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Arrivano gli alleati! Amori e violenze nell’Italia liberata

Elisabetta Blasi
(9.11.2012)

SPOSE DI GUERRA

«E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenire crudele verso i deboli, sleale verso una donna cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere […] una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana.
E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale, ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentre egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?»
(Da: Sibilla Aleramo “Una donna”)

Opera di Hiko Yoshitaka in cacao su carta

Creature di sacrificio: ogni guerra amplia oltremodo questa dolorosa ma verace definizione.
È quanto accadde, e ce lo spiega questa opera che qui si propone – non una semplice monografia, né una minimalistica antologia di biografie – nell’Italia centromeridionale nel periodo dell’amministrazione territoriale da parte dell’esercito degli Alleati angloamericani, vittoriosi sui nazifascisti in terra italica.

Quasi un lustro di una transizione, su cui la storiografia generalista poco o nulla si sofferma.

Merito dunque dell’autrice, gettare un faro in tale oblio, attraverso un’opera storiografica sì, ma anche e soprattutto genderized, ossia (la perifrasi è d’obbligo) orientata-al-genere.
Vale a dire: tentativo di ricostruzione di una realtà storico-socio-economica dal punto di vista delle donne. E della dialettica dei loro rapporti con l’altro sesso; quello “forte”.

La presenza degli eserciti “di liberazione” viene così analizzata nelle sue complesse ripercussioni socioculturali, in rapporto alla figura femminile, con l’ausilio di una documentazione articolistica, iconografica, epistolare e quant’altro, dell’epoca, doviziosamente raccolta ed impiegata nel corpo della trattazione.

Ne emerge un caleidoscopio di donne di sacrificio, si diceva con Sibilla Aleramo, perciò anche abbacinate dalla possibilità di una vita migliore, che traluceva dalle autorevoli uniformi degli Alleati, dai Tè danzanti che venivano organizzati nei migliori endroits delle nostre bellissime città d’arte, all’uopo sequestrati senza troppi complimenti.

Spose di guerra; prostitute; “donne d’onore” omicide del loro seduttore abbandonico; e/o violentate dallo straniero, reso ancor più tale dal colore della pelle. Ma violate anche dai maschi indigeni, svirilizzati dalle umiliazioni della sconfitta non solo bellica, ma pure di un regime che fu fortemente imperniato sulla mistica della virilità romano-imperiale del Duce & marzial Suo popolo.

In questo caso, non si trattava propriamente di stupri, ma di… tonsure, con o senza susseguenti denudazioni. Tale macabro rituale consisteva perlopiù nel circondare la coppia donna-milite straniero – il che avveniva non già in luoghi appartati, ma in pieno centro cittadino –, ridurre all’impotenza quest’ultimo, rapare abbondantemente le chiome della malissimo capitata ed esporla al pubblico ludibrio, atteggiandosi a custodi e vindici di proclamati mores vilipesi da siffatte liaisons.

Completa l’opera una serie di biografie, o meglio: interviste rielaborate, di donne che sposarono un militare. Tranches de vie da cui si evince il peso della diversità culturale che le suddette, ma anche i loro uomini, dovettero affrontare come conseguenza di un’unione, in tutti i modi ostacolata/sabotata da ogni tipo di muro di gomma, eretto da parte soprattutto delle pubbliche amministrazioni “di guerra” messe su dai comandi degli Alleati.

Lo shock culturale, ribadito da ogni genere di pratiche di socializzazione forzosa, lasciò queste coppie spesso malconce e reciprocamente disadattate:

• «Laura, a distanza di anni, commenta: ti trovi sbattuta in un altro mondo, con persone con le quali non hai niente in comune. […] Sono caduta in un ambiente che non era il mio, per giunta in un contesto completamente diverso. Gli americani erano tutti uguali, il postino, il grande professore, il macellaio […] Uguali anche nel vestire, era tutto standardizzato…» (pag. 212);

• «Quando Robert andò in pensione la coppia decise di tornare in Italia, a Bagnoli. Lì Robert s’impiegò alla NATO e frequentò prevalentemente americani, non perfezionando mai la conoscenza della lingua italiana […]» (pag. 205).

Emblema della diversità culturale divenne la discrasia normativa delle regolamentazioni sul divorzio, in Italia inesistente fino alla seconda metà degli anni Settanta. Discrepanze che diedero luogo a grotteschi stati di fatto: donne dalle quali i mariti anglosassoni avevano divorziato, che in Italia non potevano contrarre nuove unioni a pena di bigamia; che è un reato, giova ricordare…!


Ottobre 2012

Elisabetta Blasi è nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968.

Laureata cum laude in Scienze Politiche (indirizzo storico-politico) all’Università di Bari con una tesi sul femminismo americano negli anni Settanta del Novecento, ha curato vari studi sull’applicazione della pari opportunità fra uomini e donne nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia).

Maria Porzio è dottore di ricerca in Storia delle dottrine e delle identità di genere e collabora con la cattedra di Storia contemporanea presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Napoli Federico II.
Il saggio testé commentato è stato riedito nel 2012 da Mondadori Direct per Mondolibri, Milano, su licenza Giuseppe Laterza & Figli Roma-Bari, per i cui tipi è comparso nel 2011.


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15.11.2017