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Sapientia Austri

Lucia Guidorizzi
(18.03.2013)

“Cessa, Tramontana di morte;
Vieni Austro, che risvegli memoria d’amore,
Soffia nel mio giardino,
Spargine gli aromi,
E si sazierà l’Amato tra i miei fiori”

San Giovanni della Croce, Cantico spirituale

Quando un’immagine, un simbolo, si presentano al nostro sguardo interiore, vengono sempre per comunicarci qualcosa d’importante, che ha a che fare col nostro immaginario e la nostra sensibilità: essi ci cercano per parlarci, per insegnarci qualcosa che ci riguarda. Allora non resta altro che ascoltarli per comprendere quanto hanno da dirci. Solo a questo punto avremo pace, dopo aver praticato nei confronti di questa immagine, che ci se-duce, quell’esercizio d’immaginazione attiva che Jung attuava continuamente su di sé. È un lavoro che permette di acquisire una nuova consapevolezza perché quell’immagine, quel simbolo hanno sicuramente a che fare con noi, con le nostre attese. Solo se avremo la volontà di comprendere e percorrere l’immagine che ci ossessiona in tutte le sue latitudini e profondità, solo scandagliandone tutte le recondite potenzialità, potremo alla fine scoprire perché ci è venuta a trovare, cosa ha da dirci: a quel punto non resta altro che fare in modo che essa parli attraverso di noi. Questo è il motivo per cui ho scelto di scrivere della Regina di Saba, del suo splendido regno situato nell’Arabia Felix (o, come altri dicono, in Etiopia) e del suo enigmatico incontro con il Re Salomone.

Opera di Christiane Apprieux

Il mio primo ricordo legato alla Regina di Saba mi porta indietro nel tempo ad un lontano pomeriggio domenicale d’autunno, in un cinema parrocchiale di Padova, dove vidi, bambina, il film diretto da King Vidor intitolato Salomone e la Regina di Saba (1959) in cui uno Yul Brynner nel ruolo del Re di Gerusalemme, ancora munito di folte chiome, corteggiava una Gina Lollobrigida-Regina di Saba sontuosamente seducente, ma assai improbabile. Eppure, rimasi affascinata da quella storia tormentata e misteriosa in cui i due protagonisti che rappresentano opposte culture e civiltà, alla fine divengono amanti ed alleati. Mi colpiva l’elemento soprannaturale, unito ad uno sfarzo esotico fortemente evocativo, anche se entrambi di matrice hollywoodiana.
In seguito lessi il romanzo di Carlo Sgorlon La Regina di Saba (1975) che pur non riferendosi propriamente alla sua figura leggendaria, ne evocava però la bellezza misteriosa ed affascinante, poiché il protagonista inseguiva per tutta la vita una donna che identificava in questa regina in quanto adombrava gli aspetti più sapienti e occulti della femminilità. Questa donna, Isabella, era resa ancor più affascinante dall’albinismo che ne enfatizzava la bellezza, donandole un tratto inconfondibile e preziosamente fuori dal comune. Un altro aspetto attrattivo di Isabella era dato dal suo amore per la musica, in quanto si trattava di una valente violoncellista; inoltre era veneziana ed ebrea e queste due prerogative ne alimentavano il fascino esotico e orientale. Così, la figura misteriosa della Regina di Saba si presentò alla mia immaginazione inizialmente in forma cinematografica e romanzesca, esercitando su di me un’attrazione che andò via via arricchendosi di temi, sfumature e coloriture sempre nuove che ne esaltavano di volta in volta aspetti sconosciuti ed insondati, ricchissimi di valenze simboliche. Più tardi un viaggio in Yemen mi offrì la possibilità di visitare e conoscere i luoghi leggendari dove, a detta di molti, si diceva fosse un tempo situato il suo regno. Entrare in contatto con questo paese misterioso dalle architetture di sogno che giustamente Pasolini definisce come il luogo architettonicamente più bello del mondo, alimentarono in me nuovamente la fascinazione nei confronti della Regina di Saba e così l’immagine di questa donna leggendaria si riaffacciò nuovamente e prepotentemente alla mia immaginazione.
La sua immagine ancor oggi spira una fragranza che è quella sprigionata da luoghi e persone lontani che però ci appartengono da sempre e per i quali proviamo un’irredimibile nostalgia. Ciò che rende particolarmente interessante la Regina di Saba è inoltre il fatto che è ricordata da tutte e tre le grandi religioni monoteiste: appartiene all’immaginario comune degli Ebrei, dei Cristiani e dei Musulmani.
Due grandi filosofi-alchimisti medievali come Arnaldo di Villeneuve (1240-1313) e Raimondo Lullo (1235-1316) che analizzano dettagliatamente il Cantico dei Cantici affermano che l’Alchimia coincide con la Sapienza e chi ricerca l’una ricerca anche l’altra imprescindibilmente. Colei che recava in dono a Salomone l’oro da remote contrade in realtà gli offriva quell’oro filosofico in grado di trasmutare in sapienza i metalli vili delle fragilità umane.
In particolare un manoscritto alchemico chiamato Aurora Consurgens, della fine del XIV secolo, attribuito a San Tommaso d’Aquino, celebra un inno alla Sapienza, adombrata dalla Regina di Saba, riportando numerosi passi del Cantico dei Cantici ed interpretandolo in chiave alchemica. In questo testo l’immagine dell’Aurora adombra appunto la Sapienza che dissipa le tenebre dell’ignoranza e della cecità dell’anima umana.

“Chi è Costei che s’avanza come aurora che sorge, bella come la luna, splendida come il sole, terribile come un esercito schierato a battaglia?” Cantico dei Cantici, 10

La Sapienza della Regina di Saba si manifesta soprattutto come il soffio vivificante dell’Austro, che sparge nell’hortus conclusus dell’anima la grazia della Primavera, ridestando ciò che era sopito nel gelo dell’inverno ad una nuova fioritura.

Alzati, vento del settentrione, vieni,
vento del meridione,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
venga l’amato mio nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

Cantico dei Cantici, 16

Anche il poeta mistico San Giovanni della Croce nel suo Cantico Spirituale evoca la grazia e la bellezza rigeneratrice di questo vento del Sud che fa fiorire l’Anima adombrata nella figura del Giardino.

“Cessa, Tramontana di morte;
Vieni Austro, che risvegli memoria d’amore,
Soffia nel mio giardino,
Spargine gli aromi,
E si sazierà l’Amato tra i miei fiori”

San Giovanni della Croce, Cantico Spirituale

Questi versi meravigliosi di San Giovanni della Croce ripercorrono le parole e le immagini già presenti nel Cantico dei Cantici, celebrando il soffio dell’Austro, ovvero di Zefiro, il Vento del Sud, che rappresenta il principio vitale che opera il risveglio delle energie sottili. Simile all’energia vivificante di questo vento è la funzione esercitata dalla Regina di Saba nei confronti del re Salomone che, operando in virtù di shakti, agisce su di lui come energia trasformativa, risvegliandone la conoscenza e la consapevolezza.
La presenza, magnetica e allusiva della Regina di Saba attraversa l’immaginario da Oriente ad Occidente, manifestandosi nell’arte, nella musica e nella letteratura. Pare di sentirla emanare il suo profumo speziato da remote contrade , ricordata come Nicaule dallo storico romano tardoimperiale Giuseppe Flavio, oppure comparire nel Kebra Nagast come Makeda, madre di Menelik, il capostipite della dinastia regale etiopica. Di Menelik si racconta che trafugò a Gerusalemme l’Arca dell’Alleanza custodita da Salomone, suo padre. Se nella Bibbia e nel Corano non è mai nominato il suo nome, alcune fonti arabe parlano diffusamente della regina Bilqis, che si reca a Gerusalemme, per conoscere Salomone. Il Re, non appena la vide, ne rimase conquistato in quanto incarnava quella Sapienza tanto attesa in cui aveva sperato. E’ la Regina di Saba che, attraversando il deserto, giunge a Gerusalemme come Aurora che sorge, per incontrarlo. Ella, che proviene da una terra ricca e lontana, dove si adorano il Sole e la Luna, è accompagnata da un corteo di Dijnn e reca con sé oro, argento e altri doni preziosi. Come poteva non amarla Salomone, un re che nonostante la sua saggezza ed anzi, proprio a causa di questa, era molto sensibile al fascino femminile? Il terzo re d’Israele, Salomone, figlio del Re Davide e di Betsabea, ricordato per la grandiosa costruzione del Tempio di Gerusalemme intorno alla metà del X sec a. C. fu costruttore, ma anche poeta. Sono attribuiti a lui due tra i testi biblici più intensi e ideologicamente agli antipodi, quali appunto il Cantico dei Cantici e l’Ecclesiaste, anche se c’è qualcuno che sussurra che la vera autrice di queste opere sia stata in realtà la Regina di Saba. Il Cantico dei Cantici che ha ispirato poeti e mistici, è da sempre uno degli inni d’amore tra i più incandescenti di tutta la storia della letteratura, anche se l’esegesi biblica lo interpreta metaforicamente come un cantico di unione spirituale tra l’Anima e lo Sposo, oppure tra Cristo e la Chiesa; il secondo è uno dei testi più amaramente pessimistici sulla vita e sulla condizione umana che siano mai stati scritti. Il Re Salomone, in queste due opere, evoca la passione amorosa in tutti i suoi accenti per giungere all’estremo sprezzo per il mondo e per le sue seduzioni illusorie, attraversando tutte le gradazioni possibili dell’emozione umana.
Nell’incontro e nell’unione di Salomone con la Regina di Saba, si realizza un completamento ed un processo d’integrazione in cui la sua potenza fecondante, identificata con il Soffio dello Spirito, il Vento dell’Est, risveglia quanto rimaneva sopito e soffocato nel maschile. La regina di Saba ricopre l’autentica funzione del femminile che non è, come affermano le tradizioni più diffuse, solo accogliente e passiva, ma attiva e vivificante, in grado di dare alla luce quanto era sopito, di ridestare le forze oscure e potenziali del germoglio, l’energia vitale che dormiva sepolta nelle tenebre dell’inespresso. Si tratta di energia divina, la stessa che rende possibili le trasformazioni nel cosmo e che gli antichi testi vedici chiamano shakti. Essa s’incarna nella potenza generatrice del femminile e perciò la donna diviene un messaggero del divino ed una via d’accesso all’unione con Dio, generando in chi la riconosce e l’accoglie una sapienza ed una conoscenza superiori. Questa interpretazione del femminile, inteso come forza fecondante e creativa, si esprime ampiamente in ambito simbolico ed alchemico. Si tratta appunto di quello che nei testi sacri ebraici è chiamato Ruach, ovvero il soffio creatore dello Spirito Santo che risveglia l’oscura distesa delle acque preconsce. Attraverso questo soffio numinoso s’irradia il principio sofianico di cui parlano la mistica ortodossa ed islamica che, proprio come il Sole che sorge ad Oriente, illumina il Mondo.
Infatti, se prendiamo in considerazione la poesia mistica islamica, la poesia trobadorica, quella della Scuola Siciliana e Stilnovista, non possiamo fare a meno di riconoscere nei vari senhal che vi compaiono nient’altro che abiti dietro i quali si cela sempre lo stesso principio femminile, costituito dalla Sophia o Sapienza Divina.
L’incontro tra Salomone e la Regina di Saba, si diffonde e si radica anche nell’immaginario iconografico medievale e rinascimentale italiano. Già nel Battistero di Parma (1196-1212) compaiono due statue affiancate, opera di Benedetto Antelami, spiranti maestà ed autorevolezza che raffigurano, Salomone e la Regina di Saba secondo gli stilemi gotici che si estrinsecano nel fitto panneggio delle vesti. A Firenze, la scena del loro incontro è celebrata nella prodigiosa formella in bronzo della Porta del Paradiso del Battistero di San Giovanni (1425-1452), opera di Lorenzo Ghiberti. In quest’immagine, il fuoco centrale è costituito dalle figure dei due sovrani che si danno la mano, incorniciati in un audace sperimentalismo prospettico dall’imponente architettura del Tempio di Gerusalemme che richiama nella sua struttura le arcate gotiche di una cattedrale. I due sono circondati da uno stuolo di dignitari che assistono ammirati alla scena. In seguito, questo stesso tema compare nello splendido ciclo di affreschi legati alla Leggenda della Croce di Piero della Francesca (1645), presente nella chiesa di San Francesco ad Arezzo ricordata nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze. Qui si susseguono varie scene: in una di queste la Regina di Saba nell’attraversare un ponte, riconosce in una trave il legno dell’Albero della Conoscenza e si inginocchia per adorarlo, mentre nella scena successiva che si svolge all’interno della Reggia di Salomone, la Regina s’inchina davanti al Re, riconoscendone la sapienza senza pari.
Queste testimonianze iconografiche, che non sono isolate nel panorama artistico italiano, testimoniano come l’interesse nei confronti delle risorse commerciali dei territori meridionali dell’Arabia Felix fosse molto presente in ambito italico ma anche europeo, soprattutto in età rinascimentale. Nelle ultime due opere ricordate Salomone viene rappresentato con la barba e vestito sfarzosamente alla maniera dei sovrani orientali, mentre la Regina di Saba compare velata.

“Chi è costei che sale dal deserto, colma di delizie, appoggiata al suo diletto?
Sotto il melo ti ho svegliata; là, dove ti concepì tua madre, là, dove la tua genitrice ti partorì. Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.”

Cantico dei Cantici VII 5-7

Con questa incandescenza poetica Salomone celebra, l’unione dell’Anima con Dio e al tempo stesso l’unione tra una Donna ed un Uomo, perché l’amore è sacro e rende divini coloro che amano; Salomone nell’amore per la Regina di Saba sceglie di unirsi alla Sapienza: è interessante notare come tra i due sovrani intercorra una serie di segrete corrispondenze. Un particolare interessante che in un certo senso anticipa l’incontro tra Salomone e la Regina è legato al significato del nome di Betsabea, madre di Salomone, dapprima moglie di Uria l’ittita, ed in seguito moglie di Davide, che significa sacerdotessa di Saba. Salomone inoltre condivide con la Regina di Saba un‘inquietante anomalia fisica: entrambi sono provvisti di una zampa demoniaca. Si dice che la Regina di Saba fosse provvista di un piede asinino (o caprino) che la faceva rassomigliare ad una Empusa, o ad un demone onicoscelide, mentre di Salomone, si dice che avesse il piede di uno shed, ovvero di un demone, cioè simile alla zampa di un gallo. Inoltre entrambi onoravano gli dei: Re Salomone, infatti, verso la vecchiaia abbandonò il dio d’Israele per dedicarsi al politeismo, influenzato dalle sue mogli e concubine (si dice avesse settecento mogli e trecento concubine) iniziate ai culti di Astarte e di altre divinità. A questi idoli il Re d’Israele offrì sacrifici ed incenso; nel regno della Regina di Saba invece si adoravano il Sole e la Luna. Salomone è ricordato anche come mago ed esorcista, poiché si fece aiutare dai demoni nella costruzione del tempio di Gerusalemme che innalzò in sette anni. Egli era dotato di poteri straordinari, come la telecinesi, facoltà che gli permetteva di farsi trasportare rapidamente dal vento attraverso il deserto e che utilizzava per andare a trovare la regina di Saba nel suo regno e conosceva il linguaggio degli uccelli. C’è un episodio interessante presente sia nella Bibbia (Libro di Ester) che nel Corano (Sura delle formiche) in cui si rivela come Salomone, nonostante la sua sapienza, fosse incline agli eccessi: un giorno il Re di Gerusalemme, euforico per aver troppo bevuto, invita tutti i re d’Oriente e d’Occidente nel suo palazzo e, non contento, invita anche tutte le bestie selvatiche, tutti gli uccelli, tutti i rettili, e gli spiriti, tra cui anche le Lilith, demoni femminili. Unico animale che non si presenta all’appello è l’Upupa. Il Re, indignato, ordina che sia rintracciata per giustiziarla. Non appena l’uccello è condotto al suo cospetto, racconta a Salomone di non aver potuto accogliere l’invito in quanto si trovava in un luogo remoto nelle contrade del Sud, dove regna una ricca e potente regina adoratrice del Sole e della Luna. Incuriosito dal racconto, Salomone decide di risparmiare l’Upupa e di mandarla dalla Regina con una lettera in cui la invita a Gerusalemme. La regina accoglie l’invito e, dopo avergli mandato ricchi doni, dopo tre anni giunge di persona, accompagnata da un corteo composto da Dijnn e da altre creature fantastiche. Il Re l’accoglie nella sua reggia con magnificenza e la invita ad attraversare una stanza dal pavimento di cristallo, così trasparente che alla regina di Saba sembra una piscina piena d’acqua e perciò si solleva la veste, lasciando intravvedere gambe che si rivelano pelose o (a seconda delle versioni) caratterizzate dall’anomalia di un piede caprino o asinino. La Regina sottopone a Salomone degli indovinelli estremamente complessi ed il Re li scioglie con competente disinvoltura, qualità che suscita in lei l’ammirazione e la conferma della vastità delle sue conoscenze. Definitivamente conquistata, non può più sottrarsi al fascino di un sovrano così ingegnoso e sapiente, al punto da aver perfezionato la cosmesi femminile con l’invenzione della crema depilatoria (di cui Salomone pensava che la regina avesse decisamente bisogno, dopo aver visto le sue gambe ferine e villose quando si sollevava le gonne per attraversare il pavimento di cristallo). Di notte, la regina di Saba si alza per bere dell’acqua dalla brocca del Re e questo gesto (che ricorda quello di Persefone che rimane per sempre vincolata al regno di Ade per aver mangiato sei chicchi di melograno) la lega indissolubilmente a lui. Dalla loro unione nasce Menelik, il futuro re d’Etiopia chiamato anche Bayna-Lehkem, ovvero Figlio del Saggio. Secondo il Kebra Nagast, testo sacro del rastafarianesimo, scritto tra il IV e VI secolo, Menelik I era il figlio primogenito della Regina di Saba e del re d’Israele. Menelik, con l’aiuto del figlio del sacerdote del Tempio di Gerusalemme, Zadok (o Tsadok), e grazie all’appoggio divino, trafuga l’Arca dell’Alleanza, conducendola da Israele in Etiopia, dove le leggende dicono si trovi tuttora. Da Menelik I dunque, attraverso un ciclo di 223 generazioni, si giunge a Menelik II che, seguendo la genealogia regale di Davide e Salomone (ovvero della Tribù di Giuda), fu incoronato Imperatore d’Etiopia nel 1889. Egli era cugino dell’Imperatore ras Tafari Maconnen, incoronato negus il 2 novembre del 1930 col titolo di Hailè Selassiè, Re dei re, Signore dei Signori, Leone conquistatore della tribù di Giuda. Un altro ramo della discendenza derivante dall’unione di Salomone con la Regina di Saba sono i cosiddetti ebrei neri o falasha di cui esistono testimonianze storiche e letterarie fin dal XV secolo. Questa discendenza però non è riconosciuta dall’ortodossia ebraica in quanto deriva dall’unione di Salomone con una donna pagana e perciò non può rivendicare l’appartenenza ebraica che avviene sempre e solo da parte di madre. Secondo alcuni storici, l’origine dei falasha deriva dalla fusione tra le popolazioni autoctone africane e gli ebrei fuggiti dal loro paese in Egitto al tempo della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 587 a.C.
Tornando al ruolo giocato dall’Upupa in questa vicenda, possiamo comprenderne meglio la sua funzione ed il suo significato se la poniamo in relazione con un’opera del poeta mistico persiano Farid-ad-Din ‘Attar, intitolata Il verbo degli uccelli (1177d.C.). In essa compare l’Upupa, nel ruolo di guida che conduce verso la rivelazione del Sé. Essa invita una moltitudine di uccelli a partire alla ricerca del misterioso e leggendario Simurgh. In un primo tempo gli uccelli sono riottosi a compiere questo viaggio ed accampano una serie di pretesti per esimersi dall’impresa, ma alla fine, sollecitati dell’Upupa, decidono di partire. Il loro viaggio è duro ed aspro, colmo di fatiche e di pericoli: essi devono attraversare sette valli (la Valle dell’Amore, la Valle della Conoscenza, la Valle del Distacco, la Valle dell’Unificazione, la Valle dello Stupore, la Valle della Privazione e dell’Annientamento) che corrispondono a stazioni mistiche che l’anima-uccello deve attraversare prima di giungere al cospetto della Divinità. Infine, dopo sette lunghi anni durante i quali molti di loro sono morti o si sono perduti, rimasti solo in trenta, sfiniti ed annientati, giungono in prossimità del Simurgh. Li accoglie un araldo che li deride e li umilia, invitandoli a tornare a casa, lì da dove erano partiti. Gli uccelli però non si scoraggiano ed insistono per essere introdotti al cospetto del Simurgh e alla fine riescono nel loro intento poiché compare un ciambellano di corte, che finalmente permette loro di vedere quanto hanno così lungamente agognato. Sollevando uno ad uno i mille veli di luce compare il Meraviglioso Essere e gli uccelli, stupiti, si accorgono che è composto nientemeno che da loro stessi: il Simurgh si manifesta come uno specchio luminoso dentro il quale essi non vedono altro che la loro immagine plurima. Tutto questo è avvalorato anche da un gioco di parole poiché, scomponendo la parola Si-murgh, essa in persiano significa appunto Trenta Uccelli. Quello che è interessante notare è che l’Upupa, portato a termine il suo compito nel condurli alla visione del Simurgh, scompare, lasciando posto alle due contraddittorie figure dell’araldo e del ciambellano. E’ come se essa, rappresentando il Sé, nel completarsi del processo d’integrazione compiuto dai Trenta Uccelli, non avesse più bisogno di manifestarsi, perdendo così la sua ragion d’essere. Il suo ruolo ricorda quello giocato da Beatrice nel Paradiso dantesco, quando la donna scompare agli occhi del poeta per cedere il posto a San Bernardo di Chiaravalle che introdurrà Dante alla visione divina. Il processo operato dall’Upupa sui Trenta Uccelli è un processo di anamnesi in cui diviene messaggera di quel percorso iniziatico che opererà una trasformazione irreversibile. Essa è l’interprete di quella mancanza originaria da cui parte ogni viaggio di ricerca verso la Conoscenza.
Analogamente l’Upupa gioca questo ruolo nel Corano, quando comunica a Salomone l’esistenza della Regina di Saba, instillando in lui il desiderio di poterla conoscere.
Altra testimonianza interessante che rivela le ibride e misteriose interazioni tra il divino, l’umano ed il demoniaco presenti nel Re Salomone e nella Regina di Saba è il Testamento di Salomone, apocrifo dell’Antico Testamento, vero e proprio trattato di demonologia attribuito al Re Salomone, scritto originariamente in ebraico in ambiente giudaico intorno al I sec d. C. e successivamente rielaborato in greco in ambiente cristiano intorno al III sec d. C. In esso sono descritti i vari demoni e i loro poteri, i mezzi per evocarli e per sottometterli. Quest’opera, strutturata sotto forma di racconto, è in grado di evocare tutte le presenze demoniache presenti nell’immaginario del mondo tardoantico. Particolarmente interessante è la descrizione di un demone femminile di nome Onoscelide. Si tratta di una donna dalle sembianze incantevoli, se non fosse per un piccolo ed inquietante dettaglio: le sue gambe sono quelle di un’asina. Ella rivela al Re Salomone di essere solita sedurre coloro che la incontrano, inducendoli a compiere azioni smisurate, soprattutto durante il plenilunio: la sua specialità è tendere agguati in prossimità di precipizi, caverne e luoghi isolati. Salomone la utilizzerà, insieme agli altri demoni che riuscirà a sottomettere, per la costruzione del tempio di Gerusalemme. Interessante è notare che Onoscelide presenta la stessa anomalia riscontrata nel piede della Regina di Saba. In ogni caso è frequente nell’immaginario tardoantico, specie in quello bizantino, la presenza di fate bellissime e seducenti, caratterizzate da una natura ibrida che si rivela alle estremità: piede di asino, di capra, di rapace, spira di serpente. Molte di queste immagini zoomorfe derivano dal pantheon delle divinità babilonesi e veicolano forti sentimenti di ambivalenza nei confronti del numinoso e del tremendum. Le fate (o demoni) con i piedi d’asino popolavano le zone aride e desertiche, mentre quelle con le estremità di serpente erano legate ai corsi d’acqua, come ad esempio la fata Melusina. Nello studio delle leggende e nelle rappresentazioni iconografiche che ne derivano, bisogna tenere presente che nessun elemento scaturisce dalla pura casualità. In ognuno è inscritto un significato recondito che lo collega ad altri gruppi tematici e simbolici che hanno con esso profonde consonanze. Non c’è nessun elemento gratuito, avulso ed autoreferenziale in quanto è sempre il prodotto imprescindibile di una serie di filiazioni simboliche ed è parte dell’ordito di una trama complessa e ricca di rimandi. Basti ricordare che anche nelle rappresentazioni delle tentazioni di Sant’Antonio spesso, accanto all’eremita assorto in preghiera, si scatena una sarabanda di presenze inquietanti tra cui donne bellissime che sotto gonne sfarzose rivelano la loro essenza demoniaca, mostrando un piede d’asina o un artiglio di rapace.
Altre figure che hanno corrispondenze con Salomone e la regina di Saba sono Edipo e la Sfinge. Anche la Sfinge pone ad Edipo un enigma che egli riesce a risolvere ed entrambi hanno delle anomalie ai piedi: Edipo ha i piedi forati e la Sfinge ha zampe di leone. Pertanto sia la Sfinge che la Regina di Saba si configurano com creature ibride ed entrambe pongono indovinelli che sia Edipo che Salomone sono in grado di sciogliere brillantemente. In effetti, le implicazioni e le connessioni presenti nelle figure della Regina di Saba e di Re Salomone sono vaste e complesse e moltiplicandosi all’infinito, come in un gioco di specchi, rivelano sottili corrispondenze con altre figure mitiche e leggendarie.
Nonostante questi aspetti ibridi, la Regina di Saba si manifesta come soffio vivificante dell’Austro e risveglia la coscienza del Re, permettendogli di estrinsecare le sue potenzialità fino ad allora inespresse diventando l’agente di questo processo d’individuazione che completa e realizza Salomone in tutta la sua pienezza. Al tempo stesso, l’incontro col Principio Maschile rappresentato da Salomone, rende viva ed operante la femminilità della Regina, il cui legittimo sposo si dice giacesse in stato d’incoscienza ed infermità da molti anni, al punto che lei gli si era sostituita nel governare. La Regina di Saba comparirà anche alla fine dei tempi, per giudicare e condannare, come è annunciato dal Vangelo di San Matteo:

“La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c’è più di Salomone!” Matteo 12,38-42.

In questo continuo gioco di rimandi, nulla è mai concluso e nulla mai veramente inizia e i misteri si ri-velano occultandosi. Solo la poesia può dare una risposta a tanto cercare.

“ E quindi alle profonde caverne di pietra ce ne andremo, che sono ben celate, colà entreremo, di melograna il succo gusteremo”

San Giovanni della Croce Cantico Spirituale

Ciò che spinge l’anima a penetrare nelle profondità della Sapienza Divina e a conoscerne la bellezza è il desiderio di giungere all’unione dell’Intelletto con la Conoscenza. Ciò che indusse Salomone a diventare poeta fu l’amore poiché, nonostante le sue settecento mogli e le sue trecento concubine amò un’unica donna e questa fu la Regina di Saba: forse solo attraverso il molteplice egli raggiunse l’unità e solo attraverso gli eccessi riuscì a conquistare la Sapienza. La storia della Regina di Saba, riferendosi ad una donna lontana e sapiente che si mette in cammino per incontrare il Re che la ricerca, racconta di una speranza nei confronti di qualcosa che, anche se non si è ancora ri-velata, mantiene intatte le sue promesse di un Altrove im-possibile. Quello che mi affascina di questa vicenda è che ogni conquista non è nulla davanti al risveglio operato della Sapienza. Forse essa ci è molto più prossima di quanto possiamo credere e solo riconoscendone il mistero possiamo raggiungere la pienezza dell’esistenza. Ci sono principi luminosi ed innati che dormono in noi e che solo l’incontro con l’Altro è in grado di risvegliare. Nel sonno in cui siamo immersi forse possiamo incontrare un sogno vivificante in grado di portare alla luce quello che la nostra vita occulta conosce oscuramente e che solo il soffio vivificante dell’Austro può far rifiorire il nostro giardino addormentato, trasformandolo in quell’Arabia Felix tanto vagheggiata.

Lucia Guidorizzi

Bibliografia:
Carlo Sgorlon, La regina di Saba, Mondadori, Milano, 1975
Carl Gustav Jung, Psicologia e Alchimia, Bollati Boringhieri, Torino, 1992
Cantico dei Cantici, Einaudi Editore, Torino, 1993
San Giovanni della Croce, Poesie, Einaudi Editore, Torino, 1974
Kebra Nagast. La Bibbia del Rastafari, Coniglio Editore, Roma, 2008
Corano, Mondadori, Milano,1984
Tommaso Braccini, La fata dai piedi di mula, Encyclomedia, Milano, 2012
Farid ad-din ‘Attar, Il verbo degli uccelli, Mondadori, Milano, 1999


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