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L’architettura dogmatica dell’occidente

Leggere Pierre Legendre

Giancarlo Calciolari
(8.03.2014)

Lettura della nota marginale della lezione IX di Pierre Legendre, "L’autre Bible de l’occident: le Monument romano-canonique. Etude sur l’architecture dogmatique des sociétés" (Fayard, 2009)



La nota marginale di introduzione al libro scritto da Pierre Legendre si potrebbe dire che è centrale. In effetti non c’è nota marginale o centrale o lineare (erano le glosse della scolastica a essere lineari o a margine del testo): c’è la notazione, che è l’altro nome della scrittura dell’esperienza. Ciascuna nota è essenziale per il viaggio intellettuale, e se si lascia prendere come più o meno importante è solo perché il viaggio non si è ancora instaurato come intellettuale e permane per certi aspetti nella circolarità o nella linearità, cosa che a partire da Girard Desargues è la stessa cosa.

L’impresa di Legendre, secondo la sua nota, non s’indirizza agli esegeti specialisti degli anfratti scolastici del Medioevo. E tra generalisti e passanti invita in particolare i ricercatori che non rilevano della genealogia euro-americana a una riflessione su un edificio di discorso essenziale per comprendere la civiltà moderna, per altro sottratto al riconoscimento comune delle sorgenti dell’identità occidentale.

Forse noi facciamo parte di questi ricercatori che non rilevano della genealogia euro-americana, per una lettura di quasi quarant’anni della genealogia come questione e istanza intellettuale, per non adesione all’ipotesi che la genealogia (ancora prima che euro-americana) non sia una questione e un’istanza intellettuale ma una fantasmatica, ossia un tentativo di erigere una copia impossibile della vita. La nostra ipotesi di lavoro è che la genealogia, uno dei nomi della gerarchia e dell’ipotesi teologico politica (da dio all’uomo tramite l’angelologia), sia un tentativo di padronanza e di controllo della vita. La sua natura non è la parola ma il discorso come causa, che si realizza nel diametralmente opposto al principio enunciato.

Qual è la ricerca di Pierre Legendre? Giurista di formazione prima e psicanalista di formazione dopo, con Jacques Lacan, ha indagato quale sia la struttura portante dell’occidente. E questa non è il complesso di Edipo, non è la sintesi o congiunzione sincretica delle mitologie europee, non è oggi ciò che predica il discorso del management arrivato al potere, non è la scienza politica dei teorici e degli storici accademici attuali. La questione giuridica come questione intellettuale che riguarda ciascuno è semplicemente inesistente.

Da cinquant’anni Pierre Legendre conduce una ricerca archeologica sull’architettura dogmatica della società, e riapre il dibattito intellettuale con il cantiere della questione giuridica. In breve per Legendre l’architettura istituzionale odierna, che si sta smantellando con la globalizzasione dei mercati (non usa il termine capitalismo), è figlia della scolastica e della disgiunzione esclusiva tra cristianesimo e ebraismo (VI secolo) e della successiva congiunzione, ovviamente inclusiva, tra il diritto romano e il diritto canonico: tra la legge umana e la legge divina (XII secolo). Quindi reperisce nel medioevo, nella compilazione del monaco Graziano le fondamenta giuridiche e antropologiche dell’occidente, dello Stato e delle sue istituzioni, tribunali e polizia compresi. Si tratta del testo noto nell’ambito del diritto come Decretum Gratiani, il cui titolo è La concordia dei canoni discordanti.

Per questo aspetto la sua archeologia del sapere istituzionale e giuridico arriva sino al XII secolo, con affondo sino al VI secolo con l’imperatore Giustiniano che definisce insensate le interpretazioni degli ebrei.

Altri filosofi sono andati più indietro nel tempo per reperire l’origine e l’architettura del potere. Per esempio Giorgio Agamben indaga, al seguito di Jacob Taubes, le lettere di Paolo, che pare abbiamo gettato le basi stesse del cristianesimo e delle sue istituzioni. E con la Repubblica di Platone e la Politica di Aristotele si guadagnerebbero altri quattrocento anni… questo per sottolineare la posizione che effettivamente dà Legendre al Decretum Gratiani, quella di origine della rifondazione del cristianesimo.

“Il libro studia l’Occidente negatore (effaceur) del suo Testo” (7). Ma sono gli archivi a essere chiusi o i cantieri di lettura a non essere aperti. La cancellazione è impossibile, anche perché il Testo non è presente, non è nascosto, non è cancellato: è da restituire in un’altra lettura. E in tal senso lo studio di Legendre apre una breccia nella lettura della questione giuridica, togliendola dall’ambito specialistico in cui gli archivi paiono chiusi, sigillati e ricoperti di cemento armato.

Legendre studia “le parti censurate della civiltà detta giudeo-cristiana: il Monumento romano-canonico” (7). E non a torto qualifica di “detta” la civiltà giudeo-cristiana. E la sua ricerca è piuttosto sulla parte censurata della civiltà cristiana rispetto alla questione giuridica oggi. La questione ebraica è sfiorata solo in alcune occasioni. Proprio rispetto al Decretumdi Graziani si dovrebbe parlare invece della parte censurata della civiltà ebraica. Ma è un eufemismo, poiché non si tratta di una parte censurata ma dell’intera questione e dell’intera istanza ebraiche.

La chiave di lavoro di Legendre riguarda le società secondo la lettera del loro discorso. In questa “lettera c’è forse un timido influsso di Lacan, che per lo più non è messo in gioco. I riferimenti psicanalitici di Legendre sono tutti a Freud. In particolare l’impianto di Legendre viene da una sua lettura di Totem e tabù(1913). Occorre anche menzionare che Legendre ha scritto la lezione nona che reputa conclusiva, senza mai aver dato alle stampe la lezione quinta: Un incidente del pensiero: la psicanalisi. Studio sul questionamento aperto da Freud. La lezione sulla psicanalisi. Tutte le altre lezioni sono state pubblicate.

Una analisi letterale di Freud: Legendre prende alla lettera Freud, e è la ragione per cui mantiene come strutturale il principio totemico, per cui non c’è nemmeno l’ipotesi di un tramonto del complesso edipico, che invece c’è persino in Freud, anche se comporta l’instaurazione del superìo, che è quasi la stessa cosa.

Tutte le lezioni di Legendre, e non solo la conclusiva lezione nona, sono riferite alla frase inaugurale del Decreto Graziani: “Humanum genus duobus regitur”, che traduce con “Il genere umano è governato secondo due misure” (7). E si tratta per Legendre delle prime parole della compilazione medioevale Concordia discordantium canonum che ha dato forma (scellé) al destino istituzionale dell’Occidente, enunciando in un modo inedito il patto tra la Ragione romana e il Vangelo. E affermare questo va contro l’ordine stabilito della Memoria moderna (7). Non perché le oligarchie dell’occidente non intendono far sapere che il patto che regge la loro edificazione, il loro monumento, è la teologia politica, ma perché la Memoria moderna si considera emancipata dalla questione teologica. C’è chi ha scritto a proposito del Decretum di Graziani che dà l’avvio all’inarrestabile processo che porterà alla totale separazione tra diritto e teologia nel mondo occidentale. Proprio no: è la saldatura tra diritto romano e Vangelo. E’ la moderna fondazione teologico politica del potere. E sarebbe da leggere assieme alla fondazione teologico politica di Paolo.

Legendre si chiede perché aprire oggi questo cantiere della dimenticanza (7). E risponde così: “Semplicemente perché le difese della coscienza occidentale cadono le une dopo le altre, e che l’avvento di un mondo disfatto dei suoi riferimenti (bandelettes) tradizionali dalla globalizzazione industriale e commerciale va a produrre inesorabilmente l’effetto di mettere a nudo la civiltà dominante, la nostra in questo caso. Il re è nudo, ma non lo sa” (7).
Ci sarebbe una coscienza occidentale senza quasi più difese (quali erano?) e l’emergenza di una globalizzazione alla quale attribuire la responsabilità del processo di dominazione e di attribuire anche la nudità del re. Ma la globalizzazione non lo sa d’essere nuda. La forza di quest’ultima affermazione potrebbe riguardare anche il caso stesso di Legendre: potrebbe essere lui il re nudo. Anche noi siamo nudi, ma in quanto lettori del caso di Legendre come il nostro caso, altrimenti nulla si può intendere della sua elaborazione.

La coscienza occidentale indifesa contro la globalizzazione, scritta da Legendre con la maiuscola, non è la nostra ipotesi di lettura. La globalizzazione sta nella circolarità della coscienza occidentale, in quanto eretta sui tre principi di Aristotele che fondano la circolarità, e in questo si tratta della formalizzazione del mito della caverna di Platone. Il mito della prigione.

Certo la globalizzazione può sembrare quanto di più lontano dalla teologia, ma è ancora un suo prodotto, come il nazismo. E’ per questo che l’adesione al nazismo non è mai stata messa in questione né da Carl Schmitt né dall’apostata Martin Heidegger, che scopre l’ateismo della filosofia e la circolarità dell’essere.

E’ interessante l’annotazione sull’impero di se stessi che fa Legendre a proposito del re nudo: “Ora, chi è il re, se non noi stessi, soggetti eretti in monarchi, rivendicando ognuno per sé la posa dell’individuo-sovrano” (8). E l’imperatore dello stato libero di se stesso sarebbe coperto dal mantello della “postumanità”, che nella favola di Andersen è la tunica magica. La scienza politica moderna, che dovrebbe essere avvertita dalla metafora di Legendre, come la postumanità non avrebbero una connessione con l’asse romano-canonico che indaga l’autore. In effetti se tutti sono re nessuno lo è. Non ci sono più re ma un pool di oligarchie nazionali e transnazionali.

E così Legendre ricorda “una verità di base: quanto sia difficile di svelare ciò che balza agli occhi (8). Infatti svelare comporta la ri-velazione, un velo secondo la stessa logica che pare analizzarsi e mettere in questione. Perché? Perché ciò che balza agli occhi (crève les yeux) risponde al principio della visione, al concetto di visione, che esclude ciò che si vede e ciò che appare come la falsa copertura delle cose, e mira alla struttura nascosta delle cose. In tal senso il cantiere di Legendre presume di trovare la vera struttura di fatto, e nel suo discorso è difficile svelare ciò che per noi balza agli occhi: che l’edificazione dell’occidente, ricostruita da Legendre, è puramente fantasmatica, un’ipotesi deduttiva la cui metessi è eseguita come ipotesi induttiva che mai potrà dimostrare e realizzare i postulati teologici del cristianesimo.

In quello che avversa la questione giuridica occidentale, come l’istoricità lineare (il corsivo è nostro), vissuta come una succesione di pagine che si voltano, che ha prodotto la concezione europea di una sorta di temporalità universale, misura per giudicare il senso della storia mondiale pianificata” (8), per noi c’è lo svolgimento di un corollario dell’impalcatura che Legendre prende come edificio dell’occidente. La linearità, ossia secondo il citato Girard Desargues, ingegnere, geometra e matematico del XVII secolo, la circolarità, è la stessa riscontrabile nel testo e nell’esperienza di Pierre Legendre. Il punto finale di questa istoricità nella lettura dell’evoluzione delle società sarebbe “una modernità assoluta e totale, che svuota la parola genealogica che porta le culture” (8). La parola genealogica che invoca Legendre è anche gerarchica e è il sistema di inclusioni e di esclusioni, che nega il femminile, anche in Freud, che nega l’istanza ebraica. La lingua del Terzo Reich, indagata da Klemperer, è una concretizzazione della parola genealogica e non qualcosa che le si oppone. Rimane da leggere la teologia fai da te di Adolf Hitler nel Mein Kampf. Libro tanto esecrato affinché non ci si accorga che è riprodotto da ogni politico in ogni angolo della terra.

Nel pianeta omogeneizzato, ovvero senza storia (déshistorisé), si compirebbe, prendendo la portata di una liberazione, la profezia di Orwell: tagliamo il linguaggio sino all’osso (8). Questo taglio del linguaggio proviene da
Aristotele con la nozione terzo escluso. Il terzo tagliato fuori per permettere l’identità e la non contraddizione di x. Quella stessa x a cui ricorrerà Lacan per inscenare le formule della sessuazione.

Il linguaggio animale da macello? La macellazione del linguaggio? La macellazione, che provoca infiniti interventi ideologici o religiosi e rarissimi interventi di ricerca intellettuale, poggia sulla sillogistica aristotelica. E’ il logos a macellare il linguaggio (nella fantasmatica sviluppata da Legendre a questo proposito), che peraltro è una dimensione indistruttibile della parola.

“Un misconoscimento funzionale è all’opera, che permette di lavarsi le mani di un fatto strutturale: che tutti abitiamo in una Terra di Avi, costituita non tanto da una geografia fisica ma da una geologia di discorsi accumulati, sedimentati, infilati sotto la superficie contemporanea, dappertutto nel pianeta” (8). Misconoscimento che è una funzione umana oppure una funzione dell’inconscio, non a portata di mano di nessun umano? E’ un misconoscimento che permette di lavarsi le mani, di non assumere la responsabilità del misconoscimento. Allora è un misconoscimento agito come funzione umana. In gioco è un “fatto strutturale”, incontrovertibile, come se l’atto di parola, la logica stessa dell’inconscio e della vita potesse sospendersi nell’immaginazione e nella credenza del fatto. La cosa richiederebbe una struttura fattuale, anzi “fatta”. Quindi una struttura presente, ontologica, circolare. La geologia fantastica a cui fa riferimento Legendre è una stratificazione la cui linea di sedimentazione all’infinito è un cerchio. E’ un modo fabulatorio per accettare la questione chiusa, ovviamente mentre si sta aprendo un cantiere eccezionale.
Pierre Legendre fa l’archeologia dei discorsi accumulati, sedimentati. Ma mai il discorso doppierà la parola, l’inconscio, il numero. Rimanere nell’archeologia del discorso mai permetterà di approdare alla parola originaria. Il cerchio non diventerà mai spirale.

Louis Althusser si era spinto più in là di Legendre, dicendo che noi calpestiamo i morti, come se il pianeta fosse un infinito cimitero. Entrambe le fantasmatiche vanno lette. In Althusser il riferimento al discorso della morte è più forte. Ma non c’è altro discorso che il discorso occidentale, il discorso della morte. E la sua fondazione non si trova nel Decretum Magistri Gratiani, ma in particolare tra Platone e Aristotele.

Legendre riconosce che il testo di Graziano, priore, è quasi sconosciuto “al di fuori di un settore di erudizione dove non si incontrano altro che specialisti allenati a un sapere codificato delle origini della questione giuridica” (8). A parte i lettori di Legendre (noi lo leggiamo da più di trentacinque anni) in effetti il Decretum Gratiani non fa dibattito, nemmeno tra gli eruditi e i dotti in diritto romano-canonico.

Come emblema della sua ricerca Legendre mette una massima di Eraclito: “il cammino ascendente discendente è uno e lo stesso” (frammento 118). Cammino che non pare ancora preso nella circolarità, eppure di questo si tratta.

Nessuna filosofia stabilita guida la ricerca di Legendre (8). “Si tratta di tenere in qualche modo un giornale di bordo, modeste Note di cantiere, facilitando ad altri di riprendere domani questo cammino per spingere più lontano l’avventura” (9). Dovremmo dire che abbiamo proprio l’impressione di avere spinto molto più lontanto l’avventura di questo cammino in una direzione che non è quella di Pierre Legendre, pur avendo letto integralmente l’opera edita di dell’autore. Ci atteniamo all’ipotesi nuova e ci confrontiamo con il testo di Pierre Legendre e lo restituiamo in altra cifra. Nessuna archelogia dell’opera. Nessuna contro-armatura dogmatica. Anche per noi vale la bella formula di Legendre: nulla sarà là per guidarci (8). Infatti la guida è una figura impossibile del nome del nome, del principio totemico, che altrove però Legendre mantiene come principio positivo. Se non c’è più guida Legendre dovrebbe giungere al teorema che non c’è più principio totemico: ma non farà mai questo passo. La sua lettura di Freud e di Lacan è quella di un erudito e non di un ricercatore, com’è invece il caso con la questione giuridica e il Decreto di Graziani.

Certo che l’apertura del cantiere di lavoro ha provocato la reazione della nomenclatura degli studi storici giuridici. Occorre menzionare che “pour cause” Pierre legendre si è fatto conoscere dal pubblico con il libro Gli scomunicanti, titolo originale che è stato mantenuto nell’edizione italiana a cura di Armando Verdiglione. In francese l’opera è stata pubblicata con il titolo: L’amour du censeur. In breve, il principio dell’amore del censore è il principio d’autorità, il principio totemico, il primato del fallo, che Legendre dopo più di cinquant’anni di ricerca mantiene come principio di composizione dogmatica dell’architettura dell’occidente; e non è solo in gioco a chi o a quale parte attribuire la decomposizione, il marcio del regno di Danimarca. Ovvero la gnosi e la sua tentazione dell’unità degli opposti. Appunto, il Decretum di Gratiani ha un impianto gnostico, ma di questo non parla Legendre.

Al di là della considerazione che sulla pista di ricerca di Pierre Legendre ci sono rarissimi e sconosciuti altri ricercatori, e che sulla nostra pista forse non c’è nemmeno il corrispettivo del correttore delle bozze di Peirce, chiamato ironicamente in causa come suo unico lettore, proseguiamo nella lettura della nota marginale della nona lezione di Pierre Legendre.

“Inevitabilmente, pare temerario di tentare di chiarire la problematica del potere nell’era di una decomposizione senza nome dello Stato fabbricato dai giuristi. Oggi, questo prodotto derivato dal romano-cristianesimo si trova, se non direttamente in concorrenza, per lo meno irregimentato dal management generalizzato, in un processo d’amplificazione della potenza che sfugge sia agli strumenti tradizionali di controllo politico che ai metodi d’intelligibilità della sua costituzione storica forgiata dall’occidente a partire dall’ancoraggio medioevale” (9).

Ben che Legendre nel solco di Lacan sia portato a interrogarsi sui fondamenti linguistici di ogni società umana, lo sforzo di analisi linguistica non investe ciascun dettaglio dell’esperienza. Per esempio, “tentare di chiarire la problematica” non è chiarire il problema; e già chiarire il problema pone la questione della chiarità, che non è umana, come non lo è l’inconscio. Tentare qualcosa è sempre condannato al fallimento: le cose si fanno, non si tentano, non si provano. Il tentativo è sostanziale e mentale, ossia circolare. E’ senza tentazione intellettuale. E la chiarità è lungo il filo del crepuscolo: è intentabile. E’ una proprietà dell’atto di parola. Perché problematica e non problema? Qual è la tecnica del problema? E qual è la macchina del problema? Questa sollecitazione linguistica che è la nostra richiama il modo dell’esegesi ebraica del testo e della lettera, che non interviene nell’analisi di Legendre. Non c’è attenzione alla questione ebraica, alla questione del nome (HaShem, Il Nome). E c’è da chiedersi non solo che cosa intenda Legendre per “una decomposizione senza nome”, ma anche cos’altro intenda per una decomposizione col nome.

Oggi è in atto una decomposizione senza nome dello Stato fabbricato dai giuristi. E se fosse che lo Stato fabbricato non è lo Stato nell’atto di parola e quindi si troverebbe appunto come Stato “fabbricato”, “istituito”, “fatto”? L’idea dello Stato non opera: fabbrica; e il ciclo è quello della costituzione-istituzione-destituzione. Ogni progetto puramente fantasmatico non riesce.
L’inidentità senza nome è la pulsione di morte dell’identico e dell’identità?
Certo, le varie dottrine dello Stato, anche quelle che ha insegnato a sociologia a Padova Antonio Negri, si riferiscono sempre a qualcosa di costruito dall’uomo, ma occorre distinguere tra dispositivi intellettuali di vita assoluta e dispositivi conformisti di padronanza e di controllo. Ovvero occorre distinguere tra intellettualità e impero. Nell’impero non c’è intellettualità.

Che lo Stato fabbricato derivi dal romano-cristianesimo è un’acquisizione di Legendre. E noi diamo un’altra lettura del romano-cristianesimo e anche del Decretum di Gratiani. Il polo negativo dello Stato fabbricato dai giuristi sarebbe il management generalizzato. Ma se noi andiamo a leggere varie teorie del management troviamo un’impalcatura le cui basi sono le stesse di Legendre, che sono un aggiornamento di Aristotele. Il primato del fallo ha le sue basi nella sillogistica di Aristotele: è il primato di A su non-A, che letteralmente è dato come terzo escluso. E nel primato del fallo, forgiato tra Freud con un’unica libido maschile per due sessi, A è maschile e non-A è femminile. E in Lacan la lettera si precisa come x, come variabile nello schema delle sessuazioni.

Afferma Legendre che lo Stato fabbricato dai giuristi si trova dunque irregimentato dal management generalizzato in un processo d’amplificazione della potenza che sfugge sia agli strumenti tradizionali del controllo politico che ai metodi d’intelligibilità della sua propria costituzione storica forgiata dall’occidente a partire dall’ancoraggio medioevale. La potenza sfuggente è l’aspetto euforico dell’impianto imperiale attuale, chiamato appunto da Legendre “management generalizzato”. L’altra faccia sarà l’impotenza, sempre sfuggente alle teorie politiche attuali. Il management generalizzato (intendiamo le società gestite come le imprese) starebbe imponendo strumenti non tradizionali del controllo politico. Quello che rimane costante è il controllo politico, e più propriamente impolitico. La politica del fare, la sessualità, non si lascia negare dal controllo, come la logica dell’inconscio non si lascia padroneggiare. Che il management generalizzato instauri un’altra forma di controllo politico indica che è l’idea di controllo la base di questo aspetto del potere politico-manageriale odierno. In questa analisi di Legendre l’impalcatura gerarchica della società non si nota, ossia il primato dell’imperio delle oligarchie al potere rimane celato dietro un significante istituzionale, fisso, significato, politicamente corretto, ossia padroneggiato e controllato dalla doxa dei servi intellettuali delle oligarchie. Freud coglie con chiarezza la struttura oligarchica nell’Avvenire di un’illusione, a proposito dell’Europa dice che è retta da due famiglie.

Gli strumenti tradizionali del controllo politico che cosa controllano? Gli umani e le cose. Controllano che la gerarchia sia rispettata e che la circolazione delle donne e delle merci segua le regole dell’antivita aristotelica (i tre principi della logica, che è la formalizzazione del mito della caverna di Platone). Al massimo, come insegna Freud in Analisi terminata e interminabile (1937) gli uomini possono protestare virilmente e le donne possono invidiare il pene. L’asse portante che divide e impera si suggella come primato del fallo con Lacan, al quale sfugge solo il padre mitico dell’orda primitiva, ossia il padre del “mito scientifico” di Freud, che occorre ricordarlo è sempre il padre morto, il nome morto, lo zero morto. Lacan lo scrive a chiare lettere che il nome del padre è il padre morto.

Non si tratta di due strutture, come presume Legendre: da una parte il patto tra la ragione romana e il Vangelo e dall’altra il management generalizzato come dissoluzione del patto e dei suoi frutti, in particolare dello Stato. In gioco è la stessa fantasmatica di padronanza logica e di controllo politico. Che cos’è l’impero? Che cosa sono la padronanza e il controllo? Il tentativo di rompere l’intero, che pare ermafrodito quando la divisione riguarda quella attribuita ai sessi. Divisione operata tra uomini e donne (cerimonie e liturgie del diventare uomo e del diventare donna: gli esempi sono legione). E divisioni operate tra uomini e uomini, tra donne e donne. Divisione anche tra psiche e corpo. E fabbricazione di un corpus esplicativo e di enigmi ovviamente irrisolubili in cui, per riprendere la citazione di Eraclito: il cammino che sale e scende è uno e lo stesso. La divisione tra droga e farmaco, il cui enigma non è stato risolto da una commissione di studio francese che ha lavorato per dieci anni, sorge nello stesso modo, così come in tutt’altro settore, la matematica, l’enigma dell’ipotesi del continuo (la divisione tra discreto e continuo) non ha trovato risposta e apparentemente il lavoro di Paul Cohen ha concluso la ricerca, dimostrando che per un certo modello di matematica è indifferente che ci sia o non ci sia il continuo.

I metodi d’intelligibilità, che si lascerebbero sfuggire il processo d’amplificazione della potenza dell’irregimentazione dello Stato fabbricato dai giuristi da parte del management generalizzato, sono opachi proprio rispetto all’ancrage médiéval. La chiarezza politica viene presa come chiarezza logica (ontologica) e quindi i postulati (l’assioma è un’altra cosa) risultano illeggibili. Il patto tra la ragione romana e il Vangelo è illeggibile per Legendre, che assume come postulati la ragione romana e il Vangelo. La divisione chimerica tra legge umana e legge divina è ancora più celata nella sua natura fantasmatica della costituzione storica forgiata dall’occidente sull’incipit del Decretum di Gratiani, e pare che sia celata anche dal cantiere di ricerca aperto da Pierre Legendre.

Sembrano due leggi ma è una. Sembrano due libido ma è una. Sembrano due sessualità (omo e etereo) ma è una. E questo è stato letto non secondo l’intero, l’originario della parola, ma secondo il primato dell’uno e dell’unificazione degli opposti. Alla vita si cerca di sostituirne l’algebra e la geometria, tale è la sopravvivenza degli uni e la sottovivenza degli altri. E’ per quello che il sottovivente nel campo di sterminio trova come l’enigma più importante lo sguardo incomprensibile di un sopravvivente, di un addetto alla padronanza e al controllo, affinché l’olocausto riesca. Il management dello sterminio non va contro la logica occidentale: è un suo frutto.

Legendre non farà mai l’amara scoperta che il principio reggente è lo stesso principio di decomposizione… Il principio che regge la non contradittorietà di A, la sua identità, è il principio di distruzione dell’Altro, il principio del terzo escluso. Erudito di diritto Legendre, forse non di logica. E quello che non si capisce nella logica di Aristotele è che A esclude il non-A per evitare la contraddizione e per rimanere identico a sé e il processo si concluderà con l’esclusione di A. Nelle conversazioni a tavola, Hitler annunciava di voler sterminare non solo gli ebrei e invece della soluzione finale e dello sterminio assoluto dell’altro in tutte le sue impossibili figure è finito per suicidarsi. Quando Hitler parte per la soluzione finale non sa d’aver firmato il suo suicidio. E non c’è chi abbia potuto dire al re che era nudo. La realizzazione del fantasma comporta la circolarità perché il fantasma stesso è circolare: la copia impossibile della vita procede dalla questione chiusa, ossia dalla prigione di Platone e dalla sua traduzione nella logica aristotelica. Si tratta di immaginazione e credenza e non di tentazione intellettuale che non ha nessun fantasma, nessuna rappresentazione, nessun principio di sostegno, nessun primato del fallo.

Per Legendre noi viviamo una scadenza in questo vasto sistema di credito planetario, in cui progressivamente la cultura uscita dal “tripot” ovest-europeo con il resto del mondo sta per perdere le sue cauzioni. Ovvero perde la garanzia che altre civiltà – altri montaggi di questionamenti e d’interpretazioni, pagheranno indefinitamente il negativo al nostro posto, abolendosi esse stesse” (9). Lo scarto è infinitesimo, discreto e cardinale. Ordinario è togliere lo scarto, l’infinitesimo, l’indice di una differenza insormontabile. Non è questione di due processi ma di uno solo. Le altre civiltà stanno pagando da millenni il negativo della logica occidentale. E la scadenza del sistema di credito planetario, chiamata anche crisi, serve per un aggiornamento dello stesso sistema di credito che assegna il negativo all’altro. Le altre civiltà continuano a pagare il negativo al nostro posto e le risposte che hanno dato sono interne alla logica aristotelica, non la sovvertono avviando un’altra avventura e in tal senso si aboliscono prendendosi per non-A. La rivolta e il rifiuto contro l’attribuzione di non-A non sono la guerra e la non accettazione intellettuali. Le altre civiltà sono civiltà, non sono non-A. Quanto al discorso occidentale procede dalla questione aperta? E’ la nostra radice? O l’apertura si constata in un’altra lettura del rinascimento come istanza e come questione? E allora il testo occidentale è anche la restituzione in altra cifra della materia che cela l’ordine del discorso. Materia che è anche della Bibbia e del Vangelo, nel senso del cristianesimo, e quindi è anche dell’antecedente istanza ebraica e della seguente istanza islamica. La loro lettura è ancora più sigillata del Decreto di Graziano.

In altri termini, scrive Legendre, un movimento di pensiero giunge al suo termine: “Il Medioevo conclude la sua esistenza sotto i nostri occhi, compreso il movimento inaugurato dalla scolastica romano-canonica e i suoi sviluppi moderni sino a Hans Kelsen e Carl Schmitt. A livello della tecno-scienza-economia globalizzata, dove l’occidente in panne troverà i suoi soccorritori?” Da anni abbiamo distinto tra atto di pensiero, proprio della filosofia e atto di parola, che si enuncia come breccia in Freud, viene ripreso da Lacan e rilanciato da Verdiglione. La filosofia è un certo ordine rotatorio che Lacan, per la sua formazione filosofica, ritroverà nella sua psicanalisi. La filosofia è circolare, come la caverna platonica e come la sillogistica aristotelica. L’atto di parola va in direzione della qualità in una curva anomala in ciascun caso singolare. E così è giusto che ogni movimento di pensiero giunga al suo termine. Inoltre è giusto annoverare il nazista Carl Schmitt come epigono di quel movimento di pensiero, tra l’altro trova una coppia oppositiva cardinale per il suo ragionamento, quella di amico-nemico, nella Repubblica di Platone. Di certo se l’occidente in panne cerca i suoi soccorritori li troverà negli affossatori, nel senso che se li crea, come la panne. Altra cosa è la restituzione del testo occidentale.

La tecno-scienza-economia globalizzata è retta dagli stessi principi dell’antivita che presiedono al compromesso tra diritto romano e diritto canonico. Sembrano due diritti (Utrunque ius) ma sono uno. Eppure il diritto non è uno, non sottostà al primato dell’uno. La sua questione e la sua istanza si pongono rispetto all’Altro, all’altro tempo del fare e non all’Altro di Lacan che presiste all’atto, giacché la struttura linguistica per Lacan è presente.

Quello che propone il mercato delle idee nella voga dei saperi cumulativi al gusto del giorno è irriso da Legendre. “Si tratta di una capacità di un altro ordine: pensare il potere in termini di legittimità del potere, e di conseguenza situare la questione giuridica nell’architettura della causalità istituzionale” (9-10). Il potere è impensabile. Il concetto di potere implica invece la sua pensabilità e così il potere dell’idea governa l’idea del potere, nella circolarità. Solo al potere pensato può applicarsi la legittimità e l’illegittimità, senza la legge. Che l’archeologia del potere trovi solo il potere dell’archeologia indica una legittimità generalizzata a tutto l’impianto del principio di potere (qualificato non a torto come maschile dal femminismo) che non coglie come l’illegittimo potere sia solo quello dei non-A che è prodotto dagli A.

Alla legittimità del potere segue per Legendre di situare la questione giuridica nella causalità istituzionale. L’istituzione causa. Il ciclo dell’istituzione del canone occidentale è costituzione-istituzione-destituzione. Questione di ciò che resta. E la copia della vita, il fantasma, non resta, non si scrive.

Secondo la prospettiva che Pierre Legendre delinea nella nota marginale del libro, “noi ritroviamo un cammino di sempre: la riflessione umana sulla ripartizione istituita del credito e debito, ossia sul genealogico come principio differenziatore e come condizione dello scambio politico”(10). Il principio genealogico differenziatore, anche tra uomo e donna, è lo stesso primato del fallo teorizzato da Lacan. Il credito rispetto all’etica e il debito rispetto alla legge sono ingenealogici. La genealogia conta per i doganieri della vita, che ottengono un guadagno secondario fissando i criteri di accesso al credito, per una cancellazione del debito inconscio che comporta il bisogno di padre, che dovrebbe fornire appunto le chiavi dell’accesso. C’è sempre il dubbio sulla tenuta istituzionale dei tentativi imperiali. In quale istante la stabilità di un regno di anni bascula nell’instabilità che sbalza il dominatore tra gli ultimi dominati, i condannati a morte?

Rispetto alla via tracciata da Legendre occorre notare che il pagamento del debito con il proprio corpo definisce la schiavitù. E quindi la ripartizione istituita è al servizio del dominio, che per altro non ha nessuna certezza di esistere ancora un secondo dopo. Un successore s’instaura e un despota compie un mezzo giro nella ruota perversa del potere e si ritrova schiavo. E il successore è l’unico candidato al suo posto che non è riuscito a uccidere. Li ha uccisi tutti i candidati meno quell’unico che lo destituisce e lo affossa.

Il genealogico come principio differenziatore non è altro che il primato del fallo, che in Legendre è anche primato del principio di autorità e del principio totemico, infatti stabilisce la differenza dei sessi e le varie differenze sociali. Il genealogico giustifica il gerarchico e viceversa. In effetti sono la stessa cosa.
Come le cose si distinguono, come le cose si differenziano, come le cose si scindono, come le cose si dividono? Anche la lezione inaugurale di Peirce (On a new liste of categories) si pone tale questioni e apre un questionamento inedito e il suo viaggio non è circolare, nonostante Aristotele e la sua logica.
Il genealogico come condizione dello scambio politico, anche dello scambio di donne e dello scambio di merci. E sarà da riprendere con la doppia genealogia delle leggi umane e delle leggi evangeliche enunciata da Graziano e assunta come assioma o postulato da Legendre. Assioma: ciò che vale nella vita di ciascuno e che mano d’uomo non può governare e cervello non può riflettere. Postulato: ciò che vale per il discorso sociale e politico (la riflessione umana) e che l’uomo può modificare a sua guisa.

La riflessione umana sul genealogico (una contemplazione fallica) per Legendre sarebbe “schiacciata dall’orientazione obiettivista (nel senso dell’efficienza industriale, schiava del quantificabile) del pensiero euro-americano sul potere” (10). Riflessione umana sul genealogico quale “dato fondamentale”, nell’attuale contesto internazionale, “pericolosamente ignorata”. D’accordo che il pensiero euro-americano sul potere non indaga sulle radici del potere (ma che altro fanno, in modo differente, Judith Butler e Giorgio Agamben?), ma non è altra cosa che un orpello alla logica di Aristotele, in cui non c’è la qualità ma solo il sospetto di una pericolosa quantita infinita potenziale: in Aristotele non c’è lo zero e non c’è l’infinito attuale. E’ noto, verranno dopo.

A forza di non-A, ossia dell’aumento dell’esclusione (l’inclusione del diritto dei lavoratori si sta sgretolando oggi, e lo viviamo sulla nostra pelle ciascun giorno), l’isolotto dell’A e anche quello della illegittimità della vita (o sopravvivenza) degli A che più A di così non si può: parliamo dell’esiguo migliaio di persone che possiedono più di metà della ricchezza economico-finanziaria del pianeta. Mentre ovviamente l’illegittimità per il discorso occidentale è quella dei non-A: illegittimità delle donne, delle religioni che non siano la propria, dei neri, dei bambini, degli ebrei, degli omosessuali e altri sessuali non etero, dei poveri, dei non istruiti…

Non si capisce nel testo di Legendre come il genealogico pericolosamente ignorato sia invece al potere nel pensiero euro-americano. Su cos’altro poggiano le gerarchie non solo euro-americane? Sul fallo, che taglia la testa delle donne (e dell’impossibile serie che viene a loro connessa) di chi non lo capisce o lo irride, o semplicemente lo fa ridere: leggere a questo proposito l’apologo inaugurale dell’Arte della guerra di Sun Tzu, che precede di poco il sorgere della filosofia sulle ceneri della sofia. Le due concubine dell’imperatore, a capo di due armate fittizie, a cui il generale dovrebbe insegnare l’arte della guerra, ridono quando viene dato l’ordine di girare a destra. E perdono la testa. Certo, l’orientale non è un discorso come l’occidentale: è semmai una pragmatica che non s’interrgoga sul suo asse logico.

Quindi si capisce bene, ora, perché Legendre non riconosce come un’unica questione il genealogico (A) e la sua propaggine euro-americana (non-A). Il genealogico è prodotto insieme al non-genealogico, che in quanto negato “torna” a insidiare il primato del genealogico: è l’ultimato del genealogico, la sua dissoluzione. La dissoluzione del patto genalogico tra legge umana e legge divina (questo è il pericolo per Legendre) è la crisi perenne che richiede sempre una nuova formulazione del patto e così via. L’altro e l’altrove dal genealogico e dal non-genealogico è espunto come terzo escluso e non torna. Incombe nelle rappresentazioni dell’altro: nel maremoto che potrebbe sommergere la civiltà.

Il genealogico è fantasmatico, è un tentativo di imperio sulla vita. Legendre stesso qualifica, più avanti nel libro, il monumento romano-canonico come fantasmatica fondamentale.

“Ora non è possibile ormai, per un Occidentale, di gettare uno sguardo sull’orrido (gouffre) della legittimità senza avere a che fare con la genealogia dello Stato e del Diritto nella sua dimensione strutturale, di conseguenza senza prendere coscienza d’essere legato alla trasmissione di un modo d’accesso all’istituzionalità particolare” (10). Certamente noi che la legittimità la leggiamo (non gettiamo sguardi), abbiamo a che fare con la genealogia dello stato e del diritto, anche con la genealogia tout-court e i suoi avatar, come il primato dell’uno, il primato del fallo, il primato d’autorità, il primato teologico-politico… La nostra lettura di Pierre Legendre è proprio rispetto all’istanza del diritto e dei dispositifi sociali che chiamiamo istituzioni, ivi comprese quelle psicanalitiche.

Si tratta di prendere coscienza? O la coscienza è presa dall’inconscio? La presa di coscienza d’essere legato alla trasmissione di un modo d’accesso all’istituzionalità particolare comporta il godimento o la pena del legame, e l’obbligo a non indagare più sulla trasmissione, sul modo di accesso e sull’istituzionalità.

Non c’è modo d’accesso: c’è l’accesso, che è la rimozione nel suo funzionamento. E’ l’instaurazione del nome del nome che fa l’algebra e la geometria dell’accesso. Il modo d’accesso, se esistesse, apparterrebbe alla funzione umana, che da Aritotele è funzione di morte. Morte della contraddizione, morte dell’inidentità, morte del terzo.

Per un’altra lettura della genealogia non c’è bisogno di gettare uno sguardo. Lo sguardo, punto di sottrazione, è ingettabile poiché è nel getto stesso. Il getto di Afrodite è il getto dell’oggetto, irrelato secondo l’analisi di Freud dell’oggetto della pulsione, e quindi ingettabile.

Se esistesse un modo d’accesso all’istituzionalità, l’istituzione stessa esisterebbe in quanto tale, come struttura presente, e rimarrebbe ignara della destituzione che l’attende. I dispositivi pragmatici non si istituzionalizzano, non hanno un inizio costitutivo né una fine destitutiva. E’ la ragione per cui Israele non ha la costituzione.

“Un’ideologia dell’uomo nuovo, qualunque ne sia il ritratto (oggi sotto il travestimento dell’individuo autofondato, fuori dalla cultura imposta), basta per mettere al bando il passato rinunciando all’eredità?” (10). Assolutamente non basta. Ma non è il caso di confrontarsi col passato, farne l’indagine archeologica nella sua dogmatica. Non è questione di attenersi all’eredità, che ancora una volta esisterebbe in quanto tale, oscillando tra il credito e il debito. Occorre leggere l’eredità e restiture il testo occidentale (non il discorso) in altra qualità.

Le precisazioni sull’algebra, come l’ideologia dell’uomo nuovo, richiedono altra lettura ancora dell’epoca e del suo tentativo di evitare la vita, l’intellettualità, per prediligere la morte e il suo discorso. Quello di Legendre è un aggiormanento erudito del discorso occidentale come discorso della morte, meno appariscente come teologia politica che in Carl Schmitt, molto più sofisticato del tentativo di disgiunzione esclusiva di Hans Kelsen tra teologia e politica. Certo, Pierre Legendre si confronta col testo romano-canonico e fa persino l’elogio del confronto contro la pretesa della conversione delle civiltà in una sola (10), ma lo fa nella circolarità. E rischia di confrontarsi con le ombre delle idee nella caverna platonica o in altri termini con i mulini a vento di Don Chisciotte.

“La presente opera viene a chiudere (clore e non conclure, concludere) delle ricerche cominciate mezzo secolo fa […] di cui constato che mi riportano incessantemente verso lo stesso punto di convergenza: il fenomeno istituzionale, fenomeno specifico (propre) dell’umano” (10). La circolarità in cui è presa questa ricerca è anche un aspetto della fenomenologia dell’istituzione. Se l’istituzione è fenomeno si tratta dell’immagiche che Legendre ha dell’istituzione, che gli vale anche come credenza, ossia applicazione geometrica della sua stessa algebra. Altra ipotesi è quella dell’istituzione in posizione di oggetto della pulsione, provocazione al confronto; e istituzione anche come non-istituzione e altro (o Altro) dall’istituzione e dalla non-istituzione. Allora non c’è più nessuna immaginazione e nessuna credenza nell’istituzione. L’appartenenza o la non appartenenza all’istituzione non gioca più nessuna importanza. L’istituzione cosiddetta risulta un gadget nel mercato delle merci sostituibili, in cui sono sostituibili anche gli umani.

Inoltre l’opera non è presente, non partecipa alla rappresentazione.
Occorre che il fenomeno istituzionale incontri la schisi e non il punto di convergenza. Così altre cose posso udirsi per la divisione delle cose. Divisione della parola: né del soggetto né del sociale.

L’impalcatura, il montaggio, la costruzione in Legendre potrebbero non essere necessarie, se ciò che tiene non ha a che fare con la gregarietà: quello che Leopardi chiama il civil gregge. Nuovi dispositivi possono sorgere e giungere alla conclusione per una missione intellettuale, senza che gli si sovrapponga una facciata sempre in debito rispetto alla fantasmatica fondamentale. Propriamente non c’è fantasma della vita, come non c’è logica del fantasma.

“Ho avviato uno studio di un genere nuovo, da cui è finalmente uscita una rimessa in scena della Questione giuridica, nocciolo resistente della civiltà ovest-europea” (10-11). Leggere nell’originario dell’atto di parola non è lo studium, in cui è in gioco la significazione, che è sempre del fallo, proprio nella divisione operata della legge, in legge umana e legge divina. Appena per dire che la legge inconscia non è né umana né divina, e per altro né bestiale né demoniaca. La rimessa in scena della questione giuridica indica un teatro di immagini fatte, quindi fattizie, fittizie e feticce. Se la questione giuridica va in scena è per via della sua iscrizione sotto l’ordine fallico. La questione giuridica come argine contro l’inciviltà. Quale altro senso attribuire alla resistenza della civiltà?

“La nozione di Testo, esteso alla dimensione antropologica, permette di riconsiderare il concetto di società umana, oggi inerte (figé) perché tecnocratizzato. Rafforzato da un termine riabilitato – dogma, e da qui dogmatico, dogmaticità -, questa prospettiva ha, se oso dirlo, preso corpo attraverso la serie di queste Lezioni” (11). La società come testo implica la lettura appunto del discorso occidentale e la sua restituzione in altra qualità, in altra cifra. Nessuna decifrazione del mito fondativo della società, ma la lettura della società come testo. E allora nessun testo è escluso.

La cifra, la qualità assoluta, il capitale della vita, nella dimensione delle immagini è il dogma. Non è questione di discorso dogmatico (è uno dei rimproveri mossi a Legendre), ma di come l’immagine approda al dogma. E nella circolarità l’immagine non è semovente e altra. Il dogma è tolto per il dogmatismo e l’antidogmatismo. Infatti è l’antidogmatico che accusa sempre l’Altro di dogmatismo, giustificato dalla connotazione sociale, oggi antidogmatica e domani dogmatica.

“Quanto alla formula iniziale del Decreto di Graziano […] costituisce, nella visione che propongo del sistema romano-canonico, il modo di restituire ciò che non va (qui grince) nel discorso esplicito - il nostro, ma anche quello dei medioevali – allo spessore di un insaputo per i soggetti concreti della storia, altrimenti detto alla vibrazione soggettiva dell’istituzionalità: il “duobus regitur” (essere governato secondo due misure) farà buon ménage con “La Santa Famiglia” (11), titolo dell’opera del pittore Pierre Bettencourt che Legendre ha messo in copertina del libro.

Il Decreto di Graziano è costitutivo per Legendre. Non è preso come l’ipotesi nuova, l’abduzione di Peirce, ma come l’ipotesi passata che comanda il presente per un futuro giustamente anteriore. E per questo parla di visione e non di divisione e quindi di ascolto. Legendre “vede” il sistema romano-canonico. Ha un’idea del sistema e questa idea lo governa. Non è governato secondo le due misure indicate da Graziano, ma dall’idea che le misure siano due, ossia dal primato del fallo che riuscirebbe a scindere la legge inconscia in due leggi: una umana e l’altra divina. Si tratta della stessa legge, che è irriducibile alla somma di due leggi, appunto una umana e l’altra divina.
La storia è la ricerca e riguarda ciascuno. La storia senza ricerca è la storia museografica bersaglio anche, e non a torto, dell’ironia di Legendre. Nessun soggetto della storia, che se esistesse sarebbe l’ipnotizzato sociale, la marionetta del potere.

Lo spessore di un insaputo (che tuttavia risulta un aggiornamento di Aristotele) per il soggetto, ossia alla vibrazione soggettiva dell’istituzionalità. Il termine “vibrazione”, che pare un intervento letterario, e di chissà quale provenienza, è da leggere in modo tecnico. Cos’è la vibrazione soggettiva? E’ la sensazione del soggetto autista e automa. Il soggetto del cerchio magico e ipnotico. Tra l’altro, il soggetto di Descartes è già tutto questo. Qui c’è un’aggiunta notevole: la vibrazione soggettiva dell’istituzionalità. L’istituzionalità domina il soggetto, come un burattinaio, e ne comanda persino le vibrazioni. Questo è il fantoccio cercato dalle oligarchie mondiali di potere. Qual è l’istituzione che domina? L’istituzione teologico-politica, oggetto della delega da parte di chi si prende come soggetto.

Il “duobus regitur” farà buon ménage con “La Santa Famiglia”. E’ sicuro che la Santa Famiglia, la teologia fa buon menage con il primato del fallo, il duobos regitur, che governa con due misure: due pesi e due misure, il doppio standard. Uno per gli uomini e uno per le donne, uno per i ricchi e uno per i poveri, uno per i dominatori e uno per i dominati, uno per i bianchi e uno per i neri, uno per gli eterosessuali e uno per gli omosessuali, uno per gli inclusi e uno per gli esclusi… La lista è legione. E questo senza considerare che l’opera del pittore laicizza la Santa Famiglia, che non è più Padre, Figlio e Spirito Santo ma padre, madre e figlio, come nelle scienze umane, per l’appunto.

Non il duobus regitur come modo del due (è la pista di Armando Verdiglione) ma il governo degli umani a partire dal principio del due, dal concetto del due. Due ottenuto per somma di due uno. E il primato del fallo è quello dell’uno (è la pista di Jacques Lacan), nel senso della serie degli uni inclusi (è per l’appunto il “loro” primato). Ecco perché i non-uno, gli uni esclusi, non accettano il primato del fallo. Ecco la questione e l’istanza del femminismo. E quello più radicale ha inteso che il terzo incluso (pochi) santifica l’esclusione di altri terzi (molti). E’ la ragione per cui, narra Luce Irigaray, una femminista professoressa universitaria, con all’attivo la pubblicazione di qualche libro, può pensare di aver risolto personalmente il problema detto dell’emancipazione delle donne. Quanto agli uomini non si pone nemmeno il problema, e non perché siano emancipati.

Il “duobus regitur” farà buon ménage con “La Santa Famiglia perché ce l’ha già al suo interno. È nell’istanza del Vangelo. Il duobus regitur è la colonna portante della teologia politica. Dovremmo impiegare la beffa rabelesiana e assumere l’ipotesi fallico-deduttiva di Legendre, ossia del discorso occidentale, e straparlare? Ci sono scritti e alcuni romanzi in cui lo facciamo. Qui annotiamo che le cose non sono rette e non reggono. Non c’è nessuna padronanza e nessun controllo sulle cose. Nessun impero delle cose e degli umani. Il Decretum Magistri è il sogno di Graziano. Come non leggerlo?
Qui abbiamo cominciato a leggere il sogno di Pierre Legendre, dopo aver cominciato a leggere i suoi libri esattamente trentasette anni fa.


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26.04.2017