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Lettura anche del contributo di François Perrier. Interventi di Armando Verdiglione

Il nome, l’acqua, l’automazione

Christiane Apprieux

C’è la questione dell’uno come materia misurata, ordinata. Bere e non bere: è come l’elogio di Socrate fatto da Alcibiade nel Simposio di Platone. Dunque, bere non è una facoltà umana. L’alcool è nella testa prima di essere nel bicchiere.

(1.10.2001)

Armando Verdiglione Adesso, passiamo a sentire Christiane Apprieux e la sua lettura del libro di François Perrier, L’alcool al singolare. L’acqua di fuoco e la libido, pubblicato da Spirali nel 1982. Il titolo della conferenza di oggi è Il nome, l’acqua, l’automazione. Il nome o come costante, come funzione (all’interno della parentesi) o come variante, fuori della parentesi. L’acqua è indice dell’automazione. Non a caso, già per i presocratici l’acqua è automazione anziché animazione. Christiane Apprieux, leggiamo.

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Christiane Apprieux, La tempesta. "Il nome, l’acqua, l’automazione"

Christiane Apprieux "Nessuna verità senza vino", scrive Armando Verdiglione nel libro La peste.

A. V. Il che, detto da chi non beve mai, avrà un’altra accezione.

C. A. Nel senso del mito di Cristo. Il vino non è più sostanziale. Nella conferenza del 30 novembre 1998, Verdiglione dice che nell’alcoolismo si tratterebbe dell’impossibile economia del sangue. Frangois Perrier scrive che l’alcoolista diventa il garante dell’incesto. Ma, se l’alcoolista esistesse, non sarebbe il garante dell’incesto, ma il soggetto automa, senza automazione. "L’automazione esige il programma", scrive ancora Armando Verdiglione nel Giardino dell’automa. Il conformismo dà l’etichetta, l’identità all’alcoolista. Il conformismo del gruppo, che trova il pretesto della festa per bere. E il suo bicchiere è quello del compromesso, della complicità.

A.V. Questo è interessante. Lei, in pratica, dice che l’alcoolista, se esistesse, berrebbe in maniera festiva, euforica. Questo è l’aspetto noto: anche le Baccanti attorno a Dioniso sono euforiche. Ma c’è anche un aspetto punitivo: l’alcoolista si lascia andare, si dà la pena come piacere e al posto del piacere. In particolare, si dà la pena di bere. Il se donne la peine de boire.

C.A. Ferenczi (1909) sostiene che l’alcoolismo è una conseguenza e non la causa della nevrosi. Magnus Huss definisce l’alcool come causa. L’alcool preso come una pozione magica garantirebbe l’incesto.

A.V. È una pozione magica o una pozione ipnotica? È una questione, a partire da quello che accennavamo prima. Non stiamo rispondendo, semplicemente poniamo la questione se sia pozione magica o pozione ipnotica.

C.A. L’alcoolismo come pozione magica o ipnotica? Poison, veleno, deriva da pozione. La pozione magica è il veleno. Perrier dice che l’alchimista sarebbe il garante del bevitore, il nome del nome che liquiderebbe la garanzia. L’isolamento e la compagnia sono modi di negare la solitudine. Gli Alcoolisti anonimi come compagnia appartengono interamente al discorso dell’alcoolismo. Essere contro l’alcool è un modo di sacralizzarlo.

A.V. Di pubblicizzarlo, anche...

C.A. L’alcoolismo non è né l’alcool né l’alcoolista, dice Perrier. L’alcool è una parola che non esiste immobile, non è un’entità, né marchio, né titolo né biglietto da visita. L’alcoolismo tenta l’impossibile liquidazione del nome. Si beve in nome del vino, in nome della morte, in nome del nome. L’alcool non causa l’alcoolista. L’alcoolista che si riconosce come tale, come richiedono gli Alcoolisti anonimi, accetta l’anonimato, continua a negare il nome, anche senza alcool, cerca sempre di liquidarlo. L’itinerario di vita è sostituito con "un programma di ricerca spirituale in dodici tappe". L’alcool è un cerimoniale dell’uno identico a sé. Quindici gocce di gioia prima dei pasti, dice Perrier: è sempre la dose, la sostanza. Quindici gocce sono una prescrizione ancora da alcoolismo. "È alcoolista un uomo che in qualche modo non sa né chi è né da dove viene né dove va"...

A.V. Non è l’unico! Non c’è bisogno di essere alcoolisti per non sapere chi si è. Se voi leggete Frammenti di Ionesco, uno degli ultimi libri dai Diari, c’è la pubblicazione di un suo intervento in un teatro - era molto acclamato verso la fine degli anni settanta. Arriva in mezzo al teatro, tutti i riflettori, ecc.: "Je non sais pas qui je suis, d’où je viens et où je vais". Gli spettatori si aspettavano che dicesse che lui sapeva tutto e che trasmettesse questo sapere. Già Ionesco, anche senza bere, diceva così. Ma ciascuno potrebbe dire in maniera precisa questa cosa. Invece, chi dice che sa da dove viene, chi è e dove va, è proprio spacciato.

C.A. L’alcoolismo è senza progetto, senza programma. È smarrimento...


A. V. C’è un po’ un’apologia dell’alcool, in François Perrier.
Molte delle cose che dice non sono esclusive dell’alcoolista. "L’alcoolista è in guerra con se stesso": è l’unico che sia in guerra con se stesso? Bisogna diventare alcoolisti per essere in guerra con se stessi? Queste affermazioni di Perrier sono a doppio taglio...

C.A. Per l’alcoolista, il militante della bottiglia è un combattente il cui percorso non ha incontrato ostacoli. Li ha forse liquidati?
Quando il calice della vergogna è stato bevuto fino all’ultima goccia, che cosa resta da bere?, si chiede ancora Perrier. Nell’alcoolismo il bere è ordinale, primo, secondo, fino all’ultima goccia. Nel bere ordinale si beve sempre la morte. Il calice della vergogna è sempre un fantasma materno. Si tratta di spacciare l’alcoolismo come proveniente dalla famiglia; il bere non si tramanda di padre in figlio. Per intendere il bere senza genealogia occorre il mito di Cristo, occorre che il pane e il vino divengano il corpo e il sangue nel mito di Cristo. Smettere di bere, smettere di fumare non è questione di proibizione, è una decisione assoluta.
"L’inconscio e la libido sono faccende nautiche solo se ci sono acque correnti". Si tratta dell’acqua che scorre, senza automazione, senza ritmo.

A.V. Effettivamente, è un po’ impegnativo, il mestiere del cosiddetto alcoolista, perché deve prosciugare l’oceano.

C.A. Gli studi sull’alcoolismo cercano la cosiddetta soglia tra il bevitore e gli altri; questa non si trova, perché una convenzione del consumo. Non viene posta la questione clinica. Scrive ancora Perrier: "L’alcool invade di per sé il bevitore in nome del padre che gli è mancato, nel desiderio della mamma per il suo genitore".

A.V. È un’ambiguità: il genitore della mamma o del bevitore? Secondo Perrier, il bevitore avrebbe avuto un papà e non un padre.

Giancarlo Calciolari Sì, dice che il bevitore è figlio del nonno.

A.V. Se fosse così, avrebbe avuto il padre! Perché il nonno è il pater,spesso. Più che il padre, è indicato dal nonno, il pater. Talora, non sempre. Ci sono discorsi, in cui è indicato dal nonno, storie in cui il pater non è stato il papà, ma il nonno. Non intendo dire che è rappresentato, ma il nonno è la figura del pater...

C.A. Nei testi sull’ alcoolismo, non si parla mai di caso intellettuale, ma di casi mentali, patologici. Resta che il nome non è liquidabile.

A.V. È la questione principale: un’elaborazione intorno al lutto. Mi pare che lei dica questo, che l’alcoolismo è una mancata elaborazione del lutto oppure un lutto mancato. Quindi, è un lutto rappresentato, rappresentato con l’alcool. In questo modo, sarebbe il sangue del padre a essere bevuto. Però, lo stiamo dicendo lungo questa elaborazione, non in assoluto, ma leggendo questo testo.

C.A. Occorre distinguere tra alcool ed ebbrezza. Ferenczi ha notato l’ebbrezza con poche gocce di alcool fino al punto che "bastava la vista del bicchiere pieno, perché si producessero tutti i sintomi caratteristici dell’ebbrezza". Quindi, nell’ordinalità, anche l’assenza di un bicchiere è nel discorso della morte. L’ebbrezza non ha bisogno dell’alcool per manifestarsi...

A.V. In altri termini, chi si ubriaca non si ubriaca per quello che beve, ma per l’idea del vino. È l’idea del vino a ubriacare, è ubriaco dell’idea, dell’idea materna...

C.A. "Perché un bevitore è pertinente, beve sempre un bicchiere prima e dopo la seduta?", dice Perrier. Perché parte da uno, un bicchiere, così facendo toglie lo zero, l’incominciamento. Bere un bicchiere, fumare una sigaretta, è partire da uno. È il viaggio dell’alcoolista, del fumatore, del tossicomane...

A.V. Perché un bicchiere? Per l’impossibile certezza del non essere. Ammettiamo che la questione sia questa: "uno, non uno". Qui, "non uno" diviene il "non" dell’essere: sono, non sono. La certezza è certezza dell’uno, non è certezza dell’essere. Ma, se il non essere venisse assunto, per dire: "io non sono", e venisse portato a certezza, allora un bicchiere diventerebbe la certezza del non essere.

C.A. Quindi, bere a pasto mangiando è vivere, mentre bere un bicchiere a pasto è la morte.
A.V. Quindi bere a pasto mangiando è vivere, secondo la normalità, mentre bere un bicchiere a pasto è la morte, nel senso che è un bere nell’ordinale. C’è la questione dell’uno...

C.A. C’è la questione dell’uno come materia misurata, ordinata. Bere e non bere: è come l’elogio di Socrate fatto da Alcibiade nel Simposio di Platone. Dunque, bere non è una facoltà umana. L’alcool è nella testa prima di essere nel bicchiere. In una pubblicazione, diffusa in Francia dall’ordine dei medici, dal titolo Conoscere meglio l’alcoolista, un certo dottor Gloeser, citato da Perrier, scrive: "La ricaduta è anzitutto uno stato d’animo. La ricaduta mentale precede di diversi giorni la ricaduta fisica, ossia il fatto di bere nuovamente alcool". Non c’è disposizione mentale all’alcoolismo, quello che importa è il dispositivo.

A. V. Senza alcoolismo.

C. A. Chiedo al professor Verdiglione che cosa intenda Perrier quando dice "alcool al femminile"? Scrive: "Nell’erotismo e nell’amore l’uomo e la donna al collo di una bottiglia non bevono mai lo stesso diuretico".

A. V. Anche se apparentemente è lo stesso vino, non è lo stesso diuretico. L’altro brano è: "Di una donna sbronza si penserà che ha perduto e rinnegato il suo sesso, anziché vedere che lo esibisce come una oscenità per l’Altro". Si pensa sempre il peggio di una donna che beve. Che un uomo beva è nella tradizione. Di una donna sola che beva... o allora devono essere tante donne a bere attorno a un uomo, è il caso delle Baccanti. Però, era nel cerimoniale religioso, festivo.

Lei mi chiede che cosa intenda Perrier per alcool al femminile. Però, il brano in cui parla dell’alcool al femminile non me lo cita. L’alcool può essere al maschile o al femminile, a seconda che sia nella nevrosi o nella psicosi. Il cosiddetto alcoolismo non è solo di un discorso, non mi pare di aver mai detto che l’alcoolismo sia esclusivo del discorso paranoico.
Rispondo adesso: l’alcoolismo impossibile dimostra (dimostra, nel senso che è qualcosa di una rappresentazione) l’impossibile magia nella nevrosi e l’impossibile ipnosi nella psicosi.
Riprendo quello che accennavo lunedì scorso: la nevrosi è virile, la psicosi è femminile. Se dico che la nevrosi è virile, non significa che è degli uomini e non delle donne, e se dico che la psicosi è femminile, non significa che è delle donne e non degli uomini. Del resto, l’elaborazione del discorso paranoico portava a questo, alla parodia dell’homo sexualis, dell’impossibile femminilizzazione degli umani. E, à plus forte raison, il discorso schizofrenico, che è giocato tutto sull’intervallo, senza i due impossibili, senza l’impossibile della rimozione e senza l’impossibile della resistenza.
E così l’alcoolismo può essere sia al maschile o virile nella cosiddetta nevrosi sia al femminile nella cosiddetta psicosi. Poi, perché Perrier intenda l’alcool al femminile... Adesso, non rammento se lo riferisca solo al femminile. Il caso di Perrier è questo. L’alcoolismo di Perrier è una psicosi, che si rappresenta ancora come nevrosi. François Perrier l’ho incontrato tante volte, l’ho invitato, è venuto al congresso Sessualità e politica. C’è un apporto di Perrier, senza dubbio, perché è uno scrittore molto interessante. Suo papà era tipografo, non è da trascurare questo dettaglio. Poi, non era indifferente che si chiamasse Perrier, che è anche un’acqua minerale. Ovviamente, questo non c’entra con François Perrier.

© "Il Secondo Rinascimento", Milano, 2000, n° 75-76.

Christiane Apprieux, codirettore di "Transfinito".


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