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Neuroscienze e verità

Giancarlo Calciolari
(7.01.2014)

“Posso testimoniare che, almeno nell’ultimo mezzo secolo, non sono mai mancate tribù di Signori Oracoli, sempre pronti a sputare sentenze per sbarrare l’una o l’altra strada della ricerca e ci vorrebbe un Rabelais per mettere in scena tutto il ridicolo racchiuso nelle loro arie di infallibilità.”

“Ditemi con sufficiente autorevolezza che tutta la vita cerebrale dipende da movimenti nervosi che obbediscono rigorosamente a certe leggi fisiche e che allo stesso modo tutte le espressioni del pensiero, interiori ed esteriori, hanno una spiegazione fisica, e sarò pronto a credervi. Ma se poi sosterrete che questo inficia la teoria che io e il mio vicino siamo governati dalla ragione e siamo esseri pensanti, dovrò francamente dire che ciò non mi fa avere una grande stima della vostra intelligenza.”

Charles Sanders Peirce, “Un argomento trascurato per la realtà di Dio”, 1908

Titolo dell’articolo, per tradizione lasciato alla redazione (sebbene l’autore possa presentare delle suggestioni): “Psicologi sempre più neuro”. Forse una constatazione non dell’esperienza ma tratta dalla stesura stessa dell’articolo? La diffusione delle neuroscienze è tale da essere sotto gli occhi dei lettori attenti alla materia psicologica. E’ invasiva l’ondata delle neuroscienze. I neuroscienziati, anche psicologi, che hanno vinto il premio Nobel, ovviamente per l’economia, come Kahneman, si scappellano davanti al souvenir di Freud per poi procedere in quella che si crede una scienza e è invece una branca della teologia politica al servizio del dominio nazionale e internazionale. Non a caso l’articolo è pubblicato nel giornale della Confindustria, che a una mera valutazione sociologica mostra quanto di più conforme alla primità delle icone del potere.
L’autore, Gilberto Corbellini, filosofo di formazione universitaria, è un erudito di neuroscienze che dirlo accademico è poco: pluriblasonato e titolato a parlare di ogni cosa, oltre i dualismi spirito-materia, come afferma il sovratitolo dell’articolo.

Troppo facile e abusato il riferimento a Niccolò Cusano sull’ignoranza dotta e un po’ meno sarebbe quello agli accademici trombetti, come sentenziava Leonardo. Per Peirce si tratta di coloro che non sanno e decidono.

Nessuno ha risolto la connessione tra psiche e corpo, il dualismo psicofisico, al quale ha portato la sua libbra di carne anche Cartesio. Il neuroscienziato israeliano Yeshayau Leibowitz, anche insigne talmudista, ha impegnato la sua vita sulla questione e ha tenuto una serie di conversazioni radiofoniche, poi confluite in un libro, tradotto anche in francese, ma non in italiano. Irresolubile la questione, come quella tra universale e particolare, tra nominalismo e realismo…
Di certo non è nei due libri che recensisce Gilberto Corbellini che ci si trova oltre il dualismo psicofisico e ancor meno nel suo articolo. Il primo libro è di Gian Vittorio Caprara, Motivare è riuscire. Le ragioni del successo. Il secondo libro è di Salvatore Maria Aglioti e Giovanni Berlucchi, Neurofobia. Chi ha paura del cervello?

Un’acquisizione intellettuale (che Peirce chiama anche “abito”) è quella che proviene dalla lettura di Jacob Taubes, filosofo e rabbino, che ha raccolto un’indicazione dell’amico Alexander Kojève, zio di Vassili Kandinsky: dal titolo di un libro si può già intendere l’essenziale del testo. E’ proprio questa acquisizione che non ci porterà a leggere i due libri che sono il pretesto del testo di Gilberto Corbellini. Quindi già la materia dei titoli eccede quel che occorre leggerli.

“Motivare è riuscire”. Formulazione euforica del discorso paranoico direttivo che lascia dietro sé una scia di fallimenti e di disforia, sempre reintegrata a correre dietro alla carota del potere. Intanto il verbo all’infinito: chi motiva? Eppure sappiamo chi sono i motivatori e sappiamo leggere i loro giornali e i loro trattati. Oggi preferiscono il quasi-anonimato, tanto ieri il termine nomenclatura affermava la cerimonia e la liturgia dei vincitori, coloro che non sanno e per questo hanno bisogno di titoli per parlare, oltre ai motivi per riuscire.

Il libro si indirizza a coloro che non riescono e che non hanno successo. Infatti coloro che riescono e che hanno successo non si sognerebbero mai di comprare un libro con questo titolo. In un sistema basato sul principio del terzo escluso, la vendita di un libro per gli esclusi che insegni loro come includersi nei protocolli della riuscita e del successo serve anche a mantenere la coesione del sistema stesso, oltre che indicare le ragioni del successo dell’autore in questione e del suo recensore. Mentre potrebbe indicare le ragioni dell’insuccesso, che è sempre sociale, di chi scrive.
“Motivare è riuscire” non è neanche un argomento, com’è giusto che sia il titolo di un libro: è una proposizione che gioca tra la primità e la secondità, tra due icone (motivi e riuscita che in realtà sono due simboli) stabilisce una relazione, una reazione, un indice. La teoria implicita è quella di una sovradeterminazione, che vale una predestinazione, che non è ancora una condanna (almeno per chi comprerà il libro). Ci sono umani motivati e umani demotivati. I motivati, come già accennato, non hanno bisogno di leggere un libro che promette loro di motivarli per farli riuscire, fornendone pure le ragioni. Il monopolio dei motivi è esercitato da una élite di motivati, che tra l’altro scherzano col fuoco: dinanzi al vecchio testo invisibile di cui solo loro avrebbero le chiavi (un po’ come il capo dei Leviti che poteva chiamare per nome HaShem, impropriamente tradotto con “Dio”) adesso propongono a chiunque reperisca il loro libro il sapere in questione. Come se una guida per la vendita creasse il buon venditore.

Questa cerchia di iperesperti, che Pierre Legendre qualifica di “castrati” oltre che di “scomunicanti”, è in condizione di motivare per riuscire. A Lourdes questo lavoro immaginifico lo fanno meglio. Ecco perché Jacques Lacan non si metteva in concorrenza con la vera religione, senza riflettere che se ne esistono tre entrambe sono false. Ragionamento che cerca ancora il suo dimostratore eccellente, come potrebbe essere un nuovo Godel.
Non solo, la schiera degli inclusi e motivati vende frigoriferi agli eschimesi. E questo, con buona pace (mentre invece è distorta con la forza della propaganda) degli eschimesi, ha tutta la nostra stima per il metodo della tenacia e della pervicacia sino al successo. Certo attribuire al principio della riuscita e del successo le “ragioni” non è una bella cosa per la ratio, ma si tratta degli stessi venditori che la vulgata dice sono bravissimi anche a vendersi oltre che a vendere la loro fattrice.
Quanto alle ragioni dell’insuccesso, che si vorrebbero sempre personali, e a quelle della demotivazione, che nell’ambito della recensione di Gilberto Corbellini, non possono che essere di natura neurologica, proprio per questo potrebbero illuminare come una predeterminazione organica può svanire “motivando”, giacché “motivare è riuscire”.

“Chi ha paura del cervello?” Bella questione di Salvatore Maria Agliotti e di Giovanni Berlucchi, introdotta nel titolo del loro libro dal termine “neurofobia”. Due anni fa avevamo tenuto a Torino una conferenza dal titolo “Chi ha paura di Freud?” Ma mentre Freud e i suoi epigoni sono ridotti al lumicino della sopravvivenza come psicoterapeuti, le neuroscienze hanno riconquistato il successo che fu quello dell’organicismo ottocentesco, che fu adombrato appunto dall’allora emergente rivoluzione psicanalitica. Novità oggi letteralmente spazzata via dal nuovo ordine occidentale, che Legendre qualifica di tecno-scientifico manageriale: il cascame del compromesso tra diritto romano e diritto canonico, espressione della Scolastica.

Il cappello della recensione di Corbellini, che forse è suo, dice: al di là delle caricature sulla “neuromania”: lo sberleffo alla neuromania, opera per altro della neuromalinconia degli oppositori, indica appunto che le neuroscienze sono al potere; che come ogni ricercatore di scienza politica sa non garantisce nulla contro il battito delle ali di una farfalla che provoca il crollo della borsa di New York, lasciando attoniti gli iperesperti di finanza che predicano appunto come Greenspan la sua irrazionalità. Mentre invece c’è del metodo nel marcio del regno del villaggio globale.
Qualche lettrice e qualche lettore non neuro-euforici e nemmeno neuro-disforici, ricorderà Il martello delle streghe, il manuale dell’inquisizione. Ecco, il titolo del libro di Aglioti e Berlucchi pare assennare un’ulteriore martellata ai neurofobi, ovvero a quei pochi psicologi sempre meno neuro e sempre più euro, motivo questo dell’accettazione delle scarpe strette della loro posizione scientifica e sociale, piuttosto che mettere in discussione la forma piramidale dell’impianto del porco, come lo scrittore Idolo Hoxhvogli chiama l’impalcatura sociale, sperando che dietro resti ancora qualcosa di civile e di intellettuale.

I neurofobi, più che i neurofobici, assomigliano ai comunisti che sconvolgono ancora il sonno, e tutto il resto dell’impianto “neuro” di ex amici di cinghialoni, falchi, colombe, squali e altri animali del bestiario politico: Esistono? C’è una vita al di là della fobia e del feticismo?

“Chi ha paura del cervello?” Non certo i neuro-esperti. L’avrebbero gli psicanalisti (ma non sono tutti psicoterapeuti?) che poco dopo l’avvio di Freud nel 1891 (cinque anni prima dell’invenzione del termine psicanalisi), nel libro Come intendere le afasie hanno cominciato a distinguere tra psiche e cervello occupandosi delle associazioni di parole e non di sinapsi. Freud parla di “apparato linguistico” perché le afasie non si lasciano spiegare dalle modificazioni del cervello e ancora di meno dalla sua struttura. Poi Freud parlerà di “apparato psichico” e ipotizzerà topiche che in nulla sono mappe del cervello.
La parola “cervello” non ha nulla di psico-fisico. “Cervello” è simbolo per Peirce, un segno, un segno-uomo. Un segno dell’humanitas.

Il cervello non è l’organo a disposizione degli organicisti per sorvegliare e punire gli umani che manifestano ancora qualche bizzarria nell’opporsi alla piena incarnazione del primato del fallo.
Il “cervello” è dispositivo di direzione intellettuale, e le norme, le regole e i motivi sono esche nella stessa direzione, che è anche culturale, artistica e scientifica. Invece il cervello posto come principio dai neuroscienziati è senza direzione intellettuale, e in tal senso la neurospezione è l’altra faccia dell’impasse, anche logica, dell’introspezione, che Peirce ha dimostrato inesistente: più propriamente ha l’esistenza del fantasma.
Sempre nel cappello introduttivo dell’articolo di Gilberto Corbellini leggiamo: “i fenomeni mentali e psicologici possono essere studiati solo a partire dal cervello”. La possibilità è subito ristretta, marcata da “solo”. Resta comunque che la via regia dell’inconscio è la fenomenologia del cervello, per altro esercitabile “solo” con l’apposito patentino.

Anche la formula rovesciata implica una bella ipotesi di lavoro: i fenomeni neurologici del cervello possono essere studiati solo a partire dalla mente. In tal senso non vale nessuna formulazione che sproni a andare oltre i dualismi spirito-materia.
La nomenclatura lancia sempre i suoi imperativi categorici legati alla separazione delle carriere: psicologi sempre più neuro e che studiano la psiche a partire dal cervello. La ricerca della verità scientifica è barattata con quella del sapere gerarchico, che ovviamente non è alla portata di tutti i cervelli. Questione fallica per eccellenza, o detto in altri termini: teologico politica. E tuttavia la questione è intellettuale e non terminologica: che le implicazioni pragmatiche di un concetto siano il suo significato comporta che all’edificazione del vitello d’oro segua l’assoggettamento e la soggettivazione degli umani. La verità del vitello d’oro verrà trovata nel vitello d’oro della verità.

La semplice analisi di un caso di balbuzie, anche quella del re balbuziente che ha avuto il suo film, indica che ciascuna volta si tratta di un compromesso fallito di teologia politica personale: nessun nodus linguae, nessuna alterazione dell’apparato foniatrico (oltre a nessuna psicologizzazione del caso, che è la modalità oggi dilagante). Una questione di vita non affrontata con gli strumenti intellettuali alla sua altezza. L’analisi del cervello dei balbuzienti è il resto della nazificazione del linguaggio, diventata pratica corrente, scientificamente corretta, come nel caso della chimerica sindrome dell’iperattività dei bambini, dell’isteria delle donne o della depressione universale.

Per Gilberto Corbellini “il millenario confronto intellettuale tra spiritualisti/idealisti, da una parte, e materialisti/naturalisti dall’altra, con l’avanzare del Novecento ha assunto le forme di una discussione epistemologicamente sempre più definita sulla riducibilità delle funzioni mentali a processi neurali, tra psicologi e neuroscienziati sperimentali”. Il soggetto della frase non è il millenario confronto ma gli psicologi e i neuroscienziati sperimentali. “Solo” per loro vale la forma di una discussione epistemologicamente sempre più definita sulla riducibilità delle funzioni mentali a processi neurali. Si tratta di una tautologia: nessun dubbio che gli psicologi e i neuroscienziati sperimentali credano nell’episteme, ossia nella logica della fede (nel discorso scientifico) che sovrasta la logica delle cose, ricalcando il procedimento inventato da san Paolo.
E’ solo un auspicio nella formula del dettato e per questo aspetto l’articolo dell’autore è “riducibile” a un prontuario propagandistico. La scienza normativa della classificazione doganale degli psicologi e dei neuroscienziati ha richiesto una nuova divisione e la creazione di un sottoinsieme di psicologi e neuroscienziati “sperimentali”: Corbellini apre una lunga parentesi per sostenere la necessità dell’aggettivo.
Non si tratta di dichiararsi neuroscienziati confrontandosi con i dati neurobiologici per esserlo, occorre praticare il metodo sperimentale. E’ frenata l’aspirazione di molti psicologi a essere neuroscienziati. Aspirazione puramente connotativa, socialmente drenata. Nessuna traccia della denotazione originaria. Nessun power of mind, come indica Peirce, ma l’immagine del cervello del vitello d’oro in azione. E di metamorfosi in metamorfosi è possibile vedere nel cervello l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo, in questo caso il vitello. Per Gilberto Corbellini con le neuroimmagini sono state identificate le attività nervose che producono i comportamenti umani più sorprendenti, dal linguaggio, alla coscienza, al sentimento del bene e del bello. La gnosi greca avrebbe una base organica: l’attività della coscienza è vista come quella dei buchi neri. Tra poco sarà anche disponibile il viaggio nel tempo, reperito da Kurt Godel nella formula della gravitazione universale dell’amico Albert Einstein: vedremo il big bang. E’ da notare inoltre che la formazione liceale dei neuroscienziati porta alla scoperta del cervello liceale: il sentimento del bene e del bello ha la sua localizzazione organica. Forse dovremmo chiedere dove si colloca l’abduzione, l’ipotesi del nuovo, la terzità che unica permette di andare oltre i binarismi e le antinomie di un discorso scientifico strutturato sempre più oltre il solco delle cose (definizione di delirio), ovvero nel solco autostradale di quel che vuole sentirsi dire la neurosocietà, ultimo avatar della società dello spettacolo di Guy Debord.
Tolta la terzità del simbolo, del segno intellettuale, rimane la secondità della reazione, della relazione (non come apertura intellettuale, ma come doppia copertura di relati e irrelati, altro nome dei motivati e dei demotivati, degli inclusi e degli esclusi). E primeggia – ovvio – la primità, la qualità della sensazione, anche nel senso che agli psicologi aspiranti a essere neuroscienziati è il caso di dire che occorre sentirsi neuroscienziati, altrimenti è meglio investire in altre carriere.

Se si guarda, come fa e come scrive Gilberto Corbellini, all’evoluzione nel tempo delle discussioni e delle ricerche sulla natura dei fenomeni che chiamiamo mentali o psicologici, non è difficile prevedere che gli psicologi del futuro saranno neuroscienziati. Corbellini visionario e previsionario ha già sospeso il “se”: la cosa vale per ogni uomo che sia animale razionale. Non vale per gli irrazionali, qui chiamati irriducibili: “A parte una frazione di irriducibili, che sempre esisterà [sembra un rammarico] e per ragioni psicologiche (neurogeneticamente spiegabili) non vorrà mai accettare che la propria soggettività, quel che essi sentono di essere, sia davvero niente di più che l’attività biochimica ed elettrica espressa da circa 100 miliardi di neuroni e di sinapsi e incessantemente all’opera per produrre un flusso incessante di informazioni”.

I giusti, il resto di Israele ritornerà. Gli irriducibili. Neanche la Shoah con i suoi milioni di morti ha estinto una frazione di irriducibili. E’ il caso di notare che la traduzione dall’ebraico di “ritorno” con il greco “salvezza” è il contributo all’edificio dell’impianto ecclesiale del potere dato da san Paolo, stritolato dalla stessa macchina che ha perfezionato.
Non è difficile ammettere che una frazione di irriducibili non vuole assomigliare all’autoritratto di Gilberto Corbellini: non vogliono essere neurogeneticamente spiegabili. Non vogliono accettare la soggettività, rifiutata ancora prima di qualificarsi come a base organica. La soggettività è negata perché il soggetto è la creazione gnostica di Cartesio. Non c’è traccia del soggetto nel cervello. Gli irriducibili, al di là dell’algebra e della geometria della vita, vivono senza il bisogno sociale di una doppia pelle, senza l’uso di coperture, qualsiasi sia il loro genere.

Abbiamo omesso un passo nella citazione e ne recuperiamo almeno una parte: i 100 miliardi di neuroni sono chiusi in un cranio. Nessun dubbio che questo accada per il cervello dell’autore e questo senza cadere nella tentazione di fare la sua cartella clinica, sebbene gli elementi non manchino, dovuti magari a qualche neurone in viaggio. La tentazione rabelesiana dell’erigere lo specchio grottesco della società, come nell’eccellente Introduzione al mondo del citato giovane filosofo Idolo Hoxhvogli, è vanificata dalla lettura semiotica del testo di Gilberto Corbellini, e basta per altro applicare la logica dell’autore al suo stesso lavoro per produrre contraddizioni e paradossi insolubili, se non con il ricorso al metodo dell’autorità e della conseguente accettazione della fede nella credenza organicista. Lo stesso testo è neurogeneticamente spiegabile e non solo la sua soggettività. Nessuna traccia di intellettualità, se non le gocce di sangue della vivisezione del cervello, come quello splendente che capeggiava alle spalle del grande psichiatra Flechsig, che ha cercato di curare il presidente della corte d’appello di Dresda, Daniel Paul Schreber, che si stava trasformando nella donna di Dio per far nascere una nuova progenie di umani. Delirio che attende ancora la sua spiegazione neurogenetica.
Il comportamento umano e la sua ideologia il comportamentismo è l’ipotesi fantastica dell’uomo senza cervello, molto più che neurodeterminato è sovradeterminato dalla pressione sociale a eseguire e incarnare i protocolli dell’ordine teologico politico.
Gli uomini che si portano e si comportano sono marionette sociali: è l’enigma che cerca di spiegare Michel Foucault, che si è fermato alla biopolitica, in cui per altro si annida la neuropolitica.

Ecco come Gilberto Corbellini introduce l’opera Neurofobia: “Il libro di Aglioti e Berlucchi, neuroscienziati di fama internazionale e competenti anche sulle declinazioni filosofiche della discussione…” Sono esibite le insegne del potere nomenclaturistico. E ovviamente solo nomemclator, il supercompetente può distribuire patenti di competenza: rimarrà esclusa una frazione di irriducibili incompetenti, che non accetteranno mai la risposta sobria e ragionata degli autori alle paure sociali e alle preoccupazioni accademiche per l’espansione culturale delle neuroscienze. Nessun pericolo proviene dalle neuroscienze, neanche quello che ci spieghino neurogeneticamnete l’irrazionalità non della generica finanza ma di specifici finanzieri che cavalcano l’ennesimo tentativo di sequestro della vita civile.

Aglioti e Berlucchi spiegano, dice Corbellini, cosa sono davvero le neuroscienze, e pur riconoscendo che alcuni prefissi “neuro” sono esagerati e non giustificati (quando una dottrina è al potere concede qualche grazia), confermano che è “innegabile che la spiegazione ultima, almeno su un piano naturalistico, di quel che siamo, si trovi nel cervello. Il dualismo è solo un autoinganno… della mente”. Non viene reperita l’altra cosa oltre il dualismo (nessun trialismo teista) ma è soppresso uno dei due termini. Nessuna terzità, nessuna analisi linguistica dell’esperienza delle neuroscienza, ma la rottura della secondità della relazione psicofisica per il primato di una qualità, la primità della sensazione. Il cervello come icona, che ogni uomo conformato e “comportato” dal sapere delle élite intellettuali contempla, teorizza e esegue. E tra i rarissimi che seguono le tracce dell’icona, com’è il caso di Pierre Legendre, si precisa la pista dell’icona di Dio, alla cui immagine l’uomo è fatto e strafatto. Così la mappatura del suo cervello è possibile e nulla più sfuggirà all’idioscopia dell’occhio del padrone, in linea retta più vicino al dio maggiore che a quello minore.

Scrive Gilberto Corbellini: “non ci sono dubbi che alla base dei processi motivazionali che organizzano e guidano il nostro comportamento verso la realizzazione di specifici scopi, modulandone l’efficacia in rapporto alla storia della persona e alla situazione, ci sono definite attività del cervello”. Indubitabile che questo cervello naturale sia dotato di un cervello artificiale, sembra produrre quasi gli stessi effetti… Quasi.
Per Gilberto Corbellini non ci sono dubbi, infatti il dubbio richiede la terzità, l’ipotesi abduttiva, mentre attenendosi alla primità e alla secondità non resta che l’ipotesi deduttiva e l’ipotesi induttiva. Un’argomentasione ridotta. Certamente il metodo scientifico è lo stesso metodo induttivo, ma senza cervello intellettuale, l’altro nome del metodo abduttivo. Questo è anche un modo per dire che l’ipotesi freudiana dell’esistenza dell’inconscio non è stata minimamente scalfita dalle neuroscienze e neanche dal Giano cognitivo-comportamentale.

Scrive Gilberto Corbellini: “Ma le nozioni di agenticità umana, di autoefficacia percepita, di locus of control, eccetera, cioè le idee alla base dell’approccio cognitivista alla definizione dei tratti che caratterizzano la personalità nel contesto delle relazioni sociali rimangono strumenti validi per spiegare e istruire i contesti in cui si formano le personalità individuali, e quindi fare una buona manutenzione anche della salute mentale e sociale”.
Qui il “ma” avversativo non avversa nulla. Il passo precedente è quello sull’assenza di dubbio nella base organica della psiche. Lasciamo il “ma” all’avvio stupendo delle Elegie di Duino di Rainer Maria Rilke.
Sarebbe da riprendere l’analisi dell’agenticità umana che abbiamo svolto altrove. E’ un resto obbligato della teologia politica che sorregge anche il cognitivismo. L’uomo agente dell’agenzia divina… Ovviamente tra le schiere degli angeli (quelli che non odono l’appello estremo di Rilke) ci sono anche le beatitudini delle neuroscienze, mentre Dio allunga il braccio, possente, per sfiorare l’homo neuronale.

La posta in gioco non è l’approccio cognitivista, ma la definizione dei tratti. Corbellini non fornisce una definizione neuroscientifica della definizione. Il testo rimane invisibile, a garanzia che una classe sociale definisca i tratti di tutti quanti e li obblighi al fare: pragmatismo di stato e di casta.
Altro che la definizione dei tratti che caratterizzano la personalità, le idee alla base dell’approccio cognitivista sono strumenti. Per spiegare e istruire le personalità? I funzionari di potere oggi non sono così diretti, alcuni vestono ancora in jeans e usano il “ma”: “strumenti validi per spiegare e istruire i contesti in cui si formano le personalità individuali”. Il potere spiega e istruisce i contesti e per modellare poi la personalità basta il biopotere di cui parla il citato Michel Foucault.

Anche la personalità è stava avvistata dalle tecniche di imaging of brain? Persona è maschera; e addirittura lo psicanalista e psichiatra Jacques Lacan, che ha dedicato la sua tesi di dottorato alla paranoia e alla personalità, è arrivato poi a dire che la personalità è la paranoia. Ovvero indossare la mascheralità della vita vale la psicosi paranoica. Attendiamo che qualche neuroscienziato ci indichi il locus of control dei tratti della personalità.
I controllori sognano d’impadronirsi delle centraline dei cervelli, ma è ovvio (il nostro impiego del “ma” avversa il primato del controllo) che trovano solo cervelli vuoti. Infatti l’uomo con tutta la sua agenticità non è neanche a una dimensione, come nella lettura di Herbert Marcuse, ma è adimensionale, vuoto, come il punctum.
I tratti della personalità sono solo il pretesto per l’instaurazione del primato del luogo del controllo, il primato del fallo, il primato teocratico, il primato d’autorità, il primato gerarchico. Il primato dell’insegnamento del cognitivismo della motivazione che in realtà conferma l’ultimato dei demotivati, il loro essere figli del dio minore.

Le neuroscienze (si avverte nel plurale che il progetto di una neuroscienza è già stato abbandonato) permettono a Gilberto Corbellini di lanciare una massima pragmatica: “Fare una buona manutenzione anche della salute mentale e sociale”. I “riducibili”, che nonostante siano al potere temono ancora gli irriducibili, sono i manutentori e anche i doganieri della salute mentale e sociale. Gli spacciatori di felicità, che la realizzano come infelicità, credono nella salute mentale e sociale. La buona manutenzione si avvale degli strumenti della psichiatria e del linciaggio sociale. Su entrambi governa la credenza nella metachimica, dallo psicofarmaco all’alcool. Almeno quel poco affinché si modifichino alcuni tratti della personalità, cosa vantaggiosa per il tossico professionista e per i politici amatoriali, sebbene la cosa riguardi ogni strato della millefoglie sociale.

Salute mentale e sociale: l’intellettualità e l’immunità infatti non abitano il campo d’intervento delle neuroscienze. Salute che qui è l’altro nome della salvezza, della promessa di immortalità, il minimo che possa fare il tiranno di turno, oltre che la promessa di ridurre le tasse. E’ chiaro che l’agente umano, acefalo per creazione, insegue la salute mentale e sociale. Insegue la giustezza del giusto e lo stermina per cancellare le tracce della sostituzione della vera vita con la sopravvivenza. Al punto che soggetti al sistema, e quindi anche alla lobby delle neuroscienze, ci convinciamo sino a percepire l’autoefficacia di credere che sopravvivere è riuscire, e che se non riusciamo la causa va ricercata nella nostra imperfetta salute mentale e sociale.
E mentre gli esclusi, nello stesso opulento occidente, non hanno i soldi per pagarsi le cure dentarie, i riducibili neuroscienziati è chiaro che godono di una perfetta salute mentale e sociale, e sfoggiano un sorriso da far invidia a un giovane puledro.
Gilberto Corbellini qualifica il titolo del libro di Gian Vittorio Caprara di essere un po’ forzato, e non precisa in quale direzione. Quanto al libro dice che “illustra come rimanga informativa e euristicamente ricca la tradizione degli studi che derivano dalla teoria cognitivo sociale (che come termine è da classificare insieme agli ircocervi e agli unicorni) o dell’apprendimento sociale di Albert Bandura”. Chi è costui? Una laurea in psicologia più di trent’anni fa, nella roccaforte del cognitivismo che è tuttora l’università di Padova, non ci ha messo sulla sua pista. Eppure squillano le trombe dell’annunciatore e accademico pluridecorato (per causa di guerra contro gli irriducibili): “lo psicologo canadese indiscutibilmente più importante e più influente negli ultimi cinquant’anni”. Non ci azzarderemo a discutere la sua importanza e la sua influenza. Leggeremo qualcosa di Albert Bandura per avere una chance per i prossimi cinquant’anni.

Intanto proseguiamo a leggere l’articolo di Gilberto Corbellini che tesse l’elogio di Gian Vittorio Caprara dicendo che ha in mente (ma sarebbe più appropriato dire che “ha nel cervello” se si tratta di un neuroscienziato) le carenza psicologiche (ma dovrebbero dirsi neurotiche, almeno) dei cittadini italiani quando scrive che “si può avere la sensazione di una scissione tra convinzioni di efficacia personale e convinzioni di efficacia collettiva quando il cittadino si dimette, si dissocia, o comunque prende le distanze, da un agire collettivo che sembra sempre più complesso, incomprensibile e imprevedibile”. Che sciroppo! E chissà in che paese vive Gian Vittorio Caprara, di certo nello stesso di Gilberto Corbellini.
Noi che viviamo in un’altra Italia, la troviamo leggibile, comprensibile, prevedibile, come lo sono anche le sue élite e non solo il suo popolo.

Prosegue Caprara: “E’ però pura illusione rifugiarsi nel privato delle proprie convinzioni di efficacia quando la nostra vita scorre sotto il segno dell’interdipendenza e della reciprocità”. In effetti i benefici della casta non vanno senza la castrazione, che in primis è intellettuale. Non abbiamo nulla da dire sulla vita di Caprara che scorre sotto il segno. Nel nostro caso la vita non scorre sotto nessun segno: non è in preda alla semiologia come quella dei neuroscienziati. La semiotica è un’altra cosa e come la psicanalisi è irriducibile all’organicismo vecchio e nuovo.
Proseguiamo ancora a leggere la lunga citazione del libro di Caprara fatta da Corbellini.: “La fiducia che le persone possono riporre nell’azione collettiva non può che dipendere da quanto esse investono nell’azione collettiva impegnando direttamente la propria autoefficacia”. Nessuna questione è posta al primato teologico politico e alle sue istituzioni riproduttive. E forse è risparmiato il solito affondo caricaturale sugli sfiduciati, in non impegnati, gli inefficaci, gli asociali, coloro che piuttosto che investire si fanno investire, sino a reclamare la dolce morte, che verrà e avrà gli occhi del funzionario dell’iniqua Italia.

Da questo cocktail troppo zuccherino, che si potrebbe chiamare “Italia libre”, che conseguenze ne trae Gilberto Corbellini? “La riflessione teorica in ambito politico dovrebbe anche in Italia imparare dal mondo anglosassone [la bestia trionfante delle neuroscienze e del cognitivismo], dove gli psicologi della personalità sono sempre più coinvolti nell’elaborazione delle strategie discorsive per motivare gli individui a sentire di avere il controllo della loro vita, perché in questo modo la loro partecipazione alle dinamiche sociali concorrerà al benessere collettivo”.
Questa è la riflessione politica? Dove sono Machiavelli, Montesquieu, Hobbes, Marx…?
Gli psicologi quali attanti sociali per motivare i demotivati: che missione intellettuale… Quanto a Gian Vittorio Caprara: ha il controllo della sua vita? Ha anche ottenuto la padronanza della sua vita?
“Partecipare alle dinamiche sociali concorrerà al benessere collettivo”. O al benessere dei riducibili, gli inclusi, mentre per gli esclusi si riserverà il malessere?
E’ chiaro però che non basta la servitù volontaria del cognitivismo, che già ha richiesto l’aggettivo di “sperimentale” come correttivo. Gilberto Corbellini chiede, anche al cognitivista Gian Vittorio Caprara, di ancorare lo psichico a strutture neurobiologicamente definite. Il desiderio manifesto è quello di cominciare a anticipare i fatti. Tralasciamo la differenza tra la credenza nel fatto e l’atto di parola nella sua originarietà e constatiamo il desiderio di controllo e di padronanza sulla vita che qualifica non la scienza ma l’ordine del discorso e il discorso dell’ordine.

Prossimo alla conclusione dell’articolo, Gilberto Corbellini convoca il capitolo conclusivo del libro di Aglioti e Berlucchi dal quale trae la massima neuroscientifica: “la visione cerebrocentrica dell’uomo non nega la causalità psicologica né sminuisce minimamente il valore che attribuiamo alle caratteristiche intellettuali, morali e spirituali della nostra specie”. Restiamo irriducibili anche a questo “specismo”.
Non si sfugge alla semiosi infinita: la cerebrocentricità dell’uomo, come la sua agenticità, sono segni. Non c’è nessuna mistica, ossia autopercezione del simbolo al di là della sua materia linguistica.
E poi negare l’evidenza è attenersi alla pseudologia sillogistica in cui sopravvive la contraddizione, una cosa e la sua negazione. O la causalità è psichica o è organica: invece qui si afferma che la causalità organica, in seconda linea rispetto alla visione cerebrocentrica, non nega la causalità psichica. L’acefalia dichiara di essere nel pieno possesso delle sue facoltà… Il malato crepa di cirrosi epatica e nega di aver ecceduto con il vino: come si chiama nella logica formale, alias epistemologia, questa determinazione neurogenetica?

Questo messaggio che non resiste a nessuna analisi logica è addirittura chiamato “sensato” da parte di Gilberto Corbellini, che pare non avvertire minimamente di sminuire se non negare le sue caratteristiche intellettuali, morali e spirituali, assieme a quelle dell’intera specie umana. Noi percepiamo questa diserzione intellettuale, da comparare solo alla vendita delle indulgenze per godere del potere.
Essenziale allora che la citazione conclusiva e inconcludente della nota di Gilberto Corbellini sia quella del barone D’Holbach. Anche un duca o un marchese ci avrebbe tratto dall’affaire. Avrebbe capito che spiegare naturalisticamente l’uomo non ci disonora: infatti l’affermazione serve a gestire il popolo, mentre non mette in discussione la naturalità del potere delle baronie e delle altre forme di governo politico del territorio e degli umani. Se lo dice il barone è cosa serissima. Se lo dice Tieck che il contadino che eredita il gatto parlante può diventare principe allora è una pièce comica. Due pesi e due misure: l’emblema del potere, del primato del fallo in tutta la sua ratio spermatica.
E tutto ciò sarebbero “le implicazioni politiche della ricerca psicologica sulla motivazione” [eretta sullo zoccolo duro della neurogenetica]? Non sono implicazioni ma aspetti della piega della gestione gerarchica del potere, sul principio di divisione sociale che è anche divisione sessuale.
Il contributo di Gilberto Corbellini oltre a quello degli autori dei due libri citati non è che non regga a confronto di un corretto metodo sperimentale: non regge a un esatto studio teoretico e pratico sul ragionamento e sugli elementi del pensiero.

Un’intelligenza acuta come quella di Rainer Maria Rilke annota la sordità delle schiere degli angeli. E prima ancora di lui l’intelligenza logica di Peirce annota in quale corazza impenetrabile per ogni pensiero accurato siano rinchiuse intere schiere di menti.
La schiera dei neuroscienziati non si preoccuperà certo che l’universo non sia stato costruito per assecondare les petites idées dei suoi capi. E quando queste sono al potere è impossibile dubitare del sapere gerarchico, ogni agente è indifferente a ogni prova ulteriore sull’inesistenza dell’agenzia e dell’agente superiore. Se i fatti non vanno d’accordo con le teorie, peggio per loro. Sono fatti cattivi, irriducibili.

“Sono abituati a far uso del principio che si deve presumere valido il ragionamento che convince un uomo comune” (Peirce, cit.). Un “riducibile”. Mentre per l’irriducibile Peirce: “L’organismo è solo uno strumento del pensiero” (“Alcune conseguenze di quattro incapacità”, 1868). La mente riducibile e dei riducibili svolge la sua attività dietro una tenda che non riesce mai a aprire. E questa assenza di cervello è la garanzia di andare in giro per il mondo ottenendo molti successi, sfoggiando un’armatura impenetrabile al dubbio intellettuale, all’apertura. Se interpellati sui motivi della loro condotta negheranno spudoratamente persino di avere un’idea chiara e distinta di una definizione dei “motivi”.

Una schiera umana, troppo umana, difende i suoi privilegi, anche quello di motivare i demotivati, di includere gli esclusi, di desensibilizzare le fobie, di confondere la verità psichica con la verità psicologica, di convincere i vinti, non dimenticando di santificare le feste, investendo nelle cerimonie e nelle liturgie, affinché il popolo delle larve sia promesso alla grande sera dell’immortalità.
Intanto come insegna Stephen Hawking ognuno può lanciarsi nel futuro e tornare dal passato giusto in tempo per uccidere suo padre prima di nascere, e – aggiungiamo noi - dire che tutto è accaduto per una determinazione neurogenetica.

La conclusione vera dell’inconsistenza logica e linguistica del discorso delle neuroscienze rimane vera anche se gli alfieri dell’organicismo non hanno l’impulso a accettarla, e quella falsa sbandierata come vera rimane falsa anche se non potessimo resistere alla tendenza a credere in essa, presi anche noi nel vortice dell’influenza dei media, non ultima anche quella del supplemento domenicale del “Sole 24 ore” in cui è stato pubblicato l’articolo di Gilberto Corbellini, che Niccolò Machiavelli avrebbe annoverato tra gli ottimati, i potentati, i grassi.
Concludiamo con un’altra citazione da Peirce che avremmo voluto scrivere noi: “i più grandi benefattori intellettuali dell’umanità non hanno mai osato, né osano ora, manifestare interamente il loro pensiero; e così un’ombra di dubbio è gettata almeno sulla superficie di ogni proposizione che sia considerata essenziale alla sicurezza della società” (“Il fissarsi della credenza”, 1877).

Giancarlo Calciolari

5 gennaio 2014

[Ovviamente Godel va scritto con la dieresi sulla “o”, ma non tutte le tastiere riescono come le ciambelle.]


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