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Judith Butler, "La vita psichica del potere"

Giancarlo Calciolari
(9.02.2014)

Il libro, La vita psichica del potere, di Judith Butler è prefato da “Il potere della melanconia” del traduttore Federico Zappino. Come postfazione c’è un dialogo tra Lorenzo Bernini e Federico Zappino su “Quale futuro per il soggetto queer?”. Termine per altro, “queer”, non utilizzato da Judith Butler nel libro in questione, una delle più note teoriche femministe, emersa nel dibattito internazionale attraverso la rete variegata dei femminismi culturali. Pare che le sue tesi sul potere, sull’identità, sul genere e sulla sessualità siano al centro del dibattito menzionato.

Jacob Taubes testimonia che il suo amico e filosofo Alexander Kojève sosteneva che a un certo livello di lettura basti il titolo del libro per intendere l’essenziale. Anche nel caso della tesi di laurea di Taubes la cosa vale: Escatologia occidentale. L’opera del giovane Taubes mantiene l’escatologia, non la vanifica come una fantasia, ossia una copia impossibile del reale, e quindi mantiene l’impianto gnostico, da qui la sua lettura di Marcione al pari di quella di Freud, che tanto ha fatto per mettere in discussione la gnosi, anche quella ebraica, per esempio con il suo Mosè e il monoteismo.

Anche nel caso del libro di Judith Butler il titolo del suo libro contiene le premesse, la tesi e le conclusioni, che in questo caso non ci sono e per questo assomigliano alle premesse: sono una riproposizione delle premesse. Questo è il tropo di Judith Butler, che non a caso comincia il libro proprio con l’analisi della tropica.

Il titolo in inglese, dell’opera per altro già tradotta e pubblicata in italiano nel 2005 da un altro editore, recentemente uscita da Mimesis completamente rinnovata, è The Psychic Life of Power: Theories in Subjection. Federico Zappino nota giustamente che tradurre subjecton con soggezione, sudditanza, sottomissione avrebbe una connotazione negativa che il termine inglese (americano) non ha. Sarebbe comunque risultato provocatorio tradurre con teorie in soggezione, poiché anche di questo si tratta. La teoria del potere di Judith Butler è una teoria sottomessa alla teoria di Foucault, di Freud, di Hegel e non solo, nel senso che questi autori non sono “letti” ma citati come saperi sfruttabili ma non più analizzabili. Allora la coscienza infelice di Hegel, il biopotere di Foucault e la melanconia di Freud convivono sullo stesso scaffale nel supermarket della Word Culture. Come se l’inconscio freudiano non mettesse in discussione il conscio di Hegel e di Foucault.

Con in subjection Judith Butler traduce in inglese il termine di Foucault assujettissement, che il traduttore più che l’autrice mostra indicare sia l’assoggettamento che la soggettivazione, sia qualcosa d’imposto dall’esterno che qualcosa imposto dall’interno. E’ questo chiasmo che è indicato nel titolo La vita psichica del potere. Il potere foucaltianamente non più esterno al soggetto ma produttore di soggettività e di assoggettamento. E quindi la proposta del traduttore, Federico Zappino, ben con altre motivazioni, pone la questione essenziale: il soggetto. Mantiene il plurale del titolo originale, Theories, e propone “teorie del soggetto”, accennando nel suo testo che Butler è lì a un passo dal proporre una sua teoria del soggetto.

L’ipotesi di lavoro di Judith Butler viene dalla connessione tra la teoria del potere di Foucault e la teoria della melanconia di Freud. E risponde alla questione di come il potere abbia una vita psichica, ossia come lo psichico sia indissolubile dal potere. Utilizzando la dicotomia esterno interno, la questione di Butler è anche come l’esterno divenga interno. E qui arriva Freud che nel suo armamentario ha ancora la coscienza riflessiva, e tanto basta per la digressione sulla coscienza infelice di Hegel.

Nella teoria della melanconia di Freud c’è il modo del riflesso, del ritorto, del ripiego all’interno. Ecco l’analisi del tropo e del tropismo. Come l’esterno rivolgendosi all’interno costituisce un chiasmo insolubile, intagliabile e anche inanalizzabile. Il soggetto si costituirebbe in questa piega interna dell’esterno. E quindi non basta liberarsi dai vincoli del potere esterno perché l’interno soggettivizzandosi si assoggetta e riproduce il vincolo, quello che in varie scienze umane è chiamato legame sociale.

Per un attimo Judith Butler potrebbe accorgersi che il superio è il cavallo di Troia delle istanze sociali e il soggetto è il suo agente e esecutore, ossia è quello che dell’ordine teologico politico è incorporato. Il soggetto è l’aspetto interno e individuale della teologia politica. Il soggetto senza monumento è l’agente e l’esecutore del Soggetto Monumentale, di cui parla Pierre Legendre, e che è l’altro nome del superio, versione debole di Dio.

Mantenere l’ipotesi fantastica del soggetto, cartesiano o anche lacaniano, è attenersi all’ordine teologico politico, che si chiama anche, dopo Freud, primato del fallo. Principio di divisione che è anche divisione sociale e divisione sessuale, proprio quelle cose che Judith Butler pare mettere in discussione.

Attenendosi alla nozione di soggetto, di cui Judith Butler tenta di fare la teoria, non si esce dal primato del fallo e anche dalla sua fenomenologia, che ironizzando Peirce chiamava faneroscopia. Allora la differenza si vede e il volto di Judith Butler indica la sua identità sessuale, che peraltro è come l’anima e Cuba libera, ossia è solo un cocktail sociale, connotativo, secondario, pseudo…

La sessualità, come scrissi trent’anni fa, non indossa suffissi, prefissi e nessuna altra fissità. La sessualità non è né omo né etero né trans. La sessualità è la politica delle cose, che è politica del fare. Chi indossa la sessualità come una divisione e una divisa baratta la sua vita intellettuale (l’altra vita di Pirandello) con la vita psichica del potere. Le battaglie intorno alla differenza dei sessi, sino al colmo dell’uguaglianza, e anche intorno al genere, all’orientamento, al queer, all’identità… sono riproduzioni dell’ordine che divide e impera.

Nessuna accettazione e nessuna compiacenza con il tentativo d’imperio teologico politico, anche quando è proposto come una liberazione, dal messianesimo marxista alla teologia femminista. In Judith Butler non c’è nessuna analisi del potere, come non c’è in Foucault e tanto meno nel citato Althusser. Si tratta del principio del potere, del concetto di potere, del metapotere e quindi della battaglia per la spartizione dello scettro nella gestione sociale. Essere il fallo o avere il fallo: Judith Butler non si scosta da questa alternativa fantastica, nemmeno nella forma del contro-fallo o di quello che con ironia la psicanalista e filosofa Paola Zaretti chiama la falla. E questa è anche la ragione del rispetto di Judith Butler per Freud, Lacan, Foucault, Althusser e per – ovviamente – Hegel. Nel rispetto della genealogia Judith Butler non ha ancora letto Sputare su Hegel di Carla Lonzi.

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Opera di Hiko Yoshitaka

La forza del libro di Judith Butler non è quindi nella congiunzione che opera tra la teoria del potere di Foucault e la teoria della melanconia di Freud (che fa dire al suo traduttore se questo non corrisponda a trasformare tutti in melanconici) o nelle sue letture dei vari autori, ma nelle domande che formula quando non riesce più a proseguire nella teorizzazione. Tra l’altro è lì che comincia la nostra analisi e che cominciano le nostre risposte.

Nel supermarket della cultura universitaria (che non è l’insieme di tutti gli insiemi della cultura) di Judith Butler c’è Lacan e a questo proposito c’è una teoria della forculsione dell’omosessualità. A parte che come fantasma l’omosessualità è il ricordo di copertura del crimine, come l’eterosessualità è il ricordo di copertura dell’incesto, occorre dire che per Lacan non si dà forclusione che non sia di un significante. Non si forclude un’immagine, una sensazione, un fatto, un affetto… Non si forclude l’omosessualità perché la forclusione o è l’altro nome della rimozione originaria (mai avvenuta una volta per tutte come nella forclusione del nome del padre di Lacan) o è il nome del nome, il tentativo di rimuovere la rimozione. Infatti è solo il tentativo d’instaurare una metarimozione che comporta il soggetto come l’altro nome dell’animale totemico e tabuico. Non è il caso di procedere nella liberazione o nella schiavitù, entrambe complete, dell’animale, qualunque sia la sua identità, il suo genere, il suo orientamento. Come l’etere, il soggetto non è mai esistito: è un’ipotesi non abduttiva. Inseguire le teorie del soggetto vale a rimanere invischiati nelle maglie del potere, com’è anche il caso dei nomi della genealogia butleriana, per quanto questa altra lettura che è la nostra si avvale delle lezioni di Freud e di Lacan, senza rispetto.

Judith Butler, La vita psichica del potere, 2013, Mimesis. Traduzione di Federico Zappino


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19.05.2017