: restano fantasmatiche. L’inconscio è immodificabile dalla mano degli umani.
Il primato del fallo non è originario ma secondario: è copia impossibile della vita.

Lacan si accorge che l’anima è un fantasma (mandando all’aria millenni di teologia e di filosofia e secoli di psicologia: tra i vari revivalismi c’è anche quello dell’anima, come in Marie Balmary), in Télévision, p.17. In questo passo Lacan è di una chiarezza non lacaniana: “l’anima è tenuta per responsabile, allora che non è che il fantasma di cui si sostiene un pensiero”. Strano che il soggetto di Cartesio, che è un aggiornamento dell’anima, non sia inteso da Lacan come un fantasma. Nello stesso modo ci siamo accorti che il primato del fallo, tenuto come imprescindibile da Lacan, è invece fantasmatico, secondario. In effetti la sua clinica fallica è fantasmatica, mentre la clinica del sembiante di Armando Verdiglione articola e dissipa i fantasmi, anche quelli che il positivismo psichiatrico del novecento ha chiamato isteria, nevrosi ossessiva, paranoia, schizofrenia, autismo, depressione, attacchi di panico…

La prostituzione è l’aspetto più evidente della psicotizzazione delle donne, del tentativo degli orchi, ossia di ogni homo duplex, di escluderle dalla scena civile, di mantenerle ai bordi, ossia nei bordelli. È il caso anche di menzionare che “orco” è un termine costruito con l’elisione della “p” in “porco”. L’orco e la bambina, putida, poiché l’etimo di puttana rimanda all’antico francese pute, che non deriva da putta ma da putido.

L’intero, che come dio non ha nome, è semmai il nome, HaShem, non si rompe e non si corrompe. Invece si può imprigionare per Platone nella sua caverna, per Aristotele si può rompere in A e non-A, destinato a essere escluso. Non si tratta di riunificare A e non-A, con l’istituto del matrimonio, ristretto o esteso che sia. Non si tratta di battersi per l’uguaglianza tra A e non-A. Primo Levi guardato da un A come non-A, pensa che capirebbe tutto se riuscisse a leggere lo sguardo di A su di lui, sbarrato dallo spessore di un acquario.

Occorre la non accettazione della caverna, la non accettazione della pseudo vita, anche quella del dispositivo conformista, legalizzabile o abolibile, del porco e della puttana. Non accettazione del “doppio standard al quale è sottomessa la sessualità degli uomini e delle donne” (Mona Chollet).

Per ciascun uomo si pone la non accettazione della posizione di homo duplex, che è anche quello che sta nelle caselle delle formule della sessuazione di Lacan. Non accettazione del godimento sostitutivo, che Lacan ha chiamato godimento dell’idiota, essenza del godimento fallico, eterosessuale.

E comunque rimane incomprensibile perché gli uomini preferiscano sopravvivere piuttosto che vivere, “come se un’aggressione non si distinguesse da un incontro sessuale” (Mona Chollet).


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26.04.2017