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"Morte di un magnate americano" di Hans Tuzzi

Giancarlo Calciolari
(5.11.2013)

C’è una tradizione, forse non riconosciuta come tale, di scrivere una biografia a partire dalla prossimità della morte del personaggio: da Gli ultimi giorni di Baudelaire di Henri-Bernard Lévy a La morte di Dostoevskij di Alberto Lecco. Ovvero c’è l’ipotesi che la fine possa illuminare il percorso in un modo che non sarebbe permesso durante il viaggio. Anche per i libri citati si tratta di romanzi, ossia di biografie romanzate. Siamo nella smorfia napoletana, nella figura del morto che parla: l’autore si permette di far parlare in prima persona Baudelaire o Dostoevskij. Per chi ha qualche elemento della persona a cui è dedicato il libro, l’effetto è straniante. Leggere Baudelaire che parla è impagabile, per tutto il resto ci sono le carte di credito, che in realtà sono carte di debito.

Hiko Yoshitaka, "Vivere combattendo", 2012, cifratipo, acrilico su carta

Hans Tuzzi ha scelto la via della biografia romanzata di John Pierpont Morgan, in Morte di un magnate americano,che i libri di storia e di economia menzionano come salvatore a proposito del panico 1907, meno noto della crisi finanziaria del 1928.

C’è molto da leggere sulla questione e forse l’analisi da fare è altra rispetto all’agiografia scritta da Hans Tuzzi. Ci sono biografie, sempre romanzate, che aprono un cantiere e portano alla luce materiali che potrebbero anche avere un’altra lettura. Non è il caso del libro di Hans Tuzzi, nome d’arte di Adriano Bon, che lo ha tratto da un romanzo di Musil.

Il libro, e non è un paradosso, è scritto molto bene e altrettanto ben costruito. Non è un caso che Hans Tuzzi insegna tecniche editoriali e redazionali. Ma il magnate americano di cui narra la morte e la vita a pochi passi dalla morte non è John Pierpont Morgan, ma una vita possibile, una vita virtuale che appartiene in tutto e per tutto all’autore, Hans Tuzzi. È il magnate come lo vede lui, sebbene impieghi tanti punti di vista per dare un’impressione di imparzialità conoscitiva rispetto alla proiezione in atto, al punto che la biografia e ancor più l’autobiografia sono impossibili.

Ancora prima di tentare la lettura della finanza, e accessoriamente del caso del finanziere e banchiere John Pierpont Morgan, c’è la lettura del panico 1907. Questo decide tutt’oggi della vita di John Pierpont Morgan, ma non come nelle abilitazioni e nelle riabilitazioni staliniste.

Perché torna alla ribalta la vita di JPM? Perché c’è chi cerca d’intendere che cosa stia accadendo oggi nella finanza internazionale, che sta impiantando sempre più le sue pedine nello scacchiere internazionale per realizzare i suoi fini. Non è terminata la stagione dei capi di governo e dei capi delle banche nominati dall’oligopolio finanziario che ha la sua base ancora a New York, sebbene i fondi sovrani comincino a disegnare un’altra mappa della finanza internazionale.

La tesi che rispetta Hans Tuzzi è quella che John Pierpont Morgan avrebbe salvato la finanza americana dal crollo. Molto semplicemente resterebbe da leggere come mai il salvatore del tracollo finanziario non abbia voluto rispondere alla commissione d’inchiesta sul crollo. Per noi è falso anche che la Federal Riserve sia stata creata per rendere pubblico il lavoro che JPM avrebbe fatto come privato. La Federal Riserve è stata istituita per non incappare più in una simile potenza di un privato, giunto oltre il Trust dei trust, sino al Trust del paradiso. Come si è ripetuto nel 2009 quando il capo della Goldman Sachs, Lloyd Blankfein ha detto di non aver fatto altro che il lavoro di Dio.

Questo purismo finanziario che si ritiene la mano finanziaria di dio in terra, la sua emanazione, non è letto e quindi è rispettato, non solo dagli obbedienti, come peraltro lo stesso Hans Tuzzi, ma anche dai rivoltosi, come i complottisti che scrivono ovviamente sul complotto dell’Altro.

Il tema della mano invisibile del mercato è la stessa questione. Occorre chiedersi se la finanza internazionale, allora come adesso, operi per la vita originaria o per la sopravvivenza di pochi rispetto alla sottovivenza dei molti, per altro così sottoviventi da avere la stessa mentalità dei pochi, altrimenti nessuna donna e nessun uomo liberi avrebbero mai comprato un derivato tossico. In altri termini, quelli dell’analisi del rimedio che diviene veleno: la vita prospettata dalla finanza internazionale è tossica. E non si tratta quindi di digerire quel che resta dei prodotti tossici prodotti e tuttora in produzione, ma di scommettere per un’altra finanza. Una finanza intellettuale, e quindi etica, estetica e clinica. Termini impronunciabili nelle corti finanziarie planetarie.

Se accettiamo il binario proposto da Hans Tuzzi, si potrebbe dire che la vita del magnate americano John Pierpont Morgan sarebbe quasi riscattata dal suo collezionismo in materia d’arte e di libri storici. Come se Mengele dovesse essere onorato per aver ridato la vista a un prigioniero ebreo, com’è accaduto? Come se JPM fosse un Schindler dei reperti d’arte?

John Pierpont Morgan era un giusto? E in che senso giusto? Nel modo in cui se ne parla nell’ebraismo? Soros è un giusto? Blankfein è un giusto? La loro mano è la mano di dio?

Noi che ci atteniamo anche al testo di Carla Lonzi, che ha scritto Sputiamo su Hegel nel 1973, dovremmo scrivere Sputiamo sulla finanza internazionale? Quale romanzo è oggi all’altezza della situazione se si confronta alla scrittura di Kafka e all’inizio del novecento? Kafka ha scritto l’impossibile teologia politica (mentre Carl Schmitt scriveva la sua teologia politica): chi scriverà l’impossibile teologia finanziaria?

Certo, Hans Tuzzi vincerà anche dei premi letterari per la sua opera, come John Pierpont Morgan ha vinto la palma del salvatore della patria. Ma chi scriverà nella sua insolente verità il caso dello scrittore Hans Tuzzi? Per rispondere alla sua domanda posta alla fine del libro: Hans Tuzzi non ha sensi di colpa: è un doganiere felice (150).

“Ma non abbia il saggio tutta la gloria

Per il nome che spicca sul libro!

[…]

Grazie anche al doganiere

Che ha richiesto il suo sapere”

Bertolt Brecht

Non ci siamo occupati della causa della sua morte, la “dispepsia psichica” secondo il reperto di allora. E non ci occuperemo nemmeno delle sue depressioni.

Hans Tuzzi, Morte di un magnate americano, Skira, 2013, pp. 171, € 15,00


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15.11.2017